sabato 15 gennaio 2022

Melandri e il covid volontario

La vicenda ha fatto scalpore perché, a differenza di Djokovic (prima della diatriba sul suo ingresso in Australia non avevo la più pallida idea di chi fosse), Marco Melandri è un personaggio sportivo abbastanza celebre qui in Italia. In realtà, Melandri a parte, nel mondo delle persone comuni non toccate dal prestigio della notorietà l'idea di ammalarsi volontariamente di covid in modo da ottenere il green pass senza dover passare dal vaccino ha una certa diffusione. 

Poi, certo, nella maggior parte dei casi rimane a livello di idea, di tentazione intima che magari si tende a tenere per sé nel timore di venire etichettati come cretini, ma le cronache ci hanno spesso messo a conoscenza di un certo numero di casi reali. Per rendersene conto è sufficiente aprire Google e digitare "covid party". Da parte mia, era sinceramente difficile pensare che la stupidità umana potesse raggiungere tali estensioni, ma evidentemente aveva ragione Einstein quando la paragonava all'infinitezza dell'universo (c'è qualche dubbio sulla paternità ensteiniana di tale aforisma ma facciamo finta che).

Non credo ci sia molto da aggiungere. In realtà ci sarebbe tanto, ma forse non vale la pena.

mercoledì 12 gennaio 2022

Cacciari novello Socrate

Cacciari, sorprendendo un po' tutti, fa la terza dose di vaccino, giustificandosi col fatto che i filosofi obbediscono alle leggi anche se le ritengono folli, così come disse Socrate prima di bere la cicuta. Mi ha fatto venire in mente il Salvini dell'anno scorso, il quale, dopo aver lisciato per benino il pelo dei no-vax, senza troppo clamore è andato pure lui a vaccinarsi. 

Naturalmente Cacciari e Salvini non li metto sullo stesso piano; Cacciari è un filosofo con una bibliografia pressoché sterminata e una grande cultura, Salvini sa a malapena con cosa si è ingozzato la sera prima. Tuttavia può succedere che un grande filosofo e un grande cazzaro da bar possano, in determinati e specifici casi, essere accomunati dalla stessa paraculaggine.

martedì 11 gennaio 2022

Sull'informazione

"Non molto tempo fa, se volevate impadronirvi del potere politico in un paese, era sufficiente controllare l'esercito e la polizia. Oggi è solo nei paesi sottosviluppati che i generali fascisti, per fare un colpo di stato, usano ancora i carri armati. Basta che un paese abbia raggiunto un alto livello di industrializzazione perché il panorama cambi completamente: il giorno dopo la caduta di Chruščëv i direttori della Pravda, della Izvestija e delle catene radiotelevisive sono stati sostituiti; nessun movimento nell'esercito. Oggi un paese appartiene a chi controlla le comunicazioni.
Se la lezione della storia non sembra convincente, possiamo ricorrere all'aiuto della finzione, che - come insegnava Aristotele - è assai più verosimile della realtà. Si vedano tre film americani apparsi negli anni scorsi: Seven Days in May, Dr. Strangelove e Fail Safe. Tutti e tre concernevano la possibilità di un colpo di mano militare contro il governo degli Stati Uniti. In tutti e tre i film i militari non cercavano di controllare il paese attraverso la violenza armata, ma attraverso il controllo di telegrafo, telefono, radio e televisione. 
Non sto dicendo cose nuove: ormai non solo gli studiosi della comunicazione, ma anche il grande pubblico sta avvertendo di vivere nell'Era della Comunicazione. Come ha suggerito il professor McLuhan la informazione non è più uno strumento per produrre beni economici, ma è diventato esso stesso il principale dei beni. La comunicazione si è trasformata in industria pesante. Quando il potere economico passa da chi ha in mano i mezzi di produzione a chi ha in mano i mezzi di informazione che possono determinare il controllo dei mezzi di produzione, anche il problema dell'alienazione cambia significato. Di fronte all'ombra di una rete comunicativa che si stende ad abbracciare l'universo, ogni cittadino del mondo diventa membro di un nuovo proletariato. Ma a questo proletariato nessun manifesto rivoluzionario potrebbe lanciare l'appello 'Proletari di tutto i mondo unitevi!' Perché, anche quando i mezzi di comunicazione, in quanto mezzi di produzione, cambiassero padrone, la situazione di soggezione non muterebbe. Al limite è lecito sospettare che i mezzi di comunicazione sarebbero mezzi alienanti anche se appartenessero alla comunità.
Ciò che rende temibile il giornale non è (almeno: non è soltanto) la forza economica e politica che lo dirige. Il giornale come mezzo di condizionamento dell'opinione è già definito quando nascono le prime gazzette. Quando qualcuno deve scrivere ogni giorno tante notizie quante ne permette lo spazio a disposizione, in modo che siano leggibili da una udienza di gusti, classe sociale, istruzione diversi, su tutto il territorio nazionale, la libertà di chi scrive è già finita: i contenuti del messaggio dipenderanno non dall'autore ma dalle determinazioni tecniche e sociologiche del medium.
Di tutto questo si erano accorti da gran tempo i critici più severi della cultura di massa, che avevano affermato: 'I mezzi di massa non trasportano ideologie: sono essi stessi una ideologia'. Questa posizione, che in un mio libro ho definito 'apocalittica', sottintende questo altro argomento: non importa cosa direte attraverso i canali di comunicazione di massa; nel momento in cui il ricettore è attorniato da una serie di comunicazioni che gli arrivano da vari canali, contemporaneamente, in una data forma, la natura di queste informazioni ha pochissimo rilievo. Ciò che conta è il bombardamento graduale e uniforme dell'informazione, dove i contenuti diversi si livellano e perdono le loro differenze." [...]

