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mercoledì 1 aprile 2026

Priorità

Ho richiesto una visita dermatologica in una struttura pubblica. Primo posto disponibile: 12 agosto 2027 all'ospedale di Rimini. Ticket da pagare: 25,40 euro. Non ho sbagliato a scrivere (magari qualcuno pensa che volessi scrivere 12 agosto 2026): il primo posto disponibile è tra un anno e mezzo. Naturalmente, in una struttura privata, pagando 5 volte tanto avrei trovato posto dopo Pasqua. 

Si capisce, no, l'importanza per il Paese Italia della separazione delle carriere?

sabato 21 marzo 2026

Perché No

È quasi finita, domani e lunedì si voterà per questo benedetto referendum sulla separazione delle carriere (anche se non è un referendum sulla separazione delle carriere). Come ho già scritto in precedenza, voterò convintamente No per alcuni motivi. Questi.

È surreale che la politica abbia imposto ai cittadini di esprimersi su un tema così complesso e tecnico, ed è quindi naturale che la consultazione fin da subito abbia assunto un carattere politico. Pochissimi dei milioni di cittadini italiani che si recheranno alle urne conoscono e capiscono i dettagli tecnici di questa riforma, ed è naturale che sia così, perché appunto si tratta di tecnicismi giuridici appannaggio di una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Nessuno di noi è obbligato a conoscerli. Quindi si tratterà giocoforza di una consultazione le cui sorti non saranno determinate da una sua conoscenza nel merito, ma dalla simpatia o antipatia politica verso i proponenti. E una importante modifica della Costituzione (questa riforma ne modificherà ben 7 articoli) non si fa su presupposti di simpatia. Non esiste e non si può accettare. Mai.

Un altro motivo per cui voterò No è la quantità industriale di bugie e falsità che sono state messe in campo dai sostenitori del Sì. Per onestà va detto che anche dalle parti del No in alcuni casi si è esagerato, ma la sproporzione è palese e non paragonabile. Abbiamo sentito di tutto: se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente più assoluzioni di Carola Rackete, niente più giudici che liberano migranti, i magistrati non intralceranno più il lavoro del governo e finalmente pagheranno per le loro "malefatte", la fuga dei cervelli si interromperà e i giovani torneranno in Italia: una disonestà intellettuale fuori da ogni decenza. Mentre se vincerà il No stupratori e pedofili in libertà, tana libera tutti per delinquenti di ogni risma e assurdità anche maggiori. Ora, è giusto che si faccia propaganda per la propria causa, ma questa propaganda non deve passare attraverso la mistificazione della realtà e la presa in giro di chi andrà a votare. Perché se si fa propaganda con la mistificazione significa che gli argomenti reali che dovrebbero supportare una posizione non hanno sostanza. In una sola cosa i sostenitori del Sì sono stati (involontariamente) sinceri: quando hanno ammesso che la vittoria del Sì toglierà di mezzo la magistratura (parole testuali della capa di gabinetto di Nordio), il sotteso del quale è che con la vittoria del Sì i controlli di legalità della magistratura nei confronti di reati e illeciti commessi in particolar modo dai "colletti bianchi" saranno fortemente limitati. C'è bisogno di aggiungere altro o è sufficientemente chiaro quali sono i reali scopi della riforma? L'hanno ammesso loro stessi. E comunque, al di là di altri tipi di motivazioni, votare No è una questione di principio, e il principio è che dare fiducia a chi ti estorce quella fiducia ingannandoti non è accettabile. Se anche io fossi in buona fede convinto di votare Sì, rinuncerei a farlo perché non voglio che quel Sì sia basato su falsità. In altre parole: non voglio essere preso in giro. E siccome ritengo di avere ancora sufficiente lucidità per capire quando mi si vuole prendere in giro, il mio voto non ve lo darò.

L'ultimo motivo per cui voterò No è che - e questo fatto se si è intellettualmente onesti non è contestabile -, con la vittoria del Sì, sulla bilancia dei pesi e contrappesi previsti dai padri costituenti il potere della politica aumenterà e quello della magistratura si abbasserà. Il nocciolo della questione e il fulcro di tutta la riforma è questo, non la separazione delle carriere, che sostanzialmente sono già separate da anni. Questo è quello a cui la politica vuole arrivare, e non da oggi. È un progetto che era già previsto dalla P2 di Licio Gelli e che negli anni Novanta Berlusconi provò (fortunatamente senza riuscirci) a realizzare. Nel cosiddetto Piano di rinascita democratica elaborato da Licio Gelli, era infatti prevista una riorganizzazione dello Stato che, tra le varie cose, avrebbe comportato anche un ridimensionamento del ruolo della magistratura a favore di un maggiore controllo politico. Da martedì, questo vecchio sogno di Licio Gelli e Berlusconi potrebbe diventare realtà. Sta a noi fare in modo di impedirlo.

martedì 10 marzo 2026

Sì, perché?

 


I sostenitori del Sì al referendum, da qualche tempo sono molto attivi nella diffusione sui loro canali social di questa vignetta. Vi si vedono elencati, su due colonne, i paesi in cui è in vigore la separazione delle carriere tra i magistrati e quelli in cui le carriere sono invece unificate. I primi sono indicati in azzurro, i secondi in rosso. Non è una distinzione casuale, naturalmente, e serve a dare l'idea che la separazione sia prerogativa dei paesi più civili e democratici mentre gli altri, quelli con le carriere unite, sono brutti, sporchi e cattivi. L'Italia, avendo le carriere unite (solo formalmente, in realtà sono separate già da molto tempo), è ovviamente inserita nel gruppo dei brutti, sporchi e cattivi. 

Il problema è che la semplificazione evidenziata dalla vignetta è parecchio fuorviante. Ovviamente qua nessuno è malizioso, quindi nessuno pensa che dietro questa rappresentazione semplificata ci sia da parte dei proponenti la volontà di ingannare chi legge (come no?).

La vignetta è fuorviante per il semplice fatto che in Europa i sistemi giudiziari sono diversissimi tra loro, quindi uno schema di questo tipo non ha alcun senso. È vero che in molti paesi europei e occidentali le carriere sono separate, ma il modo in cui funzionano i pubblici ministeri è molto diverso. Negli Stati Uniti, ad esempio, i procuratori sono nominati dal potere politico; significa che là i procuratori distrettuali vengono eletti dopo regolari elezioni. In Germania i pubblici ministeri dipendono direttamente dal ministro della giustizia; nel Regno Unito l’accusa è un servizio pubblico separato ma non fa parte della magistratura come in Italia. E si potrebbe continuare. Quindi sì, le carriere sono formalmente ovunque separate, ma spesso l'accusa è più vicina al potere esecutivo. Sono scenari a sé stanti e completamente diversi dal nostro, ecco perché equipararli semplicisticamente in uno schema non ha alcun senso.

