sabato 11 dicembre 2021

Long way

Una nuova canzone di Eddie Vedder è sempre un avvenimento piacevole, per me.

Long way.

Oggi pomeriggio, mentre la ascoltavo camminando, pensavo a quando ero giovane e, guidando, sceglievo sempre i percorsi più lunghi e diversi per tornare a casa. Un po' perché mi piaceva guidare, cosa che adesso detesto, ma soprattutto perché mi piaceva l'idea di uscire dalla routine del solito percorso e provare qualcosa di diverso. 

Santarcangelo - Poggio Berni, ad esempio, un rettilineo di quattro chilometri di Santarcangiolese. Volete mettere quanto fosse più bello imboccare la Trasversale Marecchia, attraversare San Martino dei Mulini e poi la Marecchiese fino a Ponte Verucchio, quindi, una volta attraversato il Marecchia, calare giù verso Torriana, svoltare a Trebbio, salire sulle colline e attraversare la vecchia stradina in mezzo ai campi fino a casa? Non c'è paragone coi quattro sterili chilometri di rettilineo della Santarcangiolese.

Era un percorso molto più lungo, un percorso irrazionale e incomprensibile, diremmo coi paradigmi di oggi, ma molto più divertente e "avventuroso". A volte la tentazione ce l'ho ancora, ma è cambiato lo spirito. Oggi non vedo l'ora di tornare a casa.


Di notte


(da Il giorno prima della felicità - Erri De Luca)

La morte di Pasolini


La morte di Pasolini, scritto dallo storico Davide Serafino, non aggiunge niente al mistero che ruota attorno al suo efferato omicidio, né offre elementi di maggiore chiarezza rispetto a quanto già (non) si sa. Il libro è però interessante dal punto di vista storico per la panoramica sul contesto sociale e politico dell'epoca in cui è maturato il delitto.

I primi anni Settanta (Pier Paolo Pasolini fu assassinato nel 1975) sono gli anni della cosiddetta "strategia della tensione", un ampio disegno, riduttivamente rappresentato con lo stragismo quando in realtà fu soprattutto pressioni politiche, trame, violenze, che aveva come scopo l'instaurazione di un clima di allarmismo diffuso che rendesse "accettabili" restrizioni delle libertà civili, dei diritti costituzionali e dei poteri del parlamento. In questo particolare periodo si ebbe il maggiore sviluppo e rilancio sia dell'eversione di destra che della lotta armata di sinistra, che di lì a poco avrebbe preso il sopravvento. Il libro in questione fornisce una pregevole descrizione di ciò che succedeva in quegli anni, avvenimenti di cui ho vaghe memorie, reminiscenze dei discorsi che sentivo dai miei genitori.

Per quanto riguarda l'omicidio del grande poeta, scrittore, saggista e regista, nulla di nuovo, come ho detto. Il libro esamina le già note teorie alternative alla frettolosa verità ufficiale e giudiziaria, che riconobbe nel reo confesso Pino Pelosi l'autore del crimine e che rubricò altrettanto frettolosamente (Pasolini fu sempre considerato un intellettuale estremamente scomodo, oltre che controverso) l'omicidio come degenerazione di una lite tra omosessuali. La versione fornita all'epoca dal giovane reo confesso suscitò subito molte perplessità, così come la sua completa ritrattazione trent'anni dopo i fatti, ma a tutt'oggi è quella che rimane in piedi, anche se si tratta di piedi non molto solidi.

venerdì 10 dicembre 2021

Julian Assange e i diritti umani

Non è ancora chiaro se Julian Assange verrà estradato negli USA oppure no. Per il momento l'Alta corte di Londra ha accolto il ricorso presentato dagli Stati Uniti contro la precedente sentenza che ne negava l'estradizione, ma l'applicazione pratica di questa ultima pronuncia non implica alcun automatismo in merito, diciamo che ne rende solo più probabile la futura estradizione. 

Personalmente spero che l'estradizione venga negata; in primo luogo perché estradare una persona nel paese fortemente sospettato di averne complottato l'assassinio non mi sembra la migliore delle cose. In secondo luogo perché la principale "colpa" del giornalista, informatico e attivista australiano è quella di aver divulgato documenti militari riservati relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq, La pubblicazione di quei documenti ha svelato al mondo le nefandezze compiute dagli USA e il modo in cui operano nelle varie guerre con cui dicono di esportare la democrazia.

