giovedì 9 ottobre 2025

Concorsi


Se esistesse un concorso chiamato, che ne so?, Titolo ingannevole del giorno, oggi la Stampa vincerebbe a mani basse, non ci sarebbe partita con nessuno. Per smontarlo basta collegare un paio di neuroni. Se infatti fosse vero ciò che titola il quotidiano di Torino, significherebbe che Israele, dopo due anni di sterminio sistematico dei palestinesi con la scusa di dare la caccia ai terroristi di Hamas, libererebbe tutti o una parte di questi terroristi.

In realtà i quasi 2000 detenuti (la maggior parte dei quali senza alcun processo) che Israele libererà, in cambio della liberazione degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas, fanno verosimilmente parte degli oltre 11.000 palestinesi tenuti prigionieri nelle carceri militari israeliani, prigionieri composti di persone accusate di essere più o meno direttamente affiliate a gruppi terroristici ma anche, in larga parte, composti di oppositori politici, attivisti, donne e bambini (i bambini reclusi si stima siano più di 400). Sono innumerevoli i rapporti di Amnesty International che da anni documentano le violenze, le torture, le sevizie a cui (specialmente le donne) molti di questi detenuti vengono sottoposti.

Naturalmente chi ha confezionato quel titolo queste cose le sa benissimo. Avrebbe potuto fare un titolo onesto, qualcosa tipo: "Sì allo scambio tra ostaggi israeliani e ostaggi palestinesi". Ha preferito confezionare un titolo falso e ingannevole per veicolare surrettiziamente l'idea che i buoni sono da una parte e i cattivi dall'altra, conscio anche del fatto che la maggioranza di chi ancora legge un giornale si limita a scorrere i titoli e a girare pagina. Piccolo consiglio che ormai tutti dovremmo aver fatto nostro da tempo: quando leggiamo un titolo di una testata mainstream, mettiamo sempre in conto che nove volte su dieci è falso, o comunque non rispecchia il contenuto del relativo articolo.

Il marketing dell'ignoranza


Ho girato l'ultima pagina di questo libro con un senso di tristezza, nonostante sia stato scritto con uno stile spesso ironico e graffiante. In questo lavoro l'autore analizza i princìpi ispiratori, i meccanismi di funzionamento e anche le conseguenze sociali del baratro culturale in cui il nostro Paese è precipitato, supportando il tutto con esempi concreti tratti dalla vita reale nella società. Ne esce un quadro piuttosto desolante ma a suo modo, paradossalmente, anche interessante, perché svela come questo marketing sia presente in tanti ambiti, spesso senza dare nell'occhio: informazione, social media, politica, economia, tecnologia... Quindi, indirettamente, fornisce anche suggerimenti su come cercare di arginare nel nostro piccolo questa deriva.

L'unica soluzione vera per tentare di uscire da questo baratro sarebbe investire tantissimo in cultura, cosa che non si fa. Si trovano soldi per la sicurezza, il riarmo, si aumenta la percentuale di PIL per gli armamenti, ma per l'unico investimento potenzialmente in grado di risollevare il Paese i soldi non ci sono.

Una approfondita analisi delle cause del declino dell'Italia ha certificato che il regresso economico, civile e culturale sono tra loro interdipendenti. "Un paese di ignoranti," scrive l'autore, "è destinato al collasso economico e al degrado civile." Queste cose ricordo che le scriveva già Umberto Galimberti nel bellissimo saggio I miti del nostro tempo, in cui spiegava, documentandolo, che le nazioni progrediscono a partire dal livello culturale e, senza eccezioni, quelle con livelli culturali più elevati sono anche quelle con condizioni economiche e sociali migliori. 

È un libro, dicevo, che lascia un po' di tristezza ma che è utile leggere per capire e "vedere" cose di cui altrimenti può essere difficile rendersi conto.

martedì 7 ottobre 2025

Abbandoni

Dal punto di vista del mero galateo, se vogliamo metterla su questo piano, l'abbandono di Francesca Albanese della trasmissione In Onda può anche dare adito a critiche. Diciamo che non è stato il massimo dell'eleganza. Purtroppo i talk show, non tutti ma gran parte sì, sono strutturati in modo da agevolare la conflittualità tra gli ospiti perché quest'ultima fa ascolti, e questo spiega perché per anni ci siamo trovati gente come Sgarbi in ogni trasmissione.