Personalmente non ho niente contro chi voterà Sì al referendum. Dirò di più: alcuni giuristi favorevoli al Sì adducono argomentazioni anche abbastanza convincenti. Ma se non ho niente contro chi voterà Sì, ce l'ho invece molto con chi tenta di convincere il prossimo con l'inganno. Tabella a parte, mi riferisco all'asfissiante campagna mediatica di vari personaggi di questo governo che utilizzano strumentalmente ogni fatto di cronaca per perorare la causa del Sì. Si leggono e si sentono cose assurde, tipo che se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente piu casi come quello della famiglia del bosco, niente più magistrati che assolvono Carola Rackete o che ordinano la scarcerazione di qualche migrante da quella costosissima barzelletta che sono i centri di detenzione in Albania. E via di seguito.

Do una notizia a quelli che hanno intenzione di votare Sì convinti che tutto ciò sia vero: vi stanno prendendo in giro. Semplicemente e pacificamente. Il problema è che non ve ne accorgete, e i politici che fanno girare quelle vignette lo sanno e se ne approfittano. Cioè, per capirci: voi apprezzate quei personaggi perché sono della vostra parte politica, e loro vi ricambiano prendendovi per il naso. Come dicevo, non ho niente contro chi vota Sì, ma documentatevi, informatevi, approfondite un po'. E se dopo esservi documentati siete ancora convinti di votare Sì, va benissimo. Ma non votate Sì perché qualcuno vi racconta che con la vittoria del Sì i giudici non potranno più liberare un migrante da un CPR. L'eventuale vittoria del Sì non cambierà niente di tutto ciò e i magistrati continueranno come prima a emettere le loro sentenze, gradite o sgradite che siano al governo di turno. Diffidate di chi vi racconta il contrario.

domenica 18 gennaio 2026

Barbero per il No

Nell'arena della campagna referendaria sulla riforma della giustizia è sceso in campo Alessandro Barbero, il quale ha pubblicato questo breve video in cui spiega perché voterà No. Il suo contributo è interessante perché, da buon ex professore, spiega chiaramente i punti principali di una materia tecnica e complessa come la destrutturazione del CSM, che si realizzerà se vinceranno i Sì.

Per il resto non c'è molto da dire, la stragrande maggioranza dei sondaggi più recenti mostra i Sì in vantaggio sui No, e anche se le percentuali precise variano a seconda dell’istituto demoscopico, in tutte le rilevazioni i contrari sono nettamente inferiori. Dato il poco tempo che manca a marzo ci sono poche speranze che cambierà qualcosa. 

Se si prende in considerazione il combinato disposto tra separazione delle carriere, distruzione del CSM, legge elettorale e premierato, è possibile vedere il disegno complessivo con cui questo governo scardinerà le fondamenta costituzionali che hanno retto e regolato fino a oggi il nostro Paese.

domenica 14 dicembre 2025

Garlasco e la separazione delle carriere

Leggo che nel discorso di chiusura del circo Barnum di Atreju la signora urlante ha intimato ai presenti di votare sì al referendum della giustizia della prossima primavera "perché non ci possa più essere una vergogna come quella di Garlasco". Bello. Peccato che la separazione delle carriere non c'entri niente col caso Garlasco, in quanto gli errori venuti alla luce, di cui si parla massicciamente da qualche mese, non dipendono dal rapporto PM–giudice.

Le principali criticità del caso Garlasco riguardano indagini iniziali lacunose (contaminazione della scena, reperti non raccolti o raccolti male), errori tecnici e scientifici (DNA, impronte, perizie contrastanti), scelte investigative discutibili (piste abbandonate, altre privilegiate), valutazioni probatorie controverse nei vari gradi di giudizio. Ma tutto questo è avvenuto a monte del processo. Se anche fosse stata in vigore la separazione delle carriere, sul piano tecnico delle indagini non sarebbe cambiato niente in quanto la separazione non avrebbe influito in alcun modo sulle modalità di preservazione di una scena del crimine, su come si esegue una perizia, su come si interpreta un dato scientifico.
 
Il leitmotiv principale dei sostenitori del sì è che un giudice totalmente separato dal PM sarebbe più "terzo", ma nel caso Garlasco ci sono state assoluzioni e condanne, ribaltamenti di sentenze e giudici che non si sono affatto allineati alle richieste dell’accusa. Insomma, se c'è un fatto di cronaca che più di altri non può essere preso come casus belli per perorare la causa della separazione delle carriere è proprio quello di Garlasco, e la signora urlante ha utilizzato proprio quello per la sua propaganda. Ma tanto l'elettore medio dei fratellini d'Italia figuriamoci se potrà mai capire questo tipo di inganno.

martedì 28 ottobre 2025

Separazione (di carriere)

Sta per arrivare a conclusione l'iter parlamentare della riforma costituzionale della giustizia voluta fortemente da questo governo, quindi i prossimi mesi vedranno il dibattito politico prevalentemente concentrato su questa riforma, che avrà come atto finale il referendum confermativo nella prossima primavera. Il ricorso al referendum è necessario in quanto la riforma sarà approvata in parlamento senza aver raggiunto la maggioranza dei due terzi di deputati e senatori, obbligatoria in caso di riforme costituzionali.

Siccome ho una certa età e siccome anche questo blog ha una certa età, sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, che è un po' il punto focale di tutta la riforma, avevo scritto molto negli anni a cavallo tra il 2009 e il 2011. Quindi non si tratta di una novità ma della riproposizione in salsa meloniana di un vecchio progetto berlusconiano che a sua volta affondava le radici nel famoso/famigerato Piano di rinascita democratica, di Licio Gelli. In sostanza, oggi come allora, lo scopo principale di questa riforma non è rendere più veloce ed efficiente la giustizia - dal punto di vista pratico non ne apporta alcun miglioramento - ma si tratta di un progetto con finalità esclusivamente politiche che si esplicitano nel tentativo di subordinare l'iniziativa giudiziaria al governo e limitare il campo d'azione penale dei magistrati.

