mercoledì 6 aprile 2016

Non è solo colpa di Hamer

In genere non me la prendo più di tanto con i criminali come questo Rike Geerd Hamer, ex medico (è stato radiato dall'albo) tedesco attualmente latitante; né, fondamentalmente, me la prendo troppo con chi ci resta secco perché ha scelto scientemente di restarci secco. Me la prendo di più con la dilagante convinzione che rifiutare le cure tradizionali, testate e sperimentate, in favore di approcci terapeutici più "spirituali", totalmente campati in aria e privi di qualsivoglia validazione scientifica, sia una strada percorribile. No, non è percorribile, in primo luogo perché, come abbiamo visto, spesso ci si lasciano le penne, e in secondo luogo perché figlia di un generale e progressivo rimbecillimento collettivo, a sua volta figlio di una dilagante e collettiva refrattarietà all'uso della normale capacità di discernimento, quella che dovrebbe fare suonare almeno un campanello d'allarme quando un cretino qualsiasi ti dice che per vincere il cancro devi sgombrare la mente dai pensieri e dai sensi di colpa.
La progressiva refrattarietà all'uso della normale capacità di discernimento è in sostanza il terreno fertile su cui fioriscono e prolificano la maggior parte delle cretinate pseudoscientifiche che da tempo vanno per la maggiore, come l'affermazione dell'omeopatia, le cure "alternative", il rifiuto dei vaccini perché si dice facciano male, il caso Stamina e via di seguito. La domanda vera è quanti morti saranno necessari ancora prima che la gente si svegli, ma non mi sembra che l'andazzo offra validi motivi di ottimismo in questo senso.

Libri

Studiare Gasparri

Il ricordo di Schettino, invitato tempo fa da non ricordo più quale ateneo italiano, è ancora vivo, credo, nella memoria italiana. Ieri si è appreso che alla Sapienza si tengono lezioni con oggetto di studio i tweet di Gasparri.
Ora, pur con tutti gli sforzi possibili non riesco a immaginare quali aspetti del twittare dello sboccacciato senatore - sì, per chi si fosse dimenticato, Gasparri è un senatore - possano essere oggetto di studio, se si escludono naturalmente l'arroganza, l'ignoranza e la maleducazione. Forse la lezione verteva proprio su queste cose qua, e allora, in effetti, chi se non Gasparri avrebbe potuto essere oggetto di studi?
Che tristezza, però.

martedì 5 aprile 2016

L'ira (ilare) di Gentiloni

Quel "Senza svolte Italia pronta a contromisure", lanciato da un apparentemente arrabbiatissimo Gentiloni, che tradotto in linguaggio più adatto al volgo e meno all'istituzione sarebbe più o meno "se non la smettete di prenderci per il culo vi facciamo vedere noi", ricorda un po' i tempi delle elementari, quando di fronte alle continue prese in giro del rompipalle di turno si avevano generalmente due alternative: andare piagnucolando dalla maestra implorandola di redarguire il dispettoso, oppure, quando proprio si arrivava al limite della pazienza, fare la faccia feroce e intimare di persona al rompipalle di smetterla, ché altrimenti avrebbe passato un brutto quarto d'ora.
Fuor di ricordi, che comunque fa sempre piacere rivivere, sarebbe interessante che Gentiloni entrasse un po' più nello specifico e indicasse in cosa consisterebbero queste fantomatiche (e ritorsive) contromisure - da queste parti si sarebbe gravemente curiosi, dal momento che con al-Sisi siamo culo e camicia (Renzi va a trovarlo un giorno sì e l'altro pure) per quanto riguarda certi rapporti economico-commerciali e non solo.
Attendiamo fiduciosi i dettagli.

