venerdì 11 febbraio 2022

Puritanesimo

Leggo ne La lettera scarlatta le modalità con cui, nella Nuova Inghilterra puritana del XVII e XVIII secolo, una donna accusata di adulterio veniva condotta nella pubblica piazza e messa alla gogna. La gogna era un palco su cui la donna (perché si puniva l'infedeltà femminile, mica quella maschile, scherziamo?) veniva legata e assicurata a dei ceppi a volte per giorni, e in questo periodo veniva esposta al pubblico ludibrio e alle contumelie degli appartenenti al villaggio, i quali, all'occorrenza, non disdegnavano di lanciare oggetti addosso alla malcapitata. Leggo queste cose e non posso fare a meno di pensare che sono accadute per davvero, e che forse un Pillon o un Adinolfi in certi ambienti non si sarebbero trovati troppo a disagio.

mercoledì 9 febbraio 2022

Armi, acciaio e malattie

 


Questo saggio storico-geografico-antropologico ha vinto nel 1998 il Premio Pulitzer per la saggistica. Dopo Sapiens, da animali a dèi, di Yuval Noah Harari, credo che sia il saggio più bello che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni, saggio che narra la storia umana e le vicende del mondo negli ultimi tredicimila anni. Naturalmente, narrare tredici millenni in meno di cinquecento pagine ha richiesto giocoforza delle semplificazioni e una suddivisione della narrazione per punti principali, ma tale semplificazione ha un vantaggio: la prospettiva a lungo termine e su vaste aree permette, come scrive l'autore, intuizioni che uno studio più particolareggiato non consentirebbe. Perché questo testo prende in esame gli ultimi tredicimila anni della nostra storia? Perché tredicimila anni fa è successa una cosa che ha cambiato - in meglio o in peggio è tuttora oggetto di discussione - per sempre la nostra storia: è nata l'agricoltura e l'uomo, dopo milioni di anni in cui è stato cacciatore-raccoglitore nomade, è diventato sedentario e ha cominciato a lavorare la terra e ad addomesticare gli animali, con tutto ciò che ne è conseguito. Ma facciamo un passo indietro.

Circa sette milioni di anni fa un gruppo di scimmie antropomorfe africane si suddivise in vari sottogruppi, uno dei quali diede origine per evoluzione naturale ai moderni gorilla, un altro agli scimpanzé, un altro ancora all'uomo. La nostra storia evolutiva come specie separata iniziò proprio da lì. Dopo altri tre milioni di anni ci siamo alzati in piedi, siamo cioè diventati bipedi e abbiamo abbandonato la camminata a quattro zampe. Dopo un altro milione e mezzo di anni abbiamo avuto un aumento della massa corporea e del cervello e, circa un milione di anni fa, come Homo erectus, siamo per la prima volta usciti dall'Africa e siamo partiti alla conquista del mondo. Australopithecus africanus, Homo habilis e infine Homo erectus, erano specie protoumane, erano cioè i nostri più antichi progenitori. Noi, Homo sapiens, siamo gli ultimi arrivati e quelli che nella storia del mondo hanno fatto più disastri di tutte le altre specie di nostri predecessori messe assieme. Siamo una specie giovanissima e siamo nati anche noi in Africa circa duecentomila anni fa, che in termini evolutivi è pochissimo (per rendere l'idea, basta che ognuno di noi vada indietro di 4000 nonni e arriva all'origine dell'evoluzione umana dei Sapiens).

Noi Sapiens siamo i protagonisti della storia narrata nel libro, storia che origina da una domanda che un abitante della Nuova Guinea, Yali, pose a Jared Diamond nel 1972 mentre come antropologo si trovava sull'isola per i suoi studi: "Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo [per cargo si intendono le tecnologie in possesso degli Occidentali] e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?" La domanda colse alla sprovvista Diamond, che lì per lì non seppe cosa rispondere ma promise al suo amico Yali di pensarci e di fargli avere una risposta quanto prima. La risposta è in questo libro, che comincia con una storia.

