mercoledì 1 marzo 2017

Tempo

Devo accettare un fatto, anche se è difficile: non ho il tempo materiale di fare tutto ciò che vorrei fare. Lo so, direte voi, ho scoperto l'acqua calda, ma 'sta cosa a me non va giù. Dovrei smettere di lavorare, e allora avrei tempo per suonare il pianoforte, la chitarra, leggere più libri, scrivere di più, mettermi sul divano e inserire un cd nell'impianto stereo da ascoltare con calma, magari osservando dalla finestra il giorno che diventa sera. Purtroppo non posso smettere di lavorare, perché qua non si appartiene alla categoria di quelli nati con la camicia che possono permettersi il lusso di cazzeggiare tutto il giorno. E allora avanti così. Cerco di stabilire delle priorità da inserire nel poco tempo libero a disposizione e faccio quel che posso, in attesa, che ne so?, magari di un impossibile sei al Superenalotto che mi consenta di smettere di lavorare. Sei che naturalmente non verrà mai, dal momento che non gioco.

martedì 28 febbraio 2017

Sacralità (di cosa?)

Alla fine, il nocciolo di tutta la questione è la mancata libertà di scegliere come e quando morire. Tutto qua. Tutto il resto è inutile chiacchiericcio e ozioso blaterare. Se io decido in piena coscienza che quella che sto vivendo non è più vita, perché mi deve venire impedito di porre fine alle mie sofferenze in modo dignitoso? Dice che la vita è sacra. Ma chi lo dice? La vita è quella cosa che ha fatto di Adinolfi ciò che è, giusto per fare un esempio, e già questo è sufficiente per smontare seduta stante l'assunto di una qualsiasi forma di sacralità di cui sarebbe rivestita la suddetta vita. Porto nocumento a qualcuno se prendo una decisione che riguarda esclusivamente me stesso? No. Quindi di cosa stiamo parlando? Di cosa stiamo discutendo?

domenica 26 febbraio 2017

Fabiano

Per avere uno straccio di legge sulle Unioni civili ci sono voluti venticinque anni. Cinque lustri perché vedesse la luce una legge zoppa e annacquata. Per il Testamento biologico non si prevede nulla di diverso, visto l'andazzo. Nel frattempo, chi voglia far valere il suo sacrosanto diritto di decidere da sé della sua vita e della sua morte deve continuare a rivolgersi a uno dei paesi più civili del nostro. E sono tanti.

Andrea

Il Gabibbo è morto qualche giorno fa, più o meno nell'indifferenza generale. In realtà si chiamava Andrea - il cognome non lo ricordo - Gabibbo era solo una specie di soprannome affibbiatogli dalla gente del paese, ed era un ragazzo disadattato, abbandonato dai genitori subito dopo la nascita, che ha trascorso i suoi trenta e rotti anni in una comunità protetta qui poco distante da casa mia. Era molto grasso, condizione maturata dal non avere probabilmente avuto nessuno che gli abbia insegnato le basi di una alimentazione decente. Alcuni lo ritenevano un po' svitato, altri no, semplicemente uno abbandonato a se stesso.
Lo vedevo spessissimo attendere l'autobus alla fermata di fronte a casa mia. A volte per andare su verso Montebello e a volte per andare giù verso Santarcangelo o forse Rimini. Sgranocchiava sempre qualcosa e con sé aveva sempre una borsa di plastica con chissà cosa dentro. A volte pure io gli davo uno strappo quando lo incontravo a Santarcangelo che faceva l'autostop. Era un rompipalle, certo, spesso invadente, un rompipalle invadente, ma di animo buono, dolce perfino, e quell'invadenza era solo generata dal quasi mai corrisposto desiderio di poter parlare con qualcuno, perché se non si ha mai nessuno con cui parlare si può pure morire. Dicono che sia morto di infarto, oppure diabete, vista la sua obesità, ma sono chiacchiere. Sui manifesti c'è scritto solo che se n'è andato. Forse è morto appunto perché non aveva mai nessuno con cui parlare.
Mi sei venuto in mente, Andrea, quando stamattina ho aperto la finestra e alla fermata del bus non c'era nessuno.

sabato 25 febbraio 2017

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank

Non date retta agli stereotipi, ai luoghi comuni, agli inquadramenti a priori; se il mondo è messo come è messo, gran parte della responsabilità è di questa roba qua. Quando sentite nominare Stephen King, ad esempio, rifuggite la tentazione di dare credito al luogo comune che si tratti di uno scrittore che verga banali racconti horror. Non è così. Certo, si è cimentato anche con quelli, ma la maggior parte dell'immensa mole dei suoi scritti ha avuto come protagonisti quegli ingredienti capaci di far vibrare certe corde interiori. E King l'ha fatto riuscendovi come pochi altri.
Messi quindi da parte i pregiudizi, andate in libreria, o in biblioteca o dove volete voi, e cercate un libro chiamato Stagioni diverse. È una raccolta di racconti pubblicata nel 1989. Il primo di questi racconti si chiama Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank. Leggetelo tutto, sono poco più di cento pagine, una volta arrivati in fondo proverete, come è successo a me, un moto di commozione e di ammirazione per come King riesca a raccontare certe cose e a trascinare il lettore dentro la storia, e avrete demolito in un colpo solo tutti i luoghi comuni di cui sopra.