Umberto Eco - L'era della Comunicazione - 1967

lunedì 10 gennaio 2022

Billy Summers


Non se se il fatto che un libro commuova e faccia venire gli occhi lucidi sia un buon metro di giudizio per giudicarlo, anche perché nel complesso del giudizio incide sicuramente il grado di emotività del lettore. Ma se per caso lo è, questo romanzo è un capolavoro.

domenica 9 gennaio 2022

Neve


Nevica quasi ininterrottamente da metà mattinata. In realtà non è una grande notizia, dal momento che siamo in gennaio, ma è una notizia perché da queste parti è da un certo numero di anni che non si vede il suolo imbiancato e la cosa fa sempre un certo effetto. Domani sarà tutto finito, ma per qualche ora è stato bello assistere al sempre piacevole spettacolo dei fiocchi che cadono.

venerdì 7 gennaio 2022

Caro Battiato

Non guardo la tv da anni, come probabilmente i miei 32 lettori sapranno già, e quindi ho saputo della trasmissione Caro Battiato solo il giorno dopo, trasmissione che ho poi recuperato qui su RaiPlay. Mi ha colpito una cosa detta da Jovanotti in un suo breve intervento, e cioè che le canzoni di Battiato allargano la mente. Non in chissà quale senso filosofico, ma nel senso che Battiato è stato il primo a inserire nella musica leggera concetti fino al suo arrivo sconosciuti, come ad esempio il misticismo, oppure certi riferimenti alla cultura araba e mediorientale. Ma anche termini fino ad allora sconosciuti, come ad esempio Tozeur, i dervisci, i "ciuffi d'isotopi in mano", i mullah immobili e i passaggi a livello nel deserto, le danze sufi, la dinastia dei Ming e cose di questo genere.

Riguardo a Tozeur, ad esempio (la canzone si chiama I treni di Tozeur), ricordo che da giovane, quando la ascoltai per la prima volta, non sapevo cosa fosse e quindi la andai a cercare sulla enciclopedia della Esso che all'epoca davano in omaggio ai distributori di benzina dopo un certo numero di pieni. Scoprii quindi che Tozeur è una piccola città della Tunisia. Insomma, il fatto che Battiato inserisse nei suoi testi cose sconosciute sollecitava la curiosità e la voglia di soddisfarla.