lunedì 4 aprile 2016

Saramago e i puristi



Non so quanti tra i miei 42 lettori abbiano mai letto qualcosa del premio Nobel per la letteratura José Saramago. Chi l'avesse fatto si sarà sicuramente accorto che il celebre scrittore portoghese, scomparso nel 2010, faceva uso di un tipo di prosa particolare, di cui ci si può fare un'idea scorrendo il brano nell'immagine qui sopra, che è tratto dal romanzo Memoriale del convento, pubblicato nel 1982, che sto leggendo in questi giorni. Tra le peculiarità che caratterizzavano il suo stile di scrittura, c'era ad esempio un utilizzo estremamente anticonvenzionale della punteggiatura, contraddistinto dalla totale assenza di quasi tutti i normali segni di interpunzione. Gli unici utilizzati erano il punto, la virgola e solo in rarissime occasioni il punto e virgola. Nient'altro: né punto esclamativo, né interrogativo, né due punti, né virgolettati per contraddistinguere il discorso diretto - di quest'ultimo si intuiva l'incipit dalla maiuscola inserita nella prima parola. Ne risultavano periodi a volte lunghissimi, caratterizzati da altrettanto lunghe sequenze di incisi, con risultati spesso spiazzanti per il lettore, obbligato a dedicarsi ad una vera e propria "interpretazione" del senso dei suddetti periodi.
Mentre riflettevo sul modo di scrivere di Saramago, pensavo a tutti quelli che sui social e altrove si ergono ad alfieri dell'ortodossia sintattica della lingua scritta, compresi i puristi della punteggiatura, quelli ad esempio a cui vengono le coliche quando si accorgono della presenza contemporanea in una frase della virgola e della e con funzione di congiunzione. Ecco, costoro si leggano un romanzo qualsiasi di Saramago, capiranno che la lingua non è qualcosa di granitico, di statico, ma di liquido, che si trasforma e cambia col passare del tempo - per rendersene conto, senza necessariamente andare a sbattere negli eccessi dello scrittore portoghese, è sufficiente leggere qualsiasi classico in una edizione di qualche decennio fa.

domenica 3 aprile 2016

Cicchitto docet

L'Unità, per bocca di Fabrizio Rondolino, sulla vicenda del famoso emendamento che è costato le dimissioni alla ministra Guidi sposa la tesi di Frabrizio Cicchitto: si tratta di giustizia a orologeria. Una superficiale lettura di questa scemenza, specie da parte di chi non fosse particolarmente dotato di memoria storica, potrebbe produrre la classica alzata di spallucce, per certi versi pure giustificabile.
A chi sia invece rimasto ancora qualche brandello della summenzionata memoria storica, come ad esempio allo scrivente, l'uscita di Cicchitto non può non suscitare una qualche ilarità, per una serie di motivi. Ne cito alcuni.
Fabrizio Cicchitto è stato, nel periodo in cui il sacro berlusconiano impero era nel suo massimo fulgore, oltre che un galoppino di gran fama - uno dei tanti, intendiamoci - anche uno dei principali sostenitori del presunto complotto della giustizia a orologeria. Sintentizzando brutalmente a beneficio dei poveri di spirito, questa scemenza cospirazionista, che in quanto a cretinaggine può tranquillamente essere equiparata a complottismi undicisettembrini, scie chimiche ecc., prevedeva che la magistratura avesse un piano segreto ordito per far cadere e mandare a casa l'illustre cavaliere. Su quali basi si reggeva tale teoria? Sul fatto che alla vigilia o poco prima (a volte pure dopo: dettagli) di ogni appuntamento elettorale, tacchete!, si faceva vivo in qualche modo un Pubblico Ministero o un Giudice. Coincidenze? Sì, coincidenze, e la spiegazione, che valeva allora come vale adesso, è semplicissima: in Italia si vota molto frequentemente (referendum, elezioni comunali, regionali, politiche ecc.) ed esponenti più o meno noti della classe politica locale o nazionale vengono messi sotto inchiesta un giorno sì e l'altro pure. C'è quindi un complotto? No, c'è un ceto politico per larghissima parte corrotto e disonesto e c'è una magistratura che fa quello che è deputata a fare. Tutto ciò che esula da questo semplice quadro può con poco margine di dubbio essere classificato come scemenza.
Oggi il cavaliere non è più in sella, al suo posto c'è il suo naturale erede, e al povero Cicchitto - lui c'è ancora - non sembra vero di poter di nuovo dare aria alla bocca per propinare lo stesso ritornello con cui ci ha fracassato i cabasisi durante il ventennio berlusconiano - e poi, via, ogni essere umano, anche il più insignificante, si dice abbia uno scopo sulla Terra: Cicchitto va inquadrato esattamente in quest'ottica, quella di ricordare ai tre gatti e mezzo che ancora lo ascoltano che esiste un complotto chiamato giustizia a orologeria.
Uno degli aspetti curiosi della faccenda, è che a dare spazio ai deliri del poveretto è L'Unità, la testata che nell'epoca berlusconiana spernacchiava il cavaliere e i suoi corifei ogni volta che tiravano fuori la scempiaggine della giustizia a orologeria. Adesso che L'Unità è per Renzi l'equivalente di ciò che Il Giornale era per Berlusconi, ecco che ciò che era stato sempre etichettato come stronzata viene riabilitato da Rondolino, elevato al rango di notizia e come tale dato in pasto ai lettori de L'Unità, che se tanto mi dà tanto non devono essere granché dissimili da quelli del Giornale.

