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martedì 2 giugno 2020

Cos'è la Repubblica

Nella Costituzione si trova scritto (art. 3): "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."

Quindi, il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il raggiungimento degli obiettivi indicati nell'articolo tre è della Repubblica. Ma cos'è la Repubblica? Qualcuno se lo chiede, ogni tanto? Chissà. Non è un ente astratto, di misteriosa definizione, situato chissà dove e che opera in chissà quale modo. La Repubblica siamo noi, noi cittadini che, ogni giorno, col nostro vivere, le nostre azioni, i nostri comportamenti, il nostro esempio e il nostro impegno facciamo sì che si abbattano quegli ostacoli che impediscono l'uguaglianza e le pari possibilità per tutti.

Chi ha letto il bellissimo Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar, ricorda probabilmente la frase che la scrittrice fa dire al grande imperatore: "Mi sento responsabile della bellezza del mondo." Significa che lui, col suo agire, col suo esempio, si sentiva responsabile della bellezza o della bruttezza del mondo. E questo vale anche per noi che imperatori non siamo. Col modo in cui ogni giorno compiamo le nostre azioni, comprese quelle più semplici e apparentemente insignificanti, contribuiamo a fare un mondo migliore o peggiore.

Se ci pensate, il filo che lega l'imperatore Adriano a noi e alla nostra Costituzione è il medesimo, ed è quello che Piero Calamandrei ha mirabilmente descritto nel suo celeberrimo Discorso sulla Costituzione ai giovani di Milano, pronunciato il 26 gennaio 1955 nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria ed ascoltabile integralmente qui.

Ecco perché il 2 giugno non è una festa come le altre ma nostra. Perché la Repubblica siamo noi.

mercoledì 9 giugno 2010

I due inferni di Berlusconi

Due obiezioni semplici semplici, quasi banali, alle corbellerie odierne del nostro presidente del Consiglio ("Governare con le regole della Costituzione è un inferno"). La prima è che Berlusconi non è al suo primo mandato come capo del governo, ma, se non ricordo male, questo è il suo quarto governo. Ciò significa che per quattro volte (lo so, è incredibile...), dopo aver vinto le elezioni, è salito al Quirinale e davanti al presidente della Repubblica ha giurato fedeltà alla Costituzione.

Ora, capisco che Berlusconi passerà alla storia più per le sue retromarce che altro ("non l'ho mai detto", "sono stato frainteso", ecc...), ma non mi pare che non sapesse cosa vuol dire governare rispettando i princìpi della Carta. In realtà lo sapeva benissimo; quello che secondo me ha voluto dire, non è "Governare con le regole della Costituzione è un inferno", ma "Quello che intendo io con governare, con le regole della Costituzione è un inferno". Notate la leggera differenza?

Non c'è quindi nessun inferno. Semplicemente, come del resto è già noto a tutti, la Costituzione è stata concepita dai padri costituenti in modo che chi governa forzando un po' troppo la mano sia obbligato a restare nel recinto della democrazia e a rispettare le regole. Questi sono i due veri inferni di Berlusconi: la democrazia e il rispetto delle regole. E su questi, almeno finché non ce lo saremo tolti dalle balle una volta per tutte, si scornerà sempre. Attendiamo fiduciosi.

domenica 4 ottobre 2009

Mi sa che Napolitano ha ragione

Mi era venuto un piccolo dubbio riguardo alle parole dette ieri da Napolitano in risposta a un cittadino che gli chiedeva di non firmare lo scudo fiscale. Queste:



Beh, mi sa che ha ragione. Mi sono spulciato un po' la Costituzione, ed effettivamente all'art. 74 recita:

Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione.

Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata.

Vabbè, qualcuno potrà dire che è sempre possibile tentare di abrogarla, bastano 500.000 elettori e si indice il referendum abrogativo. No, in questo caso non è possibile, perché il successivo art. 75 dice:

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Non sono un costituzionalista, ma mi pare che lo scudo fiscale rientri perfettamente, correggetemi se sbaglio, tra le leggi non abrogabili. Ma il punto non è questo.

Mettiamo che, come è già successo in passato, i giuristi del Quirinale ravvisino palesi elementi di incostituzionalità all'interno di una legge già deliberata dalle due Camere. Il Presidente della Repubblica, come è nelle sue prerogative, non la firma e la rispedisce in Parlamento. Seguendo alla lettera la Costituzione, quindi, come ha ricordato lo stesso Napolitano, se il Parlamento vota una seconda volta la medesima legge il Presidente è obbligato a promulgarla. Quindi, almeno questa volta, le accuse di viltà e gli starnazzamenti di Di Pietro, dispiace dirlo ma sono completamente fuori luogo.

L'ultimo caso in cui un Presidente della Repubblica ha rimandato alle Camere un testo di legge, se si esclude il decreto salva-Englaro dell'anno scorso, si è verificato nel 2003, quando Ciampi rimandò alle Camere la legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo, secondo Curzio Maltese l'elezione a norma dell'anomalia del conflitto di interessi di Berlusconi. La legge è poi stata promulgata dopo 130 sedute in Parlamento e 14.000 emendamenti.

Tirando un po' le conclusioni, quindi, mi pare di capire - cosa che non sapevo, lo ammetto - che il rinvio alle Camere di una legge da parte del Presidente della Repubblica ha più un valore simbolico, come simbolica è del resto la sua figura, e si basa più sull'effetto "mediatico" che può avere una mossa di questo tipo piuttosto che pratico.

Ecco, questa cosa non mi lascia tranquillo per niente, specialmente sapendo che il centrodestra ha in cantiere parecchie leggi di dubbia legittimità costituzionale (ddl intercettazioni, separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, ecc...). Staremo a vedere.

La gioia, all'improvviso

Malinconico ma bello, questo romanzo autobiografico di Manuel Vilas.  Vilas parte per un tour mondiale dopo il successo del suo romanzo In t...