domenica 3 maggio 2015

Senza dogmi

Ogni volta che leggo saggi di questo genere (La prova matematica dell'inesistenza di Dio - J. A. Paulos), mi convinco sempre di più di essere fortunato di avere la mente sgombra da dogmi e pregiudizi, e soprattutto fortunato di non aver bisogno di credere all'esistenza di dèi o divinità varie per dare un senso alla mia vita.
Bello.

Anche Scalfari, ogni tanto

Non capita spesso, eh, ma Scalfari ogni tanto scrive anche editoriali che condivido, tipo quello di stamattina.

"Comincio dal tema del lavoro. Le cifre diramate dall'Istat tre giorni fa danno un aumento della disoccupazione e in particolare di quella giovanile; una diminuzione dei consumi, una modifica in peggio delle aspettative che erano invece segnalate in aumento il mese scorso. Le cifre sono anche negative per quanto riguarda il fabbisogno del bilancio, a causa della recente sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni al di sopra dei 1400 euro mensili, che dovranno essere rimborsate con il calcolo degli interessi. Si tratta di cinque miliardi di euro per l'esercizio in corso, che saliranno a undici nell'anno prossimo. In queste condizioni, l'erogazione di 1,7 miliardi destinati ai ceti più poveri non è più fattibile ed è rinviata "sine die". Ma chi ha commesso l'errore? Non la Fornero, che con quel taglio definito oggi incostituzionale salvò nel 2011 l'Italia dal default, ma il governo attuale che ha dissipato 10 miliardi l'anno e per i prossimi due anni con la regalia elettoralistica degli 80 euro mensili ai redditi superiori agli ottomila euro annui. Avrebbe dovuto destinare quella cifra al taglio del cuneo fiscale (Irap) e oggi  -  pur dopo la sentenza della Consulta  -  avrebbe ancora le risorse finanziarie per aiutare i non capienti e continuare ancora ad intervenire sull'Irap. Queste vicende mettono anche in evidenza che il Jobs Act, come ho già scritto più volte, è un prezioso oggetto esposto in vetrina ma con nessuna incidenza sull'occupazione. Non crea nuovi posti di lavoro. Li creerà quando finalmente una vera legge sul lavoro sarà presentata dal governo e votata dal Parlamento come chiede Draghi da mesi. Ma il governo è in tutt'altre faccende affaccendato."

Qui l'editoriale completo: http://tinyurl.com/mx7bhc9

sabato 2 maggio 2015

La pancia del tenero Angelino



Ehm, ci sarebbe da spiegare al risoluto Alfano, che per qualche inspiegabile motivo è stato messo a capo degli Interni, che la pancia è un conto, le regole e le procedure della giustizia un altro. Ora, assodato che i responsabili delle devastazioni è giusto e sacrosanto che rispondano di ciò che hanno combinato, c'è da far notare che la frase "nessuno si sogni di liberarli subito!" non può trovare posto in un paese in cui - almeno è quello che si dice - vige la democrazia e lo stato di diritto.
I signorini in questione, ad esempio, saranno processati e (ci si augura) condannati secondo quanto prevede il nostro codice penale, e non è da escludere che i giudici ravvisino nei loro confronti la non indispensabilità della carcerazione preventiva, in attesa del processo. È previsto dalle nostre leggi, che un ministro dell'Interno ci si augura conosca a menadito. Ecco perché quella frase è particolarmente sgraziata e fuori luogo, perché denota il classico ragionamento di pancia dei Salvini e delle Santanché, e il rispetto delle regole sta esattamente dalla parte opposta.

Schiaffoni tardivi

"Quattro schiaffoni glieli avrei anche dati, ma cosa avrei risolto così?" dice il padre della zucca vuota intervistato da un tiggi, quello che ha detto che godeva a distruggere tutto.
In effetti, su una zucca con tale quantità di vuoto pneumatico dubito pure io che quattro ceffoni avrebbero potuto sortire qualche effetto. Purtroppo, non avendogliene il padre mai dati, non possiamo avere conferma a questa ipotesi.

Libri

Paragoni del menga

Parere personale: quelli che scrivono che chi si scandalizza per qualche auto bruciata e qualche negozio devastato dovrebbe scandalizzarsi di più per i milioni di euro buttati nell'Expo, hanno un quoziente intellettivo molto vicino allo zero, e non credo serva che stia qui a spiegare perché.
E badate bene che a me dell'Expo non frega assolutamente niente.

venerdì 1 maggio 2015

Con la Polizia





Giusto per chiarezza, quando succedono 'ste cose qua io sto dalla parte della Polizia. Sempre. Perché l'immensa testa di cazzo incappucciato che pensa che questo sia un modo di manifestare, che dà fuoco a una macchina qualsiasi che potrebbe essere la mia macchina, che distrugge il negozio a uno che magari dell'Expo non frega neppure niente, ecco, una testa di cazzo così merita solo dosi massicce di manganelli, di idranti e di tutto quello che serve.

