sabato 4 novembre 2023

Sulla conferenza di Paolo Ercolani

Mi appunto qui alcune cose che mi sono rimaste in mente della bellissima conferenza di Paolo Ercolani tenuta ieri sera a Misano. Il tema era Automi connessi: l'umano nella rete.

Uno dei punti più interessanti riguarda la velocità. Il nostro sistema cognitivo è programmato sulla lentezza. Dalla notte dei tempi il sistema migliore, dopo la trasmissione orale del sapere, che permette a noi esseri umani di imparare e conoscere le cose è la lettura, la lettura lenta. Si studia leggendo libri. E questa lettura per essere proficua deve appunto essere lenta. Chiunque abbia esperienze di studio sa benissimo che i concetti vanno letti, riletti, magari sottolineati per incamerarli meglio, e questo succede perché il nostro cervello è programmato in questo modo.

L'informatica e la televisione hanno cambiato radicalmente tutto ciò, inondandoci ogni giorno con fiumi di notizie e attuando in noi un cambiamento antropologico epocale. Notizie che siamo costretti a leggere velocemente per riuscire a stare loro dietro. Ma non ci può essere conoscenza con la velocità. La conoscenza, diceva sempre Ercolani, è un sommergibile, non un motoscafo. Certo, il motoscafo è più invitante perché viaggia in superficie, va veloce, ci sono le onde, il vento, il sole, ovvio che ci si diverta di più, mentre invece il sommergibile viaggia lentamente e se ne sta in profondità, al buio. Ma così come il motoscafo se ne sta in superficie, anche la conoscenza acquisita con questo sistema è superficiale. La conoscenza vera è invece quella che si apprende andando lentamente e in profondità, esattamente come fa un sommergibile. È molto faticoso, ovvio, ma conoscere non è mai stato semplice, occorre impegno. 

La velocità con cui siamo costretti a interagire sui social, oltre che impedire una conoscenza vera delle cose ha effetti deleteri anche sull'attenzione. Ercolani citava numerosi studi in cui si evidenzia come, mediamente, dopo 5-6 minuti di lettura ci sia bisogno di staccare perché non si riesce più a seguire ciò che si sta leggendo. Si chiama deficit di attenzione. Chiunque può verificare questa cosa sui social: i post lunghi, magari un po' articolati, vengono sistematicamente snobbati, con l'autore che magari si becca una reprimenda da chi legge per l'eccessiva lunghezza del suo scritto. Stessa cosa quando ascoltiamo qualcuno parlare: il tempo medio di attenzione è di pochi minuti, poi ci distraiamo. Sono gli effetti deleteri sul nostro sistema cognitivo provocati dalla velocità e dalla superficialità. E i nativi digitali sono quelli più esposti a queste problematiche.

Non sono problemi da poco. La superficialità impedisce all'essere umano di fare la cosa che per antonomasia lo distingue da tutte le altre specie presenti sul pianeta: ragionare. Il ragionamento si accompagna al pensiero, all'approfondimento, non alla superficialità e alla velocità, ma con l'avvento della velocità dell'informatica l'uomo è chiamato sempre più a funzionare piuttosto che a pensare. E una volta che si eliminano il pensiero e l'approfondimento nascono le semplificazioni, le divisioni manichee tra bianco e nero, le polarizzazioni: io sto con questo e io sto con quello, la ragione sta di qua e i torti stanno di là, novax contro sìvax, pro-Israele contro pro-Palestina. Divisioni nette, manichee, le sfumature vengono cancellate. Tutto questo dimenticando che nelle vicende umane, specie quelle più complesse, non esiste mai che i torti stiano tutti da una parte e le ragioni tutte dall'altra. Mai. Ma noi non siamo più capaci di immergerci nella complessità col nostro sommergibile, preferiamo il motoscafo. Poi arrivano i Salvini che sparano quattro slogan privi di qualunque ragionamento retrostante e noi, ormai incapaci di capire e di pensare, ci lasciamo affascinare.

Altro tema interessante è il rapporto tra internet e intelligenza. La misurazione del famoso Q.I. non è recente ma, pur con diverse modalità, si effettua dagli inizi del Novecento. La progressione di queste rilevazioni ha dimostrato, dice sempre Ercolani, che col passare del tempo l'intelligenza media generale è sempre andata aumentando, a volte più velocemente altre meno, ma ha sempre avuto un trend crescente. Fino all'inizio degli anni Duemila. Da lì ha cominciato lentamente a decrescere. Ma cosa è successo agli inizi degli anni Duemila? Sono arrivati i telefonini, e a partire da questo momento tutte le rilevazioni del Q.I. hanno mostrato una lenta ma costante decrescita. Questo non significa necessariamente che internet ci rende stupidi, ma qualche pensiero lo fa venire.

Altro tema interessantissimo riguarda i suicidi. Non è mai esistito altro periodo storico documentato in cui il suicidio fosse la prima causa di morte tra giovani e giovanissimi. In passato abbiamo avuto la droga, gli incidenti stradali, l'alcol ecc.; oggi la prima causa di morte dei giovani è il suicidio. E guarda caso i più colpiti da questo dramma sono proprio i cosiddetti nativi digitali.

