giovedì 18 gennaio 2018

Origin



Ammetto di non aver mai amato Dan Brown, un po' perché influenzato dal dileggio di cui lo fece oggetto il grande Umberto Eco dopo che ebbe letto Il codice da Vinci, un po' in seguito al sonno profondo in cui caddi venti minuti dopo aver iniziato a guardare il film relativo. Ho letto Origin, il suo ultimo romanzo, principalmente per due motivi: 1) in questo periodo sono in ferie e quindi ho molto tempo libero; 2) mi è stato prestato - difficilmente avrei altrimenti tirato fuori i venticinque euro necessari all'acquisto.

Che dire? Se si lascia da parte tutta la parte "complottista", diciamo così, e tutto il pistolotto senza né capo né coda sulla spiegazione scientifica (che in realtà di scientifico mi pare abbia ben poco) relativa alla nascita della vita sul nostro pianeta e alla destinazione finale dell'uomo, in risposta agli eterni quesiti "da dove veniamo?" e "dove andiamo?", il libro non è male. È in definitiva niente di più di un buon thriller, con una trama interessante e un certo numero di colpi di scena, compreso quello finale in cui si scopre chi è il Reggente - ammetto di non esserci arrivato prima che lo svelasse il libro stesso.

Un buon thriller e niente più, insomma, da leggere giusto quando si ha molto tempo libero a disposizione.

Libri in ospedale



All'ingresso del reparto oculistico dell'ospedale di Pesaro, dove mi trovavo ieri mattina con mia madre, c'è un espositore suddiviso in tre piani. Su quello più alto ci sono delle riviste, sugli altri due dei libri di vari generi: classici, thriller, rosa ecc. Sono per la maggior parte libri vecchi, ingialliti, probabilmente rimasugli di biblioteca letti e riletti. Chi vuole può sceglierne uno e leggerne qualche pagina mentre attende il suo turno nella sala d'attesa. Se il libro scelto piace può pure tenerlo e portarlo a casa, come recita l'avviso attaccato al muro, a patto che poi lo riporti.

Ma quei libri, lì, non c'entrano niente, sono inutili. La maggior parte delle persone che sedevano sulle sedie della sala d'attesa, o cazzeggiavano con lo smartphone oppure, specie i più anziani, sfogliavano qualche rivista. La cosa tutto sommato è anche comprensibile, è infatti difficile che chi aspetta di sottoporsi a esami o visite, magari in preda a quella lieve tensione e preoccupazione che inevitabilmente accompagna sempre l'attesa, si trovi nello stato d'animo giusto per iniziare a leggere un libro.

Quindi quei libri non c'entrano niente, lì, però a me ha fatto piacere che ci fossero.

martedì 16 gennaio 2018

Take a walk on the wild side





Non avrete più paura (se mi voterete)

Una volta le campagne elettorali erano principalmente di tipo propositivo, non giocate sulle false paure (immigrati, vaccini ecc.): faremo questo, faremo quello, vi daremo questo, vi daremo quello ecc. Lo sono anche adesso, certo, basta leggere e ascoltare i roboanti annunci in stile chi la spara più grossa che ci piovono sul capo un giorno sì e l'altro pure, specie in questo periodo: asili gratis per tutti, università gratis per tutti, via il bollo auto, via il canone tv, meno tasse per tutti, pensioni a mille euro per tutti i pensionati (ovviamente per tredici mensilità, ché più la spari grossa e più la plebe abbocca), reddito di cittadinanza, reddito di dignità e chi più ne ha più ne metta. Manca ancora chi dica di voler vincere il cancro, ma lì abbiamo già dato e non è stato un bello spettacolo.

Dal cancro ai vaccini il passo è breve, e infatti questi ultimi sono entrati a pieno titolo tra gli argomenti di questa campagna elettorale - Di Maio e Salvini, ad esempio, due noti luminari in materia, hanno promesso che lasceranno più libertà per quanto riguarda gli obblighi, una mossa molto intelligente, come capite bene, specie se si considera che l'Italia è attualmente al quinto posto nel mondo per casi di morbillo accertati. Ma i vaccini fanno paura, si sa. Mica fa paura ciò che potrebbe succedere in caso i cretini che non vaccinano i propri figli diventassero numericamente rilevanti - scherziamo? - no, fa paura ciò che finora ha permesso di scongiurare il ritorno di malattie in alcuni casi scomparse da decenni. Ma che ci volete fare? D'altra parte siamo sempre il paese dei Vannoni, dei Di Bella, dei Simoncini (quello che curava il cancro col bicarbonato) e compagnia bella, ed è quindi naturale che il primo ignorante che insinui dubbi sui vaccini raccolga inevitabilmente vasti consensi.

