martedì 31 marzo 2026

Viaggio in Italia


Quella descritto da Carofiglio in questo libro non è la tipica rassegna turistica di alcune delle maggiori città italiane. È il racconto di un viaggio, e c'è enorme differenza tra i concetti di viaggio e turismo, nonostante noi spesso tendiamo ad associarli. 

Palermo, Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, Genova. Carofiglio racconta queste città partendo in qualche modo dai loro angoli più nascosti, sconosciuti, magari considerati poco importanti, e riporta aneddoti, storie, miti, leggende, situazioni, personaggi noti o sconosciuti legati a queste città. È una sorta di viaggio compiuto senza fretta, senza ansia di dover visitare tutto di corsa senza poi aver capito niente di ciò che si è visto, come in genere siamo abituati a fare. È un viaggio lento e riflessivo, fatto di incontri e conversazioni con bottegai, librai, persone comuni radicate saldamente nelle vie e negli angoli di queste grandi città.

Un modo sicuramente diverso, e molto più profondo, di conoscere i posti più belli (a volte anche i più disperati) del nostro Paese.

lunedì 30 marzo 2026

50 motivi per cui si crede in Dio, 50 ragioni per dubitarne

 


Avevo intenzione di scrivere una recensione abbastanza esaustiva di questo splendido saggio, poi mi sono reso conto che il modo migliore di farlo era semplicemente citare alcuni brani dell'ultimo capitolo. Non serve aggiungere altro.


Nessun credente ha mai ammesso, almeno di fronte a me, di aver paura ad abbandonare la sua fede in un dio. Spesso, però, è proprio questa l’impressione che mi è rimasta alla fine della conversazione. È comprensibile che molte persone si sentano riluttanti, persino impaurite, a concedere alla loro mente la libertà di criticare la fede. Non per tutti è facile mettere in discussione l’esistenza di un dio che si è abituati a considerare il bene ultimo e più perfetto, oltre che un potente protettore in un mondo pericoloso. Per alcuni credenti, negare l’esistenza di dio equivale a un terribile tradimento della propria famiglia e degli amici. 

Un altro motivo per cui i credenti rifuggono lo scetticismo e l’analisi critica è la paura della punizione di un dio irato. Forse i leader religiosi li hanno messi in guardia dal terribile destino che li attende se decidono di abbandonare il loro dio. Alcuni arrivano addirittura a dichiarare che coloro che smettono di credere nel loro dio non dovranno neanche attendere l’aldilà per soffrire, ma saranno puniti già in questa vita, con problemi di salute, difficoltà familiari, al lavoro, o peggio ancora. Il predicatore televisivo cristiano Pat Robertson, ad esempio, è famoso per i suoi ripetuti moniti a tutte le persone che non sono sufficientemente religiose per i suoi gusti. Più volte ha ripetuto che il suo dio impartirà loro una dura lezione, con tornado, terremoti, o altre piaghe divine. Gli atei ridono, quando sentono queste minacce, ma molti credenti no. 

Un altro ostacolo che a volte blocca i credenti, impedendo loro di rimettere in discussione l’esistenza del loro dio/dei è l’impatto negativo che diventare atei potrebbe avere sulle loro vite personali. I rapporti in famiglia o con gli amici potrebbero cambiare. È triste dirlo, ma a volte addirittura finiscono, quando due persone non hanno più un dio in comune. Non per tutti la transizione è difficile, però. Molti atei hanno la fortuna di avere alle spalle una famiglia che li ama incondizionatamente e amici che, pur credenti, sono abbastanza sofisticati da rispettare il diritto di ognuno di pensare con la propria testa. A volte questi atei fortunati potrebbero non capire fino in fondo quanto sia difficile e spaventoso in circostanze più complicate ammettere apertamente di non credere più nell’esistenza degli dei. Può essere un percorso molto duro, e un ateo non dovrebbe mai prendere alla leggera le ansie di un credente. 

Alcune religioni arrivano a scoraggiare di frequentare gli atei. Alcuni seguaci del cristianesimo, dell’islam e dell’ebraismo si macchiano di questa colpa, e non se ne scusano. Non riesco a farmi una ragione di come possano passarla liscia nel ventunesimo secolo, in società cosiddette sviluppate, dove qualsiasi altra forma di pregiudizio viene fortemente condannata. Quando credere negli dei smette di avere un senso, la minaccia di essere espulsi da una rete sociale o da una famiglia può essere molto concreta. Per questo motivo, non consiglio mai a un credente di sottovalutare i potenziali problemi. La famiglia e gli amici sono importanti. Il lavoro è importante. La sicurezza personale è importante. Ma è importante anche pensare con la propria testa e rispettare se stessi. 

I credenti a volte evitano di mettere in discussione l’esistenza degli dei anche perché non vogliono ammettere di aver sempre sbagliato. Ma questo non è un grosso problema, perché tutti sbagliamo su molte cose, nel corso della vita. Non c’è da vergognarsi di aver preso un granchio, specialmente sulla fede religiosa, considerando con quanta forza viene impartita ai bambini, a un’età in cui sono troppo vulnerabili e ingenui per criticarla. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di aver creduto in un dio, per quanto questo possa apparire imbarazzante, col senno di poi. Per molti di noi, fa parte di un patrimonio culturale, del nostro crescere in una civiltà umana. Non mi vergogno di aver pregato un dio quando avevo dieci anni. È quello che mi era stato detto di fare da persone di cui mi fidavo e che la sapevano più lunga di me, e così ho fatto. Oggi lo considero un rito di passaggio, parte di un percorso di crescita di cui vado orgoglioso. Mi sono fidato, ho creduto, ho ragionato, e adesso non credo più. L’unica vergogna per un credente dovrebbe essere rifiutarsi di pensare in modo critico. Non c’è scusa per non ragionare sulle cose che ci dicono e per non porsi domande importanti, cosa che si può fare anche nei pensieri privati, dove non c’è alcun rischio di ripercussioni da parte dal mondo esterno. 

Forse abbiamo una naturale predisposizione a credere negli dei, ma decisamente siamo anche dotati di una forte curiosità. Negare questo tratto umano significa negare la nostra identità. A mio avviso, mettere in discussione l’esistenza di un dio non significa necessariamente tradire quel dio. Se credi che il tuo dio abbia creato te e il grosso cervello che hai nel cranio, perché questo dio dovrebbe arrabbiarsi se lo usi per criticare la verità più importante di tutte? Il dio in cui credi ti ha fatto membro di una specie pensante. E allora pensa! Perché un dio si sarebbe preso il disturbo di dotarci di potenti cervelli analitici se non intendeva che li sfruttassimo al massimo? Se il tuo dio esiste davvero, è più facile che tu sia premiato, non condannato, per aver messo al lavoro quel cervello così sofisticato. Se il tuo dio non esiste, invece, non hai nulla di cui preoccuparti. E se hai paura che il tuo dio sia il tipo da arrabbiarsi per la sincera curiosità umana e l’onesto studio intellettuale, forse ti conviene cercare un dio un po’ più maturo. Dopotutto, ce ne sono migliaia fra cui scegliere.

I credenti non hanno ragione di preoccuparsi neanche per il falso pregiudizio che esistano solo due opzioni, essere un felice credente o un rancoroso ateo militante in guerra contro la religione. Io sono ateo e sono tutto tranne che rancoroso e militante. Mi considero una persona positiva e un ottimista. E nonostante gli odiosi atteggiamenti di certi credenti, non voterei mai per mettere fuori legge la religione, né appoggerei alcuna discriminazione contro i credenti sulla base di ciò che pensano. Io credo che la libertà di pensiero debba essere un diritto umano di base. Sì, penso che sarebbe una bella cosa se la ragione, il libero pensiero e la scienza fossero un domani abbastanza diffusi e rispettati da far scomparire gradualmente la fede negli dei. Ma non appoggerei mai l’imposizione dell’ateismo con atti di bullismo o per vie legali. 

Vorrei che la mia vita fosse un esempio luminoso di come si può passare da credente devoto ad ateo ed essere ancora una persona felice. Non posso farlo, però, perché credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo. Ho sinceramente cercato un dio in cui credere anche da adulto, ma la mia ricerca si è rivelata ancora una volta vana. Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitandone i luoghi più sacri. Ho toccato la terra santa, ho strofinato pietre sacre, inalato incensi, ascoltato canti religiosi, ho persino cantato e pregato insieme ai credenti. Sono stato toccato dalle mani dei taumaturghi e ho sfiorato la roccia sacra sopra la tomba di Adamo. Credo di aver cercato gli dei più sinceramente e in modo più approfondito della maggior parte delle persone. Ma nonostante tutti i miei viaggi e ricerche, ho trovato solo credenti e nessun dio. 

Probabilmente sono sempre stato ateo, anche da bambino, ma ero così concentrato a sforzarmi di credere che non me ne ero neanche accorto. Una volta mi preoccupavo che non credere negli dei in cui credevano i miei compagni facesse di me una brutta persona e che mi avrebbe in qualche modo ostacolato nella vita. Ora so che si può avere una vita stupenda anche senza credere negli dei. Sono ancora altrettanto curioso di quando ero ragazzino. Potrei vivere mille anni e non restare mai a corto di cose da fare. I veri credenti possono dire la stessa cosa? Chi crede profondamente in un dio può continuare a sentirsi felice e soddisfatto una volta persa la fede?

[...]

Infine, i credenti possono stare tranquilli: non saranno ingoiati dalle fiamme dell’inferno se decidono di fare il salto, abbracciare la ragione e respirare un po’ di aria fresca sulle sponde dell’ateismo. Molti milioni di atei, oggi, vivono vite felici e positive. Sono medici, insegnanti, poliziotti, pompieri, muratori, soldati, attivisti pacifisti, madri e padri. Sono persone normalissime. L’unica differenza è che non si rivolgono agli dei per trovare la forza di vivere. La cercano invece in se stessi oppure chiedono aiuto alla famiglia e agli amici. Gli atei non corrono a piangere dagli dei nei momenti di crisi. È più probabile che chiedano appoggio ad altri esseri umani, e che in virtù di questo li apprezzino di più. Non c’è assolutamente nulla che dimostri la tesi dei credenti secondo cui gli atei farebbero vite tristi, in qualche modo mutilate dall’assenza degli dei. Personalmente, penso che sia vero il contrario. È più facile per gli atei godersi ogni istante delle loro preziose vite. È possibile che si trovino in una posizione migliore per apprezzare il profumo dei fiori e abbracciare i figli un po’ più forte rispetto a chi crede di vivere all’ombra di un dio. Forse sono gli atei a sentirsi un po’ più vivi degli altri, anche se, bisogna ripetere, il solo fatto di non credere non è garanzia di nulla. Una persona che diventa atea può cambiare molto, come anche pochissimo.