Incidentalmente, l'Alta corte di Londra si è pronunciata proprio oggi, 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani (di cui in teoria avrebbero dovuto godere anche tutte le vittime "collaterali" dei vari conflitti sparsi per il globo). Si tratta dell'ennesima giornata mondiale di qualcosa che non serve assolutamente a niente, se non a ricordare che il 10 dicembre 1948 le Nazioni unite hanno proclamato la Dichiarazione universale dei diritti umani. 

Giova a questo proposito ricordare che questi benedetti diritti umani, così spesso sulla bocca di tutti, in natura non esistono, sono un prodotto culturale della società, e funzionano solo se una società li recepisce, altrimenti non valgono la carta su cui sono vergati. In natura esiste la prevaricazione, il dolore, la sofferenza inflitta dagli uomini ad altri uomini. Coi diritti umani cerchiamo in qualche modo di smussare e correggere quelli che sono i reali istinti degli esseri umani.

Se si dà uno sguardo alla situazione globale, direi che così, a occhio, questi famosi diritti umani universali siano ottimisticamente appannaggio di 1/4 della popolazione globale, mentre per i restanti 3/4 sono qualcosa meno di una pia illusione. Per quel fortunato quarto oggi è il 10 dicembre.

mercoledì 8 dicembre 2021

Patrick Zaki e le pedine

La liberazione di Patrick Zaki, di cui siamo tutti ovviamente molto contenti, non si è realizzata perché un bel giorno i giudici del Cairo si sono svegliati colpiti da una specie di resipiscenza morale dopo avere tenuto in carcere per 22 mesi uno studente colpevole di nulla, o magari perché è fortunosamente venuta alla luce una prova della sua innocenza - figuriamoci! È stato scarcerato grazie al lavoro sottotraccia del governo italiano, della diplomazia, dei continui contatti più o meno riservati tra la Farnesina e quel losco figuro di Al Sisi. Ma c'è lo zampino anche dell'amministrazione USA, nella faccenda, e in particolare dell'ambasciatore italiano in Egitto, Giampaolo Cantini, che dai tempi di Trump aveva provveduto a costruire buoni rapporti con l'inviato americano nominato da Trump stesso, ma allineato anche a Biden, Jonathan Coe.

Lo sblocco della situazione ha tra i vari artefici lo stesso Biden, il quale già dai tempi del suo insediamento aveva deciso di prendere di petto la questione dei diritti umani in quella parte strategica di Medio Oriente. (Che agli USA, ma anche a noi, freghi qualcosa della faccenda dei diritti umani da quelle parti fa sorridere, ma prendiamola per buona.) In particolare, Zaki è stato liberato perché il suo nome compariva in una lista di 16 dissidenti di cui l'amministrazione USA aveva chiesto la liberazione in cambio dello scongelamento di 200 milioni di dollari di aiuti militari all'Egitto, e il nome di Zaki in quella lista ci era finito grazie al lavoro di cui sopra della diplomazia italiana e del nostro ambasciatore là.

Questo spiega la tutto sommato tiepida reazione del governo italiano alla notizia della liberazione dello studente egiziano e la concomitante sorpresa dell'opinione pubblica: il governo sapeva che la situazione era prossima a una svolta, la gente no. La misurata reazione del governo è dettata anche dalla consapevolezza che la partita è tutt'altro che chiusa. Ciò che impressiona maggiormente, però, almeno me, è che vicende come questa sono la più lampante dimostrazione di come le persone comuni siano spesso niente più di semplici pedine all'interno di un gioco molto più grande, che contempla i delicati rapporti economici e di collaborazione tra stati, tra aree geografiche. Zaki e gli altri quindici nominativi di quella lista non erano altro che merce di scambio.

Se ci pensate, è la stessa cosa che faceva Salvini quando bloccava al largo le navi con i migranti. I migranti erano la "merce" con cui ricattare l'Europa per costringerla ad addossarsi parte del gravoso fardello. Ma anche Erdogan, un altro mascalzone di notevole portata, faceva la stessa cosa quando, appena un anno fa, minacciava di aprire la frontiera tra Turchia e Grecia e riversare in Europa i 130.000 migranti ammassati al confine. Ma anche i migranti ammassati tra Bielorussia e Polonia, di cui le cronache stanno ancora parlando, sono armi di ricatto con cui Lukashenko (un altro che ti raccomando) fa pressione sull'Europa perché non commini sanzioni economiche alla Bielorussia.