La materia è complessa è ricca di tecnicismi che, ovviamente, non possono essere compresi da chi non ha le mani in pasta in ambito giuridico, quindi tutto il dibattito dei prossimi mesi si svolgerà all'insegna del sentimentalismo ideologico. La mia parte politica dice che è cosa buona? Lo è anche per me. La mia parte politica dice che è una schifezza? Lo è anche per me. Questo atteggiamento sarà poi ciò che deciderà le sorti del referendum di primavera, dove una minoranza parteciperà informandosi seriamente al netto di pregiudizi ideologici mentre la maggioranza si esprimerà a sentimento sulla base delle indicazioni del proprio partito. 

Tutto già visto.

giovedì 13 luglio 2023

Separazione delle carriere?

Questo governo, tra i tanti obiettivi che si è posto, annovera la famosa/famigerata separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, un vecchio sogno berlusconiano mai realizzato completamente ma mai abbandonato dalla destra. A dire il vero, questo progetto non nasce con Berlusconi ma con Licio Gelli, dal momento che era uno dei punti del suo programma sovversivo di Rinascita.

È un argomento molto tecnico, di difficile comprensione per chi, me compreso, non è addentro a questioni giuridiche. In sostanza, riassumendo brutalmente, se la riforma caldeggiata anche da Nordio, probabilmente il peggior ministro della Giustizia della storia repubblicana, andasse in porto, magistrati inquirenti (Pubblici ministeri) e giudicanti (giudici di tribunale o di corte) non potrebbero cambiare funzione durante il corso della carriera. Il punto è che già oggi, anche senza questa riforma, i magistrati che nel corso della carriera cambiano funzione sono pochissimi, anche perché le varie riforme che si sono succedute nel corso degli anni (la riforma Castelli prima, la riforma Cartabia poi) hanno reso meno appetibile il cambio.

Nel 2022 appena trascorso le richieste di cambio di funzione sono state venti (20) su un organico di 10.000 magistrati. Davanti a questi numeri si capisce chiaramente come una riforma "utile a tutti gli italiani" non abbia in realtà alcun significato, se non politico. Scriveva qualche giorno fa Elena Chiari: "Ma sono in molti a ritenere che dietro il tema tecnico, ormai statisticamente marginale, di permettere o non permettere a Pm e giudici di passare da una funzione all’altra e quanto, si nasconda in realtà l’intento politico di cominciare da qui per assoggettare progressivamente l’ufficio del Pm all’esecutivo, col risultato che a quel punto sarebbero i Governi a decidere di volta in volta (a seconda del colore e del consenso) quali cassetti un Pm può aprire e quali no. Ma in questo caso il rischio è che un cittadino, uguale agli altri davanti alla legge secondo l’articolo 3 della Costituzione, possa diventare un po’ meno uguale e che il divario tra potenti e comuni cittadini si stringa o si allarghi, a seconda che il Governo di turno decida che i cassetti del potere possano essere aperti o debbano restare chiusi."

In sostanza, il non detto di questa riforma starebbe nell'antico sogno della destra di porre il sistema giudiziario sotto il controllo dell'esecutivo, di renderlo quindi meno indipendente e in rapporto di maggiore sudditanza, esattamente come avviene oggi in paesi come la Polonia, l'Ungheria, la Turchia, non esattamente modelli di democrazia. Che poi tutto questo vada nell'interesse del comune cittadino è ancora tutto da dimostrare. Uno dei più esaustivi articoli su questa complessa tematica lo trovate qui.

sabato 11 giugno 2022

Tre quesiti referendari che probabilmente contrassegnerò con il No

Uno è quello che chiede l'abrogazione della legge Severino, l'altro la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, il terzo la modifica della custodia cautelare. Sugli altri due credo che mi asterrò perché, pur avendo cercato di capirci qualcosa, non ci sono riuscito, e generalmente non do giudizi su cose che non capisco.

Al quesito che chiede l'abrogazione della legge Severino voterò No per una questione di principio. Da quello che ho capito, il quesito viene presentato come risultato dell'esigenza di evitare che sindaci o amministratori locali non condannati in via definitiva, quindi potenzialmente innocenti, non possano ricoprire cariche pubbliche. Presunzione di innocenza che naturalmente è giusto venga preservata e riconosciuta. Il problema è che il quesito non si propone di risolvere questi aspetti effettivamente problematici del decreto, ma lo abroga in toto, permettendo a condannati in via definitiva di poter tornare a ricoprire pubblici uffici. Poi, certo, quasi sempre le sentenze di condanna definitive sono accompagnate dall'interdizione dai pubblici uffici, e quindi da questo punto di vista il decreto Severino non ha in fondo mai avuto una grande utilità, ma fissa un principio con cui concordo.

Per quanto riguarda la separazione delle funzioni, voterò No per il semplice fatto che già oggi la grande maggioranza dei magistrati esercita una sola funzione, seguita da una piccola parte che cambia funzione una sola volta in tutta la carriera e una piccolissima parte che cambia più di una volta (dati numerici e percentuali sono qui). Alla luce di tutto ciò, a me sembra che il divieto di cambiare funzione all'interno di una magistratura dove gran parte dei magistrati già non la cambia, non abbia alcun impatto relativamente a un maggiore grado di imparzialità dei giudici. Accanto a questi dati oggettivi, ce n'è anche uno ideologico, se così si può dire, che risiede nel fatto che, storicamente, la separazione delle funzioni tra magistratura inquirente e giudicante è stata una delle grandi battaglie (sempre persa) portate avanti dal peggiore berlusconismo. Se io fossi uno abituato a ragionare di pancia, basterebbe già solo questo a farmi votare No.

La modifica della custodia cautelare, invece, è quello su cui sono più combattuto. Alla fine credo voterò No per i pericoli, in caso prevalessero i Sì, segnalati da Giulia Siviero in questo articolo, relativamente alla maggiore difficoltà di preservare l'incolumità di persone vittime di stalking e violenze fisiche e psicologiche in ambito familiare. Ma, ripeto, su questo sono combattuto.

Una curiosità di questo referendum è che non si sa di preciso quante firme sono state raccolte per promuoverlo. Su Wikipedia si parla genericamente di 700.000, quindi 200.000 in più di quelle necessarie, ma il fatto che la richiesta di referendum sia stata depositata in Cassazione con il sostegno di nove consigli regionali guidati da coalizioni di centrodestra autorizza a mettere in conto qualche dubbio.