I credenti possono tranquillamente respingere l’idea che diventare atei li renda diversi da chiunque altro. Gli atei sono più comuni di quanto generalmente li si immagini, e per lo più sono persone molto più noiose e normali di quanto si possa sospettare. Il tipico credente che diventa ateo scoprirà probabilmente di essere sempre la stessa persona, almeno inizialmente. Diventare atei significa semplicemente smettere di credere nell’esistenza degli dei. Niente di più. È l’universo tutto attorno a te che all’improvviso comincia a cambiare, perché finalmente riesci a vederlo per quello che realmente è: un luogo grande, bellissimo, spaventoso, ma pieno di ispirazione. L’ateismo non fa altro che aprirti gli occhi e tenerti con i piedi incollati a terra. Tutto il resto dipende da te.

Cosa c'è sotto


Un aspetto della vicenda che pochi hanno preso in considerazione mi pare sia quello socio-antropologico. Si trova scritto in diecimila libri: le religioni sono da sempre uno dei massimi fattori di divisione degli esseri umani e rappresentano la strada più semplice e veloce per arrivare alla violenza, perché non servono neanche motivazioni reali quando c’è di mezzo la fede negli dei. Chi pensa che la fede unisca più di quanto divida deve solo studiare la storia e fare un po' di conti, troverà tutto ampiamente documentato. 

Molti tentano di giustificare questi episodi asserendo che sono dovuti alla nostra natura ribelle, un inevitabile sottoprodotto del libero arbitrio, mentre è molto più probabile che tante discussioni e lotte tra le religioni siano causate dalla mancanza assoluta di prove per le loro dottrine fondamentali. In assenza di prove credibili, nessuno può vincere o perdere un argomento. Le divergenze sono molto più difficili da risolvere quando nessuna delle parti ha una stampella logica a cui appoggiarsi. Per esempio, chi può decidere oggettivamente che un luterano ha più ragione di un rastafariano sulle questioni di fede? Chi preferisce Allah? I sunniti o gli sciiti? Chi ha ragione nella secolare disputa tra cattolici e protestanti o tra cristiani ortodossi e cattolici? Chi lo sa? Non ci può essere risposta a tale domanda sulla base della ragione e dell’evidenza, perché l’esistenza stessa di Allah o di Javeh o di Dio non è mai stata stabilita sulla base della ragione e dell’evidenza. Le monumentali dispute teologiche che hanno ucciso nei secoli tante persone hanno luogo soltanto nelle menti dei credenti, per cui ogni risoluzione razionale, soddisfacente e logica diventa praticamente impossibile.

La religione può unire alcune persone, ma a un prezzo tragicamente elevato. Ogni religione si crea una base di fedeli sottraendo persone dal resto del consorzio umano. Impegnarsi a creare sottoinsiemi ermeticamente sigillati all’interno della nostra specie non è produttivo e nel lungo termine ci espone a vari pericoli. Dovrebbe essere ormai assodato ed evidente. Non lo è e probabilmente non lo sarà mai.

sabato 28 marzo 2026

Smontare il fulcro

"Una delle storie più famose di tutti i tempi narra di un dio che ha inviato il suo unico figlio in missione per salvare il mondo, permettendo che venisse ucciso per dare pace e salvezza a tutte le persone della Terra. Dopo la sua morte brutale, il figlio è magicamente asceso al cielo dove oggi vive con suo padre. Potremo andare tutti in paradiso e stare con lui dopo la nostra morte, ma soltanto se crediamo in lui e ci pentiamo dei nostri peccati. Naturalmente, questa è la dottrina centrale del cristianesimo. Dev’essere proprio una bella storia, perché il cristianesimo è attualmente la religione più popolare del pianeta, con più di due miliardi di seguaci. Nonostante quattro miliardi di persone ancora non credano in questa storia, è pur sempre la religione numericamente di maggior successo di tutti i tempi. Come tale, ho pensato meritasse un commento, anche se questa motivazione per credere è specifica di una religione particolare. 

La storia di Gesù affascina molte persone che trovano in essa il più perfetto esempio di amore, sacrificio e della sovrabbondante misericordia di Dio. Molti credenti mi hanno detto di sentirsi profondamente toccati e ispirati da essa. Si comprende la sua particolare forza, se si considera l’amore che tipicamente un padre prova per il figlio. Dio deve amarmi davvero, dicono alcuni cristiani, se è disposto a lasciar soffrire e morire il suo unico figlio per me. Tuttavia, se si riflette in modo un po’ più approfondito su questa storia, emerge qualche problema. 

Innanzitutto, in cosa consiste esattamente il grande sacrificio fatto da Dio? È stato davvero un sacrificio, nel modo in cui lo sarebbe per un padre umano che abbandona il figlio? Io ho un figlio piccolo e non riesco a immaginare il dolore che proverei se, per qualche straordinario motivo, dovessi lasciarlo soffrire e morire. È più di quanto potrei sopportare. Ma Dio non ha perso suo figlio; almeno non nel modo in cui io o qualsiasi altro essere umano potrebbe perdere un figlio. Dio non ha fatto un sacrificio. Dio non ha perso nulla. Secondo il dogma cristiano della Santa Trinità, Dio esiste in tre forme: il Padre (il Dio di Abramo), il Figlio (Gesù), e lo Spirito Santo. Nonostante molti cristiani ne parlino e li adorino come se fossero tre dei separati, il cristianesimo si considera una religione monoteista, il che significa che ha un solo dio. Quindi se uno accetta la dottrina della Trinità, deve ammettere che Dio (il padre) non ha davvero sacrificato suo figlio (Gesù). Al limite, ha sacrificato se stesso o una parte di sé – ma non proprio. Anche se in qualche modo fosse morto un figlio distinto e separato, non avrebbe molto senso come sacrificio, perché Dio Padre conosce il futuro. E allora come si può sostenere che abbia “donato a noi il suo unico figlio”, quando sapeva che Gesù sarebbe risorto e si sarebbe unito a lui in paradiso poco dopo? Dove sta il sacrificio? 

Io amo mio figlio tanto quanto qualsiasi altro padre, o anche un po’ di più. Non c’è nulla di sovrumano o di soprannaturale in me, ma io credo che farei esattamente ciò che molti credenti dicono che Dio Padre abbia fatto duemila anni fa. Accetterei di sacrificare mio figlio se mi trovassi nella bizzarra situazione di doverlo lasciar morire per salvare miliardi di esseri umani di oggi e di tutte le generazioni successive dal tormento eterno dell’inferno. In qualità di Dio, avrei saputo che mio figlio si sarebbe comunque salvato e sarebbe tornato da me qualche giorno dopo. Quindi la giusta decisione da prendere è ovvia. Mi turberebbe profondamente farlo soffrire, ma dovrei comunque accettare la proposta. Mettendo le cose in prospettiva – miliardi di vite salvate, inclusa quella di mio figlio, che ritorna felice e in salute da me – non c’è il minimo dubbio su quale sia la cosa migliore da fare. E certamente non penserei di meritare l’epiteto di eroe o di divinità per aver preso quella decisione. Molti cristiani pongono l’accento sulle sofferenze patite da Gesù prima della morte. Secondo la storia, Gesù fu torturato dalle guardie romane e poi inchiodato alla croce. Una giornataccia, decisamente. Il dolore e il terrore che ha provato dev’essere stato inimmaginabile. Chiunque abbia visto il film morbosamente cruento di Mel Gibson, La Passione di Cristo , non può prendere alla leggera la crocifissione. La coraggiosa accettazione della sofferenza da parte di Gesù contribuisce fortemente all’appeal di questa vicenda. 

I credenti dicono che avrebbe potuto scegliere di non farlo. Avrebbe potuto essere egoista, lasciar perdere questa storia del salvare le anime e sottrarsi alla crocifissione, ma non lo ha fatto. Invece si è fatto carico di tutto quel dolore per noi, sostengono i credenti. È legittimo però far notare che molte altre persone hanno sopportato un destino altrettanto orribile, o anche peggiore, di quello attribuito a Gesù. E la loro sofferenza non è neppure servita a salvare miliardi di persone per tutte le generazioni successive. In media, più di cento vigili del fuoco perdono la vita sul lavoro ogni anno negli Stati Uniti, secondo la Fire Administration. Muoiono cercando di salvare le vite e le proprietà di estranei. I vigili del fuoco non intervengono solo in casi di enormi disastri come gli attacchi al World Trade Center, o drammatiche esplosioni di impianti chimici. Più spesso si lanciano all’interno di piccole abitazioni invase dal fumo, nella speranza di estrarre uno o due occupanti che hanno perso conoscenza. A volte i vigili del fuoco muoiono. Lo fanno senza poteri divini e senza conoscere il futuro. Sono persone molto meno potenti degli dei, eppure trovano il coraggio e la compassione necessari per rischiare tutto per persone che nemmeno conoscono. Nel corso della storia sono esistiti guerrieri disposti a sacrificare la vita per i propri compagni. Naturalmente, i soldati non sono diversi dalle altre persone: come tutti, desiderano vivere. Preferirebbero essere eroi sopravvissuti che eroi morti. Si aspettano o si augurano che le loro gesta eroiche a favore di qualcun altro non li portino alla morte. Ci sono comunque stati molti casi negli ultimi secoli in cui i soldati si sono trovati in situazioni in cui sapevano che sarebbero morti, ma hanno lo stesso agito con lealtà nei confronti di un amico o della società. Queste persone reggono il confronto con Gesù? Non hanno dato la vita per miliardi di persone e di certo non avevano la garanzia assoluta che poi sarebbero risuscitati. Hanno sofferto e sono morti per un pugno di vite, o magari per una sola. Molti di loro avranno creduto di andare in paradiso per questo, ma non potevano saperlo con la certezza di un dio. Quindi, come possiamo descrivere questi coraggiosi mortali che si sono sacrificati? In confronto a Gesù, hanno donato così tanto per così poco. Non dobbiamo ammettere che il loro sacrificio è di gran lunga superiore a quello di un dio? 

