mercoledì 11 febbraio 2026

Nuovi convincimenti

Mi sto sempre più convincendo che la politica e l'attualità non vadano seguite sui social, né su testate "partigiane" afferenti a partiti (quasi tutte, purtroppo). Un buon 90 per cento di quanto confezionato da questi organi non ha lo scopo di informare ma di suscitare reazioni e esasperare polarizzazioni. Mi sono convinto di questo dopo quasi un mese di astinenza da facebook e dal suo ambiente tossico. Sto cominciando a prendere l'abitudine di informarmi su siti "neutri", pur conscio che la neutralità in senso assoluto non esiste e forse è normale che non esista. Penso a siti come Il Post, Valigia Blu, oppure Reuters o The Guardian, organi che, a mio giudizio, riportano e approfondiscono solo quelle notizie che meritano di essere definite tali. In questo modo riesco meglio a farmi un'idea su un singolo problema proprio perché viene riportato in maniera neutra e analizzato nelle sue varie sfaccettature.

Senza contare, cosa non da poco, che a non restare invischiati nelle diatribe tossiche e improduttive sui social si libera un sacco di tempo che può essere dedicato ad esempio a leggere. Infatti, sorprendentemente, nel mese di gennaio appena concluso ho letto moltissimo. Non si tratta di disinteressarsi alla politica o di chiudersi in una bolla. Si tratta di scegliere con più attenzione le fonti e i luoghi in cui decidiamo di sostare. Non tutto merita la nostra reazione immediata, non tutto richiede un commento. Informarsi meglio, ho scoperto, significa anche reagire meno. Reagire meno significa pensare di più.

La cosa che più mi ha sorpreso, però, non è stata solo la maggiore chiarezza mentale. È stato il tempo, il tempo liberato, tempo non speso a discutere con sconosciuti. Tempo non consumato in indignazioni lampo: tempo che si è trasformato in pagine lette. Forse informarsi meglio non significa leggere più notizie, ma leggerle con più criterio. Volevo chiamare questo post La scoperta dell'acqua calda :-)

lunedì 9 febbraio 2026

L'era della dopamina


Devo dire che questo libro, che ha tra i suoi fili conduttori le dipendenze, mi ha spinto a fare un esame di coscienza, facendomi sospettare che il mio rapporto coi libri non sia del tutto sano. Certo, la dipendenza da libri è sicuramente meno deleteria della dipendenza da alcol, fumo, gioco, social media, pornografia ecc., ma si può inquadrare comunque come dipendenza. Del resto l'autrice stessa, nella prima parte del libro, racconta di una sua dipendenza non sana dai libri, specialmente romanzi rosa, avuta in gioventù, e in certe dinamiche raccontate mi ci sono abbastanza riconosciuto.

Comunque sia, il libro spiega con chiarezza come la nostra ricerca continua di gratificazione (dai social media agli snack, dai videogiochi alle piccole abitudini quotidiane) possa alterare il nostro cervello e il senso del piacere. Non è un manuale moralistico: è un viaggio nella mente moderna, con storie reali (l'autrice prende spunto da esperienze fatte coi suoi pazienti, col loro permesso ovviamente) e riflessioni scientifiche che aiutano a capire perché ci sentiamo spesso "sazi" ma insoddisfatti, spiegando i meccanismi che portano a questo.

In sintesi, L’era della dopamina non solo spiega come funzionano il desiderio e la gratificazione nel nostro cervello, ma offre anche strategie concrete e riflessioni profonde per sopravvivere in una società, quella attuale, che ha collocato sugli altari la ricerca del piacere e ha messo al bando il dolore. Un libro che aiuta a comprendere il rapporto tra cervello, piacere e società contemporanea.

domenica 8 febbraio 2026

Competenza

La lunga serie di imbarazzanti gaffe sparate in mondovisione da Paolo Petrecca durante la cronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, è l'esempio perfetto di cosa determina, in termini pratici, la sostituzione della competenza con l'asservimento politico: nocumento. Nient'altro. Sia nei confronti di giornalisti più preparati (era facilissimo trovarne) ma meno allineati, sia nei confronti dell'immagine e della credibilità dell'azienda RAI, o di quel poco di immagine e credibilità che ancora le resta.

sabato 7 febbraio 2026

L'uomo della terza fase


La collana Urania inserisce questo romanzo nel genere fantascienza, ma a me ha dato più l'impressione di un classico di avventura di Verne o Salgari. Probabilmente l'impressione nasce dal fatto che Cooper ha scelto di ambientare la storia in un futuro che è tornato al passato, e quando la tecnologia viene bandita dalla Chiesa Luddista, l'estetica del mondo diventa automaticamente quella di un romanzo d'avventura dell'Ottocento - la costruzione artigianale della macchina volante di Kieron mi ha fatto tornare alla mente il Nautilus di Nemo.

In ogni caso è un bel romanzo e l'ho letto in un fiato tra ieri e oggi. Cooper usa il pretesto del futuro per scrivere una grande storia sulla curiosità umana, che in fondo è il tema universale di ogni grande libro d'avventura.

Piccola curiosità. La Chiesa Luddista di cui si parla nel romanzo è ispirata a Ned Ludd ed eredita l'odio per le macchine del movimento storico, ma lo porta all'estremo fondamentalista. Probabilmente l'autore ha voluto con questo collegamento mettere alla berlina i lati più fondamentalisti di ogni religione.

Parlateci di Bibbiano



Adesso che, nell'indifferenza più o meno generale, sono sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di appello che ha demolito quasi integralmente il castello accusatorio del cosiddetto caso Bibbiano, sarebbe bello che tutti i politici di destra e dei Cinquestelle (Alessandro di Battista compreso) che all'epoca, siamo a cavallo tra il 2019 e il 2020, avevano a lungo sciacallato sulla vicenda, tornassero nel piccolo paese in provincia di Reggio Emilia a chiedere scusa a tutti. Ma ovviamente non lo faranno mai, figurarsi. 

Scrive Avvenire:

C’era una volta il partito di Bibbiano, c’erano i mostri gender che rubavano i bambini, c’erano alcuni politici – i nomi sono fin troppo noti – che mostravano dal palco delle feste di partito minorenni colpevoli solo di essere nati in una famiglia vulnerabile, e che con il caso Bibbiano non c’entravano nulla, raccontando di averli strappati dalle mani delle assistenti sociali infedeli. Non era così. Ora l'impianto accusatorio contro il presunto sistema illecito di affidi di minori nella val d'Enza reggiana è crollato. E un giorno ci renderemo conto quanto male abbia inoculato questo assurdo polverone nel nostro sistema di protezione dei minori fuori famiglia che già mostrava, e tuttora mostra, non poche fragilità. Non sono stati screditati soltanto servizi sociali e giudici minorili, ma – quel che più dispiace – sono i bambini e le loro famiglie ad aver riportato danni gravissimi «con conseguenze non calcolabili». Non solo, nell’impianto accusatorio sono state disseminate «erronee individuazioni delle fattispecie di reato» e valutazioni segnate da «debolezza sotto il profilo scientifico e metodologico degli elaborati delle consulenti tecniche del pubblico ministero». Lo si legge nelle 1.650 pagine di motivazioni diffuse dal Tribunale di Reggio Emilia che spiegano perché, dei 14 imputati coinvolti dal 2019 in una delle inchieste più clamorose degli ultimi anni, con coinvolgimenti politici serviti solo per esacerbare i toni e confondere le valutazioni, alla fine ne siano stati condannati solo tre.

In pratica, i mostri non erano né gli assistenti sociali, che hanno svolto impeccabilmente i loro compiti, né i giudici minorili che sovrintendevano alla gestione dei singoli casi. I mostri sono stati tutti coloro, politici e media, che hanno miserevolmente utilizzato la vicenda per i propri, altrettanto miserevole, scopi. È una delle tante, troppe vicende che dovrebbe spingerci a riflettere sul livello etico e morale in cui è precipitata la nostra società.

(Nella seconda immagine in alto si vede Salvini nel pieno della sua campagna di sciacallaggio su Bibbiano. La signora al suo fianco si chiama Maricetta Tirrito, che Salvini esibì al a una manifestazione definendola "madre coraggiosa", per essere stata una vittima assieme a sua figlia dei servizi sociali di Bibbiano. Si scoprì poi che la "signora" non era di Bibbiano e la bambina mostrata sul palco non era sua figlia. Nel febbraio 2025 la "signora" in questione è stata condannata a otto anni di reclusione con le accuse di circonvenzione di incapace, autoriciclaggio, falso ideologico e abuso edilizio in relazione a una struttura per anziani che gestiva nel frosinate. In pratica derubava gli anziani ospitati nella sua RSA abusiva sottraendo loro beni e proprietà.)

Da oggi nessuno parlerà più di Bibbiano, c'è da scommetterci.

venerdì 6 febbraio 2026

Se pianto un albero posso mangiare una bistecca?


Era da tempo che avevo in programma di leggere questo saggio di Giacomo Moro Mauretto, il biologo che sta dietro il bellissimo canale Youtube Entropy for life, e finalmente ho potuto leggerlo. Se l'obiettivo di Mauretto era quello di fare chiarezza nel caos di informazioni (e spesso di sensi di colpa) che riguardano l'ecologia e l'ambientalismo, ci è riuscito perfettamente.