Comunque sia, il referendum ci sarà, anche se sono molto minimali le probabilità che raggiungerà il quorum. Tra le altre cose, è interessante notare come uno dei grandi promotori, l'immarcescibile Salvini, uno che ha sempre fatto del "deve marcire in galera" il suo slogan preferito (quando si tratta di crimini commessi da stranieri, ovviamente), promuova quesiti referendari che contraddicono palesemente i programmi elettorali del partito di cui è capo. Ma altrimenti non sarebbe Salvini.

sabato 22 febbraio 2014

Ministri graditi

"Nel 2010 propose al Pdl una riforma della giustizia "condivisa" ed è a favore della separazione delle carriere dei magistrati" (affaritaliani. it).
Questa spiega perché quello di Orlando alla giustizia è uno dei pochi nomi graditi al delinquente. E spiega perché Gratteri non ha mai avuto alcuna chance fin dall'inizio.

domenica 1 settembre 2013

Banchetti

Vedere il delinquente al banchetto dei radicali per firmare i referendum non è un bello spettacolo, diciamo la verità. Temo che Pannella, di cui in passato ho condiviso molte posizioni e battaglie, stia invecchiando molto male (per non parlare ovviamente di quell'altro). Nonostante questo, però, credo che alcuni dei quesiti che i radicali vogliono sottoporre a referendum, che probabilmente molti non hanno letto, siano estremamente interessanti. Vediamo un po'.
Innanzitutto, le domande sono 12: 6 vertono sui diritti civili, 6 sulla giustizia. A mio parere, i primi 6 sono tutti condivisibilissimi. Uno per tutti: l'abrogazione del maccanismo truffaldino che ripartisce le scelte inespresse nell'attribuzione dell'8 x 1000. Il giorno in cui questa porcata sparirà, ci sarà davvero da festeggiare. Al contrario, i rimanenti 6 sulla giustizia sono a mio avviso da cestinare in toto, nel senso che quasi nessuno di questi contribuisce a risolvere il vero problema che affligge la giustizia italiana: la sua lentezza. Tra questi - notate - c'è un vecchio sogno sempre accarezzato da B. e i suoi, che hanno già tentato in passato di fare diventare legge: la separazione tra magistratura inquirente e giudicante, la famosa separazione delle carriere. L'argomento è piuttosto tecnico, quindi noioso - in passato ho scritto vari post sull'argomento sul mio blog. Vi basterà sapere, in estrema sintesi, che è un vecchio trucchetto per tentare di mettere la magistratura sotto controllo da parte della politica.
Come B. ha già fatto, spudoratamente, in passato, molti tenteranno di aggrapparsi al fatto che tale progetto fu avallato anche da Giovanni Falcone. Ovviamente sono balle. È vero che Falcone in alcuni scritti sembrò assumere posizioni favorevoli in tal senso, ma tali scritti vanno contestualizzati all'epoca politica in cui scriveva lui, che è molto differente da quella odierna.

venerdì 17 giugno 2011

Per capire meglio


Se avete un paio di minuti, date una letta a questo articolo del Corriere. Ecco, adesso pensate ai computer, alle stampanti, alla carta, al personale che manca e a tutte le procure e i tribunali che nel nostro paese sono nelle stesse condizioni della procura di Roma. Fatto?

Bene, adesso pensate a: processo breve, prescrizione breve, lodo Alfano, limitazione delle intercettazioni, separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante e doppio CSM. Ecco, avete appena scoperto la differenza che corre tra legiferare per la pubblica utilità e legiferare per l'utilità di uno.

domenica 13 marzo 2011

Ferrara, per piacere, lascia stare Falcone

Come avevo già scritto, l'accostamento tra Ferrara e Biagi è facile che mi provochi qualche senso di vertigine. Stamattina, sul Giornale - e dove se no? -, il Giulianone nazionale torna alla carica con un editoriale dal titolo "Tre motivi semplici semplici per riformare la giustizia". Vi risparmio un'analisi del contenuto - se siete forti di stomaco potete leggerlo da soli e trarre le vostre conseguenze -, ma c'è un punto che non è possibile lasciare correre: c'è un limite anche alle balle.

Riguarda uno dei punti, della cosiddetta riforma "epocale", che Berlusconi preferisce e di cui si parla ormai da tempo immemorabile: la separazione delle carriere tra PM e giudici. Il ritornello che ci sentiamo ripetere dai galoppini governativi è sostanzialmente sempre quello: se il giudice facesse solo il giudice e il PM solo il PM la giustizia ne gioverebbe e i diritti dei cittadini sarebbero più tutelati. Naturalmente sono tutte balle: la separazione delle carriere è una bella e altisonante dicitura che in realtà nasconde al suo interno solamente il vecchio sogno dei politici di ogni tempo di mettere le azioni della magistratura sotto il controllo del governo. Vantaggi per i cittadini: zero.

Il problema non è questo. Il problema è che spesso per avallare e dare credito a questa pseudo riforma, si usa dire che anche magistrati di notevole spessore e fama, in passato, hanno strizzato l'occhio a questo progetto. Uno di questi sarebbe Giovanni Falcone. Scrive Ferrara:


A parte il fatto che non si capisce cosa ci sia di liberale in una riforma in cui la priorità delle indagini la deciderà il governo, non è ben chiaro dove siano i fautori di questa riforma che "non si contano". Forse tra i politici se ne potrebbero trovare molti; più difficile tra i magistrati e tra coloro che di giustizia ci capiscono qualcosa. Ma è sentire nominare Giovanni Falcone da Ferrara che mi fa fare il salto di qualità dalle vertigini ai conati di vomito. Vi immaginate i solerti lettori del Giornale? "Cavolo, lo dice Falcone, deve essere per forza una cosa buona e giusta".

E' vero, Falcone ha parlato di questa cosa, ma in termini un pelino diversi da quelli che si intendono oggi e da quelli che intende Ferrara (il quale si guarda bene dal dirlo nei termini giusti ai lettori). Come stanno le cose, allora? Lo spiegò molto bene a suo tempo Giancarlo Caselli, in risposta a Berlusconi (un altro che il nome di Falcone non dovrebbe neppure sussurrarlo). Vi riporto qui di seguito alcuni stralci dell'articolo di Caselli, la versione integrale è qui.