C’è un aspetto ancora più problematico in questa drammatica storia di amore, morte e risurrezione. Se davvero è successo, perché doveva accadere in quel modo? Ho posto per la prima volta questa domanda quando ero bambino, molti anni fa, e ancora non ho sentito una risposta accettabile. Perché mai qualcuno, chiunque, deve essere inchiodato a una croce perché io possa andare in paradiso? Davvero è la soluzione migliore che Dio è riuscito ad escogitare? Non ha senso, perché è lui stesso a scrivere le regole. Non sapeva come sarebbe venuta la sua stessa creazione? E allora, perché rendere questa faccenda della redenzione così barbara e crudele? Perché mai un Dio dovrebbe mettere in piedi un sistema che richiede che qualcuno sia torturato e ucciso? Io certamente non vorrei che nessuno soffrisse e morisse per me. È strano che oggi molti cristiani, se non tutti, considerino i sacrifici di animali un rituale ripugnante con cui nessuno dovrebbe avere a che fare. Ma quando la storia del sacrificio umano di Gesù viene presentata come prova della grandezza morale di Dio, due miliardi e mezzo di persone la applaudono. E poi com’è possibile che tu e io siamo nati già peccatori? I cristiani mi ripetono fino alla nausea che ero già peccatore alla nascita. Non importa quanto mi sforzi di essere buono, sono cattivo, mi dicono. È ingiusto che il solo fatto di nascere implichi immediatamente di dover essere salvato. Cosa c’entriamo noi con i crimini di Adamo ed Eva? Io non ho mai mangiato alcuna mela nel Giardino dell’Eden, e allora perché ce l’ho sulla mia fedina penale? I cristiani si chiedono mai se il loro dio non avrebbe potuto trovare un altro modo per regalarci un biglietto per il paradiso, che non fosse un sacrificio umano? Perché non possiamo semplicemente dire tutti in coro che ci dispiace, o pagare una multa, o lavorare ai servizi sociali? Perché Dio non può semplicemente perdonarci e chiudere così la faccenda? 

Tutti noi sapremmo certamente immaginare modi diversi per salvare l’umanità, senza ricorrere alla tortura e alla crocifissione. Come reagirebbero i cristiani se una storia simile si ripetesse oggi? Immaginate se il re di un piccolo Paese annunciasse di voler far picchiare, frustare, inchiodare a un albero il proprio figlio, e infine perforarlo con una lancia. In una intervista alla CNN, il re ammette di rammaricarsi tantissimo che suo figlio debba soffrire e morire, ma è indispensabile perché è l’unico modo che ha per perdonare i cittadini del suo Paese per i loro sgarri morali e garantire loro accesso al servizio sanitario e al welfare l’anno successivo. Il re ama il suo popolo e vuole che questi crimini siano perdonati. Per questo motivo, suo figlio deve morire. Che cosa pensereste di questo re? Che è strano? Crudele? Cattivo? Pazzo? Perché allora aspettarsi uno standard morale più alto da parte del re umano di un piccolo Paese di quello che ci si aspetta dal dio dell’universo? 

Un’altra obiezione alla storia di Gesù è che potrebbe non essere così unica come pensano i credenti. Gli studiosi conoscono molte antiche narrazioni che suonano straordinariamente simili. Randel Helms, autore di Fiction Gospels , ne presenta una: Nel primo secolo dell’Era Comune, apparve nel Mediterraneo orientale un grande leader religioso che predicava un dio unico e affermava che la religione non aveva bisogno di sacrifici animali, ma della carità e della pietà, per allontanare l’odio e l’inimicizia. Si narra che facesse miracoli, esorcizzando i demoni, guarendo i malati, risuscitando i morti. La sua vita esemplare portò alcuni suoi seguaci a sostenere che fosse il figlio di Dio, anche se lui si definiva figlio dell’uomo. Accusato di sedizione nei confronti dell’impero romano, fu arrestato. Dopo la sua morte, i suoi discepoli affermarono che era risuscitato dai morti, che era apparso vivo al loro cospetto e poi era asceso al cielo. Chi era questo insegnante e operatore di miracoli? Si chiamava Apollonio di Tiana; morì intorno al 98 d.C. e la sua storia si può leggere nella Vita di Apollonio di Tiana di Flavio Filostrato. (Helms 1988, 9) 

Il difetto forse maggiore della storia di Gesù è che il piano non ha funzionato molto bene. I cristiani dicono che Gesù è morto per i nostri peccati, perché tutti possiamo essere salvati. Il problema è che oggi, duemila anni dopo, la maggior parte delle persone, di ogni generazione, non vengono affatto salvate e i cristiani sono ancora una minoranza, nel mondo. La maggior parte delle persone semplicemente non crede che la storia di Gesù sia vera. Oggi ci sono 2,2 miliardi di cristiani e 4,5 miliardi di non cristiani. Un numero straordinario di anime perdute ad ogni generazione. Se davvero tutto ciò è successo, non solo il sacrificio di Gesù è strano e raccapricciante, ma è stato per lo più un inutile spreco, dal momento che non è riuscito a salvare la maggior parte delle persone."


50 ragioni per cui si crede in Dio, 50 motivi per dubitarne

Guy P. Harrison

giovedì 26 marzo 2026

Tolleranza zero?

L'episodio di violenza nella scuola a Trescore Balneario (il bambino 13enne che ha accoltellato l'insegnante) ha riacceso il solito coro politico: inasprimento delle pene (Valditara), tolleranza zero (Salvini). Se i due ministri avessero letto anche solo un bignamino di sociologia ​saprebbero che inasprire pene e sanzioni non serve a niente. Mai. A meno che non si vogliano fare slogan elettorali. Il concetto base è che la pena non è un deterrente per chi non ha nulla da perdere. ​Chi pensa che un tredicenne, nel momento in cui pianifica un gesto folle e lo filma, si fermi a riflettere sul codice penale, vive fuori dalla realtà. La criminalità giovanile spesso nasce da un vuoto emotivo, da un disagio psichico o da un isolamento sociale che nessuna "pena esemplare" può colmare. Inasprire le leggi serve a placare l'opinione pubblica dopo la tragedia, ma si tratta di una finta risposta che non impedisce che accadrà di nuovo.

​La tolleranza zero, un ritornello vuoto e stupido che Salvini ci propina da vent'anni, agisce sull'effetto, non sulla causa. Se un ragazzino arriva a scuola con un coltello e del materiale esplosivo a casa, il fallimento è avvenuto mesi, se non anni prima. È fallita la famiglia, è fallita la capacità della scuola di intercettare il disagio, è fallita la comunità. Abbiamo fallito tutti. Punire duramente dopo significa ammettere che non siamo stati in grado di educare prima.

​Sull'educazione a monte ​Umberto Galimberti e altri si sgolano da decenni. ​Serve educazione all'emotività, serve insegnare ai ragazzi a gestire la rabbia, la frustrazione e l'uso dei social media, visto che il filmare l'attacco è un segno di distorsione profonda della realtà. ​Servono supporti alle famiglie. ​Invece di invocare il carcere per dei bambini (perché un 13enne è un bambino), dovremmo invocare più risorse per la scuola intesa come centro educativo e non come tribunale. La sicurezza vera non si costruisce con le sbarre, ma con i libri, l'ascolto e la presenza costante dello Stato nei luoghi dove i ragazzi crescono. Servono classi di 12-13 alunni in modo da poterli seguire anche emotivamente e sentimentalmente, non classi-pollaio di 30-32 studenti. ​Finché la politica risponderà alla violenza solo con altra violenza istituzionale, continueremo a rincorrere le tragedie invece di evitarle.

mercoledì 25 marzo 2026

La camera azzurra


Ho appena chiuso l’ultima pagina di questo libro - finora non avevo ancora letto niente di Simenon - e devo ammettere di averlo trovato discretamente inquietante. Simenon non scrive romanzi, fa delle autopsie all'anima umana.

​Tutto ruota attorno a due amanti, Tony e Andrée, che si incontrano clandestinamente in una camera d'albergo azzurra. Sembra una storia di passione come tante, ma a un certo punto Andrée fa una domanda di troppo a cui segue una promessa che si trasforma in una trappola mortale. La narrazione si muove tra il passato della passione e il presente dei verbali di polizia e dei tribunali. ​Simenon riesce a fare sentire a chi legge il caldo soffocante dell'estate e il freddo gelido dell'aula di un tribunale.

​È un romanzo che racconta magistralmente il dramma dell'incomprensione e di come due persone possano vivere la stessa storia in modi completamente diversi: diversivo per l'uno, progetto di vita per l'altro. Non ci sono eroi né persone buone o cattive, solo persone fragili in balìa dei propri istinti e pulsioni. Bellissimo.

Scenette imbarazzanti

Non so cosa abbia detto La Russa ai genitori di quei disgraziati bambini. Forse, se avesse potuto, avrebbe detto loro: "Guardate, abbiamo strumentalizzato tantissimi casi di cronaca per tirare acqua al mulino del Sì, ma il vostro ci è sembrato il migliore fin da subito, quindi ci siamo buttati a pesce. D'altra parte, quale migliore occasione di un giudice che allontana i figli dai genitori poteva capitarci per delegittimare tutta la magistratura e fare credere che i giudici siano dei mostri? Abbiamo fatto meglio che abbiamo potuto e scatenato tutta la nostra potenza di fuoco: giornali, TV, social. Purtroppo non è servito, gli italiani (almeno la maggior parte) non hanno abboccato e siamo stati sepolti sotto 15 milioni di No. Grazie lo stesso."

E mentre la seconda carica dello Stato dà vita a una delle scenette più tristi, penose e imbarazzanti di tutta la storia repubblicana, dal 10 marzo la giudice che ha disposto la sospensione della responsabilità genitoriale ai due coniugi vive sotto scorta armata a causa degli attacchi e delle minacce di morte ricevute sui social. Attacchi e minacce dovuti alla asfissiante campagna di delegittimazione portata avanti da questa destra oscena.

martedì 24 marzo 2026

Due cose

Due cose ritengo importante sottolineare riguardo a ciò che è successo ieri. La prima è la maggior affluenza al referendum di domenica e lunedi scorsi rispetto alle ultime elezioni politiche e alle politiche in generale. Alle politiche del 2022, quelle dove ha preso il potere questa sciagurata maggioranza, l'affluenza non è arrivata al 59 per cento degli aventi diritto; per il referendum è arrivata quasi al 64. I referendum, almeno negli ultimi due decenni, hanno sempre attirato meno elettori delle già quasi deserte elezioni politiche. Questo significa che quando occorre mobilitarsi per qualcosa che si ritiene importante ci si alza dalla poltrona e si va al seggio, e la poca affezione per il voto a un partito politico si trasforma in slancio motivato quando si capisce il valore di ciò che è in gioco. Significa che la Costituzione è fortunatamente ancora percepita come qualcosa di importante che vale la pena difendere dagli sfregi e dalle manomissioni che certi squallidi e incarogniti personaggi vorrebbero infliggerle.