Tutto questo per dire che non so, di preciso, se ci sono stati altri periodi storici, lontani o più vicini a noi, in cui gli essere umani, le persone, sono state così massicciamente utilizzate come mezzi, merce di scambio, contropartite di qualcosa, come nella nostra epoca. Con buona pace del povero Kant.

Il sole dei morenti


Il sole dei morenti è un romanzo sulla disperazione. Frugando un po' nella mia memoria, non ricordo, neppure tra classici come I dolori del giovane Werther o Madame Bovary, altri libri in cui la disperazione sia rappresentata così lucidamente e così compiutamente. 

Il romanzo, pubblicato originariamente in Italia nel 2004, narra le vicende di Rico, un senzatetto originario di Parigi con gravi problemi di alcolismo che, dopo la morte del suo migliore amico, Titì, in una stazione della metropolitana, decide di abbandonare la città e di intraprendere un viaggio attraverso la Francia con destinazione Marsiglia, alla ricerca di Léa, l'amore della sua giovinezza.

Comincia quindi il suo viaggio, durante il quale conoscerà altri personaggi sbandati, degradati e disperati come lui, senza speranza, ognuno con la sua storia di disperazione e di emarginazione. 

Galimberti diceva che i sentimenti si imparano con la letteratura. Coi libri impari cos'è il dolore, la disperazione, la speranza, la frustrazione, la solitudine, l'amore, la gioia, l'esaltazione. Credo si riferisse anche a libri come questo.

Dai temi d'italiano al sesamoide radiale del panda

Due cose belle di oggi: 

- L'accorato appello di Paola Mastrocola perché non si uccida il tema d'italiano nelle scuole (consiglio vivamente di leggerlo fino alla fine).

- La storia incredibile del sesto dito del panda (dal min. 17:45 di questo video). In questo caso, l'aggettivo incredibile non è esagerato.

Bicicletta sgonfia (sogno)

Solitamente non ricordo i sogni che faccio. Quello di stanotte, invece, sì. Sono in giro in bicicletta, di domenica mattina, nella zona di Santa Giustina. A un certo punto mi accorgo di avere la ruota posteriore con la gomma sgonfia. Panico, ovviamente. Scorgo quindi un negozio di biciclette (sollievo: un riparatore di biciclette aperto la domenica mattina. Può capitare solo in un sogno :-) e lì di fuori il titolare intento a ripararne una. Mi avvicino, gli chiedo se può dare un'occhiata alla gomma della mia bici e lui acconsente sistemandomela. Riparto quindi tutto contento e nel frattempo mi accorgo che il riparatore di biciclette sta chiudendo il negozio. Se mi si sgonfia ancora, mi tocca farmela a piedi, penso.

Neanche a farlo apposta, dopo poco mi accorgo che si è sgonfiata la gomma anteriore e non posso più tornare dal tipo perché ha chiuso la sua bottega. Comincio quindi a "impennare", con l'intenzione di coprire il restante tragitto verso casa su una sola ruota. (Da ragazzino ero bravo, su una sola ruota riuscivo a coprire lunghi tratti sia con la bici che col Ciao). Ma impennare a cinquant'anni suonati non è come impennare a 14 o 15, e infatti alla fine mi rassegno a scendere e incomincio a farmela a piedi accompagnando a braccia la bicicletta, finché l'improvviso risveglio mi risparmia la lunga scarpinata. Sollievo.

Ho dato un'occhiata, per curiosità, al possibile significato di un sogno simile e ho trovato questo:


Credo che la faccenda della demotivazione sia particolarmente azzeccata. Per quanto riguarda il lavoro, sicuramente.

martedì 7 dicembre 2021

Marx oggi


Ho terminato ieri questo saggio su Marx scritto da Juan Manuel Aragués, e mentre lo leggevo pensavo a cosa direbbe oggi il grande pensatore tedesco se fosse ancora vivo, vedendo che la sua feroce critica alla società capitalista - Marx scrive le sue opere in pieno Ottocento - era rivolta a una società in cui, in fondo, il sistema capitalista era ancora agli albori, pur avendo già una certa "consistenza", rispetto a ciò che sarebbe diventato successivamente. Oggi le contraddizioni e i pericoli che il grande filosofo denunciava e contro cui metteva in guardia sono talmente palesi e radicati nel nostro sistema economico e sociale che viene naturale affibbiargli l'aura di profeta (inascoltato, naturalmente).