A cominciare dal titolo, volutamente provocatorio, che già indica la direzione che intende prendere l'autore: smontare l'ambientalismo da inutili romanticherie e simbolismi. È un testo interamente basato sui dati scientifici, sui numeri, non su slogan. L'ambientalismo che Mauretto mette in discussione è quello appunto fatto di infantili semplificazioni nei confronti di tematiche che invece, per loro natura, sono estremamente complesse. 

Quante volte abbiamo sentito, ad esempio, che per compensare le emissioni di CO2 nell'atmosfera bisogna piantare tanti alberi? È un'immagine che piace, che fa breccia, ma che ha molto di idealistico e ben poco di utile. Quali alberi? Quanti? Dove? Siamo tutti persuasi che riforestare sia la soluzione a ogni male. Il libro spiega perché la piantumazione indiscriminata può essere inutile o addirittura dannosa per gli ecosistemi locali se non gestita con criteri ecologici rigorosi. Un albero non è un credito di carbonio universale. In linea di principio è vero che piante e alberi assorbono CO2, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi la assorbono allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di "trasformare" anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.

Un altro esempio di cui probabilmente tutti abbiamo sentito parlare riguarda il problema della scomparsa delle api. Mauretto chiarisce che l'ape mellifera (quella da miele) è quasi un animale da allevamento e non è affatto a rischio estinzione. Il vero problema riguarda invece gli impollinatori selvatici e la perdita di biodiversità, un tema molto più complesso del semplice "salviamo le api".

C'è poi il tema del consumo di carne. È vero che, in linea generale, consumare carne è dannoso per la salute e l'allevamento degli animali allo scopo di produrre carne ha impatti molto rilevanti sul consumo di suolo, di acqua e in termini di emissioni globali, ma ci sono molti distinguo da fare perché i tipi di carne sono diversi (rosse, bianche, lavorate ecc.) e non impattano tutte allo stesso modo sulla salute e sull'ambiente. Un allevamento intensivo di pollame destinato alla produzione di carni bianche, ad esempio, è molto meno climalterante in termini di emissioni rispetto a un allevamento estensivo di bovini, oppure a grandi estensioni di terreno per la produzione di soia. Il problema è complesso, articolato, ricco di sfaccettature. 

Mauretto fa proprio questo: spiega quali sono le azioni che pesano davvero sul pianeta e quali sono invece gocce nel mare che servono a poco se non inserite in un cambiamento sistemico. Ciò che rende questo libro estremamente interessante, oltre al fatto di approfondire temi come alimentazione, energia, trasporti, conservazione della biodiversità, è il coraggio di sfatare molti luoghi comuni sull'ecologia e di sfidare alcuni dei pilastri dell'ambientalismo più mediatico, più "pop". Non per spirito di contrarietà, ma con la forza dei dati scientifici. Se questi argomenti vi interessano, questa lettura è imprescindibile.

mercoledì 4 febbraio 2026

Tutto è funzionale al Sì

Ho vissuto, e ne ho scritto parecchio su queste pagine, l'epopea berlusconiana, ma pure in quell'epoca infausta non ricordo livelli di malafede, inganno e mistificazione come quelli che vediamo (li vedono tutti?) oggi. Questi mentono su tutto. Checché ne dicano Meloni e soci, il referendum del prossimo marzo non sarà indifferente per l'andamento del governo, e loro lo sanno bene. È questo il motivo della asfissiante campagna di menzogne che a social e media unificati quotidianamente propinano alla gente.

L'ultima menzogna l'ha pronunciata Salvini, sciacallando sugli scontri di Torino di sabato scorso per fare campagna per il Sì. Il messaggio lanciato è surreale: se vincerà il Sì niente più scarcerazione facili. Tutto questo ben sapendo che l'istituto della custodia cautelare c'entra con la separazione delle funzioni e il raddoppio del CSM come uno stracchino con la ferrovia. Come dimenticare poi la signora urlante, quando l'estate scorsa dal palco del Meeting strillò che se vincerà il Sì non ci saranno più casi Garlasco? (Ne avevo scritto qui.) Falso anche quello. Ogni vicenda giudiziaria che sale agli onori della cronaca viene strumentalizzata per delegittimare la magistratura e fare credere che se vincerà il Sì tutti i problemi della giustizia si risolveranno. Falso.

Purtroppo vinceranno i Sì. Sono largamente in vantaggio e i quesiti sono troppo tecnici per essere compresi da chi andrà a votarli, quindi la stragrande maggioranza dei votanti voterà a partire da basi ideologiche e identitarie. Di pancia, in pratica. La potenza di fuoco mistificatoria (TV, giornali, social) a disposizione di questo governo farà il resto.

Rotture

La rottura tra il peggiore politico della storia repubblicana e l'ex generale della Folgore folgorato sulla via della Lega, in un Paese mediamente serio sarebbe inserita in qualche trafiletto a pagine 28. Da noi conquista fior di prime pagine sui più blasonati media del panorama (dis)informativo e lunghi e articolati dibattiti nei talk show, con tanto di approfondimenti, dietrologie, scenari futuri, implicazioni, prospettive. Anche da questo si capisce il baratro in cui siamo precipitati.

martedì 3 febbraio 2026

La Portalettere



Così, a memoria, credo che questo sia uno dei romanzi sull'emancipazione femminile e sul coraggio più belli che abbia mai letto. 

Carlo è un figlio del sud, del Salento. Dopo aver trascorso un periodo della sua giovinezza al nord, in Liguria, ha finalmente la possibilità di tornare a casa, nel suo paese di origine: Lizzanello, nel leccese. Con lui c'è sua moglie, Anna, conosciuta e sposata in Liguria. In un caldo giorno di giugno del 1934, Carlo e Anna scendono dalla corriera nella piazza principale di Lizzanello. 

Carlo è contento di essere tornato a casa, di riabbracciare suo fratello e la sua famiglia. Anna invece capisce subito di essere arrivata in un posto che non le appartiene, che le è estraneo, che inizialmente non comprende. Nel paesino di poche migliaia di anime viene subito da tutti chiamata "la forestiera". Anna è coltissima, ha studiato, non va in chiesa, è libera, determinata, dice ciò che pensa e fa ciò che vuole fare senza chiedere il permesso agli uomini, e deve farsi strada in mondo conservatore dominato dai pregiudizi, dalla superstizione, dall'ignoranza, dagli uomini e da rigidi codici sociali. 

È un romanzo in cui l'emancipazione femminile e il riscatto sociale sono racchiusi in una cornice narrativa dove si intrecciano le storie di due famiglie, quella di Carlo e quella di suo fratello Antonio. Sullo sfondo, le vicende della Seconda guerra mondiale. Splendido.

lunedì 2 febbraio 2026

È tentato omicidio (lo dice il governo)

All'indomani degli scontri di Torino, la signora urlante ha immediatamente vergato sui suoi social un vibrante post di condanna di quanto accaduto, in particolare riguardo all'aggressione e pestaggio del poliziotto da parte di un gruppo di delinquenti. Fin qui niente di male, la solidarietà nei confronti del poliziotto è sacrosanta e unanime. Nel post, però, la signora urlante, che io sapevo avere la maturità alberghiera e non una laurea in giurisprudenza, si spinge oltre. Ecco cosa scrive:


Chiaro, no? La signora con la maturità alberghiera ha già capito qual è il tipo di reato che si è configurato e ha già intimato alla magistratura, evidentemente non in grado di valutare da sé cosa fare, di procedere per tentato omicidio, cosa che a detta di numerosi avvocati penalisti non sta né in cielo né in terra. Non perché il fatto non sia grave, ma perché il diritto e l'emotività stanno su due piani diversi e nell'aggressione del poliziotto il tentato omicidio non c'entra niente, tanto è vero che delle tre persone fermate solo una è stata indagata per lesioni gravi, gli altri per il reato di devastazione. 

Ora, in un Paese mediamente normale, un capo di governo che spieghi alla magistratura cosa fare (la magistratura è l'ordine che esercita il potere giudiziario, il governo il potere esecutivo e i due poteri sono separati: credo lo insegnino già alle scuole medie) sarebbe quanto meno invitato a tacere e a occuparsi delle cose di cui ha una qualche competenza (poche, nel caso della signora urlante), ma siamo in Italia ed è noto che ognuno, capi di governo compresi, può fare e dire quello che gli pare. E poi, col referendum alle porte, come lasciarsi sfuggire l'ennesima occasione per un altro po' di propaganda anti-magistratura?

domenica 1 febbraio 2026

Del Vecchio junior

Incuriosito da vari commenti trovati in rete, ho fatto il sacrificio di ascoltare una parte della puntata di Otto e Mezzo in cui Lilli Gruber intervista Leonardo Maria Del Vecchio, erede di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica. Il ricco rampollo è attualmente possessore di un capitale (ereditato) stimato in oltre 7 miliardi di dollari. Ecco, dopo averlo sentito parlare per una ventina di minuti (di più non ce l'ho fatta), sono giunto alla deduzione che se non avesse avuto la fortuna di nascere nella famiglia in cui è nato, probabilmente sarebbe stato uno dei tanti giovanotti che per sfangarla avrebbe dovuto un po' arrangiarsi con quello che c'è in giro.

