Ho iniziato a leggere un saggio di Paolo Guenzi che si intitola Il marketing dell'ignoranza. Riporto qui sotto la premessa perché da sola vale già quasi tutto il libro.
La tesi di questo libro è semplice: l'ignoranza è un prodotto di straordinario successo, e l'Italia è uno dei migliori luoghi del mondo per la sua ideazione, produzione, commercializzazione e consumo. Il nostro è un Paese pieno di problemi, ma dispone anche di molte risorse. Fra queste, una delle più straordinarie - eppure, sorprendentemente, quasi mai citata - è la capacità di concepire, realizzare e vendere ignoranza. La mia opinione, che cercherò di illustrare e supportare in questo lavoro, è che in questo campo siamo fra i migliori del mondo, non solo come creativi, indefessi produttori ed efficientissimi distributori, ma anche come avidi, insaziabili consumatori. È inutile negarlo, l'ignoranza da noi piace, e molto. E fa anche fare un sacco di soldi. Procura fama, notorietà, potere, ricchezza. Ma, attenzione, non tutti sono capaci di crearla e diffonderla. Ci vuole un ta- lento particolare, un articolato insieme di strumenti e un sofisticato bagaglio di tecniche guidate da una ferma volontà e da un'assoluta fede nel suo valore. In altre parole, ci vuole uno strutturato approccio di marketing, cioè un mix di attività di creazione del «prodotto» ignoranza, nonché di sua comunicazione e distribuzione al «pubblico» (gli italiani). Tutto questo, naturalmente, a un «prezzo» (salato) che consiste nell'impoverimento del bagaglio culturale della popolazione, che va peraltro di pari passo, in un perverso meccanismo di reciproca alimentazione, con il collasso morale e il degrado civile del nostro disgraziato Paese.
L'ignoranza un tempo era fonte di imbarazzo, di vergogna, di senso di inferiorità. Oggi in molti casi, e il nostro Paese ne è un esempio emblematico, la situazione si è ribaltata. L'ignoranza viene spesso sbandierata con orgoglio, rivendicata sfacciatamente. Non è più solo giustificata e difesa, ma anzi promossa come un valore sociale. Molte persone sono fieramente ignoranti, ostentano la loro ignoranza come una dote o la usano come giustificazione per attuare comportamenti discutibili. Un posto d'onore, in questo processo di galoppante affermazione del marketing dell'ignoranza, va ai politici e ai pubblici amministratori, nonché al sistema dei mezzi di informazione. Ma non preoccupatevi, c'è posto per tutti: senza neppure impegnarsi troppo, ciascun cittadino può fare la propria parte e contribuire attivamente, sia come produttore che come consumatore, al trionfo dell'ignoranza. L'Italia è il paradiso delle microimprese, dell'imprenditorialità diffusa, delle aziende unipersonali, dei liberi professionisti e delle partite IVA... e questo vale anche per il prodotto ignoranza. Nello Stivale c'è una straordinaria vitalità del mercato dell'ignoranza, che genera in milioni di persone una pervasiva capacità di idearla, produrla, promuoverla, comunicarla e distribuirla in modi accattivanti. Nel marketing dell'ignoranza il nostro Paese registra una quasi inarrivabile imprenditorialità diffusa e, prerogativa raris- sima, addirittura una produttività crescente. In questa prospettiva, le nuove tecnologie e soprattutto i social network offrono opportunità formidabili a qualunque individuo, soprattutto quelli più ignoranti, di diventare sempre più protagonisti. Quindi diamoci da fare, si può sempre peggiorare!
Questo libro che stai leggendo sarà sicuramente interessante , io per prima mi ritengo ignorante perchè ignoro molte cose , faccio un banale esempio , sto divorziando non conosco la leggi e tante cose , ma chi non è ignorante per colpa dei cellulari sempre alla mano ormai siamo vittime dei social e questa è la nostra piu grande ignoranza.
RispondiEliminaRussell, se non ricordo male, diceva che esiste un'ignoranza buona e una cattiva. Quella buona è quella di chi riconosce la propria e ne trae input per migliorare e cercare di superarla. Quella cattiva è di chi si rifiuta di riconoscerla convinto di sapere tutto. Ovviamente quest'ultimo non si darà mai da fare per cercare di colmare lacune che è convinto di non avere.
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