Nel 1532, il conquistador spagnolo Francesco Pizarro sbarcò nella città andina di Camajarca e incontrò l'imperatore inca Atahualpa. Atahualpa reggeva come monarca assoluto il più grande e progredito stato del Nuovo Mondo, mentre Pizarro rappresentava Carlo I di Spagna, sovrano del Sacro romano impero, il re più potente d'Europa. Pizarro era a capo di un gruppo raccogliticcio di 168 soldati, si trovava in terre a lui sconosciute, isolato e nell'impossibilità di ricevere rinforzi. Per contro, Atahualpa era nel bel mezzo del suo impero, circondato da milioni di suoi sudditi e difeso da un esercito che contava 80.000 uomini. Ciò nonostante, pochi minuti dopo averlo incontrato, Pizarro fece prigioniero Atahualpa, lo tenne in ostaggio per otto mesi, durante il quale si fece consegnare il più grande riscatto della storia (circa 80 metri cubi d'oro) e infine, rimangiandosi ogni promessa, lo fece uccidere. 

Cosa permise allo spagnolo coi suoi pochi soldati raccogliticci di avere ragione dell'imperatore inca? La superiorità tecnologica. I 168 soldati spagnoli avevano cavalli, fucili, armature, conoscevano avanzate tecniche di guerra. Gli 80.000 uomini di Atahualpa disponevano solo di rudimentali armi (principalmente archi e frecce e qualche lancia) ed erano appiedati (il cavallo non era ancora arrivato in America). La superiorità tecnologica degli europei aveva compensato ampiamente la loro inferiorità numerica. Passando dal piccolo al grande, tra i due continenti, Europa e America, c'era all'epoca un divario tecnologico immenso, lo stesso divario che fece nascere a Yali la domanda che poi pose a Jared Diamond. E questo divario tecnologico è ciò che spiega i motivi per cui siamo stati noi europei, con le nostre navi, a conquistare le Americhe e non sono stati gli amerindi ad attraversare l'oceano e a venire a conquistare l'Europa. In poche parole, Pizarro ha vinto utilizzando i tre elementi che danno il titolo al libro: le armi, l'acciaio e le malattie (la conquista del Nuovo Mondo ebbe tra le sue principali cause le malattie portate dagli europei, sconosciute agli amerindi, che sterminarono la stragrande maggioranza di questi ultimi).

Nelle quasi cinquecento pagine del suo saggio, Diamond, dopo decenni di studi e ricerche, cerca di spiegare le ragioni di questo immenso divario tecnologico e, più in generale, le ragioni per cui nella storia del mondo alcuni popoli sono sempre stati, sotto svariati punti di vista, più progrediti di altri. In genere, si tende semplicisticamente a dare a tutto ciò una spiegazione di tipo antropologico, si tirano in ballo gli uomini, le loro attitudini. È la classica spiegazione di stampo razzista, tanto in voga ancora oggi, che si aggrappa alla biologia affermando che alcune popolazioni sono biologicamente migliori di altre (la classica spiegazione che viene fuori ogni volta che si fanno raffronti tra noi e l'Africa, ad esempio). Diamond respinge la spiegazione razzista non solo perché è odiosa, ma semplicemente perché è sbagliata, e dimostra nella maniera più convincente e documentata possibile che le differenze tra il maggiore e minore grado di progresso delle popolazioni umane hanno sempre avuto origini di tipo ambientale. Le diversità culturali non sono mai innate, ma affondano le loro radici in differenze geografiche, ecologiche e territoriali. Soprattutto geografiche.

Perché geografiche? Le più grandi scoperte della storia (l'agricoltura, la scrittura, la ruota, i metalli, gli stati ecc.) sono nate e si sono diffuse nel continente euroasiatico, poi, solo successivamente, sono arrivate negli altri continenti. Questo è successo - ecco qui la geografia - perché il continente euroasiatico è disposto nella direzione est-ovest sull'asse terrestre. Cosa implica, questo? Una maggiore facilità con cui animali, piante, idee, tecniche e popoli si potevano spostare nel suo territorio, perché questa disposizione permetteva di muoversi stando sempre a latitudini simili senza incontrare ambienti troppo diversi. Il Nuovo Mondo, invece (e anche l'Africa, seppur in misura minore), è orientato lungo l'asse nord-sud e strozzato all'altezza di Panama. Ciò significa che nelle Americhe la circolazione di popoli, idee, tecniche era molto più difficoltosa, rispetto a ciò che avveniva nel continente euroasiatico, a causa della molteplicità di barriere ecologiche, climatiche, territoriali, tutti ostacoli che nel passato hanno impedito il diffondersi delle tecnologie e delle scoperte. Questo è il motivo per cui quando gli europei sono arrivati nelle Americhe si sono incontrati con un mondo tecnologicamente molto più arretrato. In generale, il ragionamento applicato al caso Europa-America è valido per ogni altra situazione di disuguaglianza tra civiltà e popoli del mondo, a partire dal passato più remoto fino ad arrivare a oggi. La differenza la fa sempre l'ambiente, e nient'altro.