Se guardiamo i contenuti, la Albanese ha fatto benissimo ad andarsene perché la discussione tra lei e Giubilei non si svolgeva su un piano paritario. La signora Albanese esponeva le ragioni, documentate da sentenze di vari organismi, che spiegavano perché a Gaza è in corso un genocidio, Giubilei si muoveva furbescamente non citando sentenze e pareri di organismi autorevoli, ma riportando il parere della signora Segre, che sul piano della "scientificità", diciamo così, vale quanto il mio.

Insomma, da una parte c'era la razionalità empirica, dall'altra la mozione degli affetti che provoca reazioni emotive di nessuna validità sul piano fattuale. Quindi non mi sento assolutamente di biasimare Francesca Albanese. Ha fatto benissimo ad andarsene.

Fine dell'esperimento

Torno a chiudere, dopo un mesetto di prova, i commenti anonimi. È quasi incredibile che un blog di nicchia come questo, con poche decine di lettori, sia comunque preso di mira da cretini che si nascondono dietro l'anonimato, eppure è così. Quindi da oggi si torna alle origini. Un account Google oggi ce l'hanno tutti, quindi chi vuole commentare qui lo usi e si renda almeno riconoscibile. Fine dell'esperimento.

lunedì 6 ottobre 2025

Post-literate society

Questo interessantissimo articolo del Post (se avete cinque minuti leggetelo fino in fondo: merita davvero) mi ha fatto venire in mente due cose. La prima è una delle maggiori critiche che venivano rivolte a Stephen King agli inizi della sua carriera e cioè di essere un esponente della corrente della "prosa post-alfabetizzata", una critica che ovviamente lui prendeva tutt'altro che bene. Non c'entra col tema dell'articolo del Post, ma forse un po' sì. La seconda è un paragrafo molto interessante del libro Il marketing dell'ignoranza, che sto leggendo in questi giorni:

Oltre alle profonde conseguenze politiche ed economiche di questa situazione, i sottoprodotti socioculturali che sono derivati dall'esplosione incontrollata in particolare dei social media sono in gran parte inquietanti per il futuro dell'intera umanità. Solo per fare un esempio emblematico, dal quale scaturiscono peraltro numerose implicazioni gravemente preoccupanti, si stima che nel 2020 il tempo medio di attenzione degli utenti sui social network fosse di 8 secondi (contro i 12 del 2000, peraltro) e quello continuativo dedicato a leggere un articolo online fosse di 15 secondi. Informare e informarsi è impegnativo e faticoso, ed è quindi incompatibile con simili tempi. Questo è un problema, perché si tratta di attività essenziali per la democrazia e in generale per il benessere e lo sviluppo della società.

Senza che probabilmente gran parte delle persone se ne accorga, la nostra società sta attraversando un cambiamento antropologico di notevoli dimensioni: il passaggio dalla società della lentezza a quella della velocità, ciò che Umberto Galimberti chiama la velocizzazione del tempo. Tutte le società umane che ci hanno preceduto sono vissute nel tempo, noi viviamo nella velocizzazione del tempo. Il problema è che la dimensione naturale per l'essere umano è la lentezza: si legge lentamente, si studia lentamente, si apprende lentamente. La nostra dimensione antropologica è la lentezza, non la velocità. 

I social media, internet, la televisione sono invece strutturati per agevolare la velocità, la quale però non permette l'approfondimento. Si scrolla compulsivamente lo smartphone e si leggono velocemente i titoli delle notizie. Per la lettura fisica dei giornali è ormai la stessa cosa: si scorrono i titoli, si sfogliano velocemente le pagine e finita lì. Sono un abituale frequentatore del bar - oggi i bar sono anche sale da lettura - e non ricordo di aver mai visto nessuno leggere un articolo da cima a fondo. Ho ricordi molto vividi di mio babbo, il quale arrivava a casa tutto contento dopo essere stato in edicola a comprare i giornali. Si sedeva alla tavola e cominciava a leggerli con calma, non saltando titoli e pagine ma leggendo da cima a fondo gli articoli che lo interessavano, cosa che fa ancora oggi, peraltro.

