martedì 25 marzo 2008

Nonostante tutto non mi dispiace

Un ragazzo di 19 anni è morto ieri per overdose in un rave party. Non è la prima volta che accade una cosa del genere e probabilmente, purtroppo, non sarà neanche l'ultima. Questa notizia è stata riportata anche dai vari tiggì il giorno di Pasqua, quando il giovane pur essendo in coma non era ancora passato a miglior vita.

Casualmente io e Chiara abbiamo appreso la notizia da due tiggì differenti e in orari diversi, io prima e lei dopo. Nell'apprendere la notizia, io istintivamente ho pensato - forse un po' cinicamente - che in fondo se l'era andata a cercare, che in qualche modo quella fine se la fosse meritata, insomma, e la cosa è morta lì. Poi mi sono accorto che anche Chiara, nell'apprendere la notizia successivamente, ha commentato esprimendo esattamente quello che avevo inizialmente pensato io.

Ne deduco quindi che sia io che lei siamo due cinici insensibili, emotivamente indifferenti davanti a fatti di questo genere. Naturalmente ho cercato di guardare la questione sotto diverse angolazioni. Se notate, quando accadono queste cose si usa solitamente tirare in ballo una lunga serie di fattori e concause, tipo la famiglia assente, i valori che se ne vanno a ramengo, giovani che vengono su senza ideali, senza passioni, senza riferimenti, senza - perché no - qualcuno o qualcosa a cui rendere conto del proprio operato.

Ho cercato quindi di mettere insieme il tutto, di inquadrare quanto accaduto sotto l'ottica di uno di questi fattori, ma niente: quanto successo non riesce a dispiacermi. O meglio, non riesce a valicare il normale rammarico "fisiologico" determinato dal tipo di evento.

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che né io né Chiara abbiamo mai pensato che il giovane non sapesse a cosa andava incontro comportandosi così, cosa che avrebbe al limite potuto rappresentare una seppur debole scusante. Ma se scartiamo questa ipotesi ne rimane solo una: che abbia deliberatamente accettato il rischio di andare al creatore pur di "godersi" tre giorni di sballo. E' così remota questa ipotesi? E in caso fosse vera, dobbiamo dispiacerci per il tragico epilogo?

Mi dispiace, non ci riesco.

4 commenti:

  1. "famiglia assente, i valori a ramengo, mancanza di ideali, passioni, riferimenti"

    Queste cose non sono sufficienti a spiegare tanta stupidità. Io sono cinico, senza valori, non credo in nulla, forzatamente distaccato dalla famiglia poiché lavoro all'estero, ho perso la passione per il mio lavoro perché sono stato costretto ad emigrare. Ma non sono autolesionista e non ho mai assunto stupefacenti.

    Secondo me la causa principale è la noia. Unita al fatto che nessun ragazzo, nonostante gli incidenti che si leggono sui giornali, pensa mai che una cosa del genere possa capitare a lui. Semplicemente sottovalutano i rischi che corrono.

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  2. > Semplicemente sottovalutano i rischi che corrono.

    Oppure accettano deliberatamente di correrli?

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  3. Dai reportage su quell'ambiente pseudo-culturale (non è che il rave-droga-party sia una novità), emerge una consapevolezza del rischio calcolato, accettato.
    Certo si presume che chi dice che lo mette in conto auspichi che la vittima sacrificale del rito dello squallore sia un'altra e non lui (mors tua, vita mea e chissenefrega), ma a grandi linee direi che si sa e non si vuol sapere più profondamente, interiormente di così.
    D'altra parte c'è linearità, in questa coscienza che resta in superficie (lo so, ma non lo sapevo davvero quando capita la disgrazia a me..), perchè la droga è la via della deresponsabilizzazione (mi drogo e succeda quel succeda intorno a me), lo strumento della non-coscienza che va di pari passo con la non-conoscenza. Così in quel putrido luogo rituale imperano l'egoismo, la demenza indotta chimicamente a rafforzar pseudocultura non migliore, il dissacramento della vita (assenza o agonia della spiritualità), la deresponsabilizzazione, l'ignoranza, il tutto nell'illusione di avere costruito altra identità (di essere alternativi) quando la droga certamente non ne struttura una davvero propria, un proprio rito, un proprio culto nel quale identificarsi comodamente per sentirsi legittimati (non si è soli, altri lo fanno, quindi non è colpa oppure la colpa e spalmata dunque affievolita tra gli adepti).

