domenica 19 dicembre 2021

Buoni o cattivi? (E cosa c'entra il free rider?)

Alcuni mesi fa, in Uganda, in una comunità di scimpanzé è nato un cucciolo albino. Evento eccezionale, in natura, che gli etologi hanno potuto osservare e studiare fuori da un ambiente in cattività. L'albinismo è quella particolare anomalia genetica, presente anche negli umani, che consiste nell'assenza di melanina nella pelle, per cui gli individui che ne sono affetti risultano avere pelle chiarissima, capelli e peluria bianchi e occhi chiari. La mamma del piccolo scimpanzé, inizialmente perplessa, così come il resto del gruppo, ha poi accettato il piccolo nato e tra i due si è instaurato il normale rapporto mamma-cucciolo. Col passare del tempo, però, all'interno della comunità la perplessità e la diffidenza sono aumentate e la mamma è progressivamente diventata vittima di atteggiamenti ostili, ciò che tra noi umani chiameremmo intimidazioni, per capirci. L'epilogo della vicenda è tragico. Dopo un certo periodo, un gruppo di giovani scimpanzé guidati dal maschio alfa del gruppo ha portato via il cucciolo alla madre, cucciolo che è stato poi ucciso e smembrato da una delle matriarche del gruppo. I resti del cucciolo sono quindi stati portati sul ramo di un albero e diventati oggetto dell'osservazione di tutti gli altri, una sorta di macabro pellegrinaggio, si potrebbe dire. La spiegazione più plausibile di questo comportamento, elaborata dagli scienziati, è che l'eccezionale peculiarità del piccolo, quella appunto di essere albino e quindi diverso da tutti gli altri, è stata interpretata dal gruppo come una minaccia. Le sue caratteristiche hanno fatto sì che non sia stato riconosciuto come uno di loro, fosse cioè quello che si dice "altro da loro". Era diverso, quindi una potenziale minaccia.

Perché questo racconto? A partire dall'Illuminismo in qua, schiere di filosofi, pensatori, ma anche persone comuni, si sono interrogati relativamente al fatto se l'uomo sia buono o cattivo. L'uomo è per natura buono o cattivo? Per natura, adotta nei confronti dei suoi simili un comportamento di tipo cooperativo, altruistico e solidale, oppure egoistico e individualistico? La domanda, dal punto di vista scientifico, non ha senso. Ne acquista semmai in un dibattito di tipo ideologico o filosofico, ma dal punto di vista scientifico non ha senso perché, per natura, l'uomo, così come ogni appartenente a specie socialmente complesse, è ambivalente, ossia è buono o cattivo a seconda delle circostanze in cui si trova. Riassumendo, è altruista nei confronti di appartenenti al suo stesso gruppo, ma solamente in virtù del fatto che questo gruppo è in competizione con un altro gruppo, un altro gruppo potenzialmente nemico, quell'"altro da sé" che ha generato la tragica fine dello scimpanzé albino. L'altruismo e la solidarietà verso gli appartenenti al medesimo gruppo hanno funzione di coesione sociale, di "collante", ma solo in virtù del fatto che il gruppo in questione ha potenziali nemici esterni contro cui può avere la meglio in maniera proporzionale al livello di coesione interno.

Qui si apre un paradosso, chiamato appunto il paradosso dell'altruismo. Uno dei pilastri, oggi unanimemente riconosciuto dalla scienza, della evoluzione per selezione naturale elaborata da Darwin, vede infatti il comportamento egoistico come fondamentale nell'economia di tutto il sistema evolutivo. Io, individuo, ho tante maggiori probabilità di adattarmi, quindi di avere vantaggi che mi consentano di procreare e perpetuare i miei geni, quanto più adotto comportamenti che mi procurano un vantaggio immediato, che sono appunto i comportamenti di tipo egoistico. Il paradosso sta nel fatto che il comportamento egoistico da una parte, vedi Darwin, è considerato utile, ma allo stesso tempo può essere controproducente.  E poi perché, se in natura è vincente il comportamento egoistico, si osservano anche comportamenti solidali, che in teoria dovrebbero essere svantaggiosi? Darwin si arrovellò per tutta la vita su questo problema senza venirne a capo, e ancora oggi questo paradosso è l'anello mancante per riuscire a comprendere compiutamente la situazione.

