mercoledì 1 aprile 2020

Salvini, D'Urso e l'Eterno riposo


Ci sono tre modi, credo, di reagire all'abisso di populismo in cui siamo precipitati, al confronto del quale la Fossa delle Marianne è una pozzanghera primaverile: incazzarsi, rassegnarsi o riderci su. Forse è meglio riderci su, anche se c'è ben poco da ridere.

lunedì 30 marzo 2020

Pieni poteri (in Ungheria)

"Oltre all’ampliamento dei poteri del governo, le nuove misure prevedono la sospensione delle elezioni e la possibilità da parte del governo di violare alcune delle leggi in vigore, oltre a un massimo di cinque anni di carcere per chi diffonde notizie false che mettano in cattiva luce la gestione del coronavirus da parte dello Stato.
La legge è stata approvata con 137 voti a favore, 53 contrari e 9 astensioni. Politico scrive che le nuove misure «potranno essere cancellate soltanto con un voto a maggioranza di due terzi dal Parlamento e la firma del presidente». L’unico partito che potrà rimuoverle, quindi, sarà quello che fa capo a Orbán" (fonte: Il Post).

Così, a occhio, non mi sembra una cosa da prendere sottogamba ciò che è successo in Ungheria. Magari si tratta di preoccupazioni infondate o esagerate, ma vorrei far notare che è con dinamiche non molto diverse che da noi iniziò il ventennio.

La normalità della morte

Mi ha colpito questo passo dal libro Danubio, di Claudio Magris, che sto leggendo in questi giorni:

"C'è una poesia di Novomesky dedicata a un cimitero slovacco. In molti villaggi, fra le montagne, i cimiteri non hanno recinto o ne hanno uno che quasi non si nota, sono aperti e si allargano nell'erba del prato, corrono lungo la strada, come a Matiašovce, verso il confine polacco, o si trovano all'inizio del villaggio, come un giardino davanti alla porta di casa. Questa familiarità epica con la morte - che si ritrova ad esempio nelle tombe musulmane in Bosnia, tranquillamente collocate nell'orto di casa, e che il nostro mondo tende invece sempre più nevroticamente a rimuovere - ha la misura della giustizia, è il senso del rapporto fra l'individuo e le generazioni, la terra, la natura, gli elementi che la compongono e la legge che presiede al loro combinarsi e disgregarsi.
Nelle devrenice [povere abitazioni prevalentemente costituite da legno, tipiche della zona mitteleuropea, ndr] accanto a questi cimiteri s'affacciano visi larghi e miti, simili al buon legno delle loro case. Quei cimiteri privi di tristezza dicono quanto sia ingannevole e superstiziosa la paura della morte. Forse, così come questi cimiteri sono collocati davanti o accanto alla quotidianità, anziché in una sezione appartata e rimossa, bisognerebbe imparare a guardare la morte dall'altro lato. Dice una poesia di Milan Rùfus: 'Solo davanti la morte fa paura. / Di dietro / è tutto bello innocente all'improvviso. / Maschera di carnevale, nella quale, / dopo la mezzanotte acqua raccogli / per bere o, sudato, lavarti'."

Magari potrà sembrare irriverente parlare di morte e cimiteri in questo periodo, in cui la morte entra nelle nostre case tutti i giorni con la sua drammatica conta, ma d'altra parte questo passo del libro mi è capitato sotto gli occhi oggi, per cui...

Pensavo che noi non siamo abituati a intendere la morte come un fatto naturale, la morte come parte della vita (perché ci sia vita ci dev'essere necessariamente la morte), tendiamo ad allontanarne il pensiero o a esorcizzarne la paura spesso ricorrendo anche a ridicoli gesti scaramantici. Ci è stato inculcato che con la morte finisce tutto e quindi guardiamo questo traguardo con timore, altre volte con senso di superiorità, altre con rassegnazione, altre ancora con tutti questi sentimenti assieme. Ma in genere preferiamo non pensarci, è la soluzione migliore.

Ogni tanto mi viene in mente che, essendo a un passo dai cinquanta, è più la strada fatta rispetto a quella da fare. Essendo io convinto che tutto finisca una volta esalato l'ultimo respiro, e non avendo quindi il sollievo di chi crede che ci sia una continuazione dall'altra parte, dovrei cominciare a preoccuparmi seriamente, forse ad avere pure un po' di paura. Invece no, almeno al momento, poi andando avanti chissà. Forse perché, avendo letto qualche libro sulla cultura greca antica e vedendo il rapporto che avevano loro con la morte, esemplificato mirabilmente dall'episodio della dipartita di Socrate, non vedo il motivo per cui dovrei preoccuparmi: l'uomo, al pari di ogni altro essere vivente, nasce, cresce, vive, muore. Punto.

Adesso dico così, poi magari verso la fine mi prenderà una strizza indescrivibile, chissà.

Forse dovrei smettere di leggere certi libri.

Perché adoro Paolo Attivissimo


Motivo 1.

Motivo 2.

:-)

domenica 29 marzo 2020

Mai tante bufale come in questo periodo

Quando tutto sarà finito e si analizzerà un po' più nel dettaglio quanto successo, si scoprirà che non c'è probabilmente stato altro periodo storico come questo che potrà contemplare una così massiccia e capillare diffusione di bufale. Bufale sul coronavirus, sulla sua genesi, la sua diffusione, il suo contenimento, e bufale anche riguardo a tutto l'"indotto", se così si può dire, cioè su tutto ciò che indirettamente è collegato al coronavirus: provvedimenti politici, economici, sociali.

