mercoledì 11 novembre 2020

La fiera interrotta

Tra le tante cose che il covid si è portato via c'è la fiera di San Martino, che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che per i santarcangiolesi ha una valenza quasi identitaria. Nell'immaginario collettivo, infatti, al sentire nominare Santarcangelo di Romagna si fa immediatamente l'associazione con la fiera di San Martino o viceversa. 

A livello pratico, a dire il vero, non è che della cosa m'importi granché. È infatti già da qualche anno che evito di andarci, cioè da quando la mia allergia per la folla e il casino si è aggravata. Anche il livello qualitativo della stessa fiera non è più quello di un tempo. L'anno scorso, ad esempio, vi ha tenuto una specie di comizio Salvini, perfettamente a suo agio e in completa simbiosi coi tanti cantastorie che tradizionalmente popolano le strade di Santarcangelo durante i giorni della fiera.

Se ne riparlerà il prossimo anno. Forse.

martedì 10 novembre 2020

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(Perché non sono cristiano, Bertrand Russell, 1976)

Il trumpismo è vivo

Nelle presidenziali del 2016 Trump ebbe 62.984.828 voti. In quelle dello scorso weekend ne ha avuti 71.333.864. Sono otto milioni e passa di voti in più rispetto a quattro anni fa. Poi, certo, Biden ha vinto grazie a una straordinaria mobilitazione dei democratici e perché un po' ci ha messo lo zampino il Covid, emergenza sanitaria gestita da Trump in modo scandaloso, ma è evidente che, se Trump ha perso, il trumpismo è invece vivo e vegeto, molto più vivo di prima. Biden e i democratici tutti dovranno tenere bene in mente questa cosa, nei quattro anni che hanno davanti, e dovranno fare ogni sforzo per mantenere la fiducia accordata a loro dall'elettorato per riuscire a "sgonfiare" la bolla purulenta del trumpismo, perché Trump ha già annunciato l'intenzione di ricandidarsi fra quattro anni.

Biblioteche

Non posso fare a meno di notare, con un certo disappunto, come questa seconda ondata pandemica sia affrontata, dal punto di vista delle restrizioni, riproponendo alcune delle più vistose incongruenze già viste nella prima. Mi riferisco, ad esempio, al fatto che le biblioteche sono state militarizzate mentre per i bar vige il solito tana libera tutti. Oh, intendiamoci, i motivi sono facilmente intuibili, però, come dire, rimane sempre quel fastidioso disappunto di cui sopra.
A parziale consolazione c'è il fatto che l'Emilia Romagna non è stata fatta diventare arancione dal vertice governativo di ieri, è rimasta gialla, quindi posso continuare a uscire dal mio comune e fare i miei giretti a Santarcangelo.

lunedì 9 novembre 2020

Cambi di orario

Da oggi, dopo trent'anni in cui ho sempre fatto lo stesso orario di lavoro (6:30 - 14:45), cambierò, e il nuovo orario sarà 14:45 - 23. Sono quei cambiamenti che, dopo una vita, possono creare un attimo di destabilizzazione. Ma penso di sopravvivere.

domenica 8 novembre 2020

Il grande tessitore

Sono appena tornato da una camminata di un'ora e mezza durante la quale ho ascoltato, per intero, questa bellissima lezione del professore Alessandro Barbero su Camillo Benso, conte di Cavour, colui che fu definito "il grande tessitore" (ma è stato anche un grande tassatore). Dall'accordo con Napoleone III alla decisione di non intervenire per fermare l'impresa di Garibaldi, fino alla formazione del primo governo dell'Unità d'Italia, da lui presieduto, con lo stesso Giuseppe Garibaldi tra i deputati. Una pagina bellissima della nostra storia risorgimentale con protagonista colui che già all'epoca, nel bene e nel male, riassumeva in sé i tratti caratteriali dell'italianità e degli italiani sia in politica che nella società. Ancora una volta, un grande Alessandro Barbero, ma soprattutto un grande Cavour.

WhatsApp è al nostro servizio o noi al suo?

Mi sono spesso sentito rimbrottare amichevolmente perché non ho replicato tempestivamente a un messaggio arrivatomi su WhatsApp. Perché devo rispondere tempestivamente? WhatsApp è uno strumento che è comodo, certo, ma tale comodità non deve rendere schiavi dello strumento, è lo strumento che è al nostro servizio, non noi al suo. Ho citato WhatsApp a mo' di esempio, ma il discorso vale per ogni altro sistema di comunicazione elettronica, comprese le mail, ad esempio (quante volte dopo l'arrivo di una mail arriva una telefonata in cui l'estensore chiede perché non gli sia ancora arrivata risposta?). 