Ciò non significa che la Costituizione è intoccabile. Si può modificare, l'hanno previsto i padri costituenti, e da quando è entrata in vigore, 80 anni fa, è stata modificata più volte. Ma non così, con l'arroganza, le forzature, l'incompetenza e la protervia che contraddistinguono questi personaggi, senza arte né parte, che ci hanno di nuovo provato dopo i fallimentari precedenti di Renzi nel 2016 e Berlusconi nel 2006. Viene quasi da pensare che in fondo gli italiani alla nostra carta fondamentale vogliano bene, che ci tengano, e quando ritengono che sia in pericolo si alzino per difenderla.

Una percentuale molto alta di chi ha votato No, attorno al 60-70 per cento, è formata da giovani tra 18 e 34 anni, molti di essi hanno votato per la prima volta. Quindi si può dire che sono stati loro a salvarla, e questo è un bellissimo segnale sotto molti punti di vista. Sono anche loro ad avere vinto, assieme a tutti quelli che hanno votato No perché hanno capito il pericolo che si nascondeva in una eventuale vittoria del Sì.

Chi ha perso? Ha perso questo governo di scappati di casa. Ha perso chi ha prodotto una campagna referendaria falsa, bugiarda, basata sugli inganni, le mistificazioni, la malafede - chi bazzica un po' sui social sa a cosa mi riferisco. E comunque dispiace constatare che, nonostante la vittoria del No, milioni e milioni di persone ci sono comunque cascate, si sono fatte ingannare da tale mole di mistificazioni e inganni. Anche questo è un aspetto che dà molto da pensare. 

Ultima cosa. Alle politiche del 2022 questa maggioranza è andata al governo prendendo circa 12 milioni di voti. Ieri i No sono stati circa 15 milioni. C'è una mole impressionante di persone, là fuori, che forse vorrebbe qualcosa di più da questa opposizione lacerata e autoreferenziale che ha permesso a questa banda di incompetenti di prendere il potere quattro anni fa. Questo referendum insegna che è ora di mettere da parte gli stupidi personalismi, i particolarismi ottusi, i giochetti di basso cabotaggio per garantirsi un piccolo posto al sole e di sacrificare qualcosa del proprio ego in nome di un bene superiore: evitare che l'Italia diventi l'Ungheria di Orbàn. Fra poco più di un anno si voterà e un anno è un periodo di tempo più che sufficiente per mettere insieme un'opposizione degna di questo nome con una sua credibilità. Restiamo in attesa che succeda.

lunedì 23 marzo 2026

Poi


Poi ci sarà il tempo per riflessioni più approfondite e più "elevate". Nel frattempo, la faccia di Sallusti di fianco a quei quasi 10 punti di scarto è lo spettacolo più bello di cui possiamo godere oggi.

Ha vinto il NO!

domenica 22 marzo 2026

Piccoli orticelli mentali


In occasione della festa del papà, la ministra Eugenia Roccella ha detto, tentando di giustificare il respingimento del governo della proposta di legge delle opposizioni per equiparare i congedi parentali tra madri e padri: "Tra madre e padre c’è una differenza biologica e su questo non c’è parità che tenga. Le donne hanno la gravidanza, il parto e l’allattamento. Mirare a una condivisione paritaria del lavoro di cura va benissimo, ma non si può ottenere se riteniamo che madri e padri siano la stessa cosa."

La signora Roccella, che non si capisce, col background ideologico che si ritrova, cosa ci faccia a capo di un ministero che si chiama delle pari opportunità, è l'esempio perfetto di come l'ideologia si scontri con la realtà e di quanti danni possa fare questo approccio esclusivamente ideologico alle dinamiche umane. L'ultracattolica ministra, dicendo che la parità di cura della prole "non si può ottenere se riteniamo che madri e padri siano la stessa cosa", compie un'operazione di mistificazione confondendo due piani distinti: la biologia e la cultura.

Casualmente, sto leggendo in questi giorni Il tempo dei padri, un saggio antropologico sulla storia delle cure parentali nell'evoluzione umana. Quando la signora Roccella dice che tra madre e padre "non c'è parità che tenga" perché la madre partorisce, allatta ecc, sta facendo un'affermazione difficilmente contestabile. Ma monca. È vero, infatti, che la biologia, almeno all'inizio, segna una differenza reale, ma il libro che sto leggendo (lo dovrebbe leggere anche la ministra) suggerisce una prospettiva più ampia. Nella storia evolutiva umana, crescere un figlio non è mai stato un compito della sola madre. Padri, parenti e comunità hanno sempre avuto un ruolo fondamentale. Noi esseri umani siamo, per usare un’espressione dell'antropologia, una specie che alleva i figli "insieme". Quindi la questione non è stabilire se madri e padri siano la stessa cosa - è ovvio che biologicamente non lo sono - ma capire quanto quella differenza biologica debba pesare nel tempo.

La natura crea una differenza all’inizio, poi le società e le culture decidono cosa fare di quella differenza. Nel corso dell'evoluzione umana abbiamo avuto tutte le combinazioni possibili di cure della prole. Giustificare oggi il respingimento di equiparazione tra i congedi parentali di padre e madre su presupposti esclusivamente biologici, significa approcciarsi alle dinamiche umane con le sole lenti dell'ideologia, lenti che non permettono di vedere oltre il proprio orticello mentale; e mentre là fuori le società cambiano, si modificano, evolvono, Eugenia Roccella rimane prigioniera della sua, purtroppo limitatissima, visione del mondo.

sabato 21 marzo 2026

Perché No

È quasi finita, domani e lunedì si voterà per questo benedetto referendum sulla separazione delle carriere (anche se non è un referendum sulla separazione delle carriere). Come ho già scritto in precedenza, voterò convintamente No per alcuni motivi. Questi.

È surreale che la politica abbia imposto ai cittadini di esprimersi su un tema così complesso e tecnico, ed è quindi naturale che la consultazione fin da subito abbia assunto un carattere politico. Pochissimi dei milioni di cittadini italiani che si recheranno alle urne conoscono e capiscono i dettagli tecnici di questa riforma, ed è naturale che sia così, perché appunto si tratta di tecnicismi giuridici appannaggio di una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Nessuno di noi è obbligato a conoscerli. Quindi si tratterà giocoforza di una consultazione le cui sorti non saranno determinate da una sua conoscenza nel merito, ma dalla simpatia o antipatia politica verso i proponenti. E una importante modifica della Costituzione (questa riforma ne modificherà ben 7 articoli) non si fa su presupposti di simpatia. Non esiste e non si può accettare. Mai.

Un altro motivo per cui voterò No è la quantità industriale di bugie e falsità che sono state messe in campo dai sostenitori del Sì. Per onestà va detto che anche dalle parti del No in alcuni casi si è esagerato, ma la sproporzione è palese e non paragonabile. Abbiamo sentito di tutto: se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente più assoluzioni di Carola Rackete, niente più giudici che liberano migranti, i magistrati non intralceranno più il lavoro del governo e finalmente pagheranno per le loro "malefatte", la fuga dei cervelli si interromperà e i giovani torneranno in Italia: una disonestà intellettuale fuori da ogni decenza. Mentre se vincerà il No stupratori e pedofili in libertà, tana libera tutti per delinquenti di ogni risma e assurdità anche maggiori. Ora, è giusto che si faccia propaganda per la propria causa, ma questa propaganda non deve passare attraverso la mistificazione della realtà e la presa in giro di chi andrà a votare. Perché se si fa propaganda con la mistificazione significa che gli argomenti reali che dovrebbero supportare una posizione non hanno sostanza. In una sola cosa i sostenitori del Sì sono stati (involontariamente) sinceri: quando hanno ammesso che la vittoria del Sì toglierà di mezzo la magistratura (parole testuali della capa di gabinetto di Nordio), il sotteso del quale è che con la vittoria del Sì i controlli di legalità della magistratura nei confronti di reati e illeciti commessi in particolar modo dai "colletti bianchi" saranno fortemente limitati. C'è bisogno di aggiungere altro o è sufficientemente chiaro quali sono i reali scopi della riforma? L'hanno ammesso loro stessi. E comunque, al di là di altri tipi di motivazioni, votare No è una questione di principio, e il principio è che dare fiducia a chi ti estorce quella fiducia ingannandoti non è accettabile. Se anche io fossi in buona fede convinto di votare Sì, rinuncerei a farlo perché non voglio che quel Sì sia basato su falsità. In altre parole: non voglio essere preso in giro. E siccome ritengo di avere ancora sufficiente lucidità per capire quando mi si vuole prendere in giro, il mio voto non ve lo darò.

L'ultimo motivo per cui voterò No è che - e questo fatto se si è intellettualmente onesti non è contestabile -, con la vittoria del Sì, sulla bilancia dei pesi e contrappesi previsti dai padri costituenti il potere della politica aumenterà e quello della magistratura si abbasserà. Il nocciolo della questione e il fulcro di tutta la riforma è questo, non la separazione delle carriere, che sostanzialmente sono già separate da anni. Questo è quello a cui la politica vuole arrivare, e non da oggi. È un progetto che era già previsto dalla P2 di Licio Gelli e che negli anni Novanta Berlusconi provò (fortunatamente senza riuscirci) a realizzare. Nel cosiddetto Piano di rinascita democratica elaborato da Licio Gelli, era infatti prevista una riorganizzazione dello Stato che, tra le varie cose, avrebbe comportato anche un ridimensionamento del ruolo della magistratura a favore di un maggiore controllo politico. Da martedì, questo vecchio sogno di Licio Gelli e Berlusconi potrebbe diventare realtà. Sta a noi fare in modo di impedirlo.

venerdì 20 marzo 2026

Bossi

La morte appiana tutte le asperità, è noto. Succede da sempre e non ci sono eccezioni. Finché una persona è in vita è lecito criticarla aspramente, arrivando talvolta (sbagliando) al dileggio e all'insulto; poi subentra quella "pietas" che ammorbidisce tutto e fa passare in cavalleria anche i suoi tratti più indecenti. Vale anche per Bossi, ovviamente.