Libri

sabato 2 aprile 2016

Tra Renzi, Guidi e Boschi (e Berlusconi)

Dopo la tempesta (in questo caso ancora in corso), arrivano le inevitabili dichiarazioni che puntualmente si barcamenano tra più o meno riusciti - si vedrà presto - e più o meno divertenti tentativi di minimizzazione e ridimensionamento del fattaccio. L'ha sempre fatto Berlusconi e lo fa naturalmente Renzi, che come è ormai assodato ne è il naturale prosecutore morale, politico nonché comunicativo. A proposito di comunicazione, ci sono credo da rilevare alcune cose che forse a quelli più attenti non saranno sfuggite. In merito alle dimissioni della signora Guidi, ad esempio, Renzi commenta: "...dobbiamo sottolineare che con noi le cose cambiano, chi sbaglia va a casa." Si tratta certamente di un concetto encomiabile, peccato che nella stessa dichiarazione, poche righe sopra, dica: "Guidi non ha commesso alcun tipo di reato o di illecito, ma si è trattato di una telefonata che ha giudicato lei stessa inopportuna." Se la Guidi non ha commesso alcun reato o illecito (cosa che eventualmente sarà stabilita dalla magistratura e non certo dal primo ministro) perché Renzi ha avallato le sue dimissioni? E perché la Guidi può tranquillamente tornarsene a casa mentre la Boschi, che ha controfirmato l'emendamento, viene blindata e guai a chi la tocca? La giustificazione che attualmente va per la maggiore è che la funzione della Boschi (ministro senza portafoglio per i rapporti col Parlamento) è quella di controfirmare di default tutto quello che le passa sotto il naso senza stare tanto lì a controllare e/o sindacare, una specie di automa passacarte, insomma. Questa cosa non la sapevo, confesso, e ciò mi fa presumere che tale carica la possa tranquillamente ricoprire anche il fattorino che a volte la domenica sera mi porta le pizze a casa in scooter. Comunque sia, questa giustificazione mi sembra il classico caso in cui la toppa è peggiore del buco che si vuole chiudere.
Altro aspetto interessante che magari a qualcuno è sfuggito, invece, è costituito da due dichiarazioni di Renzi e della Boschi che, pur lessicalmente differenti, esprimono lo stesso concetto: "...il provvedimento 'Tempa Rossa' e' giusto, porta posti di lavoro, una cosa che avevo annunciato io stesso. E' una cosa sacrosanta, io lavoro perche' si creino posti di lavoro." (Renzi) "Tempa Rossa è un progetto strategico per il paese che prevede molti occupati nel Mezzogiorno e lo rifirmerei domattina." (Boschi)
Le due dichiarazioni, per chi ha buona memoria, riportano a ciò che spessissimo recitava il tipo delle cene eleganti ogni volta che la magistratura metteva il naso nei suoi affari, e cioè che lui era un grande imprenditore che dava lavoro a decine di migliaia di persone e quindi, in virtù di ciò, i giudici avrebbero dovuto avere un occhio di riguardo nei suoi confronti. Il ragionamento è ovviamente capzioso e logicamente fallace perché tenta surrettiziamente di mettere sullo stesso piano due concetti diversi fra loro: la capacità imprenditoriale e il rispetto delle leggi, descrivendoli come se fossero in qualche modo complementari, mentre invece non lo sono affatto. Si può infatti essere bravissimi imprenditori rispettando le leggi così come si può essere delinquenti senza essere più o meno bravi imprenditori. Usando un'iperbole si potrebbe esemplificare il concetto affermando che Madre Teresa di Calcutta sarebbe stata perseguita per omicidio pur essendo Madre Teresa di Calcutta. Ovviamente la stragrande maggioranza dei sostenitori sia di Berlusconi (allora) che di Renzi (oggi) non è formata da persone che brillino particolarmente per capacità critiche e intellettive - in caso contrario nessuno dei due figuri sarebbe stato primo ministro - e quindi sia Renzi che la Boschi possono tranquillamente addurre i posti di lavoro come contropartita, o peggio come sorta di lenitivo penale, di presunti reati o illeciti senza che nessuno abbia nulla da eccepire.