In realtà Darwin una risposta, abbastanza sofisticata, la elaborò, e un po' salomonicamente la racchiuse in questo concetto: in natura dovrebbe sempre prevalere l'egoismo, ma quando ciò non succede è perché, evidentemente, il comportamento dell'individuo ha un vantaggio per il gruppo che è più importante del vantaggio individuale. L'esempio classico è quello dell'ape. L'ape è un animale sociale, tra l'altro di una socialità molto più complessa di ciò che comunemente si pensa, ed è dotata del famoso pungiglione estraibile che se utilizzato ne provoca la morte. In pratica l'ape, quando punge, si suicida perché il suo pungiglione rimane conficcato nella vittima della sua puntura, provocando la lacerazione dell'addome. Dal punto di vista evolutivo, questo gesto suicida ma altruistico è ambivalente: svantaggioso per l'individuo, che muore, ma vantaggioso per il gruppo perché è una forma di difesa da una minaccia esterna.

Naturalmente, non tutti gli individui di uno stesso gruppo si mostrano altruisti nei confronti del gruppo stesso. Ci possono essere dei "furbetti", diciamo così. Un esempio interessante lo abbiamo sempre nei famosi scimpanzé. I gruppi di questi animali sono solitamente composti di alcune decine di individui e, di questi, alcuni tra i più giovani hanno il compito di fare da sentinelle. In praticano si aggirano attorno ai limiti del territorio per segnalare, con appositi versi, l'arrivo di un potenziale nemico, come un serpente, un felino, ecc. Il compito di sentinella, però, ha sia vantaggi che svantaggi. I vantaggi sono del gruppo, come si intuisce chiaramente, perché la segnalazione consente di avvisare dell'arrivo di una potenziale minaccia, ma è svantaggioso per la singola sentinella, perché il verso la rende facilmente individuabile. Non è infrequente, in queste situazioni, che si palesino quelli che gli scienziati hanno denominato free riders, battitori liberi, quelli cioè che all'arrivo di una potenziale minaccia se ne stanno zitti. Assumendo questo atteggiamento (egoistico) i battitori liberi hanno un doppio vantaggio: non sono identificabili dalla minaccia e, allo stesso tempo, vengono comunque difesi dal gruppo qualora venga attaccato.

Anche noi umani abbiamo i free riders, ad esempio gli evasori fiscali. Chi sono gli evasori fiscali? Sono quelli che non pagano le tasse ma che, all'occorrenza, vanno tranquillamente all'ospedale dove ricevono cure che vengono finanziate coi soldi di chi le tasse le paga. Restando a esempi più attuali, un free rider è ad esempio chi non si vaccina contro il covid, che può poi contare sulla protezione offerta da tutti quelli che si vaccinano. Qui gli esempi che si potrebbero fare sono infiniti. Qual è la differenza con gli scimpanzé? La prima è che tra questi animali i free riders sono una percentuale molto piccola (tra il 2 e il 4%). La seconda è che, se scoperti, vengono presi in consegna dalle famose matriarche come quella che ha ucciso il cucciolo albino e, la volta successiva, probabilmente ci pensano due volte prima di rifarlo. Da noi, invece, gli evasori sono una percentuale infinitamente superiore del 2% e, in genere, invece di essere puniti vengono spesso coccolati perché, a differenza degli scimpanzé, votano. Ma anche qui il discorso sarebbe lungo.

Quindi, provando ad arrivare a una conclusione, la domanda se in natura gli uomini siano buoni o cattivi, dal punto di vista scientifico non ha senso perché l'uomo, esattamente come qualsiasi altra specie animale sociale, è ambivalente, e si comporta coi suoi simili in maniera solidale o egoistica a seconda delle circostanze. Questo, tra l'altro, smonta definitivamente un altro luogo comune di cui è intrisa la cultura in cui viviamo, e cioè che la natura sia intrinsecamente buona. Chi, come lo scrivente, ha una certa età ed è cresciuto in un ambiente cattolico, ricorderà che la natura è sempre cosa buona, perché avendola creata Dio, per definizione non può essere cattiva. Tanto è vero che ci hanno insegnato a chiamarla addirittura madre, madre natura, e una madre per definizione può essere solo buona. 

In realtà la natura è totalmente indifferente alla condizione umana, ed etichettarla ricorrendo a giudizi morali che abbiamo costruito noi, non ha alcun senso. In natura accadono cose buone e cose terribili. La matriarca di scimpanzé che uccide il cucciolo albino ci fa orrore. Perché ci fa orrore? Perché applichiamo a un fatto naturale un giudizio morale, quindi culturale, ma natura e cultura, come diceva già David Hume nel Settecento, non possono essere messe in relazione, è un non senso, così come è un non senso definire la natura "madre natura", dal momento che in natura le madri li uccidono anche, i loro figli (lo fa anche la nostra specie, en passant). 

