martedì 16 ottobre 2018

Letture

Ho terminato ieri, devo dire con fatica, L'ultimo cavaliere, il primo libro dei sei che compongono la saga de La torre nera, primo e unico, che io sappia, lavoro di Stephen King di genere fantasy. Sì, diciamo che a tratti non è male, anzi è pure avvincente, ma nel complesso sono più i momenti in cui mi ha annoiato rispetto a quelli interessanti. Sto valutando se proseguire o no con gli altri.

Mentre valuto la prosecuzione della saga di cui sopra, ho ripreso in mano - l'avevo abbandonato agli inizi dell'estate, mi pare - Dal big bang ai buchi neri, breve storia del tempo, di un altro Stephen, molto diverso da King, e cioè Stephen Hawking, il grande scienziato britannico che ci ha lasciato agli inizi di quest'anno. Avevo abbandonato il libro in questione principalmente perché troppo difficile per me. Nella prefazione Hawking scrive di averlo concepito anche per chi sia a digiuno di fisica e astronomia, ma evidentemente io ne sono troppo a digiuno.

Devo dire, però, che le parti che riesco a comprendere sono veramente interessanti. Stamattina, ad esempio, ho letto il capitolo in cui Hawking racconta l'inizio dell'universo e, molto dopo, la nascita del nostro pianeta e, ancora più dopo, la nostra sciagurata comparsa, e pensavo, mentre leggevo, quanto siano stupide le nostre piccole beghe da cortile rapportate al niente (letteralmente) che siamo nell'universo.

Forse, chissà, se più persone si rendessero conto di questa cosa, l'umanità sarebbe un pelino migliore, con tutto ciò che ne consegue. Ma non so se ci metterei la mano sul fuoco.

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