E non si può non constatare come questa marea di bufale e stupidaggini, compresi richiami a inesistenti complotti, sia diffusa proprio da politici di livello nazionale, quelli cioè che in virtù del ruolo che ricoprono dovrebbero essere i primi a fare uso di particolare cautela nelle loro esternazioni.

Invece niente, qualsiasi scemenza arrivi alle loro orecchie, viene rilanciata senza alcuna verifica nel mare magnum di internet, il veicolo privilegiato con cui veicolare bufale, con Salvini e la Meloni che in questo periodo si stanno particolarmente distinguendo in questo ignobile esercizio - l'ultima bufala in ordine di tempo lanciata da Salvini ha fatto scomodare anche Attivissimo.

Non c'è ponderazione, riflessione, scrupolo, e soprattutto non c'è rispetto di chi vive in questo periodo nell'apprensione e nel dolore, magari perché il virus gli ha portato via una persona cara. A chi può giovare, ad esempio, che venga rilanciato a reti unificate un servizio Rai del 2015 che sembra sostenere tesi complottiste in merito alla creazione del virus, quando invece sono sufficienti due clic del mouse per rendersi conto che col covid-19 non c'entra assolutamente nulla? A chi giova il carico ansiogeno, amplificato dalla potenza di fuoco dei social di ministri con milioni di followers, generato dalla diffusione di queste bufale?

Hanno tolto a noi, giustamente vista la situazione, la libertà di uscire di casa, di muoverci; non si potrebbe o dovrebbe togliere la libertà a certi politici di spandere stupidaggini, almeno in questo periodo di dolore in cui l'unica cosa che servirebbe sarebbe un dignitoso silenzio?

[...]

[...]
La standardizzata altezzosità nei confronti della massa è un comportamento tipicamente massificato. Chi parla della stupidità generale deve sapere di non esserne immune, perché anche Omero ogni tanto s'appisola; deve assumere su di sé come rischio e destino comune degli uomini, conscio di essere qualche volta più intelligente e qualche volta più sciocco del suo vicino di casa o sul tram, perché il vento soffia dove vuole e nessuno può mai essere certo che, in quel momento o un attimo dopo, il vento dello spirito non lo abbandoni. I grandi umoristi e i grandi comici, da Cervantes a Sterne o a Buster Keaton, fanno ridere della miseria umana perché la scorgono anche e in primo luogo in se stessi, e questo riso implacabile implica una intelligenza amorosa del comune destino.

La stupidità è anche un fatto epocale, assume forme e connotati a seconda della stagione storica e quindi insidia e riguarda ognuno, non soltanto gli altri, come credeva Kyselak. Lo scrittore sprezzante che sembra irridere indiscriminatamente tutti, in realtà non ferisce nessuno, perché si rivolge ad ogni suo lettore facendogli credere di ritenerlo l'unico intelligente in una massa di beoti, ma si rivolge in tal modo alla massa di lettori. La tecnica ha in genere successo, perché il lettore può sentirsi solleticato da questa eccezione che lo spregiatore degli altri fa nel suo caso, senza accorgersi egli la fa, appunto per ognuno. Ma la vera letteratura non è quella che lusinga il lettore, confermandolo nei suoi pregiudizi e nelle sue sicurezze, bensì quella che lo incalza e lo pone in difficoltà, che lo costringe a rifare i conti col suo mondo e con le sue certezze.

Non sarebbe male se chi inclina a ritenere semi-uomini i propri vicini prendesse la penna, come Kyselak, solo per scrivere il proprio autografo. Chissà, forse ricopiando quei ghirigori finirebbe per svuotare di senso il suo nome come una parola ripetuta tante volte, per dimenticarsene e deporre ogni presunzione, per diventare Nessuno.

[...]

(Da Danubio, Claudio Magris)

sabato 28 marzo 2020

Dinamiche familiari ai tempi del coronavirus

Prima non ci si vedeva mai, o almeno mai tutti insieme, tranne qualche rara volta per cena. Ognuno aveva infatti impegni, orari e ritmi differenti, senza contare che mia figlia maggiore è stata sei mesi in Austria per il programma Erasmus ed è fortunatamente rientrata un attimo prima che scoppiasse tutto il cancan pandemico.

Ora ci si vede tutti i giorni, tutti e quattro, a colazione, pranzo e cena, eccetto i giorni in cui io lavoro. La cosa ha ormai assunto una propria normalità, adesso, ma i primi tempi questa sorta di riunione/ritrovamento sembrava piacevolmente strana, e ce lo si diceva. Quando tutto questo sarà finito e ognuno tornerà (si spera) alla vita di prima, può darsi che tra tutti i disagi e i patimenti creati dalla pandemia, ci si ricorderà anche di questi momenti piacevoli.

Renzi vuole riaprire

Dice Renzi che si avvicina Pasqua e bisogna cominciare a riaprire. D'altra parte, quando vedi che il tuo partito si avvicina al 3% (la scorsa settimana alcuni sondaggi lo davano più vicino al due) qualcosa ti devi inventare.