Far parlare i morti è operazione scorretta e nessuno può dire quale sarebbe oggi il pensiero di Falcone. Tanto più se si usa una formula (”separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati”) che Falcone non ha mai usato. Ma il merito della questione riguarda la separazione delle carriere. Effettivamente alcuni scritti di Falcone sul finire degli anni Ottanta sembrano ad essa decisamente favorevoli. Ma sono scritti che vanno ”storicizzati”.
[...]
Ma far parlare i morti - ripeto - è scorretto. Limitiamoci allora a rilevare che Falcone scriveva ben prima che la storia del nostro Paese subisse una radicale curvatura. Prima che Tangentopoli svelasse una corruzione sistemica. Prima che Mafiopoli (grazie anche al radicale mutamento di clima che proprio le stragi del `92 favorirono) provasse anche a livello giudiziario collusioni fra mafia e politica di gravità inaudita.
Prima che si scatenasse contro i magistrati onesti aggressioni senza tregua. Prima delle ricorrenti campagne volte ad ottenere (in un Paese dove il sistema giudiziario è sfasciato) non più, ma meno giustizia, tutte le volte che il controllo di legalità voglia occuparsi anche di certi interessi.
[...]
...separazione delle carriere inevitabilmente significa che la politica, in modo o nell’altro, può dare ordini, direttive o indicazioni ai pm. In altri Paesi, di democrazia consolidata, ciò avviene senza drammi. Perché la politica rispetta la giurisdizione e sa bonificare se stessa quando necessario. Ma da noi la situazione è diversa: corruzione, collusioni, mala-sanità, mala-amministrazione e via elencando ci affliggono ancora pesantemente, mentre si è trasversalmente diffusa la tendenza di certa politica ad autoassolversi pregiudizialmente, accusando di complotto o politicizzazione la magistratura ogni volta che - facendo il suo dovere - debba occuparsi di politici o amministratori pubblici.

Giuliano Ferrara, forse potrai prendere per i fondelli i lettori del Giornale (ormai ci avranno fatto il callo), ma non certo chi non ha il prosciutto davanti agli occhi. E lascia stare Falcone, per piacere.

sabato 19 febbraio 2011

C'è problema e problema

Molti, me compreso, pensavano che la distruzione definitiva del nostro sistema giudiziario, quella che senza nessun pudore chiamano "riforma", il cavaliere e i suoi l'avessero ormai accantonata. Ci sbagliavamo. Galvanizzato dagli ultimi ritorni all'ovile, dopo la disgregazione di Futuro e Libertà, il premier più imputato del pianeta è tornato a spingere sull'acceleratore (i suoi processi hanno ripreso a correre) e ha ritirato fuori dal cassetto la separazione delle carriere tra giudici e pm, la riforma del CSM, le intercettazioni e l'immunità parlamentare, quest'ultima abolita ai tempi di tangentopoli per evitare qui da noi l'equivalente di ciò che è successo in Egitto nei giorni scorsi.

Onde evitare fraintendimenti, è bene ribadire che nessuna delle cosiddette riforme che ha in mente il cavaliere serve a lenire l'unico problema storico che affligge la nostra macchina giudiziaria: la sua lentezza. Non serve a questo scopo la limitazione delle intercettazioni, non è di nessuna utilità la separazione tra magistratura inquirente e giudicante e, tantomeno, è di alcuna utilità la paventata reintroduzione dell'immunità parlamentare - figurarsi!. Non occorre infatti una laurea in giurisprudenza per capire che la grande riforma della giustizia che hanno in mente ha solo una utilità contingente: cercare di bloccare i guai giudiziari in cui si è cacciato il premier.

E questa volta pare intenzionato a fare sul serio, arrivando pure a sfidare il Quirinale. Napolitano aveva infatti già avuto modo di far conoscere a lorsignori come la pensa su intercettazioni e limitazione alla libertà di stampa. Anche per questo la porcata era stata accantonata. Ma stavolta è diverso. Prima c'era il legittimo impedimento a fare da paravento al premier. Adesso, dopo che la Consulta lo ha azzoppato, è di nuovo emergenza. Anche se sa benissimo che Napolitano si metterà di traverso, lui è determinato ad andare avanti lo stesso, perché adesso bisogna giocare il tutto per tutto.

Gli italiani possono stare tranquilli: finché avremo un premier così, prima verranno i suoi problemi, poi, eventualmente, quelli di tutti.

martedì 4 gennaio 2011

Separami questo


Dal 1 gennaio i tribunali in Italia sono senza assistenza informatica, e quindi a rischio paralisi. Ma i magistrati non si devono preoccupare, perché nei 5 punti programmatici di Berlusconi c'è la tanto strombazzata riforma della giustizia, cioè la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Una cosa molto utile a tutti gli italiani (in particolare a uno).

venerdì 26 novembre 2010

L'Unione Europea condanna la Francia perché i pm sono sotto l'esecutivo (quello che vogliono fare da noi)

Nel nostro ordinamento giuridico il PM, ossia il Pubblico Ministero, è indipendente. Non ha alcun tipo di vincolo e non è assoggettato ad alcuna altra autorità (governo, Polizia Giudiziaria, ecc...). Uno dei vantaggi di questo stato di cose è che l'azione penale, obbligatoria per legge qualora vi sia notizia di reato, viene esercitata indipendentemente nei confronti di chiunque, dall'ultimo dei barboni al più influente dei potenti.

Voi sapete che da tempo immemorabile uno dei cavalli di battaglia di Berlusconi e soci è la "riforma della giustizia". All'interno di questa vaga e altisonante definizione si nasconde quella che viene comunemente chiamata "separazione delle carriere" tra magistratura inquirente e giudicante. L'argomento è piuttosto "tecnico", quindi non la tiro molto per le lunghe (chi vuole approfondire può approfittare di questo ottimo articolo di Bruno Tinti). Sintetizzando brutalmente, si può dire che uno degli effetti di questa riforma, qualora sciaguratamente andasse in porto, è l'assoggettamento del pm al governo, il quale potrebbe decidere quali sono le "priorità" su cui si deve indagare (pensate ad esempio che la corruzione, magari in atti giudiziari, avrebbe la precedenza?).

E' notizia di oggi che l'Unione Europea ha condannato la Francia "per la mancata indipendenza dei pubblici ministeri che sono alle strette dipendenze dell'esecutivo". Cioè, nel caso non sia chiaro, la Francia si è beccata una sanzione dall'UE perché là sono in vigore le stesse norme che Berlusconi e soci vorrebbero introdurre anche da noi. E hanno pure il coraggio di chiamarla riforma.

sabato 28 agosto 2010

Balle straordinarie sul processo breve

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.


Questa mattina il Corriere apre in prima pagina con una fantastica intervista al ministro della Giustizia (brrr...) Angelino Alfano. L'argomento è il "processo breve", ribattezzato poi "processo certo" o di "giusta durata" (sapete com'è, il nome ha una sua importanza). In sostanza il ministro rivela quello che già si sapeva da tempo immemorabile: alla ripresa dei lavori parlamentari l'approvazione di questa porcata sarà inderogabile. Pena il ritorno alle urne.

