domenica 24 gennaio 2021

Il palazzo

A circa dieci minuti di cammino, sulle colline dietro a casa mia, c'è Palazzo Marcosanti. Le sue origini risalgono alla fine del 1200 e, nel corso dei secoli, è stato oggetto di numerosissime vicende familiari e di altrettanto numerosi passaggi di proprietà: dalla famiglia Malatesta alla casata dei Montefeltro; dal papato alla famiglia Della Rovere del ducato di Urbino, fino ad arrivare, nel 1899, alla sua cessione alla famiglia Marcosanti di Milano.

Ieri, passandoci davanti durante la mia solita passeggiata, pensavo che il castello se ne sta lì da più 700 anni ed era già lì quando attorno non c'era nulla, probabilmente neppure Poggio Berni. 700 anni sono 28 generazioni. Chissà, magari tra altri 700 anni e altre 28 generazioni lui sarà ancora lì al suo posto, e come oggi continuerà a farsi beffe di ciò che accade intorno ad esso, e beffe anche di chi passeggia lì nei pressi pensando all'insignificanza dei pochi anni che a ognuno sono dati da vivere.

venerdì 22 gennaio 2021

Cristianesimo, la religione dal cielo vuoto

Difficile recensire un saggio sul cristianesimo di questa portata. Ci è riuscito molto bene Ettore Fobo in questo suo post. Di mio, aggiungo solo qualche breve nota a margine, ora che ne ho terminato la lettura. La tesi sostenuta dal filosofo Umberto Galimberti, e cioè che la religione cristiana ha perso la sua dimensione sacrale per ridursi sostanzialmente ad "agenzia etica", non è in realtà nuova, è già stata esposta da molti teologi e pensatori cattolici, sia passati che contemporanei, come ad esempio Gianni Baget Bozzo, di cui nel libro vengono citati vari passi dei suoi scritti. Perché il cristianesimo ha perso la sua dimensione sacrale?

Nella sua visione filosofica il termine sacro indica un ambito in cui vige la confusione dei codici, il sacro è il luogo dell'indifferenziato, dove nello stesso momento e allo stesso tempo possono coesistere il benedetto e il maledetto, il giorno e la notte, il giusto e l'ingiusto, il vero e il falso. Le religioni, tutte le religioni, sono nate con la funzione di circoscriverne l'area (religione deriva dal latino religio -onis, a sua volta derivato da relegĕre, cioè "raccogliere"), onde evitare la sua irruzione che sconvolgerebbe l'ordine di una comunità. Il cristianesimo ha desacralizzato il sacro sopprimendo questa sua particolare ambivalenza, assegnando tutto il bene a Dio e tutto il male al suo avversario, Satana, a cui è da ricondurre la vulnerabilità dell'uomo e il suo cedimento al male.

Altro motivo per cui, secondo l'autore, il cristianesimo ha perso la sua valenza sacrale risiede nel fatto che questa religione, a differenza di tutte le altre religioni monoteiste, ha fatto scendere Dio in terra, e con la sua incarnazione ha determinato, come sorta di contrappasso, la divinizzazione dell'uomo, il quale si sente in questo modo autorizzato a ergersi artefice unico della sua storia, indipendentemente dalla presenza o meno di Dio.

Al di là degli aspetti teologici, il saggio è interessantissimo perché abbraccia una grande quantità di temi e offre infiniti spunti di riflessione. Uno dei più interessanti riguarda sicuramente il rapporto tra sacro e follia, un rapporto strettissimo che origina dall'antica cultura greca e che ha attraversato anche tutta la storia dell'Occidente. L'episodio mitologico emblema di questo rapporto è raccontato nella tragedia Le baccanti di Euripide, dove si narra dell'ingresso di Dioniso, dio della follia, a Tebe con conseguente stravolgimento della vita della città. A nulla servono riti e sacrifici per tentare di allontanarlo e riportare la comunità alla normalità: Dioniso se ne andrà solo quando lo deciderà lui. Perché è emblematico questo racconto? Perché ancora agli inizi del Novecento, scrive sempre Galimberti, gli psichiatri che dimettevano un paziente da un manicomio apponevano sotto la loro firma la sigla D.C., che significa Deo concedente. Cioè, se Dio vorrà, se lo concederà, se uscirà dalla testa di quest'uomo, quest'uomo sarà guarito e tornerà alla normalità.