Anche per i commenti al blog vale lo stesso discorso. Non mi sono mai sentito in obbligo di replicare tempestivamente ai commenti che chi passa di qui lascia in calce ai miei post. A volte, se notate, passano diverse ore, anche giorni, prima che replichi, ma non per snobismo o altro, semplicemente perché cerco di evitare in ogni modo che un passatempo si trasformi in ossessione. E comunque perché, in generale, il tempo che dedico al blog è largamente minoritario rispetto a quello che dedico ad altre attività che per me sono più gratificanti e interessanti. Tornando a WhatsApp, a chi mi fa notare l'assenza di risposte tempestive, generalmente replico chiedendo perché non mi abbia telefonato, se la faccenda era urgente.

Ricordo una bella conferenza di Paolo Crepet di qualche tempo fa in cui il noto psichiatra metteva in guardia contro i pericoli derivanti dal diventare succubi di questi tipi di tecnologie, e uno di questi pericoli è rappresentato dal fatto che nella nostra epoca si è perso il tempo per riflettere e pensare. La costante urgenza di essere sempre online, di interagire necessariamente in tempo reale coi nostri interlocutori, ha fatto accantonare l'abitudine di pensare a ciò che si risponde. La comunicazione elettronica si è ridotta a uno scambio di slogan e dettati ipnotici non supportati da adeguate elaborazioni.

Finché questa abitudine rimane circoscritta all'ambito di una chattata su WhatsApp, tutto sommato può anche andare bene, ma una volta che si è radicata la propensione a scrivere e a dire cose prive di elaborazione preventiva, poi lo si fa sempre, in qualsiasi altro ambito. Provate a seguire per dieci minuti un dibattito televisivo; non è nient'altro che una lunga sequela di battibecchi fatti di frasi fatte, veloci, e generalmente sempre prive di un ragionamento retrostante a supporto. Perché ciò che conta, oggi, è la velocità, non la riflessione.

Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordo che quando ero giovane io e ancora non esistevano i telefonini, c'era l'abitudine, all'interno della scuola, di instaurare rapporti epistolari con alunni di altre scuole. Ci si scambiavano lettere di carta, vergate a penna, che viaggiavano per posta e impiegavano parecchi giorni, a volte settimane, per giungere a destinazione. E l'attesa della lettera con cui in nostro interlocutore replicava era carica di trepidazione. Siccome trascorreva molto tempo tra l'invio e la risposta, quando si vergava la lettera la si faceva lunga, articolata, cercando di utilizzare una una bella calligrafia ed eleganza di esposizione; mano a mano si aggiungevano cose che venivano in mente sul momento e che in un primo tempo non ci si era ricordati di menzionare. C'era tutto un lavoro di elaborazione e riflessione che oggi non esiste più. E c'è da ipotizzare che la mancanza generalizzata di pensiero, di analisi critica di ciò che accade intorno a noi, delle cose che leggiamo o ci sentiamo raccontare, mancanza di pensiero critico che caratterizza la nostra epoca e che produce i danni che sono sotto gli occhi di tutti, sia anche un cascame dell'utilizzo delle tecnologie comunicative di oggi.

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(da Perché non sono cristiano, Bertand Russell, 1976)

sabato 7 novembre 2020

Lezione

Si può trarre una morale dalla sconfitta di Trump? Forse sì: i sovranisti cazzari e sguaiati non vanno delegittimati da stampa, TV, iniziative politiche e o giornalistiche. Certo, si può fare anche quello, anzi a volte è doveroso farlo, specie quando si tratta di mettere alla berlina le loro palesi incompetenze e stupidità, ma il modo migliore per sloggiarli è farli governare. Metterli alla prova, verificare sul campo le loro qualità è il modo migliore per toglierseli dai piedi in maniera naturale, col voto, alla tornata elettorale successiva. 

Quand'ero bambino

Quand'ero bambino e perdevo a briscola, scala quaranta, oppure a dama quando giocavo con mio fratello o con gli amici, trovavo mille scuse e mille pretesti pur di non ammettere la sconfitta, davo a mio fratello dell'imbroglione, oppure del baro (che poi è la stessa cosa), e lui faceva altrettanto nei miei confronti pur di non riconoscere la sua, di sconfitta. Eravamo piccoli, ci stava. Poi, crescendo, si impara a perdere e ad accettare le sconfitte. Lo fanno tutti, o quasi tutti. Quando questo non accade, e a comportarsi così è uno che oltre a non essere più bambino è anche un (ex, fortunatamente) presidente di una nazione, lo spettacolo che il soggetto in questione offre è solo ed esclusivamente patetico.

Competenze linguistiche

Nel programma ufficiale di Futuro Nazionale leggo: " Riforma della cittadinanza italiana : ripristino del corretto significato della ci...