Io sono nato nel 1970 e ho trascorso tutta la mia adolescenza all'aperto. Letteralmente. La mattina andavo a scuola e il pomeriggio ero fuori casa: bicicletta, parrocchia, amici, giochi nei campi, corse con mio fratello e gli altri ragazzini sulla strada davanti a casa. Quasi ogni giorno, quando cominciava a fare sera, mia madre si affacciava alla terrazza e cominciava a chiamarci a gran voce perché tornassimo a casa (telefonini e smartphone non esistevano). Sono ragionevolmente sicuro che la stessa cosa è capitata a tutti quelli della mia generazione.
Oggi non è più così. Se i miei genitori si lamentavano e spesso mi rimproveravano perché non ero mai a casa, i genitori di oggi devono convivere col dramma di figli che ormai non escono più di casa. Si tratta di un'estremizzazione, ovviamente, ma è per indicare la direzione e il tema trattato da questo splendido e al tempo stesso inquietante saggio: lo smartphone (e in generale il mondo digitale) e l'adolescenza. Io giocavo con gli amici correndo nei campi, gli adolescenti di oggi giocano nelle loro camerette coi videogiochi, spesso connessi a internet e quindi in contatto con "amici" virtuali di cui spesso non sanno niente.
Si potrebbe pensare: Vabbe', il gioco è gioco. No, sono due mondi completamente differenti, specialmente in età evolutiva. È vero che giocare e videogiocare sono finalizzati alla stessa azione (svolgere una attività ludica), ma gli esiti del videogioco sono l'esatto opposto di quelli che venivano prodotti durante l'esperienza reale di gioco. Scrivono gli autori: "Nel corso delle generazioni precedenti, i genitori non hanno mai dovuto occuparsi e preoccuparsi di mettere un limite all'esperienza di gioco in età evolutiva. Perché da sempre il mondo adulto ha aderito – quasi inconsapevolmente – al principio montessoriano per cui giocare è il «mestiere dei bambini», senza aver mai avuto bisogno di metterne in dubbio la profonda verità. I bambini che giocano, infatti, vivono meglio, crescono meglio e stanno pure meglio dal punto di vista della salute e del benessere. Prova ne è che nei reparti pediatrici viene da più parti favorita e sollecitata la presenza di volontari che aiutino i piccoli degenti ad affrontare la fatica e il disagio di quel frangente, proponendo un'interazione basata sulle attività di gioco."
Coi videogiochi, invece, non si cresce meglio e non si vive meglio (è esattamente l'opposto: ansia, scollegamento dal senso di realtà, crisi di rabbia, malessere ecc.) e i genitori sono costretti a mettere limiti per evitare che i videogiochi si trasformino in gioco-dipendenza.
Videogiochi, smartphone, tablet, social network e compagnia bella sono gli strumenti che stanno creando una generazione di zombie. E non è un modo di dire. Esiste ormai da anni una vastissima e solidissima letteratura scientifica che lo certifica: a partire dal 2010-2012, gli anni in cui il mondo è passato dal cellulare allo smartphone, si è assistito a un generale calo delle facoltà intellettive e cognitive. Ma non si tratta solo di problemi cognitivi. Una cosa che non sapevo, e che mi ha lasciato molto sorpreso, è che a livello globale negli ultimi vent'anni è aumentata la miopia negli adolescenti a causa dell'enorme numero di ore trascorse incollate allo schermo. Si calcola che entro il 2050 metà della popolazione mondiale sarà miope, tanto che è già stato coniato dai pediatri il neologismo "epide-miopia". Per non parlare del dilagare di sovrappeso e obesità dovuti alla maggiore sedentarietà.
C'è poi il tema social network. In maniera ampia ed esaustiva, nel libro viene spiegato come sono strutturati e qual è il loro impatto sulla mente di un adolescente, sulla percezione di sé e del proprio corpo, compresi i danni a questa percezione e alla propria autostima provocati dai famosi/famigerati influencer, ai quali va addebitato il dilagante senso di inadeguatezza degli adolescenti e dei giovani di oggi.