Non è una critica, la mia, sia chiaro, e non ce l'ho assolutamente col ricco ragazzotto con l'eloquio un po' problematico e infarcito di banalità. È solo una deduzione mia che non avrà mai la possibilità di essere verificata. Quindi vale quello che vale.

Letture di gennaio

Nel mese di gennaio appena concluso ho letto più di quanto mi sarei aspettato, probabilmente anche perché ho dato un grosso taglio a Facebook e al suo "rumore" inutile, e parte delle ore che sprecavo (letteralmente) a scrollare compulsivamente le pagine del social di Zuckerberg le ho riversate nelle pagine dei libri. Guadagnandoci in tutti i sensi.












sabato 31 gennaio 2026

Razzismo e Noismo


Questo saggio si può definire come una epica cavalcata tra i significati della parola "noi" e i modi in cui si definiscono le appartenenze identitarie che stanno alla base delle gerarchie, dei sistemi politici, religiosi e ideologici. Non dice cose "nuove" in senso stretto, ma costringe a spostare il punto di osservazione: dal razzismo come ideologia esplicita al noismo come meccanismo profondo, quasi strutturale, con cui gli esseri umani costruiscono un “noi” e, insieme, un “altro”.

Uno degli aspetti più interessanti è l’idea che il noismo non riguardi solo l’etnia o la biologia. Religioni e ideologie sono state e sono potentissimi dispositivi di appartenenza ed esclusione. Ogni volta che un "noi" diventa oggetto di difesa, espansione o conquista, il confine tende a irrigidirsi e l’altro smette di essere semplicemente diverso: diventa una minaccia o un’entità inferiore. Luca Cavalli-Sforza, uno dei maggiori genetisti e antropologi italiani, morto alcuni anni fa, è particolarmente efficace quando inserisce questi meccanismi in una prospettiva evolutiva. Per gran parte della sua storia, Homo Sapiens, finché è rimasto cacciatore-raccoglitore, ha cercato di espandersi riducendo i conflitti. È con l’agricoltura, la proprietà e l’accumulazione che il “noi” diventa qualcosa da proteggere o imporre; da qui la caduta del noismo legato a cause biologiche in favore di una risposta a condizioni materiali.

Questo è anche il punto di partenza della decostruzione di un altro mito molto radicato: quello della presunta superiorità europea. I due autori mostrano - niente che non fosse già noto, in realtà - come la conquista di interi continenti e lo sterminio di popolazioni millenarie non abbiano nulla a che fare con l’intelligenza, ma con vantaggi geografici, ecologici ed epidemiologici. Anche in questo caso, il noismo funziona come narrazione giustificativa a posteriori.

Colpisce molto anche l’analisi dei processi di disumanizzazione. Dai conquistadores spagnoli convinti che gli indigeni non avessero un’anima, fino ai resoconti di Colombo che definiscono gli indios per ciò che "non hanno", emerge un meccanismo ricorrente: l’altro viene descritto per privazione. È difficile non riconoscere, in questo schema, lo stesso gesto con cui la tradizione occidentale ha separato l’uomo dall’animale. Ed è altrettanto difficile non vedere come questi meccanismi, adattati all'epoca contemporanea, tendano a ripetersi. Nella Shoah gli ebrei erano definiti bacilli, ratti, parassiti, quindi non umani, quindi eliminabili; nel genocidio armeno gli armeni venivano definiti traditori interni, corpo estraneo allo Stato, elemento corruttivo: la deumanizzazione passava attraverso la loro criminalizzazione; nel genocidio del Rwanda i tutsi venivano equiparati agli scarafaggi, quindi la loro eliminazione era inquadrata come atto di igiene sociale, e si potrebbe continuare con la Cambogia dei Khmer Rossi, la pulizia etnica nei Balcani degli anni '90: stesse dinamiche basate sulla deumanizzazione del nemico.

Un altro merito del libro è quello di rifiutare ogni comoda proiezione del male altrove. La violenza sulle donne, ad esempio, non viene letta solo come problema dei fondamentalismi contemporanei, ma come una costante storica che attraversa anche la cultura occidentale. A questo proposito scrivono gli autori: "Per secoli l’Europa antica e medioevale ha praticato la lapidazione degli assassini, delle adultere e delle prostitute. La violenza sulla donna - capro espiatorio, contenitore dell’impuro la cui messa a morte purifica la società - non interroga solo i regimi fondamentalisti odierni, ma tutta la nostra cultura, fin dall’inizio. D’altra parte, quello che viene chiamato «femminicidio» continua in molti luoghi del mondo, incluso il civile Occidente, dove la morte violenta di una donna per mano di un uomo è paradossalmente accolta ogni volta come inaudita. Le donne vengono uccise prevalentemente in casa, quello che dovrebbe essere il luogo piú sicuro, da figli, mariti, ex amanti e padri."

Razzismo e Noismo non offre soluzioni né consolazioni, si limita a mostrare semmai come l’esclusione non sia un incidente della civiltà, ma uno dei suoi dispositivi ricorrenti. E la domanda che resta, alla fine, non è se siamo razzisti, anche se in definitiva è un testo che toglie ogni alibi al razzismo, ma quando, perché e a quale prezzo abbiamo bisogno di un “noi”.

La blasfemia


Come fa notare la giurista Vitalba Azzollini, il termine blasfemia indica "un'espressione, verbale o scritta, irriverente, ingiuriosa o dissacrante nei confronti della divinità, dei santi o di quanto è considerato sacro e religioso". Dal che si deduce che il ministro Nordio o non è al corrente del significato del termine che ha utilizzato, oppure ne è al corrente ma considera la riforma che porta il suo nome alla stregua di un testo sacro, e magari considera se stesso una divinità (da questi qui ci si può aspettare di tutto).

Poi, certo, nel linguaggio corrente il termine viene a volte utilizzato nell'accezione intesa da Nordio, ma se tu ti trovi nell'Aula Magna della Corte di Cassazione alla presenza del Capo dello Stato, magari certe espressioni le lasci fuori dalla porta. 

venerdì 30 gennaio 2026

Alle origini del barbaro

Abbiamo visto che lo schiavo, nell’antichità, è colui che viene da fuori, lo straniero, il barbaro: chi ha linguaggio e costumi diversi, ed è perciò inferiore, posto in condizione di servaggio. I greci giudicavano chiunque non facesse parte del mondo ellenico, e di conseguenza non parlasse il greco, come impossibilitato a esprimersi, se non emettendo balbettii o suoni aspri, inintelligibili. La ripetizione sillabica bar-bar , da cui deriva la parola barbaro, è infatti l’imitazione fonetica della balbuzie, se non addirittura di un latrare animalesco. È l’onomatopea che designa chi, avendo usi, costumi, pratiche religiose e legami sociali diversi, è straniero. Tutto ciò che era diverso, in sostanza, era barbaro agli occhi dei greci che, se anche non avevano raggiunto l’unità politica delle città-stato, si consideravano una comunità proprio in virtú della lingua: erano ellenofoni.

Ecco, l'origine della parola barbaro non la conoscevo, l'ho scoperta oggi leggendo questo splendido saggio.

Hundred year longer

Tramite Il blog dell'Alligatore sono venuto a conoscenza di questo struggente pezzo di Billy Bragg, un cantautore che ho amato molto nella mia giovinezza. Lo ripubblico qui per ricordare che, anche se non ne parla più nessuno, lo sterminio dei palestinesi è ancora in corso. Il calo di attenzione mediatica è dovuto a un fenomeno chiamato compassion fatigue (stanchezza della compassione), che si verifica quando l'attenzione del pubblico e dei media cala per mancanza di novità clamorose o improvvise.

In realtà la situazione sul campo è ancora drammatica. I rapporti delle Nazioni Unite e delle principali ONG continuano a descrivere una situazione di carestia imminente, collasso del sistema sanitario e un numero di vittime civili che continua a salire, mentre nel frattempo Israele ha riconosciuto - aveva sempre negato che l'entità dell'orrore avesse cifre simili - la sostanziale correttezza del conteggio dei morti stilato da vari organismi internazionali in più di tre anni di sterminio sistematico.

Ma adesso è il momento di Minneapolis, fino a quando passerà anche lui.


giovedì 29 gennaio 2026

Cittadinanza onoraria

In linea di principio io sarei favorevolissimo alla concessione della cittadinanza onoraria a Francesca Albanese da parte del comune di Cesena, comune limitrofo al mio. La mia unica perplessità riguarda le reali intenzioni dei proponenti, in questo caso la locale lista AVS: vogliono davvero omaggiare la grande studiosa e la sua instancabile opera di denuncia dello sterminio dei palestinesi, oppure si tratta di una iniziativa più politica che di stima e apprezzamento del suo lavoro e di lei stessa? 

Nel frattempo, come del resto succede in ogni città che propone il conferimento della cittadinanza a Francesca Albanese, nella discussione in comune volano stracci.