Questo cambiamento sociale e antropologico che stiamo vivendo credo sia anche la causa del fatto che i libri non vengono più letti. Leggere libri è gratificante, ma è anche un'attività che richiede tempo, lentezza, concentrazione. I libri sono dei corpi estranei nella società di oggi, ma questo mettere ai margini i libri e la lettura, che significa mettere ai margini la capacità di approfondire e analizzare le cose, significa alla fine rischiare di non capire la società stessa e, di conseguenza, come muoversi all'interno di essa.

domenica 5 ottobre 2025

TdG

Mi sono imbattuto in due Testimoni di Geova sulla porta di casa, due persone gentilissime e cordiali, come lo sono sempre (dei TdG si può dire tutto, ad esempio che sono dei gran rompicoglioni, tranne che non siano gentili ed educati). Dopo dieci minuti di piacevole chiacchierata se ne sono andati senza cavare un ragno dal buco, cioè anche stavolta non sono riusciti a portarmi dentro. Ritenta, sarai più fortunato, ho pensato dentro di me.

La domanda scelta per rompere il ghiaccio è la classica che fanno a chiunque incontrino per strada: "Buongiono, le possiamo chiedere se lei ha qualche soluzione per risolvere il problema delle guerre in cui siamo precipitati?"

"Temo che sia un problema senza soluzione" rispondo.

"Perché?"

"In primo luogo perché, come spiega l'antropologia, la conflittualità è da sempre la principale forma di interazione tra gli esseri umani. In secondo luogo perché anche se dal 1945 in qua in Europa abbiamo dormito, convinti che la storia fosse finita e che le guerre fossero antichi retaggi del passato, in realtà gran parte del resto del mondo ha continuato tranquillamente a farsi guerre di ogni tipo. Il problema è che noi, tutti presi dalle apericene e dalle serie tv, non ci facevamo caso."

Probabilmente i due si aspettavano una risposta tipo: "Boh, non lo so" o qualcosa di simile. Infatti la replica di uno dei due è stata: "Mi faccia indovinare, lei è professore di qualcosa e insegna da qualche parte, l'ho capito dalla sua risposta."

"No, guardi, si sbaglia. Ho mollato le superiori al terzo anno, quando mi è arrivata la chiamata per i militari, quindi non insegno da nessuna parte. Ho solo il vizio di leggere molto."

Visto che sulla soluzione al problema delle guerre non c'era più niente da dire, hanno virato sulla teologia: Bibbia, Gesù, Giovanni, il battesimo, l'assurdità di alcuni dogmi della chiesa cattolica (e qui siamo tutti d'accordo) ecc. Fino alla domanda fatale: "Secondo lei Dio esiste? E cosa pensa al riguardo?"

"Guardi, non se ne abbia a male," ho risposto, "ma a differenza di chi crede, io sono sicuro che Dio non esiste. Quindi sono altrettanto sicuro che non è stato lui che ci ha creati, ma siamo stati noi a creare lui."

"Ah beh, certo, comprendiamo il suo punto di vista, è più che legittimo. Adesso noi dobbiamo andare, è stato un piacere. Possiamo lasciarle un volantino e una copia della nostra rivista?"

"No, grazie, ho già fin troppi libri in arretrato sul comodino."

Alla fine i TdG non sono così terribili come sembra, basta saperli prendere :-)

venerdì 3 ottobre 2025

Premessa

Ho iniziato a leggere un saggio di Paolo Guenzi che si intitola Il marketing dell'ignoranza. Riporto qui sotto la premessa perché da sola vale già quasi tutto il libro.