Mi capitava la stessa cosa da bambino quando leggevo i fumetti. Adoravo in particolare Topolino, Paperino, Zio Paperone e compagnia bella, tutti quelli della famiglia Disney insomma, e divoravo tonnellate di fumetti. Siccome le storie erano spesso ambientate in posti a me sconosciuti e a volte vi comparivano personaggi a me altrettanto sconosciuti, andavo spesso a cercare informazioni relativamente ad essi. Ricordo ad esempio che una volta chiesi a mia madre dove fosse il Klondike, la mitica terra in cui zio Paperone faceva il cercatore d'oro e cominciava ad accumulare la sua immensa fortuna. Oppure ricordo quando cercai sull'enciclopedia cosa fossero i cosacchi, perché c'era una storia in cui Paperino era un cosacco al servizio dello zar di Russia. E via di questo passo.

Perché mi interessava cercare il significato di questi termini? Perché adoravo i fumetti di Topolino e Paperino e quindi, di conseguenza, tutto ciò che era contenuto in essi mi incuriosiva. Se il Klondike fossi stato costretto a studiarlo in una noiosa lezione di geografia a scuola, invece di conoscerlo in un fumetto di Paperino, probabilmente sarebbe passato inosservato. Tutto questo succede perché l'interesse per le cose è direttamente proporzionale alla fascinazione che le cose suscitano in noi, e questo spiega perché a scuola abbiamo sempre studiato con maggiore fervore - almeno per me è stato così - le materie dei professori più carismatici e coinvolgenti rispetto alle materie dei professori che non sopportavamo.

In seconda media ricordo che mi innamorai perdutamente della professoressa di italiano e storia e, guarda caso, in italiano e storia avevo ottimi voti (in storia meno, a dire il vero, ma facciamo finta che sia così). La professoressa di francese, invece, non la sopportavo, e infatti in francese avevo parecchi problemi. Per Battiato vale lo stesso discorso: è stato uno dei cantautori della mia vita e quindi mi affascinava tutto ciò che raccontava nelle sue canzoni. Questo vale sempre, per ogni cosa e in ogni ambito.

Ah, se vi siete persi la trasmissione, recuperatela, anche solo per vedere Gianni Morandi che canta Mesopotamia :-)

giovedì 6 gennaio 2022

Relativismi

Leggo della mamma afghana morta di freddo sul confine con la Turchia dopo aver dato i calzini ai suoi due figli, affinché li usassero come guanti. Poi guardo noi, qua, che stiamo a scannarci come cretini su vaccini e altre stupidaggini, e penso a come sia tutto così drammaticamente e terribilmente relativo.

mercoledì 5 gennaio 2022

Scritti corsari


Mentre leggevo questo libro, che è una specie di testamento di uno degli intellettuali più lucidi e geniali che l'Italia abbia mai avuto, mi chiedevo cosa direbbe Pier Paolo Pasolini oggi, se fosse ancora vivo, vedendo che le cose che raccontava/profetizzava negli anni Settanta non solo sono diventate realtà, ma di un tipo di realtà peggiore rispetto a ogni previsione.

Il libro è una raccolta sparsa di scritti vergati negli anni che vanno dal 1973 al 1975, prima del suo assassinio, pubblicati da quotidiani e periodici dell'epoca. Mentre li leggevo mi chiedevo come facessero giornali come il Corriere della Sera a pubblicarli. Si tratta infatti di editoriali taglienti, corrosivi, diretti, a volte quasi brutali nella loro lucida schiettezza (il politically correct tanto in voga oggi ne sarebbe risultato asfaltato), che denunciavano con accanimento e sofferenza la "rivoluzione conformistica", l'"omologazione culturale", la "mutazione antropologica" degli italiani, il tutto avvenuto con la complicità della classe imprenditoriale, politica e dei media, in particolare della televisione, responsabile della maggiore opera di omologazione culturale al ribasso mai vista prima e maggiore responsabile di quella generalizzata perdita della capacità di pensare oggi così palesemente sotto gli occhi di tutti.