Altro tema interessantissimo toccato da Ercolani è la solitudine. Ci sono milioni di ragazzi e ragazze che hanno caterve di "amici" virtuali sui propri social che però dichiarano di sentirsi soli. Come si fa a soffrire di solitudine avendo come compagnia una platea così grande di "amici" in rete? Semplicemente perché viviamo oggi in un'epoca in cui si confonde la relazione personale con la relazione tra profili virtuali, con tutto ciò che ne consegue. 

A volte ho avuto la sensazione che Paolo Ercolani dipingesse un quadro esageratamente negativo della situazione attuale, ma se ci si pensa bene è così. E d'altra parte i dati sui suicidi giovanili sono lì, nero su bianco. Non si vuole con questo demonizzare tout court la Rete, logico, ma come già diceva Hegel, non esiste, e non esisterà mai, una grande invenzione o innovazione che abbia esclusivamente luci e lati positivi. Accanto alla luce ci sono sempre una o più ombre, più o meno grandi, e la Rete non ne è esente.

3 commenti:

LadyJack ha detto...

Bellissime riflessioni, e molto convincenti.
Per età e per carattere (e per fortuna, aggiungerei) io appartengo alla generazione pre-digitale: sono ancora molto incline alle sfumature, amo il cartaceo, cerco - magari tra mille difficoltà quotidiane - di ritagliarmi tempo per la lettura e il pensiero. Se avessi avuto un figlio avrei cercato di tirarlo su allo stesso modo. Ma allo stato attuale delle cose, il mio modo di essere e di pensare non mi ci fa stare benissimo, in questo mondo.

Anonimo ha detto...

— Il ragionamento si accompagna al pensiero, all'approfondimento, non alla superficialità e alla velocità, ma con l'avvento della velocità dell'informatica l'uomo è chiamato sempre più a funzionare piuttosto che a pensare. E una volta che si eliminano il pensiero e l'approfondimento nascono le semplificazioni, le divisioni manichee tra bianco e nero, le polarizzazioni: io sto con questo e io sto con quello, la ragione sta di qua e i torti stanno di là, novax contro sìvax, pro-Israele contro pro-Palestina. Divisioni nette, manichee, le sfumature vengono cancellate. Tutto questo dimenticando che nelle vicende umane, specie quelle più complesse, non esiste mai che i torti stiano tutti da una parte e le ragioni tutte dall'altra. Mai. —



Mi sembra chiaro no questo passaggio e mi sta bene anche che sia Paolo Ercolani ad attirare quel minimo di attenzione ,piuttosto che una persona qualunque magari molto attenta e riflessiva.So di certo che ve ne sono di queste persone sveglie.Questo spiega anche il potere delle conferenze fatte bene, dove i problemi vengono trattati con un linguaggio consono alla comprensione di tutti e che possano essere un deterrente per meditare davvero tutti assieme.


— Ma cosa è successo agli inizi degli anni Duemila? Sono arrivati i telefonini, e a partire da questo momento tutte le rilevazioni del Q.I. hanno mostrato una lenta ma costante decrescita. Questo non significa necessariamente che internet ci rende stupidi, ma qualche pensiero lo fa venire.


Esattamente andando in profondità ,con le tempistiche dovute che non semplificano velocemente concetti importantissimi,bene o male si può arrivare tutti a capire dove stiamo andando a parare.Non serve necessariamente la laurea per capire a quali danni si va incontro se la coscienza sorvola sui suoi innati processi di ragionamento.Che poi non è nemmeno difficile inserire in tutto questo una conseguenza ed un netto collegamento con la parte finale del tuo scritto , riguardante l'aumento di suicidi soprattutto giovanili.Quanti ne vediamo in giro così connessi alla rete e sconnessi dalla vita reale.E gli adulti a dare un buon esempio con l'ascolto dove sono?...in rete anche loro.

Poi "tutte le rivelazioni del Q.I. che hanno mostrato una lenta ma costante decrescita" mi ha riportato ad un tuo altro recente post ,parlando di un noto libro.Le tue testuali parole dicevano che
"la decrescita è pura utopia e non si realizzerà mai volontariamente per presa di coscienza dell'uomo, ma si attuerà semplicemente per cause di forza maggiore".

Beh credo che qui si sia attuata effettivamente per cause di forza maggiore,ma sono ottimista perché qui pare che l'utopia alcune volte si realizza anche per presa di coscienza,o no?

Grazie per il post e buona domenica:)

Andrea Sacchini ha detto...

>Per età e per carattere (e per fortuna, aggiungerei) io appartengo alla generazione pre-digitale

Anche io. Ho vissuto infanzia, adolescenza e parte dell'età adulta senza tecnologia. Ora ci sono immerso, ma quel vissuto mi consente, oggi, di fronteggiarla con cognizione di causa e di circoscriverla senza che mi travolga. Credo sia proprio per questo motivo che riesco a leggere un centinaio di libri all'anno. Un nativo digitale oggi non ha invece scampo.


>Grazie per il post e buona domenica

Grazie a te e buona domenica, o di ciò che ne resta :-)

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