Perché Marx criticava così ferocemente il capitalismo? Principalmente per il suo carattere sfruttatore e alienante. In sostanza per Marx l'operaio, che poteva contare sulla forza lavoro come suo unico possesso, era costretto dalle circostanze a sottomettersi al capitale. In questo contesto, il salario che l'operaio percepiva per il suo lavoro era sempre inferiore al valore delle merci che produceva. Qui stava lo sfruttamento: la mancanza di equivalenza tra il valore assegnato alla merce "forza lavoro" (salario) e il valore di quanto prodotto con questa forza lavoro. Questa differenza generava quello che Marx chiamò plusvalore e che era ciò che stava, e sta ancora oggi, alla base dello sfruttamento del lavoratore.

Oggi credo che nessuno che sia in buona fede possa evitare di vedere, a volte anche sulla propria pelle, a quali livelli sia arrivato questo sfruttamento. 

Ma Karl Marx si rivelò (purtroppo) profeta anche relativamente a un altro aspetto del capitalismo: la produzione non spinta da necessità. Scrive l'autore: "Il capitalismo promuove la mercantilizzazione della vita, tanto che il lavoratore si trasforma in uno strumento della merce, sia in quanto produttore, come abbiamo visto, sia in quanto consumatore. E qui ancora una volta Marx anticipò realtà che si sarebbero imposte con tutta la loro potenza solo in una fase successiva del capitalismo. Il filosofo, infatti, metteva in guardia su questo rischio: nella produzione capitalista non sono le necessità a promuovere il desiderio e con esso la produzione, ma è il capitalismo che fa di tutto per trasformare in desiderio e necessità quanto produce, incentivando questa dinamica di produzione. In poche parole: nel capitalismo non si produce ciò di cui si ha bisogno, ma si ha bisogno di ciò che si produce."

Quanto questo sia vero, oggi è sotto gli occhi di tutti. Guardate dieci spot pubblicitari in televisione e provate a vedere quanti prodotti, dei dieci reclamizzati, vi servono davvero. Uno? Due? Nessuno? Forse nessuno, ma non importa, perché l'importante è consumare altrimenti si ferma tutto. La produzione, oggi, non è più organizzata in vista della soddisfazione di un bisogno, ma è organizzata nel tentativo di tenere in piedi un circolo economico vizioso che se si fermasse provocherebbe il collasso dell'intero sistema. Si mettono sul mercato prodotti non perché servono ma perché se si ferma la produzione arriva la disoccupazione, con tutte le ricadute sociali che comporta e che fin troppo bene conosciamo. Quindi dobbiamo acquistare e consumare. Siccome però viviamo in una società che è satura di prodotti, ecco che la pubblicità si incarica non di reclamizzare prodotti (quello lo fa dopo) ma di generare bisogni, di inculcare la convinzione che quel prodotto ci serve, perpetuando questo schizofrenico sistema (ancora per quanto, non si sa). Marx, che saremmo arrivati a questo punto l'aveva previsto 150 anni fa.

Il vecchio e la Settimana Enigmistica

Domenica pomeriggio, scendendo giù dalle colline di Poggio Berni durante la mia solita camminata, ho attraversato il parcheggio del centro sociale, completamente deserto perché la struttura era chiusa. Ma in realtà non era completamente deserto. Parcheggiata in una posizione un po' defilata e seminascosta dai cassonetti dell'immondizia c'era un'automobile, quella che vedete nella foto qui sotto.


Al suo interno c'era un anziano signore impegnato a compilare un cruciverba della Settimana Enigmistica. Ignoro perché fosse lì invece che a casa al calduccio. Ho pensato che potrebbe essere la situazione ideale per scrivere un racconto. Un vecchio in una macchina che fa le parole crociate, un parcheggio deserto, attorno solo campagna e colline. Quale situazione migliore di questa potrebbe fare da incipit alla stesura di una racconto?

Quasi quasi oggi pomeriggio mi metto dietro :-)

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...