Elementi che ci sfuggono

Credo che Alessandro Capriccioli abbia colto perfettamente ciò che sta succedendo negli USA. Riporto integralmente ciò che ha scritto un paio di giorni fa.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, ossia la soppressione dello stato di diritto a beneficio di un regime sempre più apertamente nazista che sembra destinato a durare nel tempo e a cambiare radicalmente gli equilibri mondiali, dovrebbe indurre gli Stati europei, e in particolare quelli che fin dal 1951 posero le basi per l’integrazione, ad accelerare qualsiasi processo che possa condurre al potenziamento dell’Unione sul piano politico, economico e militare.

Invece dalle nostre parti da un lato si fa vergognosamente a gara a chi si appecorona meglio all’autocrate, slinguazzando in modo indecente e giustificando ogni sua nefandezza con argomentazioni da ripetenti alle elementari, mentre dall’altro lato le buone intenzioni - quando ci sono - si annacquano nel gioco dei distinguo, delle eccezioni e dei posizionamenti, roba di una miseria e di una pochezza indicibili.

Vi è chiaro, ci è chiaro, che qua non è manco più questione di ondata illiberale, che ormai è una cosa all’acqua di rose rispetto a quello che succede, ma di dittatura, di autocrazia violenta e assassina, cioè quella roba con le squadracce armate e i civili deportati, sequestrati e ammazzati in mezzo alla strada che rischia di travolgere tutto il pianeta?

Mi sa di no. Oppure sì, ma a qualcuno l’idea - solo apparentemente in modo incredibile e non soltanto nei luoghi in cui uno se lo aspetterebbe - non dispiace per niente. Sennò sai a quest’ora come ci sbrigavamo a blindare - finalmente - l’Europa, invece di cazzeggiare?

mercoledì 28 gennaio 2026

Addio ai social (in Francia)

A me la proposta di legge francese di proibire l'uso dei social ai minori di 15 anni piace, ma le perplessità che ho sono parecchie. In primo luogo c'è il problema delle modalità di accesso: sono affidabili i meccanismi di riconoscimento dell'età in dotazione alle singole piattaforme? Questi meccanismi di riconoscimento sono aggirabili con facilità? L'esperienza dell'Australia, dove i social sono vietati ai minori di 16 anni, non è molto confortante in questo senso. Diverse inchieste e studi hanno dimostrato che il divieto è infatti facilmente bypassabile semplicemente inserendo date di nascita false oppure modificando tramite apposite app l'immagine per il riconoscimento facciale, aggiungendo la barba, facendo smorfie ecc. Difficile pensare che in Francia non capiterà la stessa cosa.

I commenti che più frequentemente si leggono in giro riguardo a questa proposta di legge sono generalmente di entusiasmo e giustificati dall'assunto che i social rimbambirebbero i giovani e creerebbero dipendenza. Negli USA è alle battute iniziali - guarda a volte le coincidenze - il primo processo della storia che dovrà stabilire se i social creino dipendenza. In particolare stabilirà se le grandi piattaforme social adottino pratiche e meccanismi particolari per generare dipendenza - a questo proposito mi viene da pensare che forse per stabilire questo non serve un processo, tanto la cosa è palese. Comunque, aspetteremo gli esiti e vedremo.

Per il resto, non so se i social rimbambiscano i giovani, probabilmente rimbambiscono in egual misura chiunque li usi, indipendentemente dall'età. Ma il problema, a mio avviso, non è tanto quello del rimbambimento, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, è qualcosa di più subdolo su cui vari studiosi ed esperti hanno scritto molto: le modalità con cui si approcciano alla complessità. I social tendono a disabituare alla complessità e all’approfondimento perché sono progettati per altro: funzionano su frammenti brevi, stimoli rapidi, gratificazione immediata, scorrimento continuo, e questo ovviamente favorisce reazioni, semplificazioni e posizioni nette penalizzando i processi lenti e le argomentazioni lunghe. Il nostro cervello è già "programmato" di suo per semplificare e allontanare i ragionamenti complessi, i social tendono a esasperare questa impostazione. Da qui la nascita di gruppi pro-Ucraina contro gruppi pro-Russia; gruppi pro-vaccini contro gruppi no-vax; terrapiattisti contro "terrasferisti"; negazionisti del clima contro sostenitori. O di qua o di là, bianco o nero, niente mezze misure. Credo che questo sia il vero problema dei social, non tanto il rimbambimento.

martedì 27 gennaio 2026

Franco Amoroso

Leggo che è morto Franco Amoroso, il paziente oncologico che una decina di giorni fa, all'ospedale di Senigallia, fu costretto a stare otto ore steso a terra nel pronto soccorso per mancanza di barelle (e di personale). 

Non mi piace generalizzare, è ovvio che si tratta di un caso limite, ma solo chi non legge i report Istat (e di altri) sulla situazione in cui è ormai precipitata la nostra sanità può illudersi che vada tutto bene. Non va tutto bene, per niente. (Anche senza Istat, credo se ne possa accorgere chiunque abbia avuto necessità di recarsi in un pronto soccorso.)

Moderazione

Siccome da qualche giorno ho notato un peggioramento del livello qualitativo dei commenti, e francamente la cosa la trovo irritante, da oggi riattivo la moderazione. Significa che i commenti che lasciate appariranno dopo che li avrò sbloccati io, probabilmente anche molte ore dopo (nella vita ho altre cose da fare oltre a stare dietro al blog). Mi spiace, ma al momento è l'unico sistema per avere un po' di pulizia e decoro in queste pagine.

lunedì 26 gennaio 2026

Il dio dei boschi


Alla fine l'ho divoraro in due giorni e mezzo. Un noir splendido, come mi è capitato poche volte di leggerne. Adesso capisco Carofiglio, quando diceva che avrebbe voluto scriverlo lui.

Che poi, alla fine, definirlo noir è riduttivo: è un romanzo corale. Liz Moore costruisce una vera comunità con ruoli, gerarchie, silenzi condivisi, senza nessuno che sia davvero marginale. Il continuo cambio dei piani temporali, secondo me, non è solo una scelta strutturale ma etica: costringe il lettore a rivedere continuamente i giudizi. Personaggi che in un tempo sembrano vittime, in un altro diventano complici; figure apparentemente solide che, col senno di poi, rivelano crepe enormi. 

Tutto il romanzo è un enorme scavo dentro l'animo umano, non solo le sue vette (qui poche), ma soprattutto i suoi abissi.

Splendido!

domenica 25 gennaio 2026

Ospiti di rilievo


Il "gentiluomo" inglese Tommy Robinson, che Salvini ha amichevolmente ricevuto al ministero dei Trasporti, ha una lista di procedimenti giudiziari, alcuni conclusi e altri ancora in corso, lunga come un elenco di invitati alle nozze di un principe. Si va dalla diffamazione alla violazione di ingiunzioni di tribunali; dalle molestie allo stalking; dall'aggressione di un agente di polizia alla frode ipotecaria. 

Classe 1982, nato a Luton, registrato all’anagrafe come Stephen Christopher Yaxley-Lennon, il "gentiluomo" in quesrione è la star dell’estrema destra britannica, orgogliosamente antislamico e islamofobo, simpatizzante di Vladimir Putin. È un attivista sui social con quasi 2 milioni di follower su X. 

Nell’ottobre 2012 tentò di entrare illegalmente negli Stati Uniti utilizzando un passaporto falso. Il documento riportava il nome di Andrew McMaster ma, pizzicato dagli agenti dell’aeroporto JFK di New York, scappò dallo scalo e il giorno seguente rientrò nel Regno Unito utilizzando il suo passaporto. Venne condannato a 10 mesi di reclusione dopo essersi dichiarato colpevole. Ma perché aveva mentito ai controlli? Per un precedente reato legato agli stupefacenti che gli avrebbe impedito di mettere piede negli Stati Uniti. Curioso che Salvini abbia da sempre tra le sue bandiere la lotta agli stupefacenti e poi riceva al ministero un tipo che ha avuto problemi col traffico di stupefacenti, vero? No, niente di cui stupirsi, si tratta di Salvini.

Ma il punto interessante della questione è la dichiarazione stizzita data in risposta alle polemiche suscitate dal suo incontro: "Ma potrò incontrare chi fico secco ho voglia di incontrare?"

No, non puoi. Se vuoi incontrare personaggi simili lo fai a casa tua, privatamente, non al ministero dei Trasporti. Il ministero dei Trasporti non è casa tua, è casa nostra, di noi cittadini. Tu, lì, non sei il padrone di casa, sei ospite (temporaneamente) finché non arriverà un altro ospite (speriamo presto) che prenderà il tuo posto. I ministeri non sono dei ministri, sono dei cittadini, e se tu porti un neonazista in un posto che è di tutti gli italiani, magari molti italiani lo considerano un oltraggio e un po' si incazzano.

Insegnanti

Comunque, da Alessandro Barbero ho imparato molto. Lo conobbi la prima volta nel giugno 2020, quando su youtube mi imbattei per caso in un breve video in cui spiegava le differenze tra fascismo, nazismo e comunismo. Da lì in poi non l'ho più lasciato. 

Tra i suoi libri che ho letto: Le parole dei papi da Gregorio VII a Francesco; Benedette Guerre; Donne, Madonne, Mercanti e Cavalieri; Dietro le quinte della storia. Sono quelli che ricordo, ma probabilmente ce ne sono altri e altri ho in programma di leggerne. Naturalmente continuo ancora oggi a seguire i suoi interventi e lezioni su youtube e anche su facebook.

