Per un De Gregori che non sceglie, non prende parte, non si sbilancia, c'è un Roger Waters che (da sempre) sceglie, prende parte, si sbilancia, molto spesso con toni ruvidi, duri, poco inclini alla diplomazia. Toni che possono piacere o non piacere, ma lui è cosi: prendere o lasciare. Il grande musicista inglese ha riscritto e pubblicato qualche giorno fa una versione totalmente inedita di Comfortably Numb (una delle ballate più belle di The Wall) interamente dedicata alla Palestina e alla situazione a Gaza, una versione realizzata con la collaborazione della musicista palestinese Mona Miari.
Le strofe cantate da Mona Miari sono in arabo (sottotitolate in inglese nel video) e raccontano in modo straziante il dolore di chi ha visto la propria casa distrutta e i propri affetti cancellati dalle macerie. Le modifiche apportate al brano da Waters hanno quasi completamente stravolto il senso della canzone originaria. Se nel 1979 cantava "I have become comfortably numb" ("Sono diventato piacevolmente insensibile/addormentato") per criticare il cinismo della società, in questa versione 2026 urla "I'll never become comfortably numb". Diventa cioè un manifesto politico: l'impegno a non voltarsi mai dall'altra parte e a non cedere all'indifferenza davanti al dramma dei civili palestinesi. Da notare che, nelle sue parti cantate, Waters ha impostato il brano come una sorta di lettera aperta in cui l'Occidente chiede scusa alla popolazione di Gaza per gli anni di silenzio e apatia di fronte ai conflitti nella regione.
Vale a questo punto la pena di dire due parole su questo capolavoro. Comfortably Numb è una delle tante perle contenute in quello scrigno di piccoli capolavori che è The Wall, concept album uscito nel 1979 e considerato, dopo The Dark Side Of The Moon, una delle vette qualitative della loro produzione musicale. È uno dei brani più iconici e profondi della storia del rock. Nel contesto del concept album ideato da Roger Waters la canzone affronta temi legati all'alienazione, al trauma infantile e all'apatia protettiva. Il brano è strutturato come un dialogo psicologico e clinico tra due personaggi (interpretati dalle diverse voci di Waters e David Gilmour) e tocca tre filoni tematici principali: l'isolamento e il muro psicologico, il cinismo dello show business, la nostalgia dell'infanzia.
Questa è la versione originale del 1979, riproposta durante il celebre Live 8 del 2005. In quella storica occasione i Pink Floyd si riunirono dopo anni di dissidi e di scontri. Fu l'ultima volta. Piccola nota tecnica: l'assolo di David Gilmour che chiude il pezzo è uno dei più iconici e celebri della storia del rock.
Tra un De Gregori che non sceglie e un Roger Waters che sceglie, io preferisco il secondo.
Visto che il mondo, là fuori, fa abbastanza schifo, direi di abbandonarlo momentaneamente e di buttarsi su qualcos'altro. Ad esempio la musica. A volte ci penso: se abbandonassi politica e attualità e scrivessi solo di libri e musica? No, vabbe', mi interessa anche l'attualità, quindi continuerò a scriverne. Nel frattempo, questa è Hey You, inserita nel doppio album The Wall, uscito nel '79. Quando da ragazzino lo ascoltavo nella mia camera, con l'impianto stereo a un certo volume, ogni tanto veniva oltre dalla cucina mia mamma, allarmata, chiedendo: "Ma cos'è che ascolti?" Io le spiegavo con pazienza che si trattava di un album dei Pink Floyd e lei, all'apparenza, si tranquillizzava.
In effetti, l'ascolto dell'intera opera può creare a chi si trovi in un'altra stanza qualche inquietudine. Un po' per la musica, che spesso è inquietante di suo, un po' per gli effetti sonori inseriti qua e là tra le tracce: porte che cigolano, aerei in picchiata, elicotteri, speaker radiofonici, dialoghi, risate più o meno sinistre. Qualche curiosità su questo bellissimo pezzo.
È uno dei più intensi e conosciuti dell'album e, aspetto quasi paradossale, è stato anche l'unico brano escluso dall'omonimo film diretto da Alan Parker. Furono girate delle scene (una sequenza in bianco e nero con Pink che cerca di scalare il muro), ma alla fine il regista e Roger Waters decisero di tagliarla perché ritenevano che il brano rendesse la narrazione troppo statica in quel punto della pellicola.
Dal punto di vista musicale è geniale già dall'incipit, dove si sente un arpeggio di chitarra acustica in cui si susseguono due accordi minori alternati e distanziati di un tono: rispettivamente Mi minore e Re minore. Una sequenza di due accordi minori si trova molto raramente nella musica perché non sono armonici tra loro e, accostati, creano un effetto straniante, quasi depressivo.