Un'infermiera, presto!



Il tizio che un anno e mezzo fa si è visto fare a pezzi dalla Consulta la sua legge elettorale, chiede alla Fornero come fa a guardarsi la mattina allo specchio dopo che la medesima Consulta ha bocciato una norma della sua legge sulle pensioni.

mercoledì 29 aprile 2015

Il profumo del ciclamino

È solo un altro dei racconti che ogni tanto mi diverto - io, ovviamente, non certo voi - a buttare giù. Quando scrivo 'ste robe immagino sempre di essere un Bukowski, o qualcuno così, poi, rileggendo, penso: Andrea, lascia perdere, va'... Ah, in caso vi interessi, gli altri miei deliri letterari li trovate qui.

"Potrebbe andare un po' più veloce? Ho paura di non riuscire a prendere il treno."
"Ah, guardi, io posso pure provare ad accelerare, o fare qualche acrobazia tra le macchine e i pedoni," disse il tassista, un po' seccato, guardando Marco nello specchietto retrovisore, "ma siamo a Rimini, e sono le sette e trenta del mattino, non è esattamente la fascia oraria in cui le strade sono deserte ed è possibile spingere un po' di più sull'acceleratore. Se magari mi avesse chiamato prima..."
Marco non rispose. Sapeva che la ragione era dalla parte del tassista, e quindi perché insistere, col rischio magari di andarsi a infilare in un battibecco che avrebbe potuto indispettirlo più di quanto non fosse già? E se poi avesse rallentato di proposito, magari per dispetto? Un autista di taxi a cui girano le scatole potrebbe essere capace anche di questo, pensò Marco. Guardò l'orologio. Il tassista, effettivamente, ci stava dando dentro e Marco, un po' più tranquillizzato, calcolò mentalmente che senza imprevisti sarebbe arrivato in stazione in tempo, forse anche qualche minuto prima. Così fu. Scese di corsa dall'auto, allungò una carta da 20 euro al tassista, lo ringraziò e gli disse di tenersi i tre euro che gli spettavano di resto. Non riuscì a comprendere perché gli avesse lasciato quei tre euro, poi pensò che forse l'aveva fatto perché si era ricordato di averlo visto fare un sacco di volte nei film.
Lo salutò e si avviò a grandi passi verso l'entrata della stazione, con in mano la sua ventiquattrore. Era il suo primo viaggio di lavoro, quello, e una certa trepidazione aveva cominciato ad assalirlo fin dal giorno prima. Resistette alla tentazione di fermarsi al bar per un caffé - aveva già consumato a casa la colazione, premurosamente preparata da sua moglie Francesca - e si diresse al terzo binario. Il treno che l'avrebbe portato a Bologna era già lì e sarebbe partito entro pochi minuti. Il vagone su cui salì non era molto affollato e molti scompartimenti erano liberi o occupati da una o due persone. Non aveva voglia di convenevoli, e, in più, la prospettiva di sorbirsi un'ora di treno sopportando le eventuali chiacchiere di compagni di viaggio eccessivamente petulanti, lo convinse a scegliere uno scompartimento deserto. Entrò, chiuse la porta, appoggiò la sua ventiquattrore nell'apposito alloggiamento, sopra la sua testa, e si sedette. Poi udì un fischio e il treno si mosse.
La giornata era molto bella, c'era il sole e la temperatura era gradevole, tipicamente primaverile. Scostò le tendine del finestrino e guardò fuori. L'intreccio caotico dei binari, tipico delle stazioni ferroviarie, si andava esaurendo mano a mano che il treno guadagnava l'uscita della stazione. Vide passare, in successione, il grattacielo di Rimini, il portocanale sotto di lui, poi il ponte sul deviatore Marecchia. Pensò che Rimini, la sua Rimini, era una città stupenda, caotica come l'inferno ma stupenda. Pensò anche che, con un po' di fortuna, sarebbe arrivato a Bologna restando l'unico occupante di quello scompartimento.
Sì alzò, aprì la sua ventiquattrore e tirò fuori Tragedia in tre atti, l'unico libro di Agatha Christie che ancora non aveva letto. Adorava i gialli e adorava Agatha Christie. Le pagine scorrevano veloci e lui vi si immerse, trasferendosi, quasi anima e corpo, dallo scompartimento di quel treno al salone in cui si teneva il ricevimento fatale, quello dove trovò la morte il pastore protestante protagonista del giallo.
"Pensa di riuscire a leggerlo tutto prima di arrivare a Bologna?" Marcò alzò gli occhi per capire chi avesse parlato e da dove venisse quella voce che lo stava riportando dal salone dell'omicidio allo scompartimento del treno. "Sta... dicendo a me?" balbettò, rendendosi conto che il ritorno alla realtà si stava rivelando una faccenda più lunga e difficile del previsto.
