domenica 23 settembre 2018

Tra pace fiscale e condono

Le motivazioni con cui sia Salvini che Di Maio cercano con ogni mezzo di convincere le masse che la pace fiscale non è un condono, non reggono da nessun punto di vista. A mio modesto parere, se si propone a chiunque abbia pendenze col fisco di sanare la propria posizione pagando una minima percentuale di tali pendenze, siamo inevitabilmente di fronte a un condono, ci arrivo pure io.

Lui, il ruspista, ripete fino allo sfinimento che non è un condono ma solo un venire incontro a chi, per i più disparati motivi, e qui si è tranquillamente disposti ad ammettere che molti di questi possano pure essere plausibili, non è riuscito a restituire al fisco quanto dovuto. Va bene, sotto questo punto di vista la sanatoria può pure avere una sua ratio, ma come si distingue chi non ha potuto pagare da chi non ha voluto?

Facciamo cento la platea di chi ha pendenze con l'erario. Davvero Salvini vuol fare credere che tutti e cento hanno evaso il fisco perché non potevano fare diversamente? Dài, non scherziamo, su. Non sarebbe un condono se si prendessero i cento uno per uno, si analizzasse in dettaglio la loro posizione e si distinguessero così i "buoni" dai "cattivi". Ma se si prendono tutti e cento indistintamente, è un condono che non ha niente di diverso dai tanti che sono stati fatti in passato (l'ultimo condono tombale lo fece il tipo delle cene eleganti nel 2002).

Ora, io capisco che sia Di Maio che Salvini cerchino in tutti i modi di mascherare la porcata per provare a intortare i rispettivi elettorati, specie i grillini, paladini da sempre, almeno a parole, dell'onestà, ma sarà difficile che tutti ci caschino.

Forse.

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