Le cose che ho scritto qui sono un mediocre e assolutamente incompleto riassunto della conferenza di Telmo Pievani di un mesetto fa che ripubblico qui di seguito. Se avete una cinquantina di minuti e pensate che la cosa vi interessi, provate ad ascoltarla, se volete, a me ha aperto un mondo. Ultima cosa veramente interessante, e poi chiudo, è il fatto che - e questo è veramente paradossale, a pensarci - le bolle sui social e in generale su internet, le cosiddette echo chambers, sono strutturate con le stesse modalità e lo stesso modus operandi evolutivo e antropologico che sta alla base del tribalismo descritto da Darwin, e di cui la cooperazione o l'egoismo ne sono i tratti distintivi (potete ascoltare questa interessantissima parte dal min. 48 in poi) . In pratica noi, pur essendo nell'era della modernità e di internet, ci muoviamo e agiamo col retaggio di quel grosso mammifero africano nato 200.000 anni fa nella parte orientale del continente africano e partito poi per il mondo. 


La conquista della felicità


Confesso di avere iniziato questo libro con un po' di scetticismo e senza grosse aspettative. Me l'immaginavo come uno dei tanti manuali in circolazione che pretendono di spiegare (come se un manuale potesse fare questo) come fare a essere felici. Poi però mi sono detto: Uno come Russell, del quale avevo già letto il bellissimo Perché non sono cristiano, non è tipo da scrivere un banale manuale, ci dev'essere dell'altro. E così è stato.

Questo libro, sotto le apparenti spoglie di un manuale, è in realtà un vero e proprio trattato di sociologia, dove si analizzano in profondità le dinamiche sociali che coinvolgono l'essere umano e le sue interazioni e relazioni con altri essere umani (familiari, conoscenti, colleghi ecc.), comprese, naturalmente, le relazioni con una società in veloce e caotica trasformazione (Russell prende in esame la società inglese negli anni a cavallo tra i Quaranta e Cinquanta, ma sembra scritto ai giorni nostri, tanto è attuale). 

Il libro si divide in due parti. Nella prima analizza in dettaglio le principali cause che impediscono di essere felici (nell'elenco: competizione, noia, eccitamento, fatica, invidia, senso di colpa, mania di persecuzione, lavoro, ritmi imposti dalla società); nella seconda tenta di dare qualche indicazione su come farvi fronte. Il titolo del libro non è casuale. Scrive a tal proposito Russell: "La felicità, salvo casi molto rari, non è qualche cosa che caschi in bocca come un frutto maturo, per il puro intervento di circostanze fortunate. Ecco la ragione per la quale ho chiamato questo libro La conquista della felicità. Poiché in questo mondo così pieno di sfortune evitabili e inevitabili, di malattie e di garbugli psicologici, di lotta, povertà e cattiva volontà, l'uomo e la donna che vogliono essere felici devono trovare il modo di affrontare le molteplici cause di infelicità dalle quali ogni individuo è assalito."

Insomma, se si vuole essere felici (qualsiasi cosa si intenda con questo aggettivo) tocca darsi un po' da fare. Come per tutto, del resto. 

Notte

Quando in casa c'è questo silenzio irreale, tipico della notte, riesco a percepire rumori insospettati che in tutti gli altri momenti della giornata non arrivano alle mie orecchie, come il ticchettio di una sveglia in un'altra stanza, oppure uno scricchiolio in una parete, il gemito di una tapparella, il passaggio dell'acqua nel termosifone, il ronzio sommesso del frigorifero; poi, all'improvviso, il cigolio, fuori, dell'insegna penzolante che indica l'attraversamento pedonale sulla strada, magari per un improvviso colpo di vento.

Non è vero che la notte è quieta, sonnolenta, silenziosa, addormentata; la notte è viva, ha una sua frenesia di suoni, è padrona rumorosa e irriverente di quelle ore in cui i silenziosi e gli addormentati siamo noi.

venerdì 17 dicembre 2021

Libreria


Oggi pomeriggio ero in giro per Santarcangelo. Dopo essere passato in farmacia a prenotare la terza dose di vaccino ho fatto un salto in libreria, quella che vedete qui sopra. Se si esclude la biblioteca comunale, è l'ultimo posto in cui a Santarcangelo è possibile comprare libri. È un piccolo negozietto dove si entra in due persone alla volta e dove i libri sono stipati in qualche modo su improbabili scansie alte quasi fino al soffitto. Se il paradiso esistesse, potrebbe essere qualcosa di simile.