"Beh, suppongo di sì, anche in considerazione del fatto che non vedo altre persone, qui." L'operazione rientro sulla Terra alla fine si concluse, e Marco vide seduta, di fronte a sé, una giovane donna che lo fissava, ovviamente attendendo una risposta. "Cercavo uno scompartimento vuoto e non l'ho trovato," riprese la donna, "e allora mi sono infilata qui. Spero di non esserle di disturbo."
"No, si figuri, nessun disturbo," mentì spudoratamente Marco, "anzi, speravo proprio che venisse qualcuno a farmi compagnia."
"Sa che lei non è affatto bravo a mentire?" disse sorridendo la donna. "non finga, su," riprese, "lo capirebbe anche un cieco che lei sperava di arrivare a Bologna senza essere disturbato da nessuno."
"E come sa che io sono diretto a Bologna?"
"Questo treno fa capolinea là, e visto che abbiamo già superato Faenza, ho pensato che ci fossero buone probabilità che là lei fosse diretto." Marco guardò la donna che gli aveva appena dato la seconda stoccata nel giro di un minuto. Era vestita in modo semplice e pratico: scarpe da tennis, jeans e camicia. Niente di vistoso o elaborato o raffinato. Aveva lunghi capelli biondi, legati con una coda. Sul viso solo un accenno leggero di trucco, anche lì niente di vistoso, giudicò che dovesse avere grossomodo una trentina d'anni. "Sì, effettivamete sono diretto a Bologna," riuscì infine a dire. "E lei, invece?"
"Anche io a Bologna, vado a trovare un'amica che non vedo da molto tempo. Ah, dimenticavo, il mio nome è Anna," disse la giovane donna alzandosi in piedi e tendendo la mano a Marco. Questi si alzò a sua volta, e le tese la sua. "Io sono Marco: piacere." Restarono un attimo in piedi, guardandosi negli occhi. In quei pochi istanti lui sentì il suo profumo. Non sapeva dire di che tipo fosse, riuscì solo a sentire una fragranza che gli ricordava il ciclamino. Erano ancora in piedi. Anna continuava a fissarlo, la mano ancora nella sua mano. Poi lei avvicinò il suo viso. Successe tutto in un istante, ma a Marco sembrò un istante lunghissimo. Lei appoggiò le sue labbra su quelle di lui. Marco si ritrasse, istintivamente, ma lei lo trattenne a sé. Alla fine lui sentì cedere ogni resistenza, fisica e morale. Ricambiò il suo bacio, con impeto, appassionatamente, senza più nessun freno, nessuna inibizione, niente. Mentre la baciava pensò che tutto il resto non esisteva, il mondo finiva dove finiva quello scompartimento, il mondo era solo lì dentro.
All'improvviso sentì muoversi qualcosa, sembrava una vibrazione, come se qualcuno lo stesse afferrando per la spalla... "Scusi se l'ho disturbata, mi mostra il suo biglietto?" Marco aprì gli occhi, sollevò il capo. Era seduto. Era solo. Nello scompartimento non c'era nessuno, a parte il controllore che voleva vedere il biglietto. Il libro di Agatha Christie era per terra, rovesciato. Si rese conto di essersi addormentato, e di aver sognato. Anna non c'era più, non c'era mai stata, era stato solo un sogno. Tirò fuori il biglietto e glielo mostrò con noncuranza, mista a fastidio e delusione.
"C'è qualcosa che non va?" chiese il controllore, guardandolo, "mi pare abbia un'espressione strana..." Marco lo guardò a sua volta. "Eh? No, no, va tutto bene... è solo che... quanto manca a Bologna?"
"Una decina di minuti, siamo quasi arrivati."
"Ho capito. Grazie mille," disse Marco sforzandosi di sorridergli.
"Di nulla. Arrivederci," lo salutò il controllore toccandosi il cappello. Fece per richiudere la porta dello scompartimento. Poi si fermò e si riaffacciò all'interno. "Sì?" chiese Marco. "Scusi se glielo chiedo," fece il controllore, "ma anche lei avverte un leggero profumo di ciclamino?"

martedì 28 aprile 2015

Mattarella, stupiscici

No, dico, avevate qualche dubbio sul fatto che avrebbe messo la fiducia? Io no, mai avuto. Sapete cosa ci vorrebbe, adesso? Un bel colpo di scena da Mattarella. Se ricordate, durante il suo discorso del 25 aprile il capo dello stato aveva manifestato, neppure troppo velatamente, il desiderio che sull'Italicum non si ricorresse alla fiducia. Ma Renzi, come del resto era più che prevedibile, se n'è beatamente fregato. Ecco, adesso sarebbe bello che all'atto della firma, Mattarella si rifiutasse e rispedisse tutto alle camere, un po' come fece Ciampi quando rispedì al mittente la porcata Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo. Ve l'immaginate la botta per Renzi e suoi galoppini?
Ovviamente ci sono ben poche possibilità che accada, ma vedi mai che Mattarella non riesca a stupirci.