​Oggi è tutto un florilegio di commenti all’insegna del "però era fondamentalmente una brava persona", ignorando che, invece, è stato un leader razzista, rozzo, incolto e dai toni sguaiati e opportunisti. Funziona così, è la norma. Tra i tanti, colpisce il commento di Mattarella, che lo ha definito "un sincero democratico", omettendo che nei suoi momenti migliori invitava a gettare il tricolore nel water.

​Il potere edulcorante della morte.

giovedì 19 marzo 2026

Festa del papà


Questo libro l'avevo iniziato qualche giorno fa senza assolutamente pensare alla festa di oggi, della quale oltretutto mi ero pure dimenticato. 

Dopo le prime 100 pagine mi rendo conto che non poteva esserci lettura migliore. Sarah Blaffer Hrdy, l'autrice, è una figura estremamente autorevole e originale nel panorama scientifico mondiale. È un'antropologa e primatologa americana, professoressa emerita all'Università della California (Davis), e i suoi studi hanno letteralmente cambiato il modo in cui guardiamo all'evoluzione umana. Soprattutto è nota per aver sfidato i pregiudizi maschilisti dell'antropologia classica.

In questo splendido saggio spiega come il cervello di un padre non sia statico, ma capace di trasformarsi biologicamente attraverso l'accudimento, attivando aree emotive profonde esattamente come accade nelle madri. Una delle tesi del libro è che la paternità non è solo un ruolo sociale, ma un'evoluzione continua sia del cuore che della mente. Quindi, buona festa a tutti i papà che hanno voglia di mettersi in gioco. E io ne conosco uno che tra un po' dovrà mettersi in gioco eccome, vero Andrea Raschi? 

(Mentre a me toccherà mettermi in gioco come nonno.) 😅

martedì 17 marzo 2026

Da dove viene il velo

Leggo nel libro Dizionario della stupidità, di Piergiorgio Odifreddi, una cosa che non sapevo: il velo ha origini cristiane, non islamiche. A supporto della sua tesi Odifreddi cita san Paolo, il quale, nella prima lettera ai Corinzi, scrive: "Una donna che prega senza velo manca di riguardo al proprio capo". A san Paolo segue poi Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo secolo dopo Cristo, che estende la prescrizione in generale. Nella sua opera chiamata Ornamenti delle donne, (De cultu feminarum) scrive infatti: "Dovete piacere soltanto ai vostri mariti. Dio vi comanda di velarvi per non mostrare la testa". Siamo attorno al 197 d.C., l'Islam arriverà circa cinque secoli dopo.

Perché allora esiste lo stereotipo secondo cui l'obbligo del velo per le donne deriverebbe dall'Islam? A causa di una interpretazione molto allargata della Sura 24 del Corano, la quale recita: "E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi [...] e di lasciar scendere il loro khimur sul petto...". Si parla di petto, non di capo. All'epoca di Maometto le donne arabe indossavano già una sorta di scialle o bandana (khimar), ma lo annodavano dietro la nuca lasciando scoperto il collo e l'inizio del petto. A partire da qui arrivarono le interpretazioni di alcuni teologi, secondo cui se si deve coprire il petto con il khimar, allora anche la testa (su cui poggia il velo) deve essere coperta.

Un secondo appiglio per giustificare il velo si trova in un altro passo del Corano, la Sura dei Gruppi Alleati, che recita: "O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi con i loro jilbab; questo sarà il modo migliore affinché siano riconosciute e non siano molestate". Il problema è che il termine "jilbab" indica un mantello, oppure una veste ampia, non un velo in senso stretto, e lo scopo originario era distinguere le donne musulmane libere dalle schiave (che non portavano il velo) per proteggerle dalle molestie per strada. Per i giuristi successivi, questo è diventato un obbligo generale di "modestia" nel vestire fuori casa.

Insomma, mentre nell'Islam non esiste alcun testo che letteralmente indichi l'obbligo di indossare il velo, ma vi si arrivi solo per interpretazioni teologiche successive, nei testi giudaico-cristiani l'indicazione è scritta nero su bianco. In sintesi, nel Corano non c'è un comando diretto del tipo "coprite i capelli", ma un invito alla decenza che la tradizione religiosa ha poi codificato nell'obbligo del velo che conosciamo oggi.

L'aspetto per certi versi paradossale di tutta la faccenda è che le donne occidentali, che non portano più il velo ma continuano a coprirsi il seno, seguono dunque i precetti islamici ma non quelli cristiani.

lunedì 16 marzo 2026

Differenze


La Russia "invade" l'Ucraina, oppure "aggredisce" l'Ucraina. Israele "entra" in Libano, un verbo che evoca l'immagine di chi bussa a una porta e viene fatto accomodare. Poi poco importa che l'IDF, "entrando" in Libano, dal 2 marzo a oggi, 16 marzo, abbia fatto 880 morti di cui almeno 110 bambini e circa 67 donne. Poco importa che siano stati uccisi finora 38 tra medici, paramedici e infermieri e che i feriti siano oltre 2.100. Poco importa che la situazione umanitaria sia critica, con circa 1 milione di persone (quasi il 20% della popolazione libanese) costrette ad abbandonare le proprie case, in particolare nel sud del Paese e nei sobborghi meridionali di Beirut.

Poco importa. Ciò che importa è che Israele "entra" (hanno usato questo verbo anche il Corriere e altri), la Russia invade/aggredisce. Quando il doppio standard si nasconde anche nella sintassi.

domenica 15 marzo 2026

Bombe

È giusto sbattersi per il referendum e altre importanti questioni sociali e politiche, sia nazionali che internazionali, ma non ci sono solo le bombe (reali) che vediamo nei telegiornali. Ci sono anche altri tipi di bombe. Su una di queste, una bomba bella grossa di cui pochi sembrano interessarsi, siamo seduti noi: il nostro sistema pensionistico. 

I ragazzi di Nova Lectio, uno dei canali di divulgazione più interessanti in circolazione, hanno fatto il punto della situazione attuale, assieme a una rassegna dei motivi storici, politici e sociali che dal dopoguerra a oggi hanno prodotto il tracollo a cui ci stiamo avvicinando.

Spoiler: se volete chiudere la domenica senza pensieri, magari passate oltre.

sabato 14 marzo 2026

Possibile?

Il guaio di Trump (che è anche guaio nostro) non è tanto il suo essere sguaiato, ma è la sua incompetenza, il suo non sapere niente e non avere la più pallida idea di come sia il mondo fuori degli USA. Scatenare una guerra come questa senza avere un piano b; senza avere la più pallida idea di come andare avanti, rischiando di restare impantanato come già è successo agli USA molte volte in precedenza, dà perfettamente l'idea della pericolosità di quest'uomo.

Possibile che tra i suoi consiglieri nessuno sia stato in grado di dirgli che l'Iran non è il Venezuela? Il Venezuela ha 20 milioni di abitanti, l'Iran 92 milioni ed è quasi sei volte l'Italia. È una civiltà complessa e sofisticata, erede dell'antico impero persiano, e sta al mondo da 27 secoli. Altroché il Venezuela. Gli iraniani sono orgogliosi, hanno una visione storica di se stessi e si considerano un impero, difficile che si pieghino facilmente. Possibile che Trump (o chi per lui) sia stato così sprovveduto da non capire che se nessuna amministrazione americana ha mai osato attaccare l'Iran (USA e Iran sono nemici di lunga data) una ragione c'è?

Possibile che i destini del mondo siano in mano a un personaggio simile?

venerdì 13 marzo 2026

Il diavolo in tasca


Confesso che ci sono stati momenti, durante la lettura, in cui mi è venuta voglia di prendere lo smartphone e buttarlo dalla finestra. Poi ovviamente non l'ho fatto (ci sto scrivendo questo post). È un libro tutto sommato breve ma molto denso, che affronta uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto sempre più invasivo con lo smartphone.

L'autore parte da un’osservazione semplice: il telefono non è più soltanto uno strumento, ma è diventato una presenza costante nelle nostre vite e forse siamo arrivati al punto di essere noi strumenti nelle sue mani. Sta nelle nostre tasche, sui tavoli, nei letti, nelle mani dei genitori e in quelle dei figli. È sempre lì, a portata di mano, addosso, pronto a catturare attenzione, tempo, pensieri.

Molto interessante, in particolare, l'analisi del rapporto tra genitori e figli, dove si mostra come la rivoluzione dello smartphone abbia cambiato profondamente le dinamiche familiari e la crescita degli adolescenti. Non si tratta solo della paura, spesso semplificata, che i ragazzi diventino dipendenti dallo schermo (lo sono già ormai da molti anni). Verdelli suggerisce qualcosa di più inquietante: anche gli adulti sono immersi nello stesso meccanismo, e spesso fanno fatica a offrire ai figli un modello diverso. In pratica i genitori, che dovrebbero monitorare e limitare l'uso del cellulare nei figli, sono i primi a esserne "schiavi".

L'autore riporta esempi, storie di cronaca e riflessioni personali, costruendo un racconto che oscilla tra analisi sociale e denuncia civile. Il tono è diretto, a tratti polemico, ma sempre animato dalla preoccupazione di capire che cosa sta succedendo alle nostre relazioni quando gran parte della nostra vita passa attraverso uno schermo. Impressionanti sono i numeri di questa "epidemia": i telefoni mobili in circolazione sarebbero 7,4 miliardi, a pochi passi da uno per ogni essere umano (sul pianeta siamo oggi 8 miliardi e rotti). Si sta in pratica avverando la previsione che nel 2016 fece Tim Cook, amministratore delegato di Apple, quando al Washington Post disse: "Con il tempo sono convinto che ogni persona nel mondo avrà uno smartphone." Ci siamo quasi arrivati, anche se la quasi raggiunta equiparazione tra numero di smartphone e numero di esseri umani non significa che ognuno ne abbia uno.