È un saggio, questo, che spiazza, sorprende, inquieta e aiuta a capire le ragioni per cui un sempre maggiore numero di Paesi al mondo si sta progressivamente dotando di leggi sempre più restrittive riguardo all'uso dei social da parte degli adolescenti. A questo proposito cito quello che può sembrare un paradosso: i figli dei manager, dei dirigenti e dei tecnici che gestiscono le grandi aziende della Silicon Valley (Apple, Google, Facebook ecc.) mandano i loro figli in scuole "smartphone-free" e, in generale, cercano di preservarli dalla tecnologia che loro stessi producono.
Lo so, è difficile, oggi addirittura difficilissimo, perché la socialità nel mondo odierno passa dallo smartphone, ma è bene che ogni genitore faccia il possibile per tenere i propri figli, specie se adolescenti, il più a lungo possibile lontani dai social e vicini al mondo vero.

Sui videogiochi la penso diversamente anche perché esistono per il mercato di massa dai primi anni Settanta.
RispondiEliminaPer il resto concordo del tutto con i temi di questo libro e proprio questi temi sono stati tra gli argomenti cardine da quando commento sui blog.
Esiste un problema serio e io che sono nato e cresciuto nella Romagna meridionale una delle zone storicamente più vivaci e socievoli d'Italia mi rendo conto dell'abissale differenza con il passato.
"compresi i danni a questa percezione e alla propria autostima provocati dai famosi/famigerati influencer, ai quali va addebitato il dilagante senso di inadeguatezza degli adolescenti e dei giovani di oggi."
Dopo aver scoperto che una mia cugina di secondo grado di un ramo familiare con il quale in famiglia siamo rimasti molto in contatto è una nota influencer ho vissuto giorni di acuta sofferenza.
Non lo sapevo perché abbiamo 13 anni di differenza.
"A questo proposito cito quello che può sembrare un paradosso: i figli dei manager, dei dirigenti e dei tecnici che gestiscono le grandi aziende della Silicon Valley (Apple, Google, Facebook ecc.) mandano i loro figli in scuole "smartphone-free" e, in generale, cercano di preservarli dalla tecnologia che loro stessi producono."
Come dico spesso la colpa è dei genitori basterebbe che i genitori fossero meno accomodanti verso i figli.
Non è giusto e per niente normale vedere bambini e ragazzini assorbiti dai smartphone e social network.
Per cambiare le cose dalle fondamenta non so quale ricetta potrebbe funzionare.
Educare innanzitutto i genitori? Distribuire gratuitamente libri! Mettere dei paletti totali sui social network?
Non è per nulla semplice.
C'è una profonda differenza tra i videogiochi degli anni Settanta e quelli di oggi. Nei Settanta esistevano gli Arcade, videogiochi semplici che si trovavano solo nelle sale giochi (da bambino spesso ci andavo anch'io). Per giocarci occorreva prima chiedere i soldi ai genitori, uscire di casa e andare fisicamente in una sala giochi e le partite erano subordinate alle monete di cui si disponeva, terminate quelle si tornava a casa e e si faceva altro. Difficilissimo, anzi praticamente impossibile, che quei videogiochi lì creassero dipendenza fino ad arrivare a condizioni cliniche e patologiche.
EliminaI videogiochi di oggi - nel libro si parla molto di Fortnite ad esempio - sono tutt'altra cosa: sono gratuiti e fruibili da casa in maniera illimitata tramite tablet o consolle e una connessione internet. In più, sono strutturati e pensati per attivare nel cervello il neurotrasmettitore chiamato dopamina, che funziona come se si assumessero dosi di droga, creando dipendenza.
I videogiochi di una volta erano un altro pianeta rispetto a quelli di oggi. Negli anni Settanta nessuno andava in terapia, come fanno i tossicodipendenti, per cercare di smettere.
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
EliminaSu Fortnite e simili posso anche concordare sui videogiochi in generale abbastanza meno.
EliminaAnche i videogiochi sono realizzati da artisti geniali.
Per me in generale va bene tutto ma in misura adeguata.
Come sono cresciuto io con libri, riviste, videogiochi, cinema, musica.
Saranno anche realizzati da artisti geniali, ma poi vengono gestiti tramite un marketing che di geniale ha ben poco.
EliminaNon mi riferivo a quelli come Fortnite ma ad altri anche di avventura con storie ben scritte.