Il titolare è un ragazzo molto gentile e disponibile, a guardarlo viene voglia di chiedergli chi gliel'abbia fatto fare di avventurarsi nella improba impresa di vendere libri in Italia, il paese in cui si legge meno in Europa e forse nel mondo (e i risultati si vedono), e soprattutto viene da chiedergli come faccia a camparci. Ma soprassiedo: sono contento che ci sia.

Mi chiede in cosa possa essermi utile e io gli snocciolo i titoli di tre libri che voglio assolutamente leggere: La necessità del caso, di Jean-François Vézina; Homo Sapiens e altre catastrofi, di Telmo Pievani e Scritti corsari, di Pier Paolo Pasolini. Il libro di Pasolini ce l'ha in negozio e quindi me lo dà subito.



Gli altri due, invece, non ce li ha e li deve ordinare, in una settimana dovrebbero arrivare. Avrei potuto comprarli su internet, in uno o due giorni sarebbero arrivati e avrei probabilmente risparmiato qualcosa. Ma non m'interessa. In queste cose sono all'antica. Mi piace andare in libreria, sfogliare i volumi, annusarli, leggere le quarte di copertina, parlare col venditore, provare il piacere di passare in mezzo a quelle scansie traboccanti che sembra quasi debbano cadere addosso a chi passa lì in mezzo. Tutte queste cose internet non le può dare, ancora.

E poi voglio che l'ultima libreria rimasta a Santarcangelo non chiuda.

giovedì 16 dicembre 2021

Sgarbi e Pasolini

Detesto Vittorio Sgarbi da sempre. Credo che sia il personaggio del panorama politico contemporaneo che più odio. Tuttavia, quando dice qualcosa con cui concordo lo riconosco, e questo suo omaggio al grande Pier Paolo Pasolini l'ho molto apprezzato.

Elogio della noia (dei libri e delle vite)

Di solito sto alla larga da tutti quei libri che spiegano come raggiungere la felicità, tipo quelli che ogni tanto escono in allegato a Riza Psicosomatica e simili, per intenderci; li ho sempre considerati ciarpame letterario. A meno che, naturalmente, a scrivere un libro del genere non sia Bertrand Russell, e allora la faccenda cambia. Infatti in questi giorni sto leggendo La conquista della felicità, scritto nel 1947 dal grande matematico e filosofo inglese. C'è un capitolo, Noia ed eccitamento, che più degli altri si è finora rivelato molto interessante. Che la noia non sia una cosa negativa è risaputo da prima che arrivasse Russell a dirlo. La noia è, ad esempio, un ottimo incentivo alla creatività. Quando si è afflitti dalla noia, infatti, si cerca in ogni modo di uscire da questa afflizione e ci si ingegna per farlo, si cerca di trovare uno stratagemma; da qui nasce la creatività. 

Lo stato emotivo opposto alla noia è l'eccitamento. A questo proposito scrive Russell: "Non desidero spingere agli estremi la critica dell'eccitamento. In una certa misura esso è salutare, ma, quasi come per tutte le altre cose, occorre saperne dosare la quantità. Troppo, può produrre desideri morbosi; troppo poco, l'esaurimento. Una certa capacità di sopportare la noia è quindi indispensabile per avere una vita felice, ed è una delle cose che si dovrebbero insegnare ai giovani." Insegnare ai giovani il piacere della noia la vedo dura nella società di oggi, dove semmai, spesso, i giovani vanno in crisi più per eccesso di attività e cose da fare, piuttosto che per la noia. Ma c'è un aspetto della noia legato ai libri - aspetto che mi interessa particolarmente - a cui non avevo mai pensato. Scrive sempre Russell (il neretto è mio): 

