martedì 31 dicembre 2019

Bilancio?

Non ho mai amato fare bilanci di fine anno, anche perché per me è stato un anno senza novità degne di rilievo, normale insomma. Mi capita sovente di sentire dire, anche da persone che conosco bene: "Ah, se vincessi al Superenalotto, allora sì che la mia vita cambierebbe." E io mi chiedo in cosa cambierebbe, dal momento che chi sento auspicare questa fantasmagorica vincita è generalmente sistemato, in salute, tranquillo economicamente e sicuro dal punto di vista lavorativo. Tutte cose considerate da chi ne è in possesso normali, quasi dovute, e questo dare tutto per scontato e consolidato credo che impedisca di vedere le altre situazioni che stanno attorno, situazioni in cui per molti queste cose non sono affatto scontate. Anzi. Un augurio che in questo ultimo giorno del 2019 faccio a voi e a me, quindi, è quello di saper vedere al di là di ciò che si tende a dare per scontato.

Buon 2020 a tutti.

Andiamo a letto?

La ragazza al tavolino accanto al mio, mentre beve il caffè dice al ragazzo: "Comincio a essere stanca, andiamo a letto?" Lui: "Ma no, dài, sono appena le sei, andiamo in giro un altro po'."
Massi, andate in giro un altro po', intanto io timbro.
Bah!

lunedì 30 dicembre 2019

Stiamo scomparendo senza invasioni

Diceva Massimo Cacciari che la prima cosa che dovrebbe studiare un politico per essere un buon politico è la demografia, perché niente meglio di questa scienza descrive l'evolversi di una comunità e niente meglio di questa scienza riesce a indirizzarne le leggi. Noi non abbiamo politici che studino la demografia; diciamo pure che, tranne poche eccezioni, non abbiamo politici che studino tout court, e questo lo sappiamo.

Perché la demografia? Perché l'ISTAT ha pubblicato oggi uno studio da cui si evincono sostanzialmente due cose: (1) siamo il paese più vecchio del mondo perché nessuno fa più figli e perché si campa troppo a lungo; (2) gli stranieri rappresentano l'otto e rotti per cento della popolazione, quindi non c'è nessuna invasione, come invece vuole la narrazione e la propaganda dell'ex ministro della paura e del giornalame di destra.

Il declino demografico e generale del nostro paese va naturalmente a braccetto col declino demografico dell'Europa, tanto che, diceva sempre Cacciari, se noi europei non vorremo sparire nell'arco delle prossime tre generazioni dovremo nei prossimi anni aprire le porte a milioni di lavoratori da altre zone del mondo.

Il futuro dell'Italia e dell'Europa è un argomento che dovrebbe stare a cuore ai cosiddetti sovranisti, ma è noto che questi signori non hanno mai dato eccessive prove di intelligenza e lungimiranza, e lo dimostra il fatto che in Europa si sono già costruiti mille chilometri di muri (dieci volte quello di Berlino) per tenere fuori chi vorrebbe entrare. E pure Salvini, qualche tempo fa, delirava di un muro da costruire sui nostri confini orientali per fermare i migranti della rotta balcanica. Perché? Perché nei deliri ignoranti di questa gente c'è il sogno di un'Italia popolosa, prospera e abitata solo da italiani.

Ora, che ogni popolo abbia i governanti che merita sarà anche vero, ma ci dovrebbe essere anche un limite.