Ma del rapporto tra sacro e follia, tra Dio e confusione dei codici, vi sono vari esempi anche nella tradizione giudaico-cristiana. Dove altro si potrebbe inserire, ad esempio, l'episodio biblico in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco per dimostrargli la sua fedeltà, episodio su cui pensatori come Tommaso d'Aquino e Kierkegaard e altri hanno scritto pagine bellissime? Ma anche la vicenda biblica di Giobbe si potrebbe citare tranquillamente, perché, nel suo epilogo, Giobbe commette l'errore più grande che uomo possa fare: tentare di fare ragionare Dio. Con Dio non si ragiona, Dio è di là della ragione, di ogni codice razionale, di ogni morale, e si inserisce in quell'ambito compreso tra la follia e il sacro di cui oggi il cristianesimo ha perso ogni traccia. E l'ha persa da quando ha abbandonato il timore di Dio in favore di un dio padre descritto noiosamente come sempiterno buono e infinitamente misericordioso, l'esatto opposto del dio delle scritture, che è sì buono, ma anche terribile.

D'altra parte, su quali basi si può ammantare di sacralità una religione, quella cristiana, ormai ridotta ad agenzia etica? Come può essere espressione di un Dio che per sua natura è aldilà di ogni regola, di ogni morale, di ogni ragione, una religione che occupa gran parte dei suoi sforzi a dettare regole su temi etici prettamente umani come aborto, divorzio, fecondazione assistita e tutto il resto? Dov'è la dimensione del sacro in questo parossismo di codici e regole, espressioni di categorie umane che la società potrebbe benissimo definire e regolare da sé? Semplicemente, non c'è. E la crisi profonda del cristianesimo, che oggi è sotto gli occhi di tutti e si accompagna alla crisi dell'Occidente perché cristianesimo e storia dell'Occidente sono intimamente legati, appare oggi, come mai prima d'ora, senza ritorno.

mercoledì 20 gennaio 2021

Giuramenti e rimpianti

Due pensieri che mi sono venuti in mente mentre guardavo in streaming alcuni momenti del giuramento di Joe Biden. Il primo è un pensiero di sollievo e al tempo stesso di preoccupazione, perché è vero che il peggior presidente degli USA ce lo siamo tolti dai piedi, ma è altrettanto vero che sarà molto più difficile per gli USA sbarazzarsi del trumpismo.

Il secondo pensiero è per il grande Vittorio Zucconi. Pensate se ci fosse stato anche lui a commentare, come solo lui sapeva fare, la cerimonia del giuramento.

[...]





(da Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto. Umberto Galimberti)

Azzurrina e il CICAP

Il mio amico Maurizio mi ha segnalato via mail il video di Massimo Polidoro in cui si analizza il mistero del fantasma di Azzurrina. Dovete sapere che a dieci minuti da casa mia c'è il castello di Montebello. Come ogni castello che si rispetti, è abitato da un fantasma, che nello specifico ha le sembianze di una bambina albina, scomparsa nelle viscere del castello stesso tanti anni fa. Ogni cinque anni, nella notte del 21 giugno, il fantasma di Azzurrina rifà capolino nelle segrete del castello, e qualcuno ne avrebbe addirittura registrato le voci.

Sono tutte favole, naturalmente, ma conosco persone che, pur dietro l'apparente scetticismo, si chiedono: Ma come hanno fatto allora a registrare le voci? Beh, lo spiega Massimo Polidoro. :-)


martedì 19 gennaio 2021

Vaccini e PIL

L'infelice uscita di Letizia Moratti secondo cui occorrerebbe vaccinare prima le regioni col PIL più alto, solleva, come era prevedibile, ondate di indignazione. Non piace neppure a me quell'uscita, a scanso di equivoci. Vorrei però fare presente che, nella sua innocente ingenuità, la signora Moratti ha espresso verbalmente ciò che è costume e cultura imperanti, ciò che è inconscio collettivo. Se si nasce e si vive in un certo "ecosistema", ciò che poi si esprime ne è infatti il suo riflesso. 

Vaccini anti-covid a parte, è infatti stranoto che chi ha maggiori possibilità economiche si può curare con maggiore efficacia e minore attesa rispetto a chi ha poche o nulle possibilità economiche. È sempre stato così e, temo, sarà sempre così. Quindi sì, indignamoci pure per ciò che ha detto la signora Moratti, ma conserviamo anche qualche moto di indignazione per il sistema nel suo complesso, di cui il pensiero della Moratti è figlio.

lunedì 18 gennaio 2021

La scomparsa del pensiero

Ermanno Bencivenga, filosofo e logico, non è il primo che scrive libri su quella che è probabilmente la maggiore rivoluzione antropologica a memoria d'uomo, ossia la progressiva perdita della capacità di pensare e ragionare. L'hanno fatto prima di lui altri rinomati filosofi, psicologi e pensatori: Emanuele Severino, Giulio Giorello, Umberto Galimberti, Paolo Crepet, Vittorino Andreoli. Eppure, nonostante la sua portata, nel dibattito collettivo questa rivoluzione, che sarebbe meglio chiamare involuzione, è quasi del tutto assente. Se non pochi addetti ai lavori, nessuno o quasi ne parla, nessuno le dedica prime pagine o trasmissioni televisive. La politica figurarsi, dal momento che campa su questo.