"Tutti i grandi libri hanno dei capitoli noiosi, e tutte le grandi vite hanno avuto dei periodi non interessanti. Immaginate un modesto editore americano alle prese col Vecchio Testamento, sottopostogli per la prima volta come un nuovo manoscritto. Non è difficile immaginare quali sarebbero i suoi commenti, ad esempio sulle genealogie: 'Mio caro signore', direbbe, 'questo capitolo manca di vivacità; non potete pretendere che il lettore si interessi a un elenco nudo e crudo di nomi di persone delle quali gli raccontate così poco. Ammetto che avete cominciato il vostro racconto con uno stile elegante e, da principio, ne sono rimasto favorevolmente impressionato, ma vi dilungate troppo. Scegliete i punti salienti e date loro maggior rilievo, togliete le parti superflue, e riportatemi il manoscritto quando lo avrete ridotto a una lunghezza ragionevole'. Così direbbe l'editore moderno, sapendo quanto il lettore moderno tema la noia. E lo stesso direbbe dei classici di Confucio, del Corano, del Capitale di Marx, infine di tutti i testi sacri che si sono dimostrati nei secoli di grande successo. Né questo vale solamente per i libri sacri. Tutti i migliori romanzi contengono brani noiosi. Un romanzo tutto brio dalla prima pagina all'ultima è certamente un romanzo mediocre."

A questa cosa, sinceramente, non avevo mai pensato. Quante volte, ad esempio, nella mia lunga carriera di lettore, mi è capitato di giudicare negativamente gli inevitabili passaggi noiosi di un libro che mi è piaciuto? Cose tipo: "Sì, è un bel libro, peccato che ogni tanto perda un po' di mordente e in qualche passaggio annoi un po'..." Questa cosa mi è capitato parecchie volte di pensarla, ad esempio quando lessi Il conte di Montecristo di Dumas, oppure La montagna incantata di Mann. Ma anche libri più recenti. Il monumentale It di Stephen King ha un certo numero di pagine noiose, pur essendo un capolavoro a mio giudizio non inferiore agli altri menzionati. Ecco, secondo Russell, se un libro fosse totalmente privo di pagine noiose sarebbe mediocre. Sarà vero? Non so rispondere, dal momento che non ricordo libri in cui non mi sia imbattuto in qualche pagina noiosa. Ma è probabile che sia così.

Libri a parte, neppure la vita di molti grandi uomini è stata, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, molto eccitante. Scrive l'autore: "Né le vite dei grandi uomini sono state eccitanti, eccetto che in pochi momenti. Socrate accettava volentieri, di quando in quando, un invito a un banchetto, e deve essersi notevolmente compiaciuto della sua conversazione, mentre la cicuta faceva il suo effetto; ma gran parte della sua vita egli la trascorse tranquillamente con Santippe, facendo una passeggiata nel pomeriggio e incontrandosi forse con qualche amico per via. Di Kant si dice che non si sia mai allontanato più di dieci miglia da Königsberg in tutta la sua vita. Darwin, dopo aver girato il mondo, trascorse a casa tutto il resto della sua vita. Marx, dopo aver suscitato qualche rivoluzione, decise di passare il resto dei suoi giorni al British Museum. Tutto sommato si nota che per lo più i grandi uomini hanno avuto una vita tranquilla e che i loro piaceri non erano di quelli che possono apparire eccitanti a chi li osservi da fuori."

Dopo tutto questo, da oggi guarderò la noia con una prospettiva diversa.

Ripetitività

Stamattina, mentre lavoravo, pensavo a quanto sia alienante la ripetitività. Ripetitività intesa, nel mio caso, come succedersi di giornate cadenzate dai soliti rituali: sveglia, colazione, lavoro, ritorno e casa e così via per cinque giorni alla settimana, perché poi il sabato e la domenica si torna (o almeno se ne ha l'illusione) per due giorni padroni della propria vita. Però mi chiedevo: la ripetitività è deleteria indipendentemente dal suo oggetto, oppure questo può fare una differenza? Provo a spiegarmi. 

Nel mio caso la ripetitività è noiosa e alienante perché le mie giornate sono tutte uguali, ma se fossero tutte diverse? Se, ad esempio, non avessi bisogno di lavorare e passassi le giornate ad andare in giro ogni giorno in un posto diverso, alla lunga non rientrerebbe anche questo in una sorta di routine? Fare ogni giorno una cosa diversa, non avere vincoli di alcun tipo, sono cose che vedo adesso come una specie di sogno, ma nel momento in cui questo sogno si realizzasse e cominciassi a metterlo in pratica, alla lunga non rientrerebbe anche questo nel novero della ripetitività? In sostanza: non potrebbe condurre alla noia anche la completa libertà di fare ogni giorno ciò che voglio?

