E' normale, tutto sommato. In fondo si tratta di uno di quei paesi che su National Geographic o sui vari inserti vacanzieri allegati ai quotidiani viene presentato con immagini di panorami naturali mozzafiato e bellissime facciate di templi buddisti con tanto di bonzo in primo piano intento alla preghiera e alla meditazione. Immagini tranquille e pacificanti che nascondono quello che è in realtà questo paese e che quindi evitano che ci sia interesse (che non sia puramente turistico) attorno a ciò che succede al suo interno.
Beh, di tranquillità, in realtà, in Birmania ce n'è ben poca. E oltretutto si tratta di una tranquillità "imposta" dal regime militare che governa (governa?) il paese. Eh già, perché la Birmania, assieme ad altri, fa parte di quella cerchia di paesi in cui non ci si può permettere il lusso di dibattere come da noi sulle varie accezioni che si possono attribuire alla parola "democrazia". Per il semplice fatto che di democrazia là non ce n'é. C'è un'occupazione militare a capo della quale ci sta un signore (questo) che decide per tutti: decide le leggi, quali sono i giornali che possono scrivere, cosa possono scrivere, come bisogna comportarsi, cosa è giusto fare e cosa è giusto no, chi può entrare e uscire dal paese, le cose che il mondo fuori da lì deve sapere oppure no.
Una situazione questa che tra alti e bassi e con diverse modalità si trascina dagli inizi degli anni '60, ma della quale, sostanzialmente, non è mai fregato niente a nessuno: né all'ONU né tantomeno agli "esportatori di democrazia", impegnati a dirottare i loro sforzi bellici in paesi con ben altre peculiarità (sostanzialmente quelli in cui basta infilare un dito nella sabbia per vedere sgorgare il petrolio).
Come capita spesso in queste situazioni, però, la sopportazione ha un limite, e perfino i tranquilli monaci buddisti birmani possono (giustamente) rivendicare il loro diritto ad averne le scatole piene. Ecco quindi i casini di questi giorni: rivolte, militari che sparano ad altezza uomo, caccia e rastrellamenti di giornalisti per impedire che fuori da lì si venga a sapere cosa sta succedendo (i militari a tal fine stanno anche tagliando tutte le connessioni internet), blitz armati direttamente all'interno dei monasteri con tanto di pestaggi e deportazioni di "pericolosissimi" monaci. Che poi alla fine sono quelli che più impauriscono, perchè, come scrive Repubblica, "Non hanno nulla, non temono nulla e per questo la loro protesta spaventa il regime".
La comunità internazionale, com'era prevedibile, si è subito prodigata per tentare
Aspettiamo a questo punto con ansia il prossimo comunicato che, molto più incisivamente, intimi ai militari di non fare troppo i cattivi...
magari interessa:
RispondiEliminahttp://www.amnesty.it/appelli/azioni_urgenti/Myanmar
Certo, tutto fa brodo per sensibilizzare. Il link della petizione non spezzato è questo.
RispondiEliminaComplimenti Andrea, bellissimo post.
RispondiEliminafrancesca
Grazie! :)
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