Sala d'aspetto

Gianni si rese conto di essere arrivato in stazione in anticipo. Il treno che lo avrebbe riportato a casa, infatti, sarebbe passato solo fra tre quarti d'ora. Si avvicinò all'edicola e chiese all'edicolante se fosse rimasto un quotidiano del giorno. L'edicolante non si scompose, non alzò neppure gli occhi, e continuando a leggere il suo libro rispose: "Tre copie di Corriere della Sera."
"Va bene, me dia una," e tirò fuori dalla tasca due monete da 50 centesimi. Gliele porse. L'edicolante le prese e allungò a Gianni il giornale che aveva chiesto. Fece tutto meccanicamente, senza sollevare lo sguardo dal suo libro, come se quell'azione l'avesse già fatta un milione di volte. Gianni pensò che sicuramente era così. Anzi, sicuramente l'aveva fatta anche più di un milione di volte. Prese il giornale e si avviò verso la sala d'aspetto, senza salutare l'edicolante, tanto era sicuro che comunque, anche se l'avesse fatto, quest'ultimo non avrebbe risposto.
La sala d'aspetto era piccola, vuota, non c'era nessuno. Le pareti erano colorate di bianco. O meglio, una volta erano colorate di bianco, e immaginò che l'ultima volta che erano state accarezzate da un pennello, probabilmente ci doveva essere ancora qualche velociraptor in circolazione. A regnare incontrastate erano le scritte fatte con gli spray. Si poteva leggere di tutto: dalle dichiarazioni d'amore agli insulti, più geroglifici vari assortiti. Gli angoli delle pareti erano pieni di umidità e muffa. File di sedie a incastro erano disposte a ridosso dei muri. Gianni preferì uscire e si sedette su una panchina, sotto la pensilina che sovrastava l'unico binario di quella piccola stazione.
Appoggiò accanto a sé la sua ventiquattrore e aprì il giornale appena comprato. A ogni pagina che sfogliava, buttava l'occhio all'orologio della stazione, come se questa azione avesse il potere di accelerare il tempo che ancora mancava all'arrivo del suo treno. Arrivò all'ultima pagina e fece per mettere via il giornale, ormai tutto spiegazzato. Fu un attimo. Si bloccò, alzò gli occhi e vide che sulla panchina di fronte alla sua, dall'altra parte del binario, c'era una donna. Ma da dove era arrivata? pensò Gianni. Da quanto tempo era lì? Come aveva fatto ad arrivare senza che lui se ne accorgesse? Forse era sempre stata lì e lui non ci aveva fatto caso? La donna se ne stava seduta sulla panchina, non aveva bagaglio. Gianni giudicò che dovesse avere una trentina d'anni, forse qualcosa di più. Aveva un vestito leggero, bianco, puntellato di fiori rossi e gialli. I biondi capelli, lisci, le cadevano sul volto, che teneva leggermente reclinato in avanti. Gianni la fissava insistentemente, era incuriosito, ammaliato da quella figura femminile che a lui sembrava così fuori posto, lì. La donna non si muoveva, e continuava a tenere il capo leggermente reclinato in avanti. Ogni tanto qualche leggero alito di vento le muoveva i capelli. Gianni rivolse lo sguardo all'orologio della stazione: tra dieci minuti sarebbe arrivato il suo treno. Come posso andarmene senza sapere chi è quella donna? pensò. All'improvviso, come se lei avesse potuto sentire quella domanda, che in realtà era solo nella mente di Gianni, alzò il viso e lo guardò. Gianni scostò immediatamente lo sguardo da lei, si sentì colto in flagrante, come un ladro che viene sorpreso in piena notte dal padrone di casa. Poi tornò a guardarla. Adesso lei sorrideva, mentre continuava a guardarlo. Poi si alzò, attraversò i binari camminando lentamente. Andò verso Gianni. Quando gli fu di fronte si scostò i capelli dal viso e gli disse: "Non siamo forse tutti soli nella vita?" Poi si incamminò verso la sala d'aspetto, e da lì verso l'uscita della piccola stazione. Gianni rimase interdetto a quelle parole. Era come se fosse in trance, o addormentato. Poi tornò in sé, si svegliò, come quando i prestigiatori risvegliano con uno schiocco di dita chi è sotto ipnosi. Si guardò intorno, la donna dal vestito a fiori non c'era più. Corse verso la sala d'aspetto: anche lì nessuno, solo le scritte sui muri fatte con gli spray.
Forse quella donna non c'era mai stata, forse era stata tutta un'invenzione della sua fantasia. Forse era sempre stato solo, lì, in quella stazione. In fondo "non siamo tutti soli nella vita?"
Tornò sotto la pensilina. Il suo treno era arrivato.