La tesi di questo libro è semplice: l'ignoranza è un prodotto di straordinario successo, e l'Italia è uno dei migliori luoghi del mondo per la sua ideazione, produzione, commercializzazione e consumo. Il nostro è un Paese pieno di problemi, ma dispone anche di molte risorse. Fra queste, una delle più straordinarie - eppure, sorprendentemente, quasi mai citata - è la capacità di concepire, realizzare e vendere ignoranza. La mia opinione, che cercherò di illustrare e supportare in questo lavoro, è che in questo campo siamo fra i migliori del mondo, non solo come creativi, indefessi produttori ed efficientissimi distributori, ma anche come avidi, insaziabili consumatori. È inutile negarlo, l'ignoranza da noi piace, e molto. E fa anche fare un sacco di soldi. Procura fama, notorietà, potere, ricchezza. Ma, attenzione, non tutti sono capaci di crearla e diffonderla. Ci vuole un ta- lento particolare, un articolato insieme di strumenti e un sofisticato bagaglio di tecniche guidate da una ferma volontà e da un'assoluta fede nel suo valore. In altre parole, ci vuole uno strutturato approccio di marketing, cioè un mix di attività di creazione del «prodotto» ignoranza, nonché di sua comunicazione e distribuzione al «pubblico» (gli italiani). Tutto questo, naturalmente, a un «prezzo» (salato) che consiste nell'impoverimento del bagaglio culturale della popolazione, che va peraltro di pari passo, in un perverso meccanismo di reciproca alimentazione, con il collasso morale e il degrado civile del nostro disgraziato Paese.

L'ignoranza un tempo era fonte di imbarazzo, di vergogna, di senso di inferiorità. Oggi in molti casi, e il nostro Paese ne è un esempio emblematico, la situazione si è ribaltata. L'ignoranza viene spesso sbandierata con orgoglio, rivendicata sfacciatamente. Non è più solo giustificata e difesa, ma anzi promossa come un valore sociale. Molte persone sono fieramente ignoranti, ostentano la loro ignoranza come una dote o la usano come giustificazione per attuare comportamenti discutibili. Un posto d'onore, in questo processo di galoppante affermazione del marketing dell'ignoranza, va ai politici e ai pubblici amministratori, nonché al sistema dei mezzi di informazione. Ma non preoccupatevi, c'è posto per tutti: senza neppure impegnarsi troppo, ciascun cittadino può fare la propria parte e contribuire attivamente, sia come produttore che come consumatore, al trionfo dell'ignoranza. L'Italia è il paradiso delle microimprese, dell'imprenditorialità diffusa, delle aziende unipersonali, dei liberi professionisti e delle partite IVA... e questo vale anche per il prodotto ignoranza. Nello Stivale c'è una straordinaria vitalità del mercato dell'ignoranza, che genera in milioni di persone una pervasiva capacità di idearla, produrla, promuoverla, comunicarla e distribuirla in modi accattivanti. Nel marketing dell'ignoranza il nostro Paese registra una quasi inarrivabile imprenditorialità diffusa e, prerogativa raris- sima, addirittura una produttività crescente. In questa prospettiva, le nuove tecnologie e soprattutto i social network offrono opportunità formidabili a qualunque individuo, soprattutto quelli più ignoranti, di diventare sempre più protagonisti. Quindi diamoci da fare, si può sempre peggiorare!

Dalla parte giusta

Ovunque ci sono immagini di piazze piene. Alcuni commentatori, più o meno sempre i soliti, alzano le spalle, irridono, sfottono e dicono che le manifestazioni in piazza non servono a nulla e che anche la missione della Flotilla non è servita a nulla, e continuano una sistematica opera di delegittimazione sia delle piazze che della missione. 

Invece servono, servono eccome queste manifestazioni. Servono a riconoscere chi sta dalla parte giusta della storia da chi sta da quella sbagliata. Servono a smarcarsi e a mettere le distanze tra chi ha ancora un minimo senso di umanità da chi l'ha perduto definitivamente. Tra chi se ne frega dello sterminio del popolo palestinese e chi ritiene disumano e intollerabile che un esercito spari su bambini in fila per un pezzo di pane e un po' d'acqua. Queste manifestazioni servono a distinguere chi è morto dentro da chi ancora ha un cuore. 