Tra politeismo e monoteismo

[...]
Oltre duemila anni di lavaggio del cervello monoteistico hanno fatto sì che la maggior parte degli occidentali consideri il politeismo come un'idolatria ignorante e infantile. Questo è uno stereotipo assolutamente ingiusto. Se vogliamo comprendere la logica interna del politeismo, è necessario afferrare bene l'idea centrale su cui si basa la credenza in molti dèi.
Il politeismo non mette necessariamente in discussione l'esistenza di una singola potenza o legge che governa l'intero universo. In effetti, la maggior parte delle religioni politeistiche e anche animiste riconosce un potere supremo che sta dietro tutti i differenti dèi, demoni, spiriti e luoghi sacri. Nel politeismo greco classico Zeus, Era, Apollo e i loro colleghi erano soggetti a una potenza superiore e onnicomprensiva - il Fato (Moira, Ananke). Anche le divinità nordiche erano alla mercé del fato, che destinava loro di perire nel cataclisma di Ragnaröck (il Crepuscolo degli dèi). Nella religione politeistica degli Yoruba dell'Africa occidentale, tutti gli dèi erano nati dal dio supremo Olodumare e restavano a lui sottoposti. Nel politeismo indù un unico principio vitale, Atman, controlla la miriade di dèi e di spiriti, tutta l'umanità e il mondo biologico e fisico. Atman è l'essenza eterna ovvero l'anima dell'intero universo, così come di ogni individuo e di ogni fenomeno.
L'assunto fondamentale del politeismo, e ciò che lo distingue dal monoteismo, è che il supremo potere che governa il mondo, che sta al di là e al di sopra degli dèi, è privo di qualsiasi interesse e pregiudizio, e dunque è indifferente riguardo ai desideri, alle attenzioni e alle preoccupazioni degli umani. È inutile chiedere a tale potere la vittoria in guerra, la salute o la pioggia, perché dal suo punto di vista che tutto abbraccia, non fa alcuna differenza che in battaglia vinca questo o quel regno, che una particolare città prosperi o impoverisca, che una certa persona guarisca o muoia. I greci non sprecavano alcun sacrificio destinandolo al Fato, e gli indù non costruirono templi ad Atman.
[...]
Il politeismo contribuisce Inoltre al formarsi di una tolleranza religiosa. Poiché i politeisti credono, da un lato, in un potere supremo e completamente disinteressato, e dall'altro in molti poteri parziali e caratterizzati, non è affatto difficile, per i devoti di un dio, accettare l'esistenza e l'efficacia di altri dèi. Il politeismo è una forma di religione implicitamente liberale, e di rado perseguita gli "eretici" e gli "infedeli".
Anche quando popoli politeisti conquistarono vasti imperi, non cercarono di convertire le genti assoggettate. Gli Egizi, i Romani e gli Aztechi non inviarono missionari in terre straniere allo scopo di diffondere il culto di Osiride, di Giove o di Huitzilopochtli (il principale Dio azteco), e certamente non inviarono eserciti a quello scopo. Dai popoli dominati ci si aspettava che rispettassero gli dèi e i rituali dell'impero, poiché quegli dèi e quei rituali proteggevano e legittimavano l'impero stesso. Ma non veniva loro richiesto di rinunciare alle divinità e ai riti locali. Nell'impero azteco, i popoli dominati erano obbligati a costruire templi in onore di Huitzilopochtli, ma questi venivano eretti accanto a quelli delle divinità locali, e non al loro posto. In molti casi la stessa élite imperiale adottò dèi e rituali dei popoli sottomessi - i Romani aggiunsero tranquillamente al loro pantheon la dea asiatica Cibele e la dea egizia Iside.
L'unica divinità che i Romani si rifiutarono a lungo di tollerare fu il monoteistico ed evangelizzante dio dei cristiani. L'impero romano non imponeva ai cristiani di rinunciare al loro credo e ai loro riti, si aspettava però che essi portassero rispetto agli dèi protettori dell'impero e alla figura divinizzata dell'imperatore. Ciò era interpretato come un atto di lealtà politica. Ma quando i cristiani si rifiutarono di obbedire, continuando a respingere ogni tentativo di compromesso, i romani reagirono con la persecuzione di quella che consideravano una fazione politicamente sovversiva. E persino tale iniziativa fu condotta in modo non sistematico. Nei 300 anni che trascorsero fra La crocifissione di Cristo e la conversione dell'imperatore Costantino, gli imperatori politeisti romani misero in atto non più di quattro persecuzioni generali dei cristiani. Alcuni amministratori e governatori locali incitarono per proprio conto azioni di violenza anticristiana. Ma se mettiamo insieme tutte le vittime di queste persecuzioni, risulta che durante i tre secoli in questione i romani politeisti trucidarono non più di qualche migliaio di cristiani.
Al confronto, nel corso dei successivi 1500 anni, i cristiani massacrarono altri cristiani a milioni, e solo per difendere interpretazioni leggermente differenti della religione dell'amore e della compassione. Esemplari, a questo riguardo, furono le guerre di religione fra cattolici e protestanti che devastarono l'Europa nel XVI e nel XVII secolo. Tutti coloro che ne furono coinvolti credevano nella divinità di Cristo e nel suo messaggio di compassione e di amore. Sulla natura di questo amore, però, c'erano dei disaccordi. I protestanti credevano che il divino amore fosse così grande che Dio aveva voluto farsi carne e sangue, e aveva lasciato che lo torturassero e crocifiggessero, redimendo con ciò il peccato originale e aprendo le porte del Paradiso a tutti quelli che professavano la fede in lui. I cattolici sostenevano invece che la fede, per quanto essenziale, non bastava. Per entrare in paradiso i credenti dovevano partecipare ai riti ecclesiastici e fare opere buone. I protestanti non erano d'accordo e dissero che un tale do ut des veniva a sminuire la grandezza è l'amore di Dio. Pensare che l'ingresso in paradiso dovesse dipendere dalle buone azioni significava mettere in rilievo il ruolo dell'individuo, implicando con ciò che le sofferenze di Cristo sulla croce e l'amore di Dio per l'umanità non erano abbastanza.
Queste dispute teologiche si fecero così violente che durante il XVI e il XVII secolo cattolici e protestanti si ammazzano a centinaia di migliaia. Il 23 agosto 1572 i cattolici francesi, che avvaloravano l'importanza delle buone azioni, attaccarono le comunità dei loro connazionali protestanti, che al posto più alto mettevano l'amore di Dio per l'umanità. Durante la notte di San Bartolomeo furono uccisi, nel giro di 24 ore, fra i 5.000 e 10.000 protestanti. Quando il Papa a Roma ricevette le notizie provenienti dalla Francia fu talmente sopraffatto dalla gioia che indisse preghiere di ringraziamento e commissionò a Giorgio Vasari la decorazione di una delle stanze del Vaticano con un affresco che celebra la strage (al momento i visitatori non hanno accesso alla stanza in questione). In quelle 24ore vennero uccisi più cristiani, da parte dei fratelli cristiani, di quanti ne avesse ucciso il politeistico Impero Romano nel corso di alcuni secoli.