C'entra qualcosa con il suo essersi speso per il No al referendum? No, non c'entra niente. È solo per dire che tra i personaggi più o meno pubblici che si spendono per il Sì non ne ho trovato neppure uno da cui abbia imparato qualcosa.

Marginalità

Pare che questa volta la signora urlante si sia incazzata veramente con Trump (la sospetta forma dubitativa "pare" è d'obbligo perché, specie quando si ha a che fare con la nostra capa di governo, è sempre difficile stabilire se ciò che enuncia urbi et orbi corrisponde a ciò che pensa realmente). L'incazzatura nasce da quanto ha detto lo squinternato inquilino della Casa Bianca relativamente al contributo fornito dalle truppe Nato nel ventennale pantano Afghanistan, cioè che sarebbe stato un supporto limitato e circoscritto alle retrovie. Apriti cielo! 

In realtà, almeno in questo caso, pare che lo squinternato tycoon non abbia tutti i torti, anche se la questione è ovviamente complessa. Si trova su youtube una interessantissima lezione di Dario Fabbri totalmente dedicata alla guerra in Afghanistan in cui, in due ore, il noto analista geopolitico approfondisce vari aspetti di quel conflitto, aspetti poi confluiti in maniera più ampliata nel libro Geopolitica Umana. Per capire bene la questione occorre distinguere tra il piano geopolitico-strategico (quello di cui parla Fabbri) e il piano simbolico-politico (quello della polemica su Trump). 

È oggi largamente assodato che gli USA non volevano alleati nella fase iniziale dell'invasione e consideravano gli europei (Italia inclusa) militarmente marginali. Ma non li volevano sul serio, ritenevano che quella fosse una faccenda seria, delicata, di pertinenza esclusivamente americana, e la presenza di eventuali comprimari costituisse più un intralcio che una utilità. I contingenti Nato, però, appellandosi al famoso art. 5, che è quello dei moschettieri del Re (Tutti per uno, uno per tutti), non sentirono ragioni e nonostante le resistenze americane si gettarono lancia in resta nella mischia. Visto che però ormai erano lì, il contingente italiano fu stanziato a Herat, un'area effettivamente periferica rispetto al cuore strategico dell’Afghanistan: Kandahar, Helmand, confine pakistano, aree, queste, saldamente sotto controllo americano.

Naturalmente, anche se Harat, zona ovest dell'Afghanistan, era tutto sommato marginale rispetto al cuore del conflitto, non significava che fosse meno pericolosa e il tributo di sangue dei soldati italiani sta lì a dimostrarlo. Le ragioni di fondo di questa marginalizzazione va ricercata nel modo di ragionare tipico degli imperi. Gli USA non hanno mai amato condividere la guerra vera e gli alleati sono tollerati semmai successivamente, per stabilizzare, legittimare, ricostruire. Nella fase iniziale post-11 settembre Washington non voleva intralci, caveat politici, catene di comando multiple e agli italiani (e ad altri europei) fu detto in sostanza: "Voi state fuori, se abbiamo bisogno vi chiamiamo". Questo non per disprezzo personale, come evidenzia Fabbri nel suo libro, ma per logica imperiale. Per la dottrina strategica americana il contributo dei "clientes" era secondario in quanto la vera guerra era condotta da forze speciali, aviazione, intelligence, il resto serviva più a copertura politica che a necessità militare.

Quindi, caso più unico che raro, forse per la prima volta in vita sua lo squinternato ha detto qualcosa di (parzialmente) vero. Per quanto riguarda la ventennale vicenda Afghanistan, dopo quasi cinque lustri dall'invasione americana sono tanti gli studiosi che ancora si interrogano sul senso di quella guerra e, ancora di più, sul senso della nostra presenza là.

sabato 24 gennaio 2026

Scarcerazioni

Le reazioni scomposte di Salvini, Meloni e soci alla notizia della liberazione di Jacques Moretti sono emblematiche delle modalità con cui da sempre costoro si rapportano al loro elettorato: agire sull'emotività e sulla pancia. Salvini è il più lapidario (anche perché da sempre refrattario a qualunque considerazione che vada al di là di una esclamazione): "Vergogna!" 

La signora urlante, invece, ha proposto qualcosa di leggerissimamente più articolato ma altrettanto ridicolo: "Sono indignata. Considero la scarcerazione un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di capodanno e alle loro famiglie". Poi, continuando nella indefessa opera di scavarsi la fossa del ridicolo da sola, aggiunge (tenetevi forte!): "Il governo italiano chiederà conto alle autorità elevetiche di quanto accaduto!"

Ora, se si prova a riemergere da questa infuocata ondata di indignazione da bar e si analizza la vicenda dal punto di vista dei fatti, si scoprono un po' di cose.

Il "signore" in questione è stato scarcerato provvisoriamente, avverbio accuratamente evitato perché avrebbe minato irrimediabilmente la struttura retorica veicolo dell'indignazione, non perché sia stato liberato, ma perché qualcuno ha pagato la cauzione disposta da un giudice elvetico. La cauzione è stata disposta di quell'entità (200.000 franchi) non in base all'umore con cui il giudice si è svegliato una mattina, ma dopo attenta valutazione dei reali pericoli di fuga dell'imputato e sulla base degli esami della relazione esistente tra l'imputato e la persona che materialmente ha pagato la cauzione.

Per quanto riguarda Jacques Moretti, egli non è affatto libero: ha obbligo di firma due volte al giorno, non può uscire dal paese indicato dal giudice, è stato privato del passaporto e rimarrà in questa situazione fino all'avvio del processo. Giova ricordare a ministri e capi di governo dall'indignazione facile (gli stessi ministri e capi di governo che hanno messo il maggiore trafficante di esseri umani su un aereo di stato e l'hanno accompagnato gentilmente a casa) che la custodia cautelare non è un anticipo di pena, è un istituto con lo scopo di impedire il pericolo di fuga di un inquisito, l'eventuale reiterazione di un reato, la possibilità di inquinamento di prove a suo carico. Caduti questi tre presupposti, un giudice può disporre la revoca della suddetta custodia cautelare fino alla celebrazione del processo. 

Per quanto riguarda l'intenzione della signora urlante di chiedere conto della scarcerazione alle autorità elvetiche, credo non valga neppure la pena commentare. A meno che naturalmente non ci si trovi in un bar pieno di elettori di Meloni e Salvini.

venerdì 23 gennaio 2026

Il paradosso di Easterling

Tramite il bellissimo saggio Quando meno diventa più, di Paolo Legrenzi, ho scoperto il paradosso di Easterling. Non essendo io ricco e vivendo più o meno da sempre all'insegna del tanti presi, tanti spesi, ho trovato nel summenzionato paradosso un certo conforto. Ecco come lo spiega l'autore.





Ovviamente, per avere certezza della validità del suddetto paradosso dovrei empiricamente verificarlo, accumulando ricchezze fino al punto in cui le preoccupazioni relative a esse diventassero maggiori della contentezza generata dall'avere poco. Ma per il momento lo prendo per buono sulla fiducia :-)

Scherzi a parte, il saggio è estremamente interessante. Cito dall'introduzione:

Anche io, con il tempo, mi sono accorto del ruolo importante delle sottrazioni benché, da giovane, mi fossi, per così dire, concentrato sulle addizioni. Nasciamo, cresciamo e cerchiamo di aggiungere, accumulando investimenti materiali e simbolici nel corso delle attività connesse al lavoro e alla carriera, e anche investimenti affettivi legandoci a persone per parte o per tutta la vita. Nella psicologia ingenua, nei modi spontanei e diffusi di relazionarci con gli altri e nel mondo dei pensieri e dei sentimenti, l’addizione è considerata un’acquisizione positiva, quasi sempre qualcosa che viene dato per scontato. La sottrazione, al contrario, tende a essere vista come perdita al punto che, nel linguaggio amministrativo, parliamo di sottrazione per indicare un atto criminoso. In effetti, fin dai primordi, l’uomo ha elaborato e praticato apparati culturali collettivi finalizzati a trasformare le sottrazioni biologiche dovute ai decessi di parenti o amici in perdite e le perdite, a loro volta, in ricordi e memorie sia personali sia collettive, soprattutto da quando esiste la rete. Recentemente, sui media si assiste a un’enfasi sulla necessità da parte delle nuove generazioni di ridurre le tracce del loro passaggio sulla Terra per lasciare a figli e nipoti un mondo ospitale almeno quanto quello che ognuno ha trovato alla nascita. I tempi stanno diventando stretti e tuttavia le attenzioni, e soprattutto le azioni, dei politici e degli economisti sono sempre volte alla crescita calcolata in termini di beni e servizi prodotti. Si parla di crescita sostenibile ma questa appare come un traguardo ostico, difficile da raggiungere, talvolta un ossimoro. Forse parte di questa difficoltà risiede non solo nella lentezza e nel disinteresse delle collettività, dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, ma anche nella radicata mentalità degli individui. Forse il nostro cervello ha incamerato, in milioni di anni, l’importanza dell’addizione di risorse, cruciali per la sopravvivenza, lasciando sullo sfondo il valore della sottrazione. Invecchiando, ho riflettuto meglio sull’importanza della sottrazione nelle vicende filosofiche, culturali e artistiche dell’ultimo secolo. Inoltre, le tecniche sottrattive sono state cruciali nel progresso del mio campo di studi, quello della psicologia e delle scienze cognitive – intendendo per scienze cognitive lo studio dei processi attraverso cui le menti, quelle naturali e quelle artificiali come i computer, raccolgono, elaborano e ricordano le informazioni che provengono dal mondo esterno. In questo libro ho provato dunque a rintracciare anche una storia culturale della sottrazione. Inoltre, alla luce delle ricerche più recenti, ho cercato di mostrare gli ostacoli cognitivi e affettivi alle sottrazioni “ben fatte”, ponendo così le basi per un’analisi delle buone pratiche della sottrazione. Non si tratta tuttavia di un elogio acritico della sottrazione, perché questa è un’operazione benefica solo a certe condizioni, non sempre facili da ottemperare. In alcuni casi assistiamo a fuorvianti semplicismi, a chiusure, a pregiudizi; per questo sarà necessario tracciare e delimitare il perimetro degli ostacoli alle sottrazioni benefiche. Dato che il termine “sottrazione” diventa chiaro solo dopo che è stato esemplificato in più casi, per il titolo di questo libro è stato scelto il motto “Quando meno diventa più” (Less is more, in inglese), in ricordo e in onore dei fondatori della scuola tedesca Bauhaus pionieri di questo nuovo modo di operare e di pensare. Sono convinto che, quando si comincia a vedere il mondo e la vita non solo in termini di addizioni ma anche di sottrazioni, molti stati di cose diventano più chiari, puri, appassionanti, alcuni problemi meno difficili da risolvere, alcune emozioni negative più facili da allontanare. Distinguere il confine tra addizione e sottrazione implica conoscerne entrambi i lati così da poterli padroneggiare.

Oltre al paradosso di Easterling, un altro concetto estremamente interessante, a cui non avevo mai pensato, è descritto nel capitolo in cui si spiega come funziona e come è strutturata la nostra memoria. Scrive Legrenzi:

Per decine di migliaia di anni l’unico luogo in cui si poteva depositare tutto ciò che ci era capitato nel corso del tempo era il nostro cervello e quello delle persone appartenenti alla comunità in cui eravamo stati allevati e avevamo vissuto. Durante queste epoche della nostra storia naturale e culturale, cercare di memorizzare di “più” del nostro passato era qualcosa che ci rendeva “meno” vulnerabili agli avvenimenti imprevisti e imprevedibili. Quando siamo riusciti a inventare prima la scrittura e poi la stampa abbiamo iniziato a integrare le attività dei nostri cervelli grazie all’aiuto di memorie esterne. Un ulteriore e notevole incremento delle registrazioni artificiali di dati e del loro recupero è avvenuto con il computer e, in particolare, con quei computer – di solito chiamati in gergo “smartphone” – che possiamo portare sempre con noi e consultare in ogni momento. Oggi le nostre memorie esterne sono diventate così grandi, potenti e disponibili che il problema consiste quasi sempre soltanto nel rintracciare le informazioni e selezionare quelle che ci servono o che desideriamo. Nel caso della vastità delle memorie esterne, dalle dimensioni ormai gigantesche grazie al loro continuo miglioramento, l’aggiunta progressiva di “più” ci ha portato a un contrappasso tale per cui il più finale si è tradotto in meno, cioè meno capacità di reperire le informazioni “giuste”, quelle che cerchiamo in un dato momento. Il cervello potrà adattarsi facilmente e rapidamente all’uso di queste nuove memorie esterne? Assai improbabile, perché i tempi dell’evoluzione naturale di questo organo sono molto lunghi. Il nostro cervello è erede di quel lontano passato in cui non esistevano questi strumenti “integrativi”, ragion per cui i nostri antenati traevano grande vantaggio dal riuscire a registrare più informazioni possibili e a conservarle in memoria per quando ne avevano bisogno. Di questi tempi, invece, un’informazione di quel che è avvenuto in passato può diventare, se rievocata nel presente, un intralcio e persino un ostacolo. Succede così che spesso meno memoria è “più” perché è memoria dell’essenziale, di ciò che veramente ci serve, memoria di ciò che rende la nostra vita degna di essere vissuta: i momenti caratterizzati dall’inspiegabile felicità in cui siamo stati veramente noi stessi e abbiamo voluto bene ad altri.

Ecco, penso a questo punto che siano abbastanza chiari gli argomenti trattati nel libro. Non è un saggio difficile (l'ho letto e capito agevolmente pure io) e neppure eccessivamente corposo (poco più di 200 pagine), quindi è alla portata di chiunque. Io l'ho trovato interessantissimo.

giovedì 22 gennaio 2026

Pugni nello stomaco


Ci sono pagine di questo libro che sono pugni nello stomaco. Eppure quel periodo storico, quella società sono esistiti davvero, e i nostri nonni e in parte i nostri genitori ne sono testimoni. A ben guardare, frammenti sporchi della cultura di quella società sono purtroppo sopravvissuti fino a oggi.

Manipolazioni affascinanti


Dopo l'intervento fiume di Trump a Davos, stamattina molti quotidiani e siti fanno opera di sbufalamento delle maggiori castronerie enunciate in 72 minuti di sproloqui. Tra le bufale piu evidenti vengono menzionate: "Siamo il paese più attraente del mondo, quest'anno il PIL arriverà al 5,4%"; "Con Biden abbiamo avuto la peggiore inflazione della storia americana"; "Il Venezuela farà più soldi nei prossimi sei mesi rispetto agli ultimi 20 anni, le più grandi compagnie petrolifere del mondo adesso vogliono investire là"; "Dopo la guerra abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca, quanto siamo stati stupidi e quanto sono ingrati i danesi!"; "Washington è il posto più sicuro degli USA, prima di me era il meno sicuro"; "Gli USA pagano il 100% della Nato" e si potrebbe proseguire, queste sono solo le più marchiane. La domanda sorge spontanea: perché molte persone continuano a dare credito e fiducia a chi racconta balle? (Lo fanno da sempre politici di ogni epoca, latitudine e orientamento politico.)

La risposta ha a che fare con la psicologia e col funzionamento del nostro cervello. Questo comportamento è stato studiato e spiegato da vari studiosi. Il libro più recente che mi viene in mente, al riguardo, è di Daniel Kahneman: Pensieri lenti e veloci. In questo testo l'autore spiega in dettaglio i bias cognitivi e i motivi per cui molte persone credono a narrazioni false ma plausibili. Riassumendo all'osso: è una questione di appartenenza. 

Per alcuni milioni di anni il nostro genere (Homo) è vissuto in contesti tribali, gruppetti di esseri umani formati da poche decine di persone. Le grandi aggregazioni umane, città, imperi, stati, sono una conquista recentissima nella nostra storia evolutiva. I gruppetti tribali erano in perenne conflitto tra loro e la possibilità di prevalenza sui competitori era direttamente proporzionale al livello di coesione interna. Il nostro cervello, oggi, funziona ancora allo stesso modo, con la differenza che i gruppetti umani di quelle epoche remote si sono trasformati in fazioni politiche, ideologiche, identitarie, anch'esse in lotta le une con le altre.

Quando un politico appartiene al nostro "gruppo" le sue parole rafforzano la nostra identità e la verifica dei fatti raccontati diventa secondaria se non addirittura priva di importanza. Se Trump (o chiunque altro) "parla come me", non importa se sbaglia: sta dalla mia parte. Nel libro, Kahneman esamina anche una particolare impostazione mentale chiamata motivated reasoning. In base a questa impostazione, molte falsità funzionano perché semplificano problemi complessi, danno una spiegazione emotivamente soddisfacente, individuano un colpevole chiaro e, anche se non vere, suonano vere. Il nostro cervello preferisce una storia semplice e sbagliata a una spiegazione complessa e corretta.

In definitiva molte persone stimano politici che mentono perché la politica è diventata identitaria e la verità è secondaria rispetto all’appartenenza. Non è un bug, è il funzionamento del nostro cervello in contesti tribali, anche se a livello di specie in contesti tribali non viviamo più da svariate decine di migliaia di anni (che sono comunque un battito di ciglia rispetto alla totalità della nostra storia evolutiva).

Questo non significa giustificare i politici che mentono, significa solo imparare da dove vengono e come funzionano gli affascinanti meccanismi mentali che ci fanno stimare chi ci prende per i fondelli.

martedì 20 gennaio 2026

CIE e anziani

Ieri mattina sono andato in comune a fare le pratiche per la carta d'identità elettronica (ho ancora il vecchio modello cartaceo), che dal prossimo agosto diventerà obbligatoria e i vecchi modelli cartacei andranno fuori corso. La procedura ha richiesto una decina di minuti ma, mentre espletavo il tutto di fronte all'impiegato dell'anagrafe, pensavo a come faranno gli anziani. Tra le altre cose è infatti obbligatorio fornire un numero di cellulare e un indirizzo mail. Mia mamma (classe '45) non ha mai avuto un cellulare e non ha mai avuto una mail, mio babbo (classe '43) ha uno smartphone ma lo usa, raramente, solo per qualche telefonata e youtube; la mail, che gli attivò anni fa da una delle mie figlie, non l'ha mai usata.