Il diavolo in tasca non è comunque un libro contro la tecnologia, ma è semmai un invito a recuperare consapevolezza: ricordarci che gli strumenti digitali dovrebbero servire a migliorare la nostra vita, non a sostituirla o, peggio, schiavizzarla. Ovviamente si tratta di un invito, ormai è assodato, da tempo ampiamente caduto nel vuoto.

Fire and rain

"Just yesterday morning, they let me know you were gone / Suzanne, the plans they made put an end to you."

Se si esce un attimo dall'idea che a Sanremo ci sia musica e si prova a guardare fuori, si scopre che là fuori c'è un universo che merita di essere scoperto. Questa canzone si chiama Fire and rain ed è stata scritta dall'immenso James Taylor. Fu inserita nell'album Sweet Baby James, pubblicato nel 1970. La Suzanne citata nel brano è Suzanne Schnerr, un'amica stretta del cantautore dai tempi in cui vivevano insieme a New York. Lei si tolse la vita mentre James si trovava a Londra per registrare il suo primo album. I suoi amici gli tennero nascosta la notizia per mesi per non compromettere il suo lavoro e lui scrisse questa canzone per elaborare il dolore quando finalmente lo venne a sapere.

È una delle ballate più intense e struggenti del grande cantautore americano.


giovedì 12 marzo 2026

Perché dimentichiamo


Il concetto di bias cognitivi ha preso forma grazie agli studi degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman. Quest’ultimo ha ricevuto, nel 2002, il premio Nobel per l’economia proprio per aver applicato il concetto di bias all’analisi delle decisioni in ambito finanziario. Oggi tutti parlano di bias cognitivi. Il termine è onnipresente: ricorre nei festival della scienza, nelle conversazioni semi-specialistiche, nel linguaggio comune. Ma il suo significato si è progressivamente allargato, fino a diventare un’etichetta generica, spesso usata per spiegare qualsiasi comportamento umano apparentemente illogico, errato o deviante. In realtà, i bias cognitivi fanno parte del normale funzionamento della mente. Sono schemi di comportamento e di ragionamento sistematici, diffusi e ricorrenti, che si attivano in risposta a certi stimoli o contesti. Indicano scelte individuali o collettive che seguono andamenti prevedibili. Ci aiutano a interpretare il mondo, a costruire un senso, a definire chi siamo. Allo stesso tempo, ci espongono a errori di giudizio, talvolta rilevanti. Un esempio classico è l’enigma del chirurgo: un bambino resta coinvolto in un incidente stradale in cui perde la vita il padre. Portato d’urgenza in ospedale, il chirurgo si rifiuta di operarlo, dicendo: “È mio figlio”. La spiegazione – che il chirurgo sia la madre – sfugge a molte persone, che ipotizzano invece una famiglia monoparentale, un secondo genitore adottivo o altre soluzioni originali. Questo accade perché la rappresentazione mentale del chirurgo come un uomo, influenzata dalla prevalenza maschile nella professione e dal genere grammaticale, tende a escludere implicitamente la figura femminile, rendendo difficoltosa la comprensione immediata del caso. Essere consapevoli dei bias cognitivi è utile per riconoscere i limiti del nostro modo di pensare. Sapere che ciò che percepiamo, ricordiamo o sentiamo non è necessariamente oggettivo può ridurre la nostra eccessiva sicurezza, favorendo un atteggiamento più aperto, meno arrogante, più disposto all’ascolto. In altre parole, la consapevolezza dei bias favorisce l’arte del dubbio, ci aiuta a riconoscere la parzialità del nostro punto di vista e a confrontarci con quello degli altri. Questa consapevolezza, sul piano individuale e collettivo, può promuovere decisioni più giuste ed eque, contribuendo al rafforzamento dei valori democratici basati sull’ascolto, sul rispetto e sulla comprensione reciproca. Va però sottolineato che i bias cognitivi non sono di per sé negativi. Al contrario, svolgono un ruolo cruciale: ci permettono di agire rapidamente quando la velocità è più importante dell’esattezza dell’analisi. Se sentiamo un rumore improvviso e potenzialmente minaccioso, reagiamo istintivamente, senza perder tempo a studiare ogni possibilità. Il cervello non è un calcolatore: prende decisioni che possono apparire irrazionali, ma che sono spesso funzionali. Questi processi ci permettono di agire con prontezza, efficienza e un impiego minimo di risorse cognitive – il più delle volte senza che ce ne rendiamo conto. Il cervello umano e la mente, che ne è il prodotto, si sono evoluti per essere strumenti estremamente efficienti e flessibili, a scapito dell’affidabilità. Siamo soggetti a false percezioni, falsi ricordi, interpretazioni errate; e siamo cattivi analisti delle probabilità. Il cervello si è sviluppato per rispondere all’esigenza primaria della sopravvivenza in un ambiente ostile. Nonostante la sua complessità, è programmato per reagire a quattro necessità fondamentali, secondo la “regola delle 4S”: salvarsi, saziarsi, scappare e… riprodursi. Nelle savane o nelle foreste tropicali, quando i nostri antenati vedevano l’erba muoversi, scappavano, temendo un predatore nascosto tra i cespugli. La maggior parte delle volte si trattava solo del vento che agitava le fronde, ma il cervello non metteva in conto questa ipotesi: era più sensibile alla possibilità remota, ma pericolosa, che ci fosse un leone o una tigre in agguato. Quel rischio, per quanto improbabile, avrebbe potuto essere fatale. Anche se, su 1000 casi, 999 volte il movimento era dovuto al vento, i nostri antenati fuggivano sempre. Sbagliavano la maggior parte delle volte, ma di certo scampavano il pericolo. La mente umana si è evoluta attraverso errori funzionali alla sopravvivenza, utili per fronteggiare le insidie dell’ambiente. Un computer, molto più efficiente nel calcolo delle probabilità, non commetterebbe quegli errori. Riterrebbe, a rigor di logica, che quasi sempre è il vento a muovere l’erba, e dunque non reagirebbe. Ma quell’unica volta in cui dietro l’erba ci fosse davvero un predatore, il computer verrebbe sbranato. Meglio sbagliare per eccesso di prudenza che soccombere per una valutazione tendenzialmente corretta ma fatale in un unico caso.

. . .

Ho riportato questo lungo estratto del libro di Sergio Della Sala perché, oltre a essere interessantissimo, riabilita un po' i tanto vituperati bias cognitivi, analizzandoli alla luce dell'evoluzione. Per il resto direi che si tratta, almeno per me, che tendo a dimenticare tantissime cose, di un libro molto rincuorante perché mette in discussione uno dei luoghi comuni più radicati sul funzionamento della mente umana: l’idea che dimenticare sia un difetto della memoria.

Nel linguaggio comune siamo abituati a considerare la memoria come una specie di archivio del passato. Quando dimentichiamo qualcosa, il nome di una persona, un appuntamento, un dettaglio della nostra infanzia, tendiamo a pensare che la memoria abbia "fallito". In realtà le cose stanno diversamente. Dimenticare è un fenomeno naturale e capita a tutti continuamente. A volte ce ne lamentiamo, a volte ce ne vergogniamo, ma molto più spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Eppure proprio questo processo di oblio è una componente fondamentale del funzionamento della mente. La memoria, infatti, scrive l'autore, non si è evoluta per conservare il passato in modo perfetto, come se fosse una registrazione. Il suo compito principale è un altro: aiutare a orientarsi nel futuro. Ricordiamo non per riprodurre fedelmente ciò che è stato, ma per interpretare il mondo, anticipare i rischi, trasformare le esperienze in conoscenza utile. Non serve a ricordare il nome della maestra delle elementari, ma a prevedere ciò che potrebbe accadere domani. Non a caso Della Sala cita una frase famosa di Lewis Carroll: "È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro".

In questa prospettiva anche la perdita di accessibilità dei ricordi assume un significato nuovo. Se alcune informazioni diventano difficili da recuperare perché non le utilizziamo più, non significa che la memoria stia funzionando male. Al contrario: è il segno che il sistema cognitivo sta facendo il suo lavoro di selezione. Dimenticare permette di filtrare le informazioni, aggiornare il sapere, alleggerire il carico mentale. È una sorta di manutenzione cognitiva. Senza questo processo saremmo sommersi da un’enorme quantità di dettagli irrilevanti che renderebbero molto più difficile pensare e prendere decisioni (ricordo una conferenza di Umberto Eco in cui diceva che se ricordassimo tutto saremmo come Funes il memorioso: degli imbecilli).

La memoria, inoltre, non è un archivio statico ma un processo ricostruttivo. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, in parte lo ricreiamo. Per questo il normale dimenticare non è il lato oscuro della memoria, ma una condizione che rende possibile ricordare, ragionare e scegliere. In fondo il messaggio del libro è semplice e liberatorio: dimenticare non è un malfunzionamento della mente, ma una sua strategia di efficienza. È il modo attraverso cui il nostro sistema cognitivo mantiene l’equilibrio, seleziona ciò che conta e lascia andare il superfluo. Paradossalmente, proprio perché dimentichiamo possiamo continuare a imparare. Soprattutto, possiamo continuare a pensare.

Chiusure

Mi dispiace leggere della chiusura della casa editrice Hoepli a Milano. Ma è solo l'ultima arrivata. Da anni assistiamo a una lenta e silenziosa scomparsa: chiudono librerie, chiudono edicole, spariscono riviste storiche e anche i negozi di dischi, che erano piccoli templi della musica, stanno diventando sempre più rari (qua a Rimini è ancora aperta la ferita della chiusura della storica Dimar).

Non è solo un cambiamento del mercato. È come se si stesse spegnendo poco alla volta un certo modo di vivere la cultura: sfogliare una rivista in edicola, entrare in libreria senza sapere cosa cercare, scoprire un disco parlando con il negoziante.

Forse non ce ne rendiamo conto fino in fondo, ma quando questi luoghi spariscono perdiamo qualcosa di più di un negozio: perdiamo spazi di incontro, di scoperta, di pensiero. E una società che perde i suoi luoghi di cultura diventa più povera. In ogni senso.

mercoledì 11 marzo 2026

Antonio Nicita


Ho cercato qualche informazione su Antonio Nicita.

Laurea in Discipline Economiche e Sociali (DES) all'Università commerciale Luigi Bocconi di Milano. Dottorato in economia politica a Siena, visiting scholar presso Università di Cambridge (Uk), Università di Yale (Usa), University of Arizona (Usa) e all'European University Institute.