(da Sapiens, da animali a dèi. Breve storia dell'umanità, Y. N. Harari)

domenica 29 dicembre 2019

Bologna


Ieri pomeriggio tardi ero in giro per il centro storico di Bologna. Luci, gente, alberi di Natale, le principali vie decorate con luminarie, le torri illuminate, piazza Maggiore, san Petronio, signore e signori che uscivano dai negozi con borse piene di cose. E poi i portici, via Indipendenza, e gli straccioni stesi dentro scatole di cartone, rannicchiati negli angoli con la mano tesa. Le persone passavano senza neppure guardarli, al cellulare, con le loro borse di Zara, di fretta. Probabilmente quando ce li si trova sotto i portici ogni giorno poi ci si abitua, diventano quasi parte del paesaggio. O forse si fa finta di non vederli. In piccolo, sotto i portici, c'è lo specchio di quelle diseguaglianze immense che affliggono ormai ogni società in ogni parte del pianeta, diseguaglianze che stridono, urtano, e che si cerca di non guardare.

sabato 28 dicembre 2019

A cosa serve la bocca

[...]
La divisione tra uomini e donne è forse un prodotto dell'immaginazione, come il sistema delle Caste in India e il sistema razziale in America, oppure è una separazione naturale con profonde radici biologiche? Alcune disparità culturali, giuridiche e politiche tra uomini e donne non sono che il riflesso delle ovvie differenze biologiche tra i sessi. Fare bambini è sempre stato compito delle donne, perché gli uomini non hanno l'utero. Tuttavia intorno a questo fondamento universale, ogni società ha depositato uno strato dopo l'altro di concetti culturali e di norme che hanno poco a che fare con la biologia. Le varie società associano alla mascolinità e alla femminilità una quantità enorme di attributi che, per la maggior parte, non hanno alcun fondamento biologico preciso.
Per esempio, nella democratica Atene del quinto secolo avanti Cristo possedere l'utero significava non avere uno status giuridico indipendente e vedersi vietata la partecipazione alle assemblee popolari o la possibilità di ricoprire il ruolo di giudice. Con poche eccezioni, chi aveva l'utero non poteva beneficiare di una buona educazione, né dedicarsi al commercio o impegnarsi in speculazioni filosofiche. Nessuno dei leader politici di Atene, nessuno dei suoi grandi filosofi, oratori, artisti o mercanti aveva l'utero. Forse avere un utero rende una persona inadatta biologicamente a queste professioni? Gli antichi ateniesi pensavano di sì.
Non concordano gli ateniesi moderni. Nell'Atene di oggi le donne votano, vengono elette ai pubblici uffici, fanno discorsi, progettano di tutto, dai gioielli agli edifici e ai software, e vanno all'università. Il loro utero non impedisce loro di fare tutte queste cose con altrettanta bravura degli uomini. Certo sono ancora sottorappresentate nel mondo politico e in quello finanziario: nel parlamento greco le donne sono solo il 12% dei Deputati. Ma non esiste una barriera legale alla loro partecipazione politica, e la maggior parte dei Greci moderni ritiene che sia assolutamente normale per una donna avere un incarico pubblico. Numerosi Greci di oggi pensano anche che una parte integrante della qualità maschile stia nel essere attratto sessualmente soltanto dalle donne, e nell'avere rapporti sessuali esclusivamente con l'altro sesso. Non lo considerano un dato culturale quanto piuttosto una realtà biologica: i rapporti tra due persone di sesso opposto sono naturali, e innaturali quelli tra persone dello stesso sesso. In realtà, però, a Madre natura non importa nulla se gli uomini si sentono attratti sessualmente l'uno dall'altro. Sono solo le madri umane radicate in particolari culture che danno in escandescenze se il loro figlio ha una storia con il ragazzo della porta accanto. Se alla mamma saltano i nervi, ciò non è un imperativo biologico. Un numero significativo di culture umane ha considerato le relazioni omosessuali non solo legittime, ma anche costruttive dal punto di vista sociale, e gli antichi Greci ne sono stati l'esempio più eloquente. L'Iliade non fa menzione di eventuali obiezioni di Teti ai rapporti che suo figlio Achille aveva con Patroclo. La regina Olimpia di Macedonia fu una delle donne più caratteriali e volitive del mondo antico, e suo marito, re Filippo, fu assassinato. Tuttavia, non si infuriò quando suo figlio, Alessandro Magno, portò a a casa a cena il suo amante Efestione.