Notevolissima, poi, la linea di basso fretless, cioè senza tasti, incisa sull'arpeggio di chitarra iniziale. Altra curiosità: in questa canzone il basso è suonato da David Gilmour, il chitarrista, non da Roger Waters, il bassista. Gilmour ha spesso raccontato che Waters, pur essendo l'autore del testo e della musica, riconosceva i propri limiti tecnici su passaggi così complessi e lasciava che fosse David a registrare le parti di basso più impegnative.
Roger Waters
David Gilmour
Nella parte centrale del brano si sente un suono ripetitivo e inquietante. Sono i cosiddetti "worms" (i vermi), che in tutto l'album rappresentano il decadimento mentale del protagonista, Pink. Quel suono fu ottenuto utilizzando ovviamente un sintetizzatore e sottolinea il momento in cui Pink, nel film intepretato da Bob Geldof, realizza di essere rimasto intrappolato dietro il muro che lui stesso ha costruito. La canzone si chiude con la celebre frase: "Together we stand, divided we fall" (Uniti resistiamo, divisi cadiamo).
Roger Waters ha spiegato che, a quel punto della storia, Pink è ormai isolato, ma si rende conto che la sua condizione è quella di molti altri. È una sorta di tardivo "manifesto sociale": quando costruiamo un muro attorno a noi, quel muro non ci protegge, uccide la connessione con le altre persone. Waters ha dichiarato di aver scritto questo pezzo pensando anche al suo senso di alienazione dai fan durante i mega-concerti negli stadi durante il tour mondiale seguito alla pubblicazione dell'album.
Leggevo della missione lunare Artemis II e non ho potuto fare a meno di pensare al leggendario album dei Pink Floyd uscito nel 1973: The dark side of the Moon.
È stato uno degli album più venduti nella storia della musica e ha rappresentato uno spartiacque: c'era la musica prog-rock prima di quel disco e c'è stata la musica prog-rock dopo quel disco. Gli astronauti che lunedì hanno circumnavigato il nostro satellite sono stati i primi esseri umani dopo oltre 50 anni a vedere con i propri occhi la "dark side of the Moon" che ha dato il titolo all'album più iconico della band capitanata (all'epoca) da Roger Waters.
Quando uscì il disco molti accusarono i Floyd di aver commesso un errore. Il termine "dark side" (lato oscuro) suggeriva infatti che quella parte di Luna non ricevesse mai luce, mentre invece è solo nascosta alla nostra visuale a causa della rotazione sincrona (la Luna compie un giro su se stessa nello stesso tempo in cui compie un giro attorno alla Terra: circa 27,3 giorni), ma ogni suo punto riceve due settimane di luce seguite a due settimane di buio.
Ovviamente Waters e soci questa cosa la sapevano benissimo, ma il disco esplora i lati oscuri della psiche umana (depressione, tempo, denaro, morte). Il "lato oscuro" della Luna rappresenta ciò che è nascosto, inesplorato o inquietante nell'animo umano, da qui il titolo. Curiosità che forse non tutti conoscono: se si ascolta attentamente la fine dell'ultima traccia, Eclipse, si sente la voce di Jerry Driscoll (il portiere degli studi di Abbey Road) che dice: "There is no dark side of the moon really. Matter of fact it's all dark." (Non c'è davvero un lato oscuro della Luna. A dire il vero, è tutta scura).
Questa è Time, una delle tracce più universalmente note del disco.
Ho scoperto casualmente stamattina, mentre leggevo il giornale al bar, che oggi pomeriggio la saggista Vera Gheno presenterà qui alla biblioteca di Santarcangelo il suo ultimo libro, Le ragioni del dubbio. Ho sentito spesso parlare di lei anche se non ho mai letto niente di suo: potevo lasciarmi sfuggire questa occasione?
(Piccola nota a margine: a me il nome "Vera" fa sempre tornare alla mente l'omonina canzone che i Pink Floyd, nell'album The Wall, dedicarono alla cantate e attrice britannica Vera Lynn.)
Alla stazione radio che ascoltiamo ogni mattina qui in azienda c'è un programma che si chiama "Mi metti un disco?" Gli ascoltatori mandano un SMS o un messaggio su WhatsApp, chiedono una canzone e il conduttore la trasmette.
A un certo punto arriva il vocale WhatsApp di un tipo che dice: "Buongiorno, vorrei ascoltare la canzone Us and them, dei Pink Floyd. Grazie."
Il conduttore tergiversa un po'. "Ah, sì, gran bel pezzo, e poi i Pink Floyd, cavolo, dei genî della musica mondiale. Solo che, come dire?, è un pezzo che dura quasi otto minuti... insomma è un po' inusuale mandare in radio un pezzo così lungo. I tempi della radio sono diversi. In genere le canzoni, oggi, durano tre o quattro minuti..."