Considerando che l'Italia è uno dei paesi più anziani del mondo (età media vicina ai 50 anni, ci giochiamo il record di vecchiaia col Giappone) e che gli over 65 sono un quarto della popolazione (14-15 milioni), qualcuno di quelli che hanno reso obbligatoria la CIE ha previsto percorsi agevolati o supporto di qualche tipo per chi non ha né cellulare né mail?

Un po' di chiarezza

lunedì 19 gennaio 2026

Romanzi veloci


Mimica credo sia emblematico del modo in cui vengono scritti i romanzi oggi. Non tutti, ma mi capita di incontrare parecchi. Romanzi veloci, mi verrebbe da definirli. È un ottimo thriller psicologico, intendiamoci, un romanzo che inchioda alle pagine: trama intrigante e colpi di scena a ripetizione. Ma sono troppi, è come se mancasse il respiro, e a me piace "respirare" mentre leggo.

I ribaltamenti di situazione ogni tre pagine all'inizio entusiasmano, ma se poi proseguono ininterrotti per 300 pagine, alla fine un po' stancano. In più, è tutto troppo perfetto, le situazioni in cui si muovono i personaggi sono troppo artefatte, tutto capita sempre al momento giusto per fare andare la situazione in quella direzione. Ora, è ovvio che si tratta di un romanzo di fantasia e quindi le invenzioni ci stanno, ma forse un po' di verosimiglianza in più non avrebbe guastato.

In definitiva è un ottimo thriller psicologico, ma è solo thriller ed è tutto troppo... "veloce". Io preferisco i romanzi dove oltre all'azione e ai colpi di scena si divaga un po', dove l'autore si dilunga su qualche situazione, qualche personaggio. Qui invece è tutto troppo... "serrato". Anche il fatto che la maggior parte dei capitoli sia di 2-3 pagine è abbastanza irritante. Per non parlare del fatto che il 90% delle frasi del testo è composto di principali: 5 parole, punto. 6 parole, punto. 4 parole, punto. Qualche frase un po' articolata ogni tanto, qualche subordinata, qualche perifrasi degna di questo nome. No, tutto è veloce: frasi, capitoli, colpi di scena, narrazione. Sembra un romanzo fatto di tweet, dove l'attenzione viene parcellizzata e frammentata, un romanzo perfetto per l'era dei social e delle interazioni veloci tipiche di oggi, ma distante anni luce dalla profondità dei romanzi della nostra epoca.

domenica 18 gennaio 2026

Barbero per il No

Nell'arena della campagna referendaria sulla riforma della giustizia è sceso in campo Alessandro Barbero, il quale ha pubblicato questo breve video in cui spiega perché voterà No. Il suo contributo è interessante perché, da buon ex professore, spiega chiaramente i punti principali di una materia tecnica e complessa come la destrutturazione del CSM, che si realizzerà se vinceranno i Sì.

Per il resto non c'è molto da dire, la stragrande maggioranza dei sondaggi più recenti mostra i Sì in vantaggio sui No, e anche se le percentuali precise variano a seconda dell’istituto demoscopico, in tutte le rilevazioni i contrari sono nettamente inferiori. Dato il poco tempo che manca a marzo ci sono poche speranze che cambierà qualcosa. 

Se si prende in considerazione il combinato disposto tra separazione delle carriere, distruzione del CSM, legge elettorale e premierato, è possibile vedere il disegno complessivo con cui questo governo scardinerà le fondamenta costituzionali che hanno retto e regolato fino a oggi il nostro Paese.

Le due reazioni

Ogni volta che accadono fatti di cronaca gravi come l'accoltellamento in classe a La Spezia, generalmente emergono due tipi distinti di reazione: l'annuncio di provvedimenti e i tentativi di fornire spiegazioni. I provvedimenti sono annunciati dai politici, le spiegazioni sono fornite dagli esperti (notare che raramente le due categorie coincidono). Nel caso specifico i provvedimenti sono stati annunciati subito dal sempre solerte Valditara: metal detector agli ingressi delle scuole e stretta sul porto di coltelli prevista nel nuovo decreto sicurezza in arrivo: l'inutile approccio repressivo tipico dei governi di destra, che per usare una metafora è il classico chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Gli esperti, invece, spiegano (o tentano di farlo) i motivi che si celano dietro a questi episodi di violenza, motivi che generalmente affondano le radici in vaste carenze educative. Tra queste spiegazioni mi è piaciuta molto quella di Dario Ianes pubblicata stamattina sul Resto del Carlino. La riporto integralmente perché l'ho trovata molto interessante. Chi conosce Galimberti, Crepet, Andreoli e altri e ha letto qualcosa di loro non vi troverà niente di nuovo.

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Ho visto anche i professori piangere, azzardo un modesto consiglio. Lasciate perdere i decreti sicurezza. Se non è un coltello sarà un mestolo, una chiave inglese. Invece rivoluzioniamo le scuole. Negli istituti più a rischio mettiamo gli insegnanti più bravi, paghiamoli il doppio. Anzi già che ci siamo rimescoliamo tutto, distribuiamo le differenze. In ogni classe i casi difficili non possono superare l’8 per cento. Nel biennio delle superiori nessuna separazione, percorso uguale per tutti: figlio di marocchini e figlio di notai insieme, a imparare la stessa lingua del rispetto. Questa potrebbe essere la scuola inclusiva con meno probabilità di morire accoltellati, chissà.

Ma il vento soffia da un’altra parte: piazzamento sociale, selezione sfrenata. Dario Ianes, psicologo dell’educazione e condirettore del Centro Studi Erickson, insegna all’Università di Bolzano pedagogia e didattica speciale. Se un ragazzo muore ammazzato si dispera, ma è fra i pochi a non dare la colpa ai social, ai cellulari, alle famiglie.

A chi allora?

Al serbatoio di rabbia e solitudine in cui galleggiamo tutti. I social sono un sintomo, non la causa. Se vogliamo vietare i cellulari facciamolo, ma dai tre ai novant’anni. E i poveri genitori lasciamoli stare, sono più disperati dei figli, più fragili e spaventati. In queste condizioni un adulto non sa fare l’adulto.

Suggerisce al ministro di lasciare perdere il metal detector?

Chi è arrabbiato e non ha un coltello trova sempre il modo di fare danni. Le scuole tecniche e professionali sono fondate su un errore clamoroso, raggruppare una percentuale altissima di ragazzi con varie forme di disagio. Questo le rende incubatori formidabili di frustrazione dove la ribellione non è generazionale e contro il potere costituito, ma si scatena sui compagni con le conseguenze che sappiamo. Punire non serve, occorre fare prevenzione sulle relazioni per capire che la rabbia può essere trasformata.

Come si trasforma la rabbia?

Con l’aiuto di un adulto che fa l’adulto. Una presenza empatica e autorevole che sappia dare nome alle emozioni.

Ne vede in giro?

Pochissimi. Siamo persi nei nostri guai, disinteressati alle nuove generazioni che inondiamo di cose per attenuare il senso di colpa. L’eclissi di madri e padri però ha un alibi. La mia famiglia era monoreddito ma due figli hanno potuto studiare in tranquillità e come massimo rischio si sbucciavano le ginocchia sotto il radar di mamma. Oggi una famiglia con un solo stipendio è nella fascia della povertà, nessuno ha il tempo e il coraggio di occuparsi del disagio di un bambino.

Così a casa, così a scuola.

Una professoressa di liceo mi ha confessato di avere visto piangere una ragazzina in corridoio e di essere scappata. Ha detto: ho avuto paura, non ce la faccio a caricarmi addosso anche i suoi problemi. È tragico, ma nel nostro sistema formativo la secondaria di secondo grado contiene bombe di violenza pronte a esplodere come nelle banlieue parigine di qualche anno fa.

L’adulto che oggi arranca è il bambino che mezzo secolo fa si sedeva a tavola e parlava con i genitori. Poi che cosa è successo?

Ha attraversato decenni di progressiva distruzione del senso di collettività e solidarietà. Strapazzato dalla competizione, dalla paura di non farcela. Non ha niente da dire al figlio perché è preoccupato per il lavoro e per il mutuo. Così il grande e il piccolo cercano l’anestesia dentro lo schermo di un cellulare: sempre più potente e ipnotico, però tutto sommato incolpevole. Qualche sera fa al ristorante una coppia di genitori lo ha barattato con un tappo di bottiglia. Si sono messi a giocare per la gioia del figlio di quattro anni e alla fine erano stremati ma ridevano tutti, anche quelli degli altri tavoli.

mercoledì 14 gennaio 2026

Assolta?

Anche se i titoli scrivono "assolta", tecnicamente non si tratta di una assoluzione ma di un proscioglimento. C'è una enorme differenza tra le due cose. Nel diritto penale italiano l'assoluzione è una decisione nel merito che viene presa dopo aver valutato il fatto. Vuol dire che l'imputato ha subito un processo e quel processo ha stabilito la sua innocenza.