Altro argomento che tiene banco, e su cui si può speculare sicuri di ottenere voti, è l'immancabile immigrazione, perché tutti 'sti negri, brutti, sporchi e cattivi, questi sì che fanno paura, eh. E gli italiani hanno paura di loro perché delinquono, e poi dobbiamo pure mantenerli, esattamente come per i politici: delinquono e dobbiamo pure mantenerli. Mi si accuserà di eccessiva generalizzazione, ma se generalizzano facendo di ogni erba un fascio i vari Salvini, Meloni, Di Maio e compagnia bella, perché non posso farlo pure io?

Comunque delinquono, è vero, l'ha detto il tipo delle cene eleganti l'altro ieri in tv: "466mila immigrati in Italia che per mangiare devono delinquere". Ovviamente è una balla, ma se anche fosse vero almeno questi poveretti lo farebbero per fame, mentre quando delinqueva lui non aveva neppure questa giustificazione qui, perché se tu in vent'anni nascondi al fisco un miliardo e trecento milioni di euro e li parcheggi in un po' di società offshore, di fatto risorse sottratte alla collettività, è difficile che la motivazione sia la fame, no? (Stendiamo poi un velo pietoso sul fatto che chi ha costruito parte della sua fortuna sulle società offshore vada in tv a farsi paladino della lotta all'evasione fiscale.) Comunque, insomma, capite bene che alla fine gli immigrati che vanno a rubare nei frigoriferi sono un problema grosso. Mica sono problemi i cento miliardi di evasione fiscale ogni anno o le decine di miliardi che si porta via la corruzione, scherziamo? Ci sarebbe poi da chiedersi quanti frigoriferi dovrebbero svuotare questi delinquenti prima di raggiungere i 50 milioni di euro rubati dalla lega negli ultimi anni, ma soprassediamo.

La realtà, nonostante ciò che raccontano i Salvini, i Di Maio e i Berlusconi, è che gli immigrati sono stati e sono una manna dal cielo per questa gente, perché hanno permesso loro in tutti questi anni di poter capziosamente eleggerli a responsabili di tutti i mali dell'universo e di glissare sui responsabili veri dello stato in cui versa il nostro paese. Guardate i tiggì (se ce la fate) o leggete i giornali, vi accorgerete del martellamento continuo attuato proprio con questo scopo. Pensate se lo stesso martellamento avesse come destinatari i politici che rubano, il malaffare, la corruzione, l'evasione fiscale, la mafia, gli sprechi dello Stato, i miliardi buttati nel cesso con le opere pubbliche inutili o clientelari, cioè tutto ciò che in questi ultimi decenni ha ridotto questo paese allo stremo.

Ma non si può fare, non sta bene, lo storytelling del povero popolo italiano derubato di soldi e lavoro (è noto infatti che ogni italiano ha come massima aspirazione quella di andare in spiaggia a vendere accendini) dai poveretti che arrivano coi barconi potrebbe venire compromesso, e dopo Salvini e soci come farebbero a speculare sulla paura dell'immigrazione se a qualcuno venisse il sospetto che l'immigrazione non è il problema più grave che attanaglia l'Italia?

lunedì 15 gennaio 2018

Ciao, Dolores

La razza di quelli come Fontana

Il primo commento che mi è venuto in mente dopo aver letto lo sproloquio di Fontana, è che se la sua amata razza(*) bianca fosse tutta composta da persone come lui, si estinguesse pure. Nessun rimpianto.

(*) Come sanno anche i ragazzini delle medie, il termine razza viene dagli scienziati unicamente riferito all'ambito zootecnico, riferito all'uomo non ha alcun significato, ma Fontana è un leghista, non si può pretendere chissaché.

domenica 14 gennaio 2018

Come nel '94

Se qualcuno, nel 2011, mi avesse detto che nel 2018 ci sarebbe stata una campagna elettorale che l'avesse visto ancora tra i protagonisti, avrei dato al tutto lo stesso peso che si dà a una barzelletta. Ma la barzelletta si è avverata e si è trasformata in un incubo. Stiamo rivivendo pari pari lo stesso brutto film visto per la prima volta ventiquattro anni fa e poi a ogni elezione successiva. Con la differenza che il protagonista si è trasformato col passare del tempo in un ultraottuagenario pregiudicato con una sfilza di procedimenti penali talmente lunga che Wikipedia e Treccani hanno dovuto dedicargli una pagina apposita.