Dentro di me pensavo: Non la trasmetterà mai! Anche se sotto sotto ci speravo. E invece - sorpresa! - sento che alla fine dice: "Va bene, via, per stavolta facciamo un'eccezione" e la trasmette. Ok, alla fine ha tagliato un paio di minuti il finale, amen, ma mi ha fatto piacere, tra uno strilletto della Pausini e una demenzialità musicale di Sfera Ebbasta, riascoltare questo classico della mia giovinezza. Diciamo che qua si è contenti con poco :-)
Quarantuno anni fa, come oggi, usciva l'undicesimo album dei Pink Floyd: The Wall. Non so se tra i miei 32 lettori ci sia qualcuno che non ne ha mai sentito parlare. In caso ci sia, sappia che è un album mitico, leggendario, inarrivabile, articolato, psicologico, onirico, oscuro, a tratti complesso, ispirato, coinvolgente, accattivante, duro, sferzante, cattivo anche, ma anche dolcissimo e poetico. Forse la più bella opera rock che sia mai stata scritta dalla nascita di questo genere di musica.
L'isolamento sociale ha, tra le poche cose positive, spinto molti musicisti a realizzare jam session virtuali tramite internet. Una delle più emozionanti che mi sia capitato di ascoltare (e vedere) è questa versione di Mother di quel genio in terra che risponde al nome di Roger Waters.
Ogni volta che ascolto questo pezzo, scritto nel 1974 da Gilmour, Waters e Wright, istintivamente penso che l'ispirazione per scriverlo sia loro venuta direttamente da Dio. Siccome però per me Dio non esiste, immagino ci sia un'altra spiegazione, e una delle più plausibili è che, semplicemente, i tre fossero dei genî, tesi questa che trova riscontro dall'ascolto di altri pezzi sia anteriori che posteriori a questo, sempre composti dai tre o da qualcuno dei tre. E niente; provate a prendervi venti minuti per voi, mettetevi un paio di cuffie, spegnete la luce, premete il tasto Play e lasciatevi andare, il resto verrà da sé.
In questi giorni cade il quarantennale dell'uscita di The Wall, dei Pink Floyd. The Wall e' l'album che mi ha fatto conoscere e amare la leggendaria band inglese capitanata da Roger Waters prima e David Gilmour poi (prima di Waters c'era Syd Barrett, uscito pero' di scena poco dopo la fondazione del gruppo per problemi di droga). Quando usci' l'album io avevo nove anni ed ero un timidissimo bambino all'ultimo anno di elementari, che se le cavava bene nei temi e male a far di conto e che di musica ancora non si interessava. I Pink Floyd li avrei conosciuti qualche anno dopo, per puro caso.
Durante il primo anno di superiori - nel frattempo un po' della timidezza delle elementari se n'era andata, ma appena un po' - divenni particolarmente amico di un tale Alberto, di cui non ricordo il cognome e neppure so che fine abbia fatto, e capitava spesso che il pomeriggio andassi a casa sua; ufficialmente per studiare, in realta' per cazzeggiare (le pagelle di entrambi fornivano ampio riscontro di questo cazzeggio improduttivo). Alberto aveva un fratello piu' grande di cui non so piu' il nome, se mai l'abbia saputo, che era appassionato di musica e che nella sala aveva un impianto stereo notevole corredato di un nutrito numero di vinili. Ogni volta che arrivavo a casa sua, aveva sul piatto questo vinile. Una volta gli chiesi di chi fosse quella musica e lui mi rispose: "Boh, non lo so, sulla copertina si vede solo il disegno di un muro, non ci sono scritte."
"Eh, ho capito," gli risposi io, "ma e' un album doppio, all'interno della copertina ci sara' scritto qualcosa, no?"
"Si', ma chi se ne frega! L'importante e' che non mi becchi mio fratello: se scopre che vado attorno ai suoi dischi..."
Insomma, come e' e come non e', a forza di ascoltare quell'album, seppure a pezzetti - Alberto selezionava solo i pezzi che piacevano a lui - ne memorizzai lentamente le tracce: Mother, Young lust, Another brick in the wall, Hey you, The trial... e non lo abbandonai piu'. Poi, naturalmente, a mo' di slavina venne tutto il resto: Wish you were here, The dark side of the moon, The final cut... e oggi, quarant'anni dopo, i Pink Floyd sono ancora li' a tenermi graditissima compagnia. Quel tipo di compagnia a cui sono collegati ricordi di una giovinezza ormai andata, che si rifanno vivi ad ogni ascolto.