Mi accingo a riporre questo libro nella mia libreria con due stati d'animo. Il primo è un lieve dispiacere per il fatto di averlo terminato (mi sarebbe piaciuto che avesse avuto il doppio delle pagine); il secondo è un senso di appagamento per tutte le cose che non sapevo e che ora so. D'altra parte, a questo servono i libri, no?

martedì 8 febbraio 2022

Facoltà umanistiche da chiudere?

"Quanti laureati in Lettere, Beni culturali, Filosofia, Sociologia, Psicologia e anche Giurisprudenza ed Economia sono destinati a lavorare nel campo per cui hanno studiato? Quanti, per farlo, dovranno emigrare? Quanti faranno i rider, i commessi, gli assistenti senza borsa, le/i segretarie del professionista, quanti lavoreranno alle poste o occuperanno una cattedra nella scuola, senza formazione né voglia? E allora chiudiamole, queste fabbriche delle illusioni che sono le nostre facoltà, che formano sì persone competenti, ma disoccupate, sotto occupate o emigranti questuanti come furono i nostri nonni negli anni Cinquanta."

Lo sfogo della professoressa di lingua tedesca ripubblicato da Concita De Gregorio è uno sfogo-provocazione, naturalmente, ma affonda il coltello in una piaga che è da tanto tempo sotto gli occhi di tutti: la cultura non paga più. Come dice sempre Umberto Galimberti, chi oggi si laurea in filosofia la prima cosa che deve sapere è che non farà mai il professore di filosofia. Punto. Tutto il profluvio di romantica retorica sul valore della cultura, sulla necessità di acquisire un bagaglio di sapere per muoversi meglio nel mondo e cercare di venire a patti con la complessità della società in cui si vive, lascia ormai il tempo che trova. Cioè, chi ha voglia e possibilità di studiare, di approfondire, di padroneggiare una cultura, un sapere, magari anche per conto proprio, è chiaro che è più avvantaggiato, oggi, rispetto a chi non ha la possibilità (o l'interesse) a farlo, ma è un vantaggio che rimane improduttivo. Con quel vantaggio magari ti muovi meglio nel mondo, ne capisci meglio certi meccanismi complessi, certe dinamiche, ma non ci mangi, per farla semplice.

Non credo sia colpa di qualche soggetto in particolare, ammesso che si voglia provare a trovarlo, un colpevole; credo che, molto semplicemente, la società si sia evoluta (evoluta?) in una modalità esclusivamente "tecnica" che ha trasformato in inutile orpello, se non addirittura ostacolo, qualsiasi aspirazione di tipo umanistico. Ma l'uomo non è solo "tecnico", anzi per sua natura ne è l'esatto opposto. E quando abbiamo tolto la componente umana da una società, lasciandola in balia della sola razionalità tecnica, che cosa rimane?

Twitter visto da Umberto Eco :-)




lunedì 7 febbraio 2022

Il papa e i lager

Mi è piaciuto quel dire che in Libia ci sono i lager senza mezze parole, senza usare termini più dolci per edulcorare, come fanno tanti, la questione. Lo ha fatto un papa in prima serata su una televisione nazionale e la cosa mi è piaciuta. La questione dei lager in Libia si tende generalmente a farla passare sotto traccia, perché è sempre bello pensare che il mondo funzioni bene, un po' per non impressionarci e un po', forse, anche per evitare l'imbarazzo di dover ammettere che quei campi di concentramento sono finanziati anche da noi.

Anche altri papi hanno toccato spesso la questione dell'immigrazione, lo ha fatto Ratzinger e anche Wojtyla, ma sono sempre stati discorsi generici, quasi dovuti, in ossequio obbligato a quel "ero forestiero e mi avete accolto" su cui un papa non potrebbe sorvolare neppure se volesse; prese di posizione tranquille inserite quasi sempre in discorsi più ampi in cui venivano analizzati altri problemi. 

Invece Bergoglio, rappresentante di tutto ciò che è massimamente distante da me, è andato in televisione a dire che a un centinaio di chilometri da noi ci sono lager non molto diversi dai tanti che hanno tristemente costellato la storia del Novecento. Poi sulle implicazioni non mi dilungo, ma per una volta: bravo papa Bergoglio.

domenica 6 febbraio 2022

La necessità genera l'invenzione?

[...]