E il copione di quel brutto film è identico ai copioni precedenti. Anche il protagonista è perfettamente identico, perché è noto che il processo di imbalsamazione dei cadaveri serve a fermare i segni del tempo. Così, attore principale e copione si ripetono, si ripresentano, come una nemesi, forti della certezza che la memoria storica delle italiche genti arriva al massimo a cosa si è mangiato la sera prima.

A cavallo di questa certezza, il maggior venditore di fumo della triste storia recente e uno dei maggiori responsabili del declino economico, sociale, morale ed etico del nostro paese può quindi riproporre tranquillamente gli stessi slogan, le stesse balle che hanno contraddistinto il suo sproloquiare dei lustri passati. Può ritornare a invocare l'incubo comunista, stavolta incarnato dai grillini - no, non ridete, l'ha detto davvero -, può proporre la cosiddetta Flat tax, una tassa iniqua che prevede la stessa percentuale di imposte sia che si dichiarino diecimila euro all'anno e sia che si dichiari un milione di euro, alla faccia della progressività fiscale prevista dalla Costituzione.

Tutto questo senza che nessuno o quasi si renda conto del grottesco, misto al tragico e al patetico, insito in chi si fa paladino della lotta all'evasione fiscale avendo sul groppone una condanna definitiva proprio relativa a questo tipo di reato, in aggiunta a una sfilza di procedimenti aperti la maggior parte dei quali riconducibili a questa tipologia.

Si è ripresentata - dice - l'urgenza, il dovere, oggi come allora, di scendere in campo per sventare il pericolo comunista. Naturalmente nessuno si aspettava che la prona signora D'Urso gli facesse notare che nel '94 i reali motivi della discesa in campo erano che Fininvest era sull'orlo della bancarotta con seimila miliardi di debiti e il titolare con un piede già nel gabbio; nessuno si aspettava che la prona signora D'Urso gli chiedesse lumi sulla provenienza della marea di denaro che nel periodo a cavallo tra gli anni '80 e i '90 gli consentì di avviare la sua carriera di palazzinaro a Milano. Figuriamoci.

Comunque, va bene così. Come scriveva Augias e altri prima di lui, ogni paese ha ciò che si merita.

Il disagio della libertà



La tesi di fondo di questo ottimo saggio di Corrado Augias, sintetizzando brutalmente, è che ognuno ha ciò che si merita, che nel caso specifico italiano sta a significare che chi governa rispecchia chi è governato, e non ha molto senso puntare il dito contro malcostumi e malefatte della classe dirigente se quegli stessi comportamenti sono, in piccolo, attuati da buona parte delle persone normali.

Augias tenta di analizzare i motivi per cui nell'arco di nemmeno cento anni l'Italia è stata succube, compiacente, di due personalità dai forti caratteri autoritari: Mussolini e Berlusconi. Non c'è una risposta chiara e univoca a questo interrogativo, le ragioni sono molteplici, e attraverso una esaustiva carrellata di episodi storici l'autore arriva a concludere che l'opportunismo e la mentalità tipica italiana secondo cui dietro a ogni azione ci dev'essere obbligatoriamente un tornaconto personale, sono i motivi che hanno indotto e inducono ancora oggi le italiche genti a non ritenere la propria libertà in fondo così importante, meglio e più facile mettere in campo una sana accondiscendenza verso un capo o un leader e accontentarsi dei (pochi) benefici che si ricevono in cambio.

Un libro a tratti crudo, spietato, ma purtroppo estremamente reale e attuale.

sabato 13 gennaio 2018

(...)













(da Il disagio della libertà - C. Augias)

(...)

Stoner



Credo che il pregio maggiore di questo libro sia di essere appassionante nonostante una trama tutto sommato banale e a tratti anche noiosa. In fondo la grandezza di certi scrittori sta tutta nel riuscire a catturare il lettore raccontando storie semplici con un tipo di prosa che appassiona.

John Williams, che io non avevo mai sentito nominare, è riuscito a fare questo, e credo che il fascino di questo romanzo stia proprio nella capacità di esplorare gli interrogativi che attanagliano noi tutti (perché si vive, perché si sbaglia, cosa significa amare, qual è il significato dell'esistenza ecc.) semplicemente raccontando la vita di un tranquillo professore di letteratura, William Stoner, dell'università del Missouri.

Sintetizzando ed esprimendo un giudizio in un aggettivo, direi appassionante.