Siccome, nonostante quello che sembra, gli italiani non sono tutti una massa di tonti, Alfano ha capito che occorre indorare un po' la pillola, e quindi ha promesso che questa "riforma" sarà accompagnata da una sostanziosa elargizione di risorse. Naturalmente, visto che in cassa non c'è un soldo si guarda bene dal dire a quanto ammonteranno queste risorse e soprattutto dove verranno prese. Ma in fondo sono particolari trascurabili. Quello che conta davvero è l'approvazione certa e in tempi rapidi del provvedimento - vi ricordate no?, a dicembre la Consulta si esprimerà sul legittimo impedimento.

La giurisprudenza della Cassazione e della Corte di Strasburgo ormai impone allo Stato italiano, ogni anno, milioni e milioni di euro di risarcimenti proprio per la lentezza cronica della giustizia. E c'è un'apposita legge, la famosa legge Pinto, che stabilisce come ottenere i risarcimenti. Tutti questi soldi potranno essere «risparmiati» ed impiegati per migliorare l'efficienza della macchina giudiziaria, cioè potranno servire per quegli «investimenti straordinari» che il ministro annuncia oggi.

Perbacco, un'occasione da non perdere allora. Peccato che la riforma che ha in mente Alfano in questo senso non servirà a un fico secco. Lo scrive Vittorio Grevi sulla stessa edizione del Corriere a corredo dell'intervista di Alfano. Scrive Grevi:

Nessun dubbio, dunque, che si debba operare nel senso di una riduzione dei tempi dei giudizi (sia civili, sia penali), oggi spesso davvero intollerabili. E nessun dubbio nemmeno sulla diagnosi del male che affligge il sistema della nostra giustizia, da anni ormai individuato senza equivoci nell'arretratezza delle strutture giudiziarie, nelle disfunzioni anche organizzative che le zavorrano, nella penuria delle risorse disponibili, e, infine, anche in certi superflui formalismi e in certe inutili macchinosità della disciplina processuale. Se ciò è vero, una volta accertate le cause del male, non dovrebbe essere troppo difficile realizzare anche le terapie per uscire da una situazione tanto disastrata, operando anzitutto nel senso di un recupero di efficienza sul terreno delle strutture giudiziarie, della loro organizzazione anche territoriale (si pensi all'annoso problema della revisione della geografia degli uffici), e, naturalmente, anche sul terreno del necessario snellimento delle procedure.
Nulla di tutto questo, invece, emerge dai «punti programmatici» elaborati dal presidente Berlusconi per il rilancio del suo governo. All'interno di quel testo, infatti, accanto a proposte di riforme costituzionali (ad esempio in tema di separazione delle carriere o di composizione del Csm), senza dubbio però prive di rilevanza ai fini dell'accellerazione dei ritmi processuali, non si trova nessuna proposta specificamente mirata allo scopo - pur proclamato - di garantire ai cittadini «la certezza dei tempi necessari» ad ottenere «una sentenza definitiva».

Ma come? Allora a cosa serve il processo breve? Anzi, a chi serve? Lo spiega sempre Grevi nel prosieguo dell'articolo.

Senonché, per questa via, non si ottiene un accorciamento dei termini di svolgimento dei processi penali, che per loro natura devono concludersi con la pronuncia di una sentenza sul merito dell'accusa. Si provoca soltanto, invece, una irragionevole morte prematura di tali processi, tradendo così la promessa di assicurarne «tempi certi» fino alla «sentenza definitiva».
Ci si illude di risolvere il problema attraverso la tecnica del processus interruptus: senza rendersi conto che, in tal modo, si nega la stessa ragion d'essere del processo, e dunque senza alcun rispetto per gli interessi (delle vittime del reato, oltre che della collettività) legati all'accertamento dei fatti e delle responsabilità. Se poi si prevede (come ha già fatto il Senato) la operatività di analogo meccanismo anche per alcune ben definite categorie di processi in corso, in rapporto ai quali i nuovi termini sono magari già scaduti, è difficile non ravvisare in una scelta del genere le movenze sospette di una «amnistia mascherata».

Il riferimento, naturalmente, è alla famosa "norma transitoria" che prevede l'applicazione del provvedimento ai processi in corso. Voi sapete che la giurisprudenza prevede che quando viene promulgata una nuova legge, specie in materia di giustizia, questa si applica ai nuovi procedimenti che inizieranno quando è entrata in vigore. Non è mai retroattiva. Ecco, in questo caso la famosa "norma transitoria" colma proprio questo "gap", stabilendo non solo che la legge si applica anche ai procedimenti già in corso, ma addirittura specificandone il riferimento temporale e le caratteristiche (processi in corso per i reati con pene sotto i dieci anni, commessi prima del 2 maggio 2006, data dell'ultimo indulto).

E, guarda caso, in questi parametri rientrano proprio i processi che pendono sul premier. Naturalmente Alfano si è prodigato più di una volta a spiegare che il premier non c'entra assolutamente niente e la norma transitoria è nell'interesse di tutti gli italiani. Gli stessi che probabilmente ancora bevono queste panzane.


Aggiornamento 21,50.

L'ANM, dopo l'intervista di Alfano, ha fatto sentire la sua voce spiegando cosa si nasconde in realtà dietro il processo breve. Wil, invece, sul suo blog segnala che dalle parti di Minzolini è già cominciato il lavaggio del cervello degli italiani sull'argomento.

sabato 24 luglio 2010

Toh, è sparita la "norma Falcone"


Questo ddl non smette di stupire per numero di porcate contenute. Ad ogni nuovo esame, infatti, esce fuori qualcosa che era sfuggito in precedenza. Dopo che siamo venuti a sapere che l'articolo ammazza-blog è ancora al suo posto, l'ultima novità è l'abrogazione di quella che è chiamata "norma Falcone". Breve spiegazione.

19 anni fa, su input del famoso giudice antimafia, venne introdotta nella disciplina delle intercettazioni una norma che facilitava gli ascolti in caso di associazioni criminali di stampo non mafioso. Bene, questa norma, nella stesura attuale del testo che si appresta a essere esaminato dalla Camera per l'ultimo passaggio, è sparita.