Tra i tanti esaminati, l'aspetto su cui maggiormente si focalizza l'attenzione di Pasolini è la "mutazione antropologica" generata dall'avvento, a partire dagli anni Cinquanta, del consumismo. Dice Pasolini in una intervista rilasciata nel 1974 a Massimo Fini: "Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno fin troppo bonariamente chiamato 'la società dei consumi'. Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. E invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell'urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini [il riferimento è al documentario Fascista, realizzato nel 1974 da Nico Naldini, cugino dello stesso Pasolini] noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa... Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi e i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant'anni addietro, come prima del fascismo. Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell'anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell'intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all'epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l'anima. Il che significa, in definitiva, che questa civiltà dei consumi è una civiltà dittatoriale. Insomma, se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la società dei consumi ha bene realizzato il fascismo."

A leggere oggi ciò che Pasolini scriveva all'epoca, si avverte la sua pressante urgenza di capire, di arrivare alla verità riguardo agli accadimenti di una società che a partire dal '68, ma i prodromi c'erano già da prima, stava cambiando profondamente. Pasolini scrive negli anni cruciali delle grandi svolte sociali: gli anni turbolenti del '68, della strategia della tensione, del referendum sul divorzio. È un intellettuale che vuole capire e le persone che vogliono capire danno fastidio perché vanno a fondo, non si fermano a quanto può superficialmente apparire, diventano presenze difficili da sopportare in un mondo sempre più costruito sulle apparenze. E questo suo testardo voler capire sarà ciò che gli attirerà le antipatie e gli strali sia della destra che della sinistra, e che farà tirare qualche sospiro di sollievo, rigorosamente bipartisan, alla notizia del suo assassinio.

lunedì 3 gennaio 2022

Dozza

Ieri, complice la giornata soleggiata e quasi primaverile, io e mia moglie abbiamo fatto un giretto a Dozza. Dozza è un piccolo borgo medievale situato sull'Appennino tosco-romagnolo a una manciata di chilometri da Bologna. È rinomato, oltre che per essere la sede dell'Enoteca Regionale dell'Emilia-Romagna, anche per i numerosi e caratteristici dipinti che abbelliscono le facciate delle case.

L'arte di dipingere i muri delle case del piccolo borgo risale al 1960, quando l'allora sindaco del paese ideò il Muro Dipinto, una manifestazione che nel tempo si è affermata e consolidata, tanto che dal 1965 è diventata Biennale e coinvolge critici e artisti nazionali e stranieri.

Ovviamente, ho fatto qualche foto.








Come ogni borgo medievale che si rispetti, anche Dozza ha la sua rocca: Rocca Sforzesca, nata nel 1200 come fortezza medievale per poi trasformarsi, nel corso dei secoli, in residenza rinascimentale e settecentesca (la sua storia in dettaglio la trovate qui).







Per chiudere, un'immagine del tramonto scattata da una delle torri della rocca.

Avevo sentito parlare spesso di questo piccolo paesino coi muri dipinti ma non l'avevo mai visitato. Dopo averlo visto mi sono pentito di non esserci andato prima.

sabato 1 gennaio 2022

25 anni senza Ivan


Il primo gennaio di 25 anni fa se ne andava, alla giovane età di 51 anni, Ivan Graziani, un cantautore a cui, per una lunga serie di motivi, sono molto legato e di cui, nel corso del tempo, ho scritto parecchio su questo blog. Definirlo cantautore è riduttivo, è stato un ottimo chitarrista con la vena del rock nel DNA e ha collaborato coi maggiori cantautori italiani. Soprattutto, è stato un artista a tutto tondo (disegnatore, pittore, scrittore, narratore). Le sue non erano semplici canzoni, erano vere e proprie storie in musica, erano affreschi, quadretti. 

Ne scrivo proprio oggi perché è appunto di oggi la notizia del ritrovamento di vecchi nastri con materiale musicale inedito che, probabilmente, verrà pubblicato una volta terminati i lavori di "ripulitura" e conversione in digitale dei nastri e arrangiamenti dei pezzi. È una notizia che mi ha fatto immenso piacere. Data la ingente mole della sua produzione musicale - ha pubblicato circa trenta album nel corso della sua carriera - è difficile scegliere qualche canzone che lo rappresenti. Mi limito a postarne qualcuna qui di seguito tra le sue più note.

Bentornato, Ivan.





Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...