Nicita è un economista, professore Ordinario di Politica Economica presso l'Università LUMSA e in precedenza all'Università di Siena e presso la Sapienza di Roma. In passato è stato Commissario dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) dal 2014 al 2020. Ha fatto parte del Regulatory Scrutiny Board della Commissione Europea fino al 2022. Le sue ricerche si concentrano su economia industriale, law and economics, regolamentazione dei mercati, concorrenza e piattaforme digitali. Ha collaborato con organizzazioni internazionali come l'OECD ed è autore di numerose pubblicazioni accademiche su governance economica e regolazione delle tecnologie emergenti.

Nicita è inoltre considerato uno dei massimi esperti italiani di disinformazione e democrazia. Ha scritto diversi libri, come "Il mercato delle verità", su come le fake news e i social media influenzano la politica. Ha approfondite conoscenze ed esperienze nel campo della regolamentazione digitale e si occupa di come gestire i giganti del tech (Antitrust e Big Data).

Antonio Nicita è il senatore del Partito Democratico che oggi, in Senato, si è beccato del "coglione" da Ignazio La Russa. Perché per La Russa, il cui curriculum si risolve in un paio di righe e il cui senso delle istituzioni è pari a quello di un bradipo in letargo, la differenza tra il Senato e il bar all'interno di una bocciofila di paese è praticamente inesistente.

martedì 10 marzo 2026

Sì, perché?

 


I sostenitori del Sì al referendum, da qualche tempo sono molto attivi nella diffusione sui loro canali social di questa vignetta. Vi si vedono elencati, su due colonne, i paesi in cui è in vigore la separazione delle carriere tra i magistrati e quelli in cui le carriere sono invece unificate. I primi sono indicati in azzurro, i secondi in rosso. Non è una distinzione casuale, naturalmente, e serve a dare l'idea che la separazione sia prerogativa dei paesi più civili e democratici mentre gli altri, quelli con le carriere unite, sono brutti, sporchi e cattivi. L'Italia, avendo le carriere unite (solo formalmente, in realtà sono separate già da molto tempo), è ovviamente inserita nel gruppo dei brutti, sporchi e cattivi. 

Il problema è che la semplificazione evidenziata dalla vignetta è parecchio fuorviante. Ovviamente qua nessuno è malizioso, quindi nessuno pensa che dietro questa rappresentazione semplificata ci sia da parte dei proponenti la volontà di ingannare chi legge (come no?).

La vignetta è fuorviante per il semplice fatto che in Europa i sistemi giudiziari sono diversissimi tra loro, quindi uno schema di questo tipo non ha alcun senso. È vero che in molti paesi europei e occidentali le carriere sono separate, ma il modo in cui funzionano i pubblici ministeri è molto diverso. Negli Stati Uniti, ad esempio, i procuratori sono nominati dal potere politico; significa che là i procuratori distrettuali vengono eletti dopo regolari elezioni. In Germania i pubblici ministeri dipendono direttamente dal ministro della giustizia; nel Regno Unito l’accusa è un servizio pubblico separato ma non fa parte della magistratura come in Italia. E si potrebbe continuare. Quindi sì, le carriere sono formalmente ovunque separate, ma spesso l'accusa è più vicina al potere esecutivo. Sono scenari a sé stanti e completamente diversi dal nostro, ecco perché equipararli semplicisticamente in uno schema non ha alcun senso.

Personalmente non ho niente contro chi voterà Sì al referendum. Dirò di più: alcuni giuristi favorevoli al Sì adducono argomentazioni anche abbastanza convincenti. Ma se non ho niente contro chi voterà Sì, ce l'ho invece molto con chi tenta di convincere il prossimo con l'inganno. Tabella a parte, mi riferisco all'asfissiante campagna mediatica di vari personaggi di questo governo che utilizzano strumentalmente ogni fatto di cronaca per perorare la causa del Sì. Si leggono e si sentono cose assurde, tipo che se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente piu casi come quello della famiglia del bosco, niente più magistrati che assolvono Carola Rackete o che ordinano la scarcerazione di qualche migrante da quella costosissima barzelletta che sono i centri di detenzione in Albania. E via di seguito.

Do una notizia a quelli che hanno intenzione di votare Sì convinti che tutto ciò sia vero: vi stanno prendendo in giro. Semplicemente e pacificamente. Il problema è che non ve ne accorgete, e i politici che fanno girare quelle vignette lo sanno e se ne approfittano. Cioè, per capirci: voi apprezzate quei personaggi perché sono della vostra parte politica, e loro vi ricambiano prendendovi per il naso. Come dicevo, non ho niente contro chi vota Sì, ma documentatevi, informatevi, approfondite un po'. E se dopo esservi documentati siete ancora convinti di votare Sì, va benissimo. Ma non votate Sì perché qualcuno vi racconta che con la vittoria del Sì i giudici non potranno più liberare un migrante da un CPR. L'eventuale vittoria del Sì non cambierà niente di tutto ciò e i magistrati continueranno come prima a emettere le loro sentenze, gradite o sgradite che siano al governo di turno. Diffidate di chi vi racconta il contrario.

90 gradi

Alla risposta (da incorniciare) data da Milena Gabanelli a Enrico Mentana: "Certo che dobbiamo ringraziare gli americani per averci liberato 80 anni fa dal nazifascismo, ma Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi!", ci sono da aggiungere un paio di cose.

La prima è che la liberazione dal nazifascismo non è stata opera solo degli americani, ma anche dei partigiani e della Resistenza. Poi, ovvio, gli americani ci avrebbero liberato comunque, questo è pacifico, ma ciò non significa che non sia stata importante. Lo è stata innanzitutto per motivi morali, di orgoglio, di prestigio sullo scenario internazionale, perché ha dato l'immagine di un Paese che comunque è stato capace di organizzarsi e ribellarsi contro un invasore. E non è vero, come dicono tanti, che il contributo della Resistenza sia stato irrilevante. È stato molto importante - esiste una vasta letteratura storica che certifica i grattacapi e i problemi che la Resistenza ha creato ai tedeschi e ai fascisti nella penisola - e per dimensioni ed efficacia si può paragonare ad esempio a quella francese.

La seconda cosa è che gli americani non ci hanno liberato per motivi sentimentali o perché stavamo loro simpatici. Ci hanno liberati per precisi motivi strategici (eravamo militarmente utili). Terminata la guerra, è vero che gli Stati Uniti aiutarono molto l’Italia con il Piano Marshall, ma anche questo aveva un obiettivo preciso che aveva ben poco di sentimentale: stabilizzare l’Europa occidentale e impedire l’espansione sovietica durante la Guerra fredda.

Detto questo, dobbiamo quindi ringraziare gli americani? Certo. E mi pare che in questi 80 anni i ringraziamenti siano stati ottimi e abbondanti sotto tutti i punti di vista, fino quasi a farci perdere di vista quella linea abbastanza sottile che passa tra il doveroso ringraziamento e il mettersi a 90 gradi. Brava Milena Gabanelli.

lunedì 9 marzo 2026

Il patto del re


Raramente mi è capitato di leggere un romanzo così vasto, inquietante e moralmente disturbante. È un libro monumentale, oltre novecento pagine (e qui verrebbe da dire: tale padre - Stephen King - tale figlio), che mescola horror gotico, fantasy oscuro e romanzo di formazione, ma soprattutto è una lunga riflessione su una domanda che permea tutto il romanzo: si può combattere il male usando un male ancora più grande?

La storia comincia nel 1988 al Rackham College, nel Maine. Il protagonista, Arthur Oakes, è uno studente brillante che lavora nella biblioteca universitaria. La sua vita precipita quando una spacciatrice locale lo ricatta: se non ruberà per lei alcuni libri rari della collezione speciale, farà del male a sua madre. Disperato, Arthur si confida con i suoi amici più stretti: Colin Wren, ricco e carismatico; Gwen Underfoot, di cui è segretamente innamorato; Allison Shiner; e i gemelli Donna e Donovan McBride. È Colin a proporre una soluzione folle: utilizzare un antico volume rilegato in pelle umana, il misterioso Diario di Crane, per evocare una creatura leggendaria che possa proteggerli. Il rituale funziona, e qui inizia l’incubo.

I ragazzi evocano King Sorrow (Re Dolore), un gigantesco drago dorato, una creatura millenaria legata alla sofferenza umana e capace di sfruttare in modo spietato il potere delle parole e dei patti. Il drago elimina il problema immediato che minaccia Arthur, ma il prezzo da pagare non è piccolo: per mantenere la protezione della creatura e non essere divorati loro stessi, il gruppo dovrà offrirle un sacrificio umano ogni anno.

Da questo momento il romanzo segue i protagonisti per oltre trent’anni, mostrando come quel patto iniziale condizioni e trasformi le loro vite. Colin diventa un magnate della tecnologia e un uomo di enorme potere, arrivando a giustificare l’uso del drago come uno strumento per eliminare avversari e minacce che considera pericolose. La sua logica è quella del "bene superiore". Gwen, invece, è divorata dal senso di colpa e cerca per tutta la vita di compensare ciò che è accaduto, dedicandosi a salvare vite come infermiera e paramedico. Arthur prende la strada opposta: si allontana, si rifugia negli studi accademici e passa anni a studiare miti e leggende nel tentativo di capire la vera natura della creatura con cui hanno stretto il patto.

Quello che Joe Hill racconta, pagina dopo pagina, non è soltanto una storia di mostri e magia. Questa è la "sovrastruttura", diciamo così, sotto la quale si cela il racconto di una lenta erosione morale. Il romanzo mette continuamente i personaggi davanti a domande difficili: chi decide chi merita di morire? È possibile usare il male per produrre qualcosa di buono? E quanto a lungo si può convivere con una scelta terribile prima che essa finisca per trasformarti? È un romanzo che non si limita a raccontare: interpella il lettore riguardo a dubbi etici e dilemmi morali a cui non è sempre facile dare una risposta. Il drago è una presenza inquietante e potente, ma la vera forza del libro sta proprio nel modo in cui Hill complica continuamente le questioni etiche. Il male non appare mai semplice o univoco: è pieno di sfumature, di giustificazioni, di autoinganni.