Questo ottimo saggio di Bencivenga ha il pregio di essere chiaro, diretto, ficcante, e descrive il problema andando subito al sodo, senza fronzoli. E questo già dall'introduzione, nel quale l'autore scrive: "Perché un candidato alla presidenza degli Stati Uniti può vincere le elezioni sbraitando menzogne come 'Costruirò un muro tra gli Stati Uniti e il Messico e a pagarlo saranno i messicani'? Perché abbiamo voglia di comprare un Nespresso dopo aver visto l'ennesima pubblicità con George Clooney? Perché se ci troviamo in una città sconosciuta camminiamo con lo sguardo incollato allo schermo del telefonino, preoccupati solo di non perdere di vista Google Maps?"

Queste, e altre domande presenti nel libro, hanno una risposta che sostanzialmente le accomuna: la rinuncia al pensiero. Trump, che fortunatamente siamo oggi riusciti a toglierci dai piedi, vinse le elezioni nel 2016 vomitando durante tutta la campagna elettorale promesse surreali. E ancora oggi, pur avendo perso, ha potuto mettere in saccoccia decine di milioni di voti nonostante abbia condito i suoi quattro anni di presidenza con una infinita sequela di bufale, sciocchezze pseudo-scientifiche e stupidaggini logiche.

Ma anche noi, su questo versante, non siamo purtroppo messi meglio, e i due anni di governo con Salvini al ministero dell'Interno sono solo l'ultima delle dimostrazioni. Ma prima di questo c'è stato il famoso/famigerato ventennio in cui Berlusconi ha fatto il bello e il cattivo tempo, riducendo la politica a mero veicolo per la soddisfazione di istanze del tutto personali (chi ha seguito quel periodo politico sa benissimo a cosa mi riferisco), continuando malgrado ciò a mantenere alti consensi. Tutto ciò è ancora una volta dimostrazione della perdita di raziocinio e di senso critico di buona parte delle italiche genti. Berlusconi e Salvini, ma anche tanti altri (ad esempio Renzi, giusto per restare all'attualità), hanno tratto grandissimi vantaggi politici da questo rifiuto/incapacità ormai generalizzati di mettere sulla graticola gli annunci, di problematizzare gli slogan, di passare al vaglio della ragione l'infinita teoria di improbabili promesse che a cadenza giornaliera vengono date in pasto all'opinione pubblica da chi a vario titolo amministra la cosa pubblica. Siamo probabilmente di fronte a una delle maggiori rotture epistemologiche della storia recente e questa rottura sta passando praticamente inosservata.

La gravità della cosa è che non si tratta di mettere in discussione assunti particolarmente complicati o articolati, ma vere e proprie banalità. Scrive a questo proposito Bencivenga: "Se io argomento che i migranti andrebbero respinti alla frontiera perché quelli che ho incontrato sono delinquenti, la logica mi farà notare che ho incontrato una minima percentuale di migranti e su tali basi non posso fondare affermazioni generali relative a tutti i migranti e all'approccio che dovremmo avere nei confronti di (tutti) loro. Se argomento che respingere i migranti alla frontiera creerà più posti di lavoro per chi è nato in Italia, la logica mi farà notare che non è detto che chi è nato in Italia voglia sobbarcarsi i lavori dei migranti (e magari citerà l'esempio degli Stati Uniti, dove questa ipotesi si dimostra falsa). In casi del genere la logica, lungi dall'inchiodarci a percorsi inevitabili, ha un effetto liberatorio: spalanca un ambito di possibilità alternative che i pregiudizi (le fette del salame sugli occhi) ci impediscono di cogliere e apprezzare."

Le obiezioni logiche e razionali menzionate dall'autore nei due esempi sono banali, se ci fate caso, eppure, nonostante questa banalità, vengono generalmente rifiutate, per il semplice motivo che metterle in discussione significa mettere in discussione la fedeltà a chi le ha pronunciate, significa mettere in discussione la propria fede politica, mettere in discussione i propri pregiudizi; in una parola: mettere in discussione la propria identità. E di fronte a questo non c'è razionalità che tenga.