Come possiamo distinguere ciò che è biologicamente determinato da ciò che cerchiamo di giustificare tirando in ballo miti biologici? Una buona regola dice: "La biologia consente, la cultura proibisce". La biologia è propensa a tollerare uno spettro di possibilità assai ampio. È la cultura che impone alla gente di attuare certe possibilità proibendone altre. La biologia consente alle donne di avere bambini - alcune culture obbligano le donne ad attuare questa possibilità. La biologia consente agli uomini di godere sessualmente l'uno dell'altro - alcune culture proibiscono agli uomini di attuare questa possibilità. La cultura tende a sostenere che essa proibisce solo ciò che è innaturale. Ma da un punto di vista biologico, niente è innaturale. Tutto quello che è possibile è, per definizione, anche naturale. Un comportamento realmente innaturale, cioè che vada contro le leggi di natura, semplicemente non può esistere, per cui non avrebbe bisogno di alcuna proibizione. Nessuna cultura si è mai data la pena di proibire agli uomini di fare la fotosintesi, alle donne di correre più veloci della luce, o agli elettroni a carica negativa di attirarsi reciprocamente. In verità, i nostri concetti di naturale e innaturale non sono ricavati dalla biologia, ma dalla teologia Cristiana. Il significato teologico di naturale è di essere "consonante con gli intenti di Dio che ha creato la natura". I teologi cristiani sostennero che Dio aveva creato il corpo umano intendendo che ciascun membro e organo servisse a un particolare scopo. Se noi usiamo le nostre membra e i nostri organi per gli scopi previsti da Dio, si tratta di un'attività naturale, usarli in modo differente da quello inteso da Dio diventa una cosa innaturale. Ma l'evoluzione non ha alcuno scopo. Gli organi non si sono sviluppati in vista di uno scopo, e il modo in cui trovano uso è in costante cambiamento. Non c'è un singolo organo nel corpo umano che faccia solo il lavoro che il suo prototipo faceva quando comparve centinaia di milioni di anni fa. Gli organi si evolvono per svolgere una particolare funzione, ma una volta che si sono realizzati, possono adattarsi anche ad altri usi. 
Le bocche, per esempio, comparvero perché i primissimi organismi pluricellulari avevano bisogno di un modo per assumere sostanze nutritive nel loro corpo. Noi usiamo ancora la nostra bocca per tale scopo, ma anche per baciare, parlare e, se siamo Rambo, per tirare via la sicura dalle bombe a mano. Forse che alcuni di questi usi sono innaturali semplicemente perché 600 milioni di anni fa i nostri antenati larvali non facevano queste cose con la loro bocca? Allo stesso modo, non è che le ali comparvero improvvisamente in tutta la loro gloria aerodinamica. Si svilupparono da organi che servivano ad altri scopi. Secondo una teoria, le ali degli insetti si svilupparono milioni di anni fa da protuberanze del corpo su insetti che non volavano. Gli insetti con bernoccoli avevano una superficie più ampia di quella degli insetti senza bozzi, e questo fatto consentiva loro di assorbire più luce solare e di stare quindi più caldi. Attraverso un lento processo evoluzionistico, questi scaldini solari si fecero più grandi. La stessa struttura che consentiva un massimo assorbimento di luce - superficie estesa e piccolo peso - conferiva per caso anche un po' di slancio quando gli insetti dovevano zompare e saltare. Quelli che avevano protusioni più grandi potevano saltare più lontano. Alcuni insetti cominciarono a usarle per planare, e da lì il passo fu breve perché questi organi diventassero ali con cui alzarsi in volo. La prossima volta che una zanzara ronza vicino al vostro orecchio, accusatela pure di comportamento innaturale. Perché se fosse stata educata e paga di ciò che Dio le aveva dato, avrebbe dovuto usare le sue ali solo come pannelli solari.
Una identica sorte di molteplicità funzionale può essere riferita ai nostri organi e comportamenti sessuali. Il sesso dapprima si evolse per la procreazione e i rituali di corteggiamento come metodo con cui valutare l'idoneità di un potenziale partner, ma numerosi animali tendono a utilizzare entrambe queste finalità per una moltitudine di scopi sociali che hanno poco a che fare con la replicazione di sé. Gli scimpanzè, per esempio, usano il sesso per cementare alleanze politiche, stabilire intimità con qualcuno, allentare tensioni. È forse innaturale tutto questo?
[...]