Il patto del re è quindi molto più di un romanzo horror. È una grande storia sull’amicizia (chi ha letto It, di Stephen King, non potrà non notare analogie in questo senso), sul potere e sulla responsabilità morale. Un libro che usa il fantastico per parlare di qualcosa di profondamente umano: la tentazione di scendere a patti con ciò che sappiamo essere sbagliato, purché ci sembri utile o necessario. Ed è proprio questa ambiguità morale a rendere il romanzo così affascinante e inquietante allo stesso tempo. 

Quando l'ho iniziato - sono sincero - non nutrivo grosse aspettative verso questo libro e mi ci sono approcciato più che altro spinto da una curiosità: il rampollo di uno dei maggiori scrittori viventi, scrive come il padre? Direi di no. È indubbiamente un ottimo romanzo e Joe Hill sa scrivere, ma il padre credo resterà sempre inarrivabile.

sabato 7 marzo 2026

Dimenticarsi i limiti


"I figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti."

Questa è la chiusa del post indignato con cui la presidente del consiglio, evidentemente a corto di cose più urgenti di cui occuparsi, se la prende con la magistratura (tutta) perché una giudice di un tribunale ha deciso l'allontanamento della madre dai figli all'interno dell'ormai tristemente famoso caso della famiglia nel bosco.

Al di là della evidente strumentalizzazione politica della vicenda, che solo chi ha il prosciutto sugli occhi non vede, l'assurdità giuridica di ciò che ha scritto è palese. Se infatti è ovvio che i figli sono dei genitori (qui, ovviamente, l'espressione è da intendersi non nel senso di possesso ma di responsabilità e cura: sempre meglio precisare), quando i genitori per qualsiasi motivo non sono in grado di prendersi cura dei figli è previsto dalla legge che sia qualcun altro a farlo al posto loro, che di volta in volta può essere una comunità protetta, altri parenti, un'altra famiglia, un istituto di accoglienza. L'affidamento di minori a una di queste strutture alternative alla famiglia di origine non viene disposto da un tribunale perché la magistratura "ha dimenticato i suoi limiti", una stupidaggine da qualsiasi parte la si guardi, ma perché in quella data circostanza è interesse preminente del minore venire affidato a una struttura alternativa.

Tutti quelli (tanti) che hanno sciacallato mediaticamente e politicamente su questa tragica vicenda, dimenticano di dire che ciò che è successo a questa famiglia non è un caso eccezionale e isolato. Secondo i dati più recenti dei servizi sociali e dell’Istituto degli Innocenti, attualmente in Italia circa 33.000 minori vivono fuori dalla famiglia di origine (in affido familiare o in comunità). Considerando anche i minori stranieri non accompagnati si arriva a 42.000, che equivale a un tasso di affidamenti di circa 3,4 minori ogni 1.000 residenti: tra i più bassi in Europa. Alla faccia della magistratura che dimentica i suoi limiti.

Un rapporto sulla giustizia minorile (dati 2022-2024) indica che i tribunali per i minorenni hanno emesso nel periodo preso in esame 4.608 limitazioni della responsabilità genitoriale, 7.307 decadenze della responsabilità genitoriale (cioè perdita della potestà), 4.082 affidamenti in comunità, alcune centinaia di allontanamenti urgenti previsti dal codice civile. In Italia l’allontanamento di un minore dalla famiglia non può essere deciso liberamente dai servizi sociali: la decisione spetta sempre a un giudice, il quale basa le sue ordinanze in ossequio al principio cardine del diritto italiano secondo cui il bambino deve restare nella propria famiglia quando possibile. Quando questo non è possibile - e lo stabilisce un tribunale, non la Meloni o Salvini - il minore viene affidato ad altri, sempre nel suo maggiore interesse possibile.

Alla luce di tutto questo, chi "ha dimenticato i suoi limiti" non è la magistratura, che cerca di adempiere come meglio può ai suoi spesso delicatissimi compiti, ma sono certi politici imbarazzanti, che invece di cercare miseramente di raccattare briciole di consenso sciacallando su tragedie come questa, di cui tutti sparlano senza sapere niente, sarebbe meglio si occupassero di cose più urgenti. E ce ne sono tante di cose piu urgenti di cui occuparsi. Tantissime.

Ancora la famiglia nel bosco

La presidente del consiglio che mentre il mondo crolla non trova di meglio da fare che vergare post indignati sulla famiglia nel bosco non deve né stupire né irritare. Chi si stupisce o si irrita non ha ancora capito niente di lei e del suo modo di intendere la politica e la comunicazione politica. Lo scopo del suo agire da quando, ormai quasi quattro anni fa, è andata al governo di questo disgraziato Paese è solo uno: il consenso. Nient'altro. E per inseguirlo e cercare di mantenerlo ogni mezzo è lecito, compreso quello, ormai abusato, di cercare di raccattarne qualche briciola sull'onda emotiva generata da questa o quella vicenda balzata alle cronache.

Ma questa non è la normalità in un Paese che aspiri a definirsi democratico e civile. L'attacco sistematico di un governo nei confronti di un altro ordine dello Stato, o di singoli esponenti di questo ordine, specie in presenza di sentenze non gradite, è un'anomalia. Gigantesca. Un'anomalia che purtroppo non siamo più in grado di vedere e riconoscere come tale perché ormai sdoganata e resa normale a partire dai tempi tragici del berlusconismo. È un corto circuito che molti non sono più in grado di riconoscere come tale.

Chi è a capo di un governo non attacca chicchessia strumentalmente, aggrappandosi a singole sentenze per screditare un'altra istituzione e perorare la propria causa. Chi è a capo di un esecutivo parla dell'attualità, di cosa succede nel mondo, di cosa ha intenzione di fare e come muoversi il governo di cui è a capo rispetto a tutto ciò che si muove intorno. Dopo quasi quattro anni di governo, un presidente del consiglio che sia tale prova magari a tracciare un bilancio di quanto fatto finora rispetto a ciò che aveva promesso in campagna elettorale: pressione fiscale, sbarchi, accise sui carburanti, lavoro, sanità, progresso (inteso in senso pasoliniano: stare meglio di una popolazione). Ma forse è questo il motivo per cui è meglio deviare sulla famiglia nel bosco.

venerdì 6 marzo 2026

Cesare


Pensavo a Cesare, il micio tigrato che per anni è stato la "mascotte" della stazione di Colleferro. Chiunque passasse di lì, specialmente gli operai pendolari, lo vedeva e spesso si fermava per una carezza e magari per lasciargli un avanzo di cibo.

Finché Cesare è morto dopo una decina di giorni di agonia: è stato preso a calci da un bastardo che passava di lì. Uno dei tanti bastardi di cui è piena la specie umana.

Maltrattare e uccidere gli animali non è solo un gesto stupido e crudele che si esaurisce in se stesso. Diversi studi in ambito psicologico e criminologico hanno evidenziato che la crudeltà verso gli animali può essere un segnale di rischio per comportamenti violenti anche verso le persone. La bassa empatia (la difficoltà a percepire la sofferenza degli altri) è spesso unita a una tendenza alla dominazione e al controllo, e a un'aggressività difficile da contenere.

Gli stessi studi hanno osservato che diversi criminali violenti, da giovani avevano maltrattato animali. Questo ovviamente non significa che chi lo fa diventerà per forza un assassino, ma è comunque considerato un serio segnale di allarme.

Io, da sempre, diffido e tengo le distanze da chi disprezza gli animali: è il primo e più forte indizio della possibile presenza di uno dei tanti bastardi appartenenti alla nostra specie.

Ciao, Cesare 💔

Il No spiegato bene

Leonardo è uno di quei pochi blogger che riesce a perorare le sue istanze come pochi altri sanno fare.

mercoledì 4 marzo 2026

Guadagni


Pensavo a Pedro Sánchez, il quale ha fatto imbestialire oltre misura Trump vietando agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari congiunte sul territorio spagnolo per operazioni contro l'Iran. Divieto che significa niente decolli, in quanto Madrid ha negato l'autorizzazione al decollo di aerei americani dalle basi di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia); ma significa anche ritiro dei mezzi USA. A seguito di questo rifiuto il Pentagono è stato costretto a ritirare una decina di aerei cisterna KC-135, fondamentali per il rifornimento in volo dei caccia, spostandoli fuori dalla Spagna. ​Sánchez ha spiegato che l'operazione militare congiunta USA-Israele non rientra nei trattati bilaterali e non ha un mandato dell'ONU, rendendo l'uso delle basi illegittimo secondo la legge spagnola.

Sánchez ha chiarito ulteriormente la posizione della Spagna utilizzando quattro semplici parole: "No a la guerra", e ha poi evocato la storia, ricordando le conseguenze disastrose dell'invasione dell'Iraq del 2003 e avvertendo che un attacco all'Iran rischia di alimentare il terrorismo e provocare un disastro globale. Cosa distingue un uomo di Stato da un politicante qualunque? La giustificazione delle sue scelte alla luce della storia; impensabile, alle nostre latitudini.

Non è da meno il distinguo morale del ministro degli Esteri Albares, il quale ha chiarito che si può essere fermamente contro il regime degli Ayatollah senza per questo sostenere un intervento militare ingiustificato. Un concetto semplice, lineare, disarmante nella sua logicità e chiarezza. Talmente chiaro e logico che nessuno di quella congrega di scappati di casa che sta al governo qui da noi è stato capace di pronunciare. Cosa ha ottenuto Sánchez? Niente: gli strali e le minacce di Trump, gli attacchi di Israele e l'isolamento politico rispetto al resto dell'Europa. Apparentemente ha avuto tutto da perdere. In realtà ha guadagnato tutto quello che c'era da guadagnare in dignità e coerenza.

Letture di febbraio

C'è da segnalare, tra le mie letture di febbraio, L'uomo della terza fase, un romanzo di fantascienza. Sono sempre stato abbastanza lontano dalla fantascienza, non è mai stato il mio genere prediletto, anche se nella mia lunga carriera di lettore qualche titolo appartenente a questo filone l'ho affrontato. Devo comunque ammettere che l'ho apprezzato molto e potrebbe essere un buon incentivo per leggere, finalmente, qualcosa del grande Isaac Asimov. Asimov è da sempre un autore che per vari motivi mi incute un certo... "timore reverenziale", ma quest'anno ho intenzione di rompere questo tabù.












The dark side of the Moon

Leggevo della missione lunare Artemis II e non ho potuto fare a meno di pensare al leggendario album dei Pink Floyd uscito nel 1973: The dar...