La cosa più grave è che in entrambe le versioni del ddl si è cancellata la norma voluta da Giovanni Falcone (art. 13 decreto legislativo n. 152) secondo la quale la procedura più semplice per autorizzare le intercettazioni (e cioè quella per la quale bastano ‘sufficienti indizi di reato’ e che non siano ‘assolutamente indispensabili’ per la prosecuzione delle indagini), venga applicata a tutti i reati di criminalità organizzata, non solo quella mafiosa. In questo modo con l’abrogazione di questo art. 13 del decreto legislativo n. 152 sarà difficilissimo intercettare tutti quei reati di criminalità organizzata che non si può considerare mafia. Penso, ad esempio, alla banda della Uno bianca, a quella dei Tir, a quella dei giostrai. Per poter intercettare questo tipo di reati serviranno i gravi indizi di reato, l’autorizzazione del gip del tribunale distrettuale del capoluogo in composizione collegiale, eccetera, eccetera. Insomma diventerà praticamente impossibile fare un controllo efficace (fonte).

Lo so, sembra incredibile - neanche tanto a pensarci bene -, ma se passerà la legge così com'è diventerà molto difficile contrastare questo tipo di criminalità organizzata. E tutti i bei discorsi sulla sicurezza? Palle, come tutto il resto.

Volete sapere, poi, giusto per chiudere in bellezza, cosa disse un paio d'anni fa il nostro allegro capo del governo parlando di riforma della giustizia e separazione delle carriere? Una "riforma della giustizia come voleva lui". Riusciremo mai a svegliarci da questa sorta di ipnosi collettiva?

mercoledì 28 aprile 2010

Chi è che deve fare autocritica?

Napolitano è un presidente fantastico, perché riesce a interpretare il sentire e le impressioni dell'opinione pubblica meglio di chiunque altro. Un esempio, l'ultimo in ordine di tempo, ce l'ha dato ieri, con una serie di dichiarazioni che meritano di essere riportate e commentate perché sono qualcosa di fantastico (in tutti i sensi).

Siamo a Roma. Il presidente riceve al Quirinale i 289 giovani magistrati, vincitori dell'ultimo concorso, che si apprestano a iniziare il tirocinio in attesa di entrare a tutti gli effetti nella magistratura. "Deve prevalere in tutto il senso della misura, del rispetto, e infine della comune responsabilità istituzionale", ha esordito Napolitano. Che vuol dire? Sarà mica un sottile auspicio affinché politica e magistratura non si rompano le uova nel paniere a vicenda? Sì, potrebbe essere così, visto che anche il Corriere nel sottotitolo scrive: "Misura e rispetto tra giustizia e politica". Qual è il significato recondito annidato dentro questa bella esternazione di Napolitano? Forse che i magistrati debbono andarci con molta cautela quando si tratta di mettere il naso nelle faccende dei politici? E' un'ipotesi, naturalmente, ma è il primo pensiero che mi è venuto in mente.

Ma non è finita qui. "Occorre adoperarsi per recuperare l'apprezzamento e il sostegno dei cittadini. E a tal fine la magistratura non può sottrarsi ad una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali". Non so dire, esattamente, cosa intenda Napolitano con "adoperarsi per recuperare l'apprezzamento e il sostegno dei cittadini". Per quel che mi riguarda, la magistratura ha tutto l'apprezzamento possibile, soprattutto se si tiene conto delle condizioni in cui è costretta a lavorare e delle angherie a cui è frequentemente sottoposta da chi sappiamo. E' probabile che il presidente della Repubblica si riferisse al problema della lentezza della giustizia, ma se i magistrati devono recuperare il famoso apprezzamento ripetto a questo, beh, mi sa che Napolitano doveva rivolgere l'invito ai politici.

La lentezza della giustizia, infatti, e il conseguente - giustificato - disappunto dei cittadini e dell'opinione pubblica, dipende esclusivamente dal fatto che la politica si è da decenni sempre disinteressata al problema, oppure, quando si è interessata, lo ha fatto in maniera superficiale o controproducente. Oggi, la grande riforma in questo senso sulla quale un giorno sì e l'altro pure sentiamo sproloquiare Berlusconi, non ha niente a che vedere con la sua velocizzazione. Non sono previsti interventi tipo stanziamento di risorse e mezzi, migliore distribuzione e organizzazione degli uffici e dei distretti giudiziari sul territorio, depenalizzazione dei cosidetti reati "bagatellari" in modo da permettere ai magistrati di dedicare più tempo a quelli gravi e socialmente più pericolosi. A meno che, naturalmente, qualcuno non riesca a dimostrate che il ddl intercettazioni, il divieto per i giornali di pubblicare gli atti delle inchieste anche quando non sono più coperti da segreto, la separazione delle carriere, la riforma del CSM, il lodo Alfano costituzionale, il legittimo impedimento e cose di questo genere servano veramente a velocizzare la giustizia. Sarà dura...

Ma andiamo avanti perché il bello deve ancora arrivare. "Fate attenzione - dice sempre rivolto alle nuove leve - a non cedere a esposizioni mediatiche [...] oppure ancora a indulgere ad atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l'imparzialità dei singoli magistrati". Qui il senso del pensiero di Napolitano è abbastanza chiaro, e infatti il Corriere scrive: "Ma i guai vengono anche da una certa predisposizione al protagonismo mediatico". Eh già: evidentemente il timore che i magistrati vadano troppo in tv alberga nella mente dell'anziano presidente. Strano, perché se si guarda una qualunque delle trasmissioni a sfondo politico, su qualunque rete, che quotidianamente ci vengono propinate mi pare che si vedano dei gran politici. Altroché i magistrati. Oddio, può anche capitare che qualche magistrato si permetta, ogni tanto, di andare in tv a spiegare ai meno attenti cosa si nasconde in realtà dietro le "riforme" della giustizia. Se questo, per Napolitano, significa peccare di eccessiva esposizione mediatica, beh, è un peccato che ai magistrati si perdona molto volentieri.

Per quel che mi riguarda, più ripenso a questa storia e più sono convinto di quanto ho scritto di getto su Twitter dopo aver letto le sue dichiarazioni.

mercoledì 7 aprile 2010

Riforma della giustizia. Sapete cos'è, vero?

Forse i lettori che mi seguono da più tempo sanno già cos'è la riforma della giustizia che entro il mese di aprile il governo vuole mettere in saccoccia. Già a chiamarla "riforma" ci vuole un bel coraggio. Se infatti si guarda il significato letterale, si vede chiaramente che, in linea generale, riformare vuol dire modificare qualcosa al fine di migliorarlo, di farlo funzionare meglio. Qual è oggi il male più grave che affligge la giustizia? Principalmente la lentezza, dovuta all'enorme mole di processi pendenti unita alla cronica mancanza di risorse e personale. Quindi cosa dovrebbe fare una riforma degna di questo nome? Fornire mezzi, risorse e organici adeguati. E invece no. La riforma della giustizia che vuole il governo, come spiegava ieri il Giornale, riguarderà: stretta sulle intercettazioni, eliminazione dell'obbligatorietà dell'azione penale, separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Poi, probabilmente, si metterà mano alla riforma del CSM e anche della Costituzione.