"Nel 1942, in piena guerra, il governo statunitense varò il Progetto Manhattan allo scopo esplicito di costruire una bomba atomica prima che lo facessero i tedeschi. Il progetto raggiunse i suoi obiettivi in tre anni, al costo di due miliardi di dollari di allora (circa venti di adesso). Altri esempi sono la sgranatrice inventata nel 1794 da Eli Whitney per rimpiazzare la faticosa sgranatura a mano del cotone, e la macchina a vapore di Watt del 1796, nata per risolvere il problema di pompare l'acqua al di fuori delle miniere.

Queste vicende molto note ci spingono a credere che gran parte delle invenzioni avvengano dietro sollecitazioni esplicite. Ma non è così: in realtà, molte idee sono state partorite grazie alla curiosità o alla voglia di giocherellare con le macchine, senza che ci fosse una richiesta specifica dall'esterno. Inventato un marchingegno, si trattava di trovare qualche applicazione: solo dopo averlo usato per parecchio tempo il pubblico si accorgeva di averne bisogno. In più, alcuni apparecchi pensati per esigenze specifiche finirono poi per essere utilizzati in modi inaspettati. Può sorprendere sapere che tra queste invenzioni in cerca di utilità ci siano alcuni oggetti fondamentali per la storia moderna come l'aeroplano, l'automobile, il motore a scoppio, la lampadina, il fonografo e il transistor. Spesso l'invenzione è la madre della necessità, e non viceversa.

Una storia istruttiva in questo senso è quella di Edison e del fonografo, che fu l'idea più originale del più grande inventore dei nostri tempi. Dopo aver costruito il prototipo nel 1877, egli scrisse un articolo in cui proponeva dieci possibili usi per il nuovo oggetto: fissare per sempre le ultime parole dei moribondi, registrare libri da fare ascoltare ai ciechi, annunciare l'ora esatta, insegnare a scrivere sotto dettato e altri ancora. La riproduzione della musica sembrava non interessarlo particolarmente. Dopo qualche anno Edison disse al suo assistente che il fonografo non aveva alcun valore commerciale. Ma dopo un po' ci ripensò, e si mise a venderli... come dittafoni per ufficio. Quando altri imprenditori lanciarono sul mercato il juke-box, che permetteva di ascoltare le canzonette al prezzo di una moneta, Edison criticò questo svilimento della sua invenzione. Solo dopo una ventina d'anni ammise, riluttante, che il suo fonografo serviva soprattutto a registrare ed ascoltare musica.

L'automobile ci sembra oggi rispondere a un bisogno del tutto ovvio, ma non fu inventata per soddisfare una particolare esigenza. Quando Niklaus Otto costruì il suo primo motore nel 1866, non si sentiva la necessità di un nuovo mezzo di trasporto: i cavalli servivano alla bisogna da 6000 anni (e non si vedevano segni di crisi dell'offerta) e le ferrovie a vapore funzionavano bene da qualche decennio. Il modello di Otto era poco potente, pesante e ingombrante, e non sembrava preferibile ai cavalli. Solo nel 1885 le migliorie tecniche permisero a Gottfried Daimler di installare il motore su una bicicletta e creare così la moto; per i camion si dovette aspettare il 1896. Nel 1905 le automobili erano ancora costose e poco affidabili, poco più che un giocattolo per ricchi. Il successo dei cavalli e delle ferrovie fu totale fino alla prima guerra mondiale, quando l'esercito si accorse di avere davvero bisogno di camionette a motore. Dopo la guerra, un'intensa attività di lobbying rese il pubblico consapevole dei suoi bisogni, e i camion presero a soppiantare i carri nei paesi industrializzati. Anche nelle grandi città americane, per la sostituzione totale ci vollero però cinquant'anni.

Gli inventori devono spesso giocherellare a lungo coi loro modelli, in assenza di una spinta data da un bisogno riconosciuto, perché i prototipi il più delle volte funzionano troppo male per avere un qualche uso. Le prime televisioni, macchine fotografiche e macchine per scrivere erano pessime, proprio come il motore gigante di Niklaus Otto. È difficile capire se un cattivo modello possa in futuro diventare qualcosa di utile, e quindi se valga la pena di spendere altro tempo e denaro a perfezionarlo. Ogni anno gli Stati Uniti rilasciano circa 70.000 brevetti, pochissimi dei quali raggiungono lo stadio dello sfruttamento commerciale: per ogni grande invenzione che trova alla fine un uso ce ne sono migliaia che si perdono per strada. E capita che una macchina progettata per soddisfare una certa esigenza si mostri più valida in altri campi: il motore di Watt doveva servire solo come pompa nelle miniere, ma presto fu utilizzato nei cotonifici e (con molto maggior profitto) sui treni e sulle navi."