È notizia di qualche giorno fa che l'organo israeliano che ha il compito di controllare l'ingresso degli aiuti a Gaza (Cogat) obbliga i donatori di alimenti a rimuovere dai loro carichi biscotti, miele e vasetti di marmellata, perché considerati troppo energetici per i bambini, quei bambini e quelle donne che stanno morendo di fame. Ecco, quelle piazze e quella missione servono a separare chi rifiuta tutto questo da chi lo accetta, chi ritiene che non si possono ammazzare centomila persone e radere al suolo un paese intero e chi invece pensa che si possa fare. Il discrimine è tutto qui, il resto è solo fumo negli occhi.

mercoledì 1 ottobre 2025

Nessunə è normale


Ci sono libri che quando li leggi danno la sensazione di respirare aria pulita, come quando si apre la finestra di una stanza rimasta chiusa per troppo tempo. Questo libro è quella finestra che si apre. 

Chi è normale? Cosa è normale? In base a quali parametri definiamo cosa/chi è normale e cosa/chi non lo è? E chi ha definito quei parametri? È possibile che i concetti di normalità e di norma non siano altro che strumenti di un gruppo dominante per esercitare forme di potere e prevaricazione su gruppi meno forti, come ad esempio le donne, i migranti, i poveri, le persone con orientamenti sessuali diversi da quello "normale"?

Non credo che guarderò molti aspetti della nostra società con gli stessi occhi di prima, dopo questo libro. E d'altra parte i libri servono anche a questo: vedere cose che prima non si vedevano.

La parte con cui stare



La signora Meloni è particolarmente attiva, in questi giorni, sui suoi canali social. Oggetto dei suoi post è la missione umanitaria, e soprattutto politica, della Flotiglia. Nell'ultimo di questi post accusa addirittura i partecipanti di irresponsabilità perché rifiutandosi di invertire la rotta e tornare indietro metterebbero in pericolo la realizzazione del fantasmagorico piano di pace partorito da Trump. 

Ovviamente si tratta di una scemenza colossale, ma sappiamo bene, e soprattutto la Meloni lo sa bene, che su un certo tipo di elettorato le sue uscite hanno sempre buona presa.

Quello che effettivamente è incredibile è che questi 500 attivisti, di cui 60 sono italiani, oltre ai possibili e molto probabili attacchi militari che potrebbero arrivare dalla marina israeliana devono guardarsi dagli attacchi che arrivano dalla stampa, da una parte cospicua parte della società e dalle più alte cariche istituzionali, Mattarella compreso.

Questi atteggiamenti sono incredibili perché la scelta è tra due situazioni. Da una parte ci sono 500 attivisti che partecipano a un'iniziativa umanitaria internazionale con l'obiettivo di rompere il blocco navale israeliano (illegale, secondo la quasi totalità degli esperti) della Striscia di Gaza, rifornire di viveri e medicinali la popolazione palestinese che muore letteralmente di fame e istituire un corridoio umanitario permanente che consenta di supportare i superstiti allo sterminio portato avanti da Israele. Dall'altra parte ci sono gli autori dello sterminio. Com'è possibile non essere dalla parte dei primi?

Poi, ovvio, sappiamo tutti, e lo sanno bene anche gli attivisti, che poche decine di tonnellate di cibo e medicinali sono una goccia nel mare di quella disperazione, ma l'iniziativa prima ancora che umanitaria è politica e serve a dire al mondo (Europa in particolare): Signori, mentre voi da due anni non muovete un dito contro il genocidio dei palestinesi, e anzi ne siete in larga parte anche complici, noi cerchiamo di porre un argine alla vostra ignavia. 

Com'è possibile non stare da questa parte senza se e senza ma?

Pensieri lenti e veloci

Ogni volta che finisco un saggio che ha come argomento il funzionamento del nostro cervello mi riprometto sempre che non ne leggerò altri. P...