Sapete qual è il problema? Che, purtroppo, la maggior parte delle persone quando sente parlare di queste cose scappa via a gambe levate. E la cosa è più che comprensibile, intendiamoci. Cosa volete che gliene freghi a chi si sveglia tutti i giorni alle sette per andare al lavoro se il governo vuole eliminare le intercettazioni o separare le funzioni di pubblici ministeri e giudici? Nella migliore delle ipotesi l'italiano medio sbadiglia; nella peggiore gira pagina o cambia canale. E purtroppo il governo e i suoi pifferai magici giocano molto su questo aspetto, ben sapendo che se sui giornali si titola a tutta pagina "La grande riforma della giustizia inizierà con la separazione delle carriere", la stragrande maggioranza delle persone dirà: cavolo, che bello! E lo dirà pur senza sapere di cosa si tratta: quello che conta è il titolo a effetto. Stesso discorso per le intercettazioni. Un paio d'anni fa, pochi mesi dopo l'insediamento di questo governo, il principale house organ di casa titolava a tutta pagina: "Tutti gli italiani sono intercettati". Un concentrato di balle talmente colossali, riprese poi naturalmente dai servili tiggì, che a sbufalarle tutte ci vorrebbe una giornata. E perché tutto questo? Perché il governo aveva appunto già in previsione di mettere in campo il famigerato ddl sulle intercettazioni, quello che oggi è in dirittura d'arrivo, e quindi aveva necessità di preparare il "terreno".

Tutta questa operazione di balle mediatiche serviva (serve ancora) a trasmettere all'opinione pubblica, che notoriamente ha cose più serie a cui pensare, la sensazione che le intercettazioni telefoniche rappresentassero una minaccia per tutti; che fossero il principale nemico della privacy; che non si potesse neppure più fare una telefonata senza il timore di essere spiati da qualcuno. Naturalmente non è vero niente, ma bisognava pompare questa cosa, altrimenti qualcuno avrebbe potuto chiedersi: ma perché vogliono togliere le intercettazioni? Guai! Un cittadino che comincia a farsi domande è un cittadino pericoloso, va neutralizzato subito.

Ovviamente, qui, nello spazio di qualche post, non è possibile spiegare esaustivamente ogni aspetto di questa cosiddetta "riforma" - ho messo qualche link di spiegazioni nella colonna qui a fianco per chi fosse interessato, altrimenti c'è sempre internet. La cosa principale, comunque, che occorre sapere è che non c'è niente in questa riforma della giustizia che serva a renderla più celere. Per il semplice motivo che non è una riforma, e quindi non può migliorare un bel niente. Si tratta solo di misure che hanno l'unico obiettivo di ridimensionare il potere della magistratura di scoprire e perseguire i reati. Punto. Tutto il resto sono pie chiacchiere. Da oggi fino alla fine del mese vi racconteranno ogni sorta di panzana: sulla privacy, sui giudici fannulloni, sulle intercettazioni che mettono a rischio tutti gli italiani, sulla necessità di ristabilire l'equilibrio perduto tra politica e giustizia. Spacceranno questa accozzaglia di porcherie come la soluzione di ogni problema che affligge la giustizia nel nostro paese. E purtroppo molti ci crederanno.

La cosa sarebbe tutto sommato anche di poca importanza se riguardasse solo loro. Uno potrebbe legittimamente chiedersi: ma a me che mi frega? Ma qui non stiamo parlando di loro. Stiamo parlando di noi, delle persone normali che ogni giorno camminano per la strada. Perché se un domani che questa cosa sarà diventata legge un magistrato non potrà più mettere sotto intercettazione il telefono di un marito che massacra la moglie di botte, oppure di un presunto pedofilo che adesca un bambino fuori dalla scuola, con chi ce la prenderemo dopo? Beh, però la nostra privacy sarà più tutelata. Ci consoleremo così?

domenica 13 dicembre 2009

Il regalo di Natale di Berlusconi

Per i regali di Natale è il periodo giusto: sia per quelli che si intende fare ad amici e parenti, sia per quelli che che uno decide di farsi. Quello che Berlusconi si vuole fare quest'anno, farà il suo ingresso trionfale in Parlamento a metà della prossima settimana: una mega legge ad personam che in un unico testo racchiuderà alcuni dei sogni proibiti di sempre del cavaliere.

ROMA - Regalo di Natale per Silvio Berlusconi. Garantito per la prossima settimana. Un anticipo dei botti di Capodanno. Con la "sorpresa" che il premier ha sempre desiderato e tante volte annunciato: un nuovo scudo congela-processi per le alte cariche, l'immunità parlamentare con il ritorno al vecchio articolo 68 della Carta, la separazione delle carriere dei giudici e la conseguente riforma del Csm. Una sola legge, d'iniziativa parlamentare, per non coinvolgere direttamente il governo. Con l'obiettivo finale di andare a un unico referendum in cui giocare la faccia del presidente del Consiglio. Fuori dal pacchetto, attraverso una legge ordinaria, un inasprimento delle attuali norme, che risalgono all'88 dopo il referendum, sulla responsabilità civile dei giudici, e la riforma elettorale del Csm, per la quale i tempi sono ormai strettissimi, al punto che si scoglie un certo scetticismo nel Pdl sull'effettiva possibilità di farcela in vista della consultazione tra le toghe (luglio 2010). (fonte)

Ecco qua. Non so se sarà la resa dei conti o un anticipo dei botti di capodanno, come scrive Repubblica, fatto sta che in Parlamento si preannuncia una bella battaglia - speriamo che qualcuno non si faccia troppo male -.

La mossa è coraggiosa, diciamolo pure, perché ogni volta che si è manifestata l'intenzione di mettere mano singolarmente a lodi, impedimenti, scudi vari, separazione delle carriere, immunità parlamentare e compagnia bella è sempre successo (giustamente) un finimondo. Il discorso del cavaliere quindi è: o la va o la spacca. Si metta tutto in un unico testo d'iniziativa parlamentare, la faccia la mette lui. Basta coi tentennamenti.

Buon Natale, cavaliere.

Due Kit Carson

Cose che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...