Il proscioglimento, invece, avviene prima che il processo arrivi a una sentenza di merito e può avvenire nelle indagini preliminari, nell’udienza preliminare o in altri casi tecnici. Nel caso della Ferragni non si va a processo non perché l’imputata sia stato dichiarata innocente dopo un dibattimento, ma perché il giudice ha stabilito che mancano i presupposti per farlo. I giornali che scrivono "assolta per improcedibilità", scrivono quindi una fesseria in quanto l'assoluzione è sempre nel merito, è il proscioglimento che semmai è causato dall'improcedibilità.

In ogni caso, Chiara Ferragni è felice e contenta. E i suoi 30 milioni di followers pure, immagino.

martedì 13 gennaio 2026

Iran

Una delle domande che tornano più spesso quando si parla dell’Iran è questa: se le proteste sono diffuse, se il malcontento è evidente e se la popolazione è così giovane (l'età media degli iraniani è 34 anni, da noi è 44,5, giusto per dare un'idea) perché il regime degli ayatollah non cade?

Ricordo che scriveva di questi argomenti Dario Fabbri in Geopolitica umana, un saggio molto bello che affronta le questioni geopolitiche del nostro tempo partendo da un approccio psicologico collettivo delle comunità umane, non leaderistico come siamo abituati a fare noi. La domanda che tutti ci facciamo è comprensibile e legittima, ma parte da un presupposto sbagliato: che il consenso sociale, da solo, basti a rovesciare un regime autoritario. La storia dice che non è così. I regimi non cadono quando diventano impopolari, cadono quando perdono il controllo del potere.

In Iran il dissenso è ampio, ma non è organizzato. Non esiste una leadership riconosciuta, non esiste un’opposizione in grado di trasformare la rabbia in un progetto politico, non esistono strumenti istituzionali per farlo. Il regime, al contrario, concentra nelle proprie mani ciò che conta davvero: le armi, i tribunali, le risorse economiche, la repressione. L’apparato coercitivo è solido e soprattutto leale. I Pasdaran, i Basij, i servizi di sicurezza non si sono mai spaccati né hanno mostrato tentennamenti. Questo è un punto chiave: quando le forze armate restano compatte, le proteste possono essere anche enormi, ma difficilmente diventano rivoluzione. C’è poi la frammentazione. Le proteste iraniane nascono in luoghi diversi e per motivi diversi: economici, culturali, politici. Questa pluralità è un segno di vitalità, ma è anche una debolezza. Senza coordinamento nazionale, il regime può isolare, reprimere, spegnere un focolaio alla volta. La gestione selettiva della violenza, pochi arresti mirati, pene esemplari, qualche esecuzione, è studiata proprio per questo: far capire che il prezzo è altissimo e il risultato incerto.

A tutto questo si aggiunge la paura del "dopo". Molti iraniani non credono più al regime, ma temono il vuoto che potrebbe seguirne la caduta. Siria, Iraq, Libia sono esempi che pesano molto più delle nostre analisi. In assenza di un’alternativa credibile, il cambiamento appare rischioso quanto lo status quo. Infine, un paradosso: le sanzioni, pensate per indebolire il regime, spesso finiscono per rafforzarlo. Colpiscono la società civile, impoveriscono la popolazione, ma consolidano i circuiti economici controllati dai Pasdaran e alimentano la narrativa dell’assedio esterno.

La popolazione iraniana è giovane, è vero. Ma la giovinezza non è automaticamente rivoluzionaria. Senza partiti, sindacati, media liberi, reti organizzative, l’energia si disperde. Resta frustrazione, non potere. Forse, allora, la domanda giusta non è perché il regime, un regime mediamente schifoso, non cade, ma che cosa dovrebbe rompersi al suo interno perché inizi davvero a crollare. Finché quell’equilibrio di forza, paura e controllo regge, il consenso, anche quando è ampio, non basta.

Oltre a questo, c'è un errore concettuale che tendiamo a fare noi: pensare che le proteste anti-regime abbiano un afflato filo-occidentale, cioè che gli iraniani si ribellino al regime perché vogliono diventare come noi. Niente di più sbagliato (su questo punto Dario Fabbri è categorico). La storia dell'Iran, ex impero persiano, è lunga 27 secoli ed è complessissima. I giovani iraniani che scendono in piazza non lo fanno perché vogliono diventare come noi (McDonald, serie tv, jeans, democrazia liberale "chiavi in mano" ecc., una cultura che mediamente schifano), ma perché si fanno portatori di istanze superiori che sono di ogni comunità umana: dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Se non smettiamo di leggere le cose del mondo con le nostre categorie filo-occidentali, come se noi fossimo l'ombelico del mondo, faremo sempre molta fatica a capirci qualcosa.

lunedì 12 gennaio 2026

La mestizia di Grazia Deledda

La parola che mi resta in mente dopo aver finito Canne al vento è una sola: mestizia, ma anche tristezza cupa, quel velo di malinconia rassegnata che avvolge ogni cosa: il paesaggio sardo, le case nobiliari che cadono a pezzi, i protagonisti. È il sentimento di chi sa che il tempo passa e che nulla torna come prima.

Tra i protagonisti, quello centrale è sicuramente Efix, il servo fedele, un personaggio immenso nella sua umiltà (ho scoperto che la Deledda l'ha utilizzato come variante di Efisio, il santo più venerato in Sardegna). Efix non è solo un lavoratore, è il custode dei segreti e dei peccati di una famiglia e la sua vita è un lungo cammino di espiazione, un tentativo disperato e silenzioso di riparare le falle del destino con il sacrificio di sé.

​È proprio lui a spiegarci il senso del titolo: "Siamo canne, e la sorte è il vento". L'essenza del romanzo è tutta in questa metafora. Siamo esseri fragili, esposti alle raffiche della vita: fortune, lutti o cambiamenti inevitabili. Non possiamo fermare il vento, possiamo solo piegarci con dignità per evitare di spezzarci, accettando che non tutto è sotto il nostro controllo. ​

A tratti devo ammettere che l'ho trovato di una certa pesantezza e prolissità, ma d'altra parte è un libro d’altri tempi che però ha moltissimo da dire anche oggi, dove impera il modello del forte e del vincente. Diciamo che Grazia Deledda, con questo libro, dà una discreta lezione di fragilità.

Mille miliardi di alberi

C’è una narrazione ecologista, ormai molto diffusa, secondo cui piantare alberi sarebbe di per sé un atto risolutivo per salvaguardare l’ambiente. L’idea è semplice e rassicurante: gli alberi, grazie alla fotosintesi – nozione che impariamo già alle medie – assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Dunque, se vogliamo contrastare l’effetto serra e il riscaldamento globale, basta piantare alberi. Lo leggiamo sui social, lo sentiamo nelle campagne ambientaliste, lo ripetono anche gli scienziati. Ma è davvero così semplice?

In linea di principio sì, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi assorbono CO₂ allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di “trasformare” anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.

Noi, come è noto, siamo naturalmente portati a cercare spiegazioni semplici e consolatorie e a rifuggire la complessità. Così finiamo per pensare, in modo un po’ romantico, che piantare alberi sia sempre e comunque un gesto virtuoso. Giacomo Moro Mauretto, di Entropy for Life, in una breve ma densissima lezione, smonta questa convinzione pezzo per pezzo, mettendo in fila tutti i “ma”. E non sono pochi.


domenica 11 gennaio 2026

Pietro Zantonini

Al momento, dire che il povero vigilante "è morto di freddo" è una semplificazione giornalistica, non una conclusione medica. La procura ha disposto l'autopsia proprio per chiarire le cause della morte. Ma al di là di questo, viene da chiedersi quanti Pietro Zantonini ci siano nel nostro paese. 

Il vigilante era arrivato nel settembre scorso a Cortina da Brindisi con un contratto a termine, lasciando il suo paese e la sua famiglia per un lavoro precario e notturno in condizioni climatiche molto dure. Trascorreva le notti di guardia, con temperature comprese tra -10° e -15°, in un gabbiotto riscaldato da una stufetta e ogni ora usciva per un giro di ispezione del cantiere.

Per carità, sicuramente sarà stato tutto a norma e tutto in regola, ma il punto non è solo la norma. È la normalità. È normale che nel 2026 un uomo di 55 anni debba attraversare l’Italia per un contratto a termine, lavorare di notte, al freddo, in solitudine, per sorvegliare un cantiere di un grande evento?

Anche se l’autopsia dovesse dire che non è stato il freddo, anche se ogni procedura fosse formalmente rispettata, resterebbe una domanda che non è medica né giudiziaria, ma politica e morale: quanto vale una vita quando diventa solo una voce compatibile in un piano di lavoro?

Forse non sapremo mai se Pietro Zantonini è morto per il freddo. Ma sappiamo che è morto dentro un sistema che considera accettabile esporre persone fragili, lontane da casa, a condizioni estreme in nome della necessità, dell’urgenza, del "si è sempre fatto così". Ed è questo, più di ogni titolo, che dovrebbe farci sentire a disagio.

Nuovi convincimenti

Mi sto sempre più convincendo che la politica e l'attualità non vadano seguite sui social, né su testate "partigiane" afferent...