Chissà...

martedì 14 dicembre 2021

Banalità

Boh, non so, magari è una banalità, ma mi chiedevo se è normale che si continui a prorogare gli stati di emergenza per la pandemia. Tutti gli esperti sono concordi (almeno su una cosa) sul fatto che con questo problema dovremo abituarci a convivere per anni; allora, forse, sarà il caso di cominciare a gestirlo coi normali strumenti legislativi e farsi magari qualche domanda sull'efficacia e la necessità degli stati di emergenza.

domenica 12 dicembre 2021

Miglior libro del 2020 (per i lettori di Repubblica)

Roberto Mercadini è raggiante e ne ha ben donde, dal momento che il suo libro - ne avevo accennato quiBomba atomica è risultato essere il miglior libro del 2020. Ma chi ha decretato questa cosa? I lettori dell'inserto culturale Robinson di Repubblica. Qual è la cosa strana di questo evento? Il fatto che Roberto Mercadini è, letterariamente parlando, un perfetto sconosciuto, ma nonostante questo suo essere un parvenu della letteratura è riuscito a superare scrittori del calibro di Susanna Tamaro, Carlo Lucarelli, Stefano Benni, Chiara Gamberale, Alberto Angela, Roberto Saviano, Mario Calabresi (ex direttore di Repubblica, tra l'altro) e altri.

Seguo da tempo il cesenate Mercadini, attore teatrale, scrittore e youtuber, e in questo blog ho dedicato a lui più di un post. Ho assistito a suoi spettacoli teatrali e presentazioni di libri e quindi sono contento che abbia vinto questo premio, non solo perché è praticamente un vicino di casa, ma perché è bravo, ha una verve affabulatoria fuori del comune e scrive dei bei libri. Bomba atomica è coinvolgente e interessantissimo, ma anche il precedente Storia perfetta dell'errore, il libro che gli ha consentito di uscire dall'ambito romagnolo entrando nelle classifiche di vendita in Italia, merita di essere letto.

Ammiro Roberto Mercadini anche per un altro motivo: il coraggio. Prima di diventare attore teatrale, scrittore e recitatore di monologhi, Roberto era un normale ingegnere elettronico che lavorava in una azienda informatica e si occupava di programmazione. Lavoro sicuro, stabile e ben retribuito. L'attore teatrale lo faceva per hobby, nei ritagli di tempo. Un giorno ha trovato il coraggio di licenziarsi per dedicarsi esclusivamente alla sua passione: l'arte e la cultura. Oggi chi abbandonasse un lavoro sicuro e redditizio per provare a vivere di monologhi sarebbe visto come un pazzo, e molti gliel'hanno effettivamente rinfacciato. Lui si è buttato e ha vinto, e oggi il suo "lavoro" e la sua passione sono la stessa cosa. 

Si dice che la chiave della felicità stia nel realizzare le proprie passioni, fare nella vita ciò per cui si è portati. Direi che Mercadini ci sia riuscito, e la sua reazione alla notizia della vincita del torneo di Robinson mi sembra lo confermi :-)


Comunicazioni di licenziamento

Quando Andrea Orlando dice che bisogna impedire che si comunichino i licenziamenti con laconici messaggi su whatsapp, sa benissimo che il problema non è quello. Il problema è che si viene licenziati, non il modo in cui questo licenziamento viene comunicato. A un operaio che da un giorno all'altro si trova per strada cambia poco che questo essere gettato in strada gli venga comunicato via sms o a voce dal titolare dell'azienda: gli effetti pratici sono gli stessi. Ok, sono disposto a concedere che una convocazione in ufficio e una comunicazione verbale abbiano un effetto maggiore per quanto riguarda il riconoscimento dell'identità e al limite sulla impressione di essere considerato una persona piuttosto che un numero, ma finisce lì.

Il resto è solo impotenza: il ministro non può impedire che un'azienda licenzi né che delocalizzi per pagare meno tasse e aumentare i profitti (vedi il caso Caterpillar, azienda senza problemi di produttività che chiude e si sposta altrove per meri motivi di profitto), anche se questo significa lasciare per strada cento o duecento persone per volta. Il ministro e il governo hanno in questo caso mera funzione consolatoria e di immagine. Meglio di niente, ma nulla di più. Del resto è ormai noto da tempo, anche a chi non ha letto Marx, che la vita delle persone è decisamente insignificante rispetto alle strutture economiche che la governano.

Immagini da Ceuta

Alcune immagini da Ceuta. Due soldati spagnoli consolano un ragazzino marocchino che è riuscito a raggiungere la spiaggia e un militare dell...