Mi sono spesso sentito rimbrottare amichevolmente perché non ho replicato tempestivamente a un messaggio arrivatomi su WhatsApp. Perché devo rispondere tempestivamente? WhatsApp è uno strumento che è comodo, certo, ma tale comodità non deve rendere schiavi dello strumento, è lo strumento che è al nostro servizio, non noi al suo. Ho citato WhatsApp a mo' di esempio, ma il discorso vale per ogni altro sistema di comunicazione elettronica, comprese le mail, ad esempio (quante volte dopo l'arrivo di una mail arriva una telefonata in cui l'estensore chiede perché non gli sia ancora arrivata risposta?).
Anche per i commenti al blog vale lo stesso discorso. Non mi sono mai sentito in obbligo di replicare tempestivamente ai commenti che chi passa di qui lascia in calce ai miei post. A volte, se notate, passano diverse ore, anche giorni, prima che replichi, ma non per snobismo o altro, semplicemente perché cerco di evitare in ogni modo che un passatempo si trasformi in ossessione. E comunque perché, in generale, il tempo che dedico al blog è largamente minoritario rispetto a quello che dedico ad altre attività che per me sono più gratificanti e interessanti. Tornando a WhatsApp, a chi mi fa notare l'assenza di risposte tempestive, generalmente replico chiedendo perché non mi abbia telefonato, se la faccenda era urgente.
Ricordo una bella conferenza di Paolo Crepet di qualche tempo fa in cui il noto psichiatra metteva in guardia contro i pericoli derivanti dal diventare succubi di questi tipi di tecnologie, e uno di questi pericoli è rappresentato dal fatto che nella nostra epoca si è perso il tempo per riflettere e pensare. La costante urgenza di essere sempre online, di interagire necessariamente in tempo reale coi nostri interlocutori, ha fatto accantonare l'abitudine di pensare a ciò che si risponde. La comunicazione elettronica si è ridotta a uno scambio di slogan e dettati ipnotici non supportati da adeguate elaborazioni.
Finché questa abitudine rimane circoscritta all'ambito di una chattata su WhatsApp, tutto sommato può anche andare bene, ma una volta che si è radicata la propensione a scrivere e a dire cose prive di elaborazione preventiva, poi lo si fa sempre, in qualsiasi altro ambito. Provate a seguire per dieci minuti un dibattito televisivo; non è nient'altro che una lunga sequela di battibecchi fatti di frasi fatte, veloci, e generalmente sempre prive di un ragionamento retrostante a supporto. Perché ciò che conta, oggi, è la velocità, non la riflessione.
Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordo che quando ero giovane io e ancora non esistevano i telefonini, c'era l'abitudine, all'interno della scuola, di instaurare rapporti epistolari con alunni di altre scuole. Ci si scambiavano lettere di carta, vergate a penna, che viaggiavano per posta e impiegavano parecchi giorni, a volte settimane, per giungere a destinazione. E l'attesa della lettera con cui in nostro interlocutore replicava era carica di trepidazione. Siccome trascorreva molto tempo tra l'invio e la risposta, quando si vergava la lettera la si faceva lunga, articolata, cercando di utilizzare una una bella calligrafia ed eleganza di esposizione; mano a mano si aggiungevano cose che venivano in mente sul momento e che in un primo tempo non ci si era ricordati di menzionare. C'era tutto un lavoro di elaborazione e riflessione che oggi non esiste più. E c'è da ipotizzare che la mancanza generalizzata di pensiero, di analisi critica di ciò che accade intorno a noi, delle cose che leggiamo o ci sentiamo raccontare, mancanza di pensiero critico che caratterizza la nostra epoca e che produce i danni che sono sotto gli occhi di tutti, sia anche un cascame dell'utilizzo delle tecnologie comunicative di oggi.