[...]

(Jared Diamond. Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, 2014)

sabato 5 febbraio 2022

PIL (per chi?)

Narrano le cronache che nel 2021 appena concluso il PIL italiano è cresciuto del 6,5%, un balzo incredibile e inatteso rispetto a un disastroso 2020, tanto che, col solito trionfalismo d'accatto, l'Italia è già stata denominata la locomotiva d'Europa in virtù del fatto che nessun altro paese dell'eurozona è cresciuto allo stesso ritmo. Il PIL, in soldoni, è la ricchezza prodotta da un paese.

C'è però un problema che si evita quasi sempre di menzionare: l'aumento delle diseguaglianze. Conta poco che aumenti la ricchezza prodotta se poi quella ricchezza va per la maggior parte ad accumulare il capitale di pochi. Contestualmente ai dati del PIL, infatti, con molto meno clamore e molto meno trionfalismo è stato pubblicato l'annuale rapporto Oxfam dove si leggono dati impietosi. Lasciando stare l'aumento delle diseguaglianze globali (tipo ad esempio che Jeff Bezos ha incamerato nell'anno appena trascorso l'equivalente dell'intera spesa mondiale per i vaccini anti-covid), in Italia non siamo messi meglio.

Cito dal rapporto Oxfam che ho linkato: "Nel primo anno di convivenza con il coronavirus in Italia è cresciuta la concentrazione della ricchezza. La quota, in lieve crescita su base annua, di ricchezza detenuta dal top-1% supera oggi di oltre 50 volte quella detenuta dal 20% più povero dei nostri connazionali. Il 5% più ricco degli italiani deteneva a fine 2020 una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero. Nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte)." 

In pratica, come scrivevo sopra, la collettività non trae alcun beneficio dall'aumento della ricchezza se la suddetta ricchezza non viene poi redistribuita. Se in Italia avessimo una sinistra degna di questo nome, la battaglia delle battaglie da fare sarebbe questa: la redistribuzione della ricchezza prodotta. Non c'è bisogno di leggere Marx per capire che un paese progredisce e sta meglio non se produce tanta ricchezza per pochi (Reagan e Bush su questa cosa qui ci hanno sbattuto il muso a più riprese), ma se produce un livello equo di ricchezza che viene poi redistribuita.

Ma in Italia non solo nessuno legge più Marx, ma non c'è più neppure una sinistra. E poi questa settimana c'è pure Sanremo, per cui...

venerdì 4 febbraio 2022

Proteste

Generalmente guardo sempre con simpatia le proteste degli studenti, ma quella in corso a Roma in queste ore mi lascia un po' perplesso. È senz'altro lodevole il fatto che tra i motivi ci sia la solidarietà a Lorenzo Parelli e la sensibilizzazione nei confronti dell'annosa e controversa questione dell'alternanza scuola-lavoro, ma che contestualmente si chieda che sia eliminata la prova scritta alla maturità in favore di una tesina non lo capisco, e soprattutto non vedo il nesso con lo spirito principale della protesta. La prova scritta non è mica il braccio armato del capitalismo. Così, a occhio, prima della prova scritta ci sono forse un milione di motivi, all'interno dell'universo scuola, per protestare.

Tra l'altro, a proposito di maturità, se proprio si vuole manifestare lo si faccia per la sua abolizione tout court. Quasi il 100 per cento di promossi ogni anno sono la prova provata della sua inutilità.

mercoledì 2 febbraio 2022

Tempo che (s)corre


Oggi, all'uscita dal lavoro, è venuta a prendermi Michela, mia figlia più grande. Mentre mi accompagnava a casa pensavo a quando ero io che andavo a prendere lei e Francesca all'uscita da scuola e le portavo a casa. Invece, adesso, è lei che, uscita dalla scuola in cui insegna, a volte viene a prendere me. Mi sorprende pensare a quanto veloce corra il tempo e agli sforzi che ognuno di noi fa per riuscire a fare entrare in "quel poco che a vivere ci è dato"(*) tutto ciò che vorrebbe fare entrare. Senza riuscirci.

(*) Cit. tratta da qui.

Immagini da Ceuta

Alcune immagini da Ceuta. Due soldati spagnoli consolano un ragazzino marocchino che è riuscito a raggiungere la spiaggia e un militare dell...