venerdì 24 febbraio 2017

Facciamo lo stato

Con l'ultimo aggiornamento, WhatsApp può essere utilizzato per fare stati, o storie, come già fanno Snapchat, Facebook, Instagram e altri. In pratica, se vogliamo far sapere a tutti i contatti in rubrica cosa stiamo facendo in un determinato istante della giornata, lo possiamo fare con una foto o un video che si autodistruggeranno dopo ventiquattr'ore. È la moda del momento, dicono, fare sapere tutto a tutti. Rimane sempre il dubbio di quanto possa fregare di ciò che facciamo ai nostri contatti in rubrica.

mercoledì 22 febbraio 2017

Obiezione di coscienza e Costituzione

La decisione dell'Asl del Lazio di inserire due medici non obiettori nel reparto ginecologico del San Camillo, ha dato la stura, com'era prevedibile, alle urla scomposte di quelli di Oltretevere, oltretutto senza che sia ben chiaro a che titolo, dal momento che si tratta di esponenti di un altro Stato che vengono a impicciarsi di faccende relative al nostro, ma tant'è. A dare inizio alle musiche è tale don Carmine Arice, il quale blatera che "Non si rispetta un diritto di natura costituzionale quale è l’obiezione di coscienza" (La Stampa, 22.2.2017). Non varrebbe neppure la pena replicare, a questo qui, basterebbe solo fargli presente che, sotto tutti i punti di vista (logico, morale, del diritto ecc.) viene sempre prima il rispetto della legge e dei diritti collettivi delle convinzioni personali, ma è noto che a quelli di Chiesa viene sempre l'orticaria non appena si sussurri di diritti collettivi.
Vale la pena di citare quanto si legge su zeroviolenza.it (22.2.2017) a tal proposito (il neretto è mio): 
"Riconoscere nell’obiezione un diritto della coscienza che può essere sempre rivendicato per sottrarsi agli obblighi imposti dalla legge, senza una specifica norma che ne definisca le modalità e i limiti, invero, varrebbe a legittimare il diritto indiscriminato all’inosservanza della legge – seppure di coscienza. Ciò non può essere accolto, né sul piano giuridico, perché l’ordinamento ha esigenza di essere effettivo al punto che arriva ad autorizzare l’obiezione proprio per venire incontro alle coscienze nella speranza di evitare il sabotaggio delle norme moralmente controverse; né sul piano politico, perché ciò sancirebbe una vittoria dell’individualismo sul principio solidarista, assolutamente sconfessata dall’art. 2 Cost. in quel mirabile disegno che individua nell’equilibrio tra diritti inviolabili e doveri inderogabili la possibilità di realizzare un progetto di  sviluppo pieno della persona, nella libera sintesi tra sociale e individuale."
Niente da aggiungere, mi pare.

Trono di spade

A dire la verità, io e Chiara abbiamo iniziato a guardare la saga con ben poche aspettative, del tipo cominciamo con la prima puntata della prima stagione e vediamo che impressione fa, poi si vedrà. E alla fine della prima puntata ci siamo trovati esattamente nel mezzo tra due intenzioni: quella di continuare e quella di mollarla lì. Alla fine siamo andati avanti, condizionati anche da una nostra amica di Cesena che, avendola vista tutta, ha insistito perché non mollassimo, con l'andare delle puntate saremmo arrivati poi al punto di non riuscire a staccarci. Siamo a quel punto, grosso modo a metà della quarta stagione. 
Per quei pochi che non sapessero di che si tratta, è una saga fantasy che ricorda per certi aspetti quella del leggendario Il signore degli anelli di Tolkien, anche se questa ha una molto più spiccata componente "grandguignolesca", se così si può dire, per non parlare delle numerose ed esplicite scene di nudo e sesso. Diciamo che più che una saga fantasy, è una saga horror/sexy/fantasy. E niente, adesso è impossibile fermarsi e si va avanti fino alla fine.

martedì 21 febbraio 2017

Un'ingiustizia lunga vent'anni

Ovviamente casi come questo sono rarissimi, per fortuna. Anzi, questo ha raggiunto gli onori della cronaca probabilmente a causa della sua triste unicità. Certo è che la giustizia di casa nostra, è risaputo, è lenta, da anni, da sempre, è una di quelle patologie croniche che non hanno cura, ma non perché non ci sia, semplicemente perché si vuole che non ci sia. Mi sarebbe piaciuto ascoltarla, quella giudice, mentre dall'alto del suo scranno si scusava col popolo italiano perché la bambina stuprata per la prima volta a sette anni, oggi, a ventisette, deve accettare il fatto che il suo stupratore è definitivamente libero per intervenuta prescrizione. Ripeto, è un caso eccezionale, ma tenetelo a mente quando sentite qualcuno che racconta che le priorità del nostro paese sono un ponte su uno stretto o fesserie simili.