(da Sapiens, da animali a dèi. Breve storia dell'umanità, Y. N. Harari)

Pinocchio? Mah...

Confesso di essermi annoiato, durante la visione di Pinocchio targato Benigni. Mi aspettavo... boh, non so neppure io cosa mi aspettassi, fatto sta che l'ho trovato monotono e ripetitivo, anche perché il film segue pedissequamente la trama del libro, senza concedere nulla a variazioni o libere interpretazioni. Nulla da eccepire invece riguardo all'interpretazione del sempre grande Benigni, calato perfettamente nei panni di un Geppetto ingenuo ma vero, povero tra i poveri ma caratterizzato da una grande dignità. Anche il ragazzino (non ricordo il nome) che interpreta Pinocchio mi è piaciuto, perfettamente calato nel personaggio protagonista. Diciamo che la lentezza e la prevedibilità (inevitabile) della narrazione è controbilanciata dalla prova recitativa di Benigni e del ragazzino.

venerdì 27 dicembre 2019

Non è solo colpa dell'investitore

Come forse si poteva prudentemente mettere in conto fin dall'inizio, prudenza naturalmente evitata in nome dell'effetto titolone in stile sbatti il mostro in prima pagina, la responsabilità della tragedia di corso Francia a Roma, in cui hanno perso la vita le due ragazzine, non è solo del conducente dell'auto, ma in parte non irrilevante anche loro. Non lo dico io, lo mette nero su bianco il giudice nelle nove pagine dell'ordinanza con le quali obbliga il giovane ai domiciliari in attesa del processo. 

In sostanza, scrive il giudice, è vero che il ragazzo alla guida era sotto gli effetti dell'alcol (non della droga), è vero che viaggiava a una velocità ben superiore a quella consentita in quel tratto, ed è altresì vero che tutto ciò concorre a mettere sul suo conto gran parte della responabilità; ma è altrettanto vero che se le due ragazze non avessero attraversato correndo, lontano dalle strisce, col rosso per i pedoni (verde per le auto), sotto la pioggia, scavalcando il guardrail, probabilmente la tragedia non sarebbe successa.

Non sto difendendo il ragazzo, intendiamoci bene, sto solo rimarcando ciò che ha scritto il giudice al riguardo: "...le due vittime hanno tenuto una condotta vietata e incautamente spericolata così concorrendo alla causa del sinistro mortale." È importante rimarcare questa cosa? Forse sì, forse no. Forse è utile limitatamente al ristabilimento di un pur limitato contrappeso alla piega manichea che aveva preso la tragedia nelle ore immediatamente successive al suo verificarsi. Per il resto, credo che ormai conti ben poco.

Avete qualche senso di colpa?

La domanda, ovviamente ironica, è rivolta ai miei 32 lettori, i quali presumo siano tutti a casa per ponte o ferie mentre lo scrivente è in piedi dalle cinque.
Eh, almeno un pochino, su.

giovedì 26 dicembre 2019

Le persone non si sfogliano

Entrata del Supercinema, Santarcangelo. Sono in fila alla cassa con mia moglie e mia figlia minore, la quale a un certo punto mi dice: "Ecco, babbo, vedi, questa è la civiltà: persone in carne e ossa che parlano tra loro, e non c'è bisogno di sfogliarle."
Ho come l'impressione che abbia voluto dirmi qualcosa.

Competenze linguistiche

Nel programma ufficiale di Futuro Nazionale leggo: " Riforma della cittadinanza italiana : ripristino del corretto significato della ci...