Pape Satàn Aleppe

Ho terminato di leggere poco fa il libro postumo di Umberto Eco, che mi aveva regalato qualche giorno fa Michela in occasione della festa del papà. Il libro racchiude nelle sue 460 pagine 20 anni di articoli scritti dal semiologo/filosofo/tuttologo per Repubblica e Espresso. Io sono di parte, ovviamente, quando si parla di Eco, perché il personaggio è da tempo uno dei miei idoli letterari, almeno a partire da Il nome della rosa in qua, e quindi apparirà sicuramente più dettato da questa ragione che dal fatto che mi è piaciuto davvero il mio modesto invito a leggerlo, ma ovviamente non è così.
Io mi sono principalmente divertito, oltre che a volte commosso e altre volte irritato, perché l'analisi della società, dei suoi mutamenti (messi sotto la lente dal punto di vista politico, della comunicazione, di internet, della linguistica, della storia, della cultura ecc.), delle sue assurdità e contraddizioni Eco la fa appunto utilizzando spesso l'arma dell'ironia, quel'ironia che ha buon gioco a utilizzare chi è possessore di un bagaglio culturale e di intelligenza praticamente sterminati.
Alcuni suoi articoli li ho riletti più volte, tanto mi sono piaciuti, e in più di un'occasione mi sono ritrovato di punto in bianco a profondermi in improvvise e gustose risate che hanno attirato l'attenzione e la curiosità di chi si trovasse in qualche stanza attigua, e che a volte faceva capolino dalla porta per assicurarsi che stessi bene.
Ovviamente stavo bene, come sto sempre bene quando ho in mano un libro. Se poi è un libro di Eco...

venerdì 1 aprile 2016

Il problema non è solo Bertone

Con andamento ciclico ritorna fuori la storia dell'appartamento di Bertone, una storia che, diciamo la verità, ha abbondantemente frantumato le appendici pendule maschili. In tutto questo bailamme di attacchi, invettive e sfottò indirizzati al cardinale, pochi mi sembrano abbiano capito che il problema non è lui ma qualcos'altro, lui semmai è il dito che tutti guardano mentre il problema è la Luna a cui pochissimi prestano attenzione. E la Luna, cioè il problema vero, è l'immenso patrimonio immobiliare, in Italia (più di un quarto di quello di Roma appartiene al Vaticano) e nel mondo, che è riconducibile alla Chiesa Cattolica, e la cui stima precisa crea difficoltà pure a quest'ultima. Bertone e gli altri trenta cardinali - dice lui - che stanno in appartamenti pure più grandi del suo, come se questa fosse una giustificazione, sono la parte più trascurabile del problema, sono dettagli, è come se si discutesse se togliere una badilata di sterco da un mucchio alto come il monte Carpegna faccia qualche differenza.
Certo, è normale che la gente s'incazzi di fronte a queste cose. La stragrande maggioranza delle persone, per riuscire a impossessarsi di un appartamento o una casa dieci volte più piccoli di quello di Bertone e soci, spesso deve lavorare una vita, e imbarcarsi in mutui da portare sul groppone per svariati decenni, quindi è logico che queste storie quando vengono alla luce rimangano indigeste. D'altra parte, come potrebbe essere diversamente? Ma questa, ripeto, è solo una parte del problema.

Passerelle

Correva il mese di maggio 2023 e la signora del popolo, dopo la prima delle due disastrose alluvioni che misero in ginocchio l'Emilia-Ro...