    Però, con le dovute proporzioni, dovrebbe inquietare un simile distacco indotto dal cinismo.
    Da dove viene? Dal disprezzo? Dal nichilismo? Da cosa?
    Quando muore qualcuno (e non è che a me spiaccia di più se è un ragazzo e non un adulto eh, che sembra che questi possano crepare senza problemi, più ancora i vecchi, che cavolo!), significa uno spreco enorme che minimo minimo dovrebbe coinvolgere un po' con la rabbia, credo.

    Se l'indifferenza viene dall'egoismo per cui voi non fate altrettanto perchè non idioti da autodistruggervi, beh, è un contrapporsi di puri egoismi: il vostro migliore assolutamente, ma son pur sempre egoismi che si contrappongono, è egoismo pure quello di quel ragazzo che se ne frega di un senso di responsabilità che va oltre il proprio egoistico giocarsi la vita stupidamente ed in modo esteticamente proprio brutto, diciamocelo tanto per contrastare l'immaginario che vuole il droga-party qualcosa di "figo". No, è proprio brutto e squallido e non basta alzare il volume e spegnere le luci o renderle psichedeliche ed alienanti per ingannare altri dagli adepti.

    Se invece il non fare simil scelta parte da un concetto di sacralità della vita, dall'idea di essere più di agglomerato di cellule e forma biologica, allora la scelta di ripudiare quella pseudocultura non si traduce con una completa indifferenza perchè se si acquisice l'idea di un valore della propria vita, se ne percepisce anche quella degli altri.
    Dunque, almeno rabbia, credo, si debba provare. Frustrazione, tristezza, quel che si vuole, ma non indifferenza. Anche se c'è l'innegabile stupidità della volontarietà autodistruttiva che offende tutti più o meno.
    E' una mia opinione naturalmente, ma io avrei preferito un sentimento di rabbia ad un distacco così... inquietante, perchè non so a cos'altro attribuirlo se non all'egoismo o alla rassegnata perdita di speranza.

    Buona giornata.
    Alieno

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  4. Grazie, Alieno, del lungo e articolato commento che riflette molto bene il tuo modo di inquadrare la questione.

    Tuttavia - probabilmente per un limite mio, non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo - non riesco a condividere pienamente il tuo punto di vista. Voglio dire, il fatto che tu di fronte a episodi come questi riesci a provare rabbia ti fa per certi versi onore. A me non riesce.

    Sarà sicuramente per una forma mia di egoismo, sono disposto ad accettarlo, ma è così. Non mi riesce per il caso specifico come per tutti i casi in cui uno deliberatamente si autodistrugge. E non so se stia in piedi il discorso del "io mi faccio sperando che ci resti secco qualcun'altro", perché significa comunque mettere la vita (propria) su un piatto di una bilancia e sull'altro una probabilità più o meno accentuata di perderla o conservarla. Anche nel caso questa probabilità fosse minima, implica che in minima parte si è comunque disposti a perderla.

    Ho girato un po' qua e là in rete e ho letto vari commenti sulla vicenda. Da quello che ho visto mi pare che siano tutti equamente divisi in questa forbice: chi è dispiaciuto e chi è (colpevolmente?) indifferente. Penso che la differenza la faccia il tipo di background culturale in cui uno è cresciuto.

    Io non so se la vita sia sacra o meno (anche perché qui si entra nel campo della soggettività), ma so che per me è sicuramente bellissima, estremamente interessante e degna di non essere sprecata. Ma per chi come me la vede in questo modo, c'è sicuramente un altro all'opposto. Uno cioè che la trova noiosa, insulsa, senza interesse, senza input. Poi sulle cause di questo si può discutere all'infinito, ma il risultato non cambia: chi la vede in questo modo non si dannerà certo l'anima per cercare di conservarla.

    E io, come ho scritto nel mio post, non riesco a dispiacermi per questo.

    Ciao.

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