Ma l'abbandono della razionalità, argomenta sempre l'autore, è un fattore di successo da parte di chi ne sa utilizzare le potenzialità perché, dal punto di vista antropologico, fa leva sullo spirito di imitazione di un modello (un capo carismatico, un personaggio pubblico famoso ecc.), e questo vale per la politica, per la pubblicità e in qualsiasi altro ambito in cui esista un progetto che abbia come subordine la persuasione delle masse. Dal punto di vista antropologico, nella storia dell'evoluzione umana il pensiero e il ragionamento sono conquiste relativamente tardive; prima che si sviluppassero, gli uomini erano membri di un branco e questo branco era sempre dominato da un capo, generalmente incarnato da una figura più carismatica delle altre. La pubblicità e la politica, oggi, fanno esattamente questo: agiscono sulla nostra leva interna che riporta in vita quell'antico meccanismo che la conquista del pensiero e del ragionamento avevano neutralizzato e relegato nell'oblio.

In altre parole, la perdita della volontà/capacità di pensare ci riporta ai tempi arcaici in cui un gruppo di persone era sostanzialmente succube della volontà di un capo. Esattamente ciò che succede oggi: un politico con una spiccata capacità affabulatoria può fascinare un vasto seguito di persone sparando valanghe di bufale, sicuro che nessuno o quasi avrà voglia (o capacità) di metterle in discussione. Qui, naturalmente, si apre un doloroso capitolo inerente alla qualità di una democrazia che si regga su masse pilotabili senza particolari difficoltà, proprio perché hanno delegato ad altri la facoltà di pensare e ragionare per esse.

La progressiva scomparsa del pensiero e del ragionamento ha, tra le sue principali cause, la velocità con cui oggi vengono veicolate le informazioni e con cui la tecnologia media e gestisce le interazioni umane. Chiunque abbia un profilo su qualche social network sa benissimo cosa intendo. Le comunicazioni sono velocissime, stringate perché sono disponibili solo un tot di caratteri, e la risposta dev'essere immediata altrimenti si esce dal "gioco". Se io ricevo una mail e non rispondo dopo poco tempo, mi arriva una telefonata con cui mi si chiede ragione della mancata rapida risposta. Non esiste più il tempo della riflessione, tutto si deve svolgere in tempo reale (qui ho raccolto alcuni esempi fatti dall'autore del libro). La televisione, naturalmente, si è subito adeguata alla situazione, basta guardare un qualsiasi talk-show su qualsiasi rete: le interazioni tra i partecipanti sono basate esclusivamente sulla sulla ripetizione ossessiva di slogan e dettati ipnotici dietro ai quali, nella stragrande maggioranza dei casi, non esiste alcun ragionamento. Lo scopo è esclusivamente quello di "demolire" l'avversario e mai quello di discutere costruttivamente. Chi provasse a imboccare la strada del ragionamento costruttivo, ne uscirebbe sicuramente sconfitto. 

A questo proposito riporto un esempio tratto dal libro, relativo al famoso referendum costituzionale del 2016. Scrive l'autore: "Durante la campagna referendaria del 2016 si svolsero numerosi dibattiti tra i sostenitori del Si e del No. Uno di questi mi sembrò particolarmente significativo, perché mise a confronto non solo due personaggi di parere discorde, ma due opposti linguaggi. Andò in onda a LA7 nella serata di venerdì 30 settembre; i due personaggi erano il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il giurista, già presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky. I due parlarono a lungo ma non interagirono mai perché si muovevano su piani paralleli: Zagrebelsky ragionava, con metodo e pazienza (o almeno ci provava, tra un'interruzione e l'altra); Renzi enunciava slogan, non capiva (o faceva finta di non capire) quel che diceva il suo interlocutore e cambiava discorso. Il giorno dopo, con poche eccezioni, i mezzi di comunicazione proclamarono una netta vittoria mediatica di Renzi. Avendo seguito il dibattito, pensavo che Zagrebelsky avrebbe certo potuto, talvolta, essere più incisivo, ma pensavo pure che tra le sue articolate argomentazioni e le battute, spesso ad personam, del suo avversario ci fosse un abisso e mi sentii riportato indietro di 2500 anni, al Gorgia di Platone, là dove Socrate pone in contrasto la sua logica serrata con gli appelli alla pancia del pubblico di retori e sofisti."

Insomma, in televisione, come sui social, come ormai nella società tutta, non vince chi ragiona e argomenta ma chi è più veloce a partorire slogan, che nessuno ormai metterà più in discussione. Non so quanto sia percepita e quanto desti preoccupazione questa rivoluzione/involuzione di cui, volenti o nolenti, siamo vittime, questa perdita della capacità di pensare e ragionare. A me, moltissimo.

Il palazzo

A circa dieci minuti di cammino, sulle colline dietro a casa mia, c'è Palazzo Marcosanti . Le sue origini risalgono alla fine del 1200 e...