EliminaUna ventina d'anni prima di te ho passato l'infanzia nello stesso modo: sempre all'aperto, ben lontani dallo sguardo dei genitori, a farne (e subirne) di cotte e di crude. E tra amici non ci stanchiamo mai di dirci quanto siamo stati fortunati.
RispondiEliminaEsatto. La stessa cosa che dirò a mia nipotina Emma, anche se so che mia figlia (e le darò una mano anch'io) farà di tutto per crescerla nel modo più "sano" possibile.
EliminaGuarda,proprio ieri,nel mio quotidiano giro in bici,nella fermata dell'autobus su in strada,c'erano cinque o sei ragazzini,oramai bianchi,neri,rossi gialli,e anche un paio di adulti,tutti chini sul telefono una roba allucinante...
RispondiEliminaIo che di anni ne ho 66 addirittura qualche volta neanche tornavo a casa,dormivo in una fattoria vicino casa dove mi lasciavano guidare il trattore,che tempi ragazzi.
Un saluto
Persone di tutte le età chine sugli smartphone si vedono ormai ovunque, e francamente è uno spettacolo inquietante. Anche perché, finché lo si fa stando seduti al bar o su una panchina, vabbe', ma quelli (e sono tanti) incollati al coso mentre guidano l'auto o vanno in bicicletta?
Elimina"Videogiochi, smartphone, tablet, social network e compagnia bella sono gli strumenti che stanno creando una generazione di zombie". Ma a quale generazione ti riferisci? Io vedo in giro tanti zombie che appartengono alla mia e alla tua generazione...
RispondiEliminaA questo punto mi viene da dire che lo smartphone ha aggravato un problema già esistente.
EliminaOrmai siamo in pochi che nelle sale d'attesa leggono un libro.
EliminaHai ragione: "lo smartphone ha aggravato un problema già esistente". Infatti, prima che inventassero il cellulare, era alquanto difficile riconoscere un idiota, a prima vista. Oggi, invece, si fa subito riconoscere perchè parla ad alta voce al cellulare, per strada.
EliminaVi racconto cosa mi è successo ieri a pochi metri di distanza.
RispondiEliminaStavo salendo tramite delle scale mobili. Alla fine delle scale una mamma giovane, con bimba di 18/24 mesi circa. La mamma distratta a spippolare sul cellulare. La bambina, dopo aver guardato affascinata per qualche secondo le scale mobili, stava mettendo la mano dove i pianali vengono inghiottiti per il ritorno in basso.
Ho subito attirato l'attenzione della mamma, dato che io ero ancora troppo distante, che con aria superficialotta, come se non stesse succedendo nulla, ha preso in braccio la bambina appena prima che le manine finissero nella zona dell'incasso.
Io so solo che dopo ho avuto sudarella e tensione per diversi minuti.
La cosa mi ha fatto riflettere su un unico concetto: quando si fa una cosa (anche solo vigilare su un minore), si fa solo quella cosa. Il cellulare non è una cosa da gestire contemporaneamente ad altre attività. E soprattutto è un qualcosa che può tranquillamente aspettare.
Spesso mi infastidisce anche quando un mio interlocutore, nel mezzo di un discorso, prende il cellulare e guarda i messaggi arrivati o risponde ad una chiamata.
Tutte cose che si possono fare tranquillamente dopo la fine del dialogo. Anche sulle chiamate, si rifiuta e appena si è liberi si richiama. Dov'è il problema?
Questo è un evento di qualche anno fa che mi è rimasto particolarmente impresso, dato che anche io lavoro con bambini e minori:
Eliminahttps://www.fanpage.it/esteri/muore-a-4-anni-soffocata-dalle-corde-del-castello-gonfiabile-personale-giostra-guardava-cellulari
Terribile. Ma, a proposito di mamme, cito dal libro:
EliminaSecondo alcune ricerche, oggi la maggior parte delle mamme allatta il proprio neonato con lo sguardo prevalentemente rivolto allo schermo del telefono piuttosto che al viso del piccolo. Di quello sguardo, invece, il bambino ha straordinariamente bisogno, perché se non viene visto, guardato, rispecchiato dagli occhi amorevoli di qualcuno che ha cura di lui, rischia di non percepire nemmeno chi è e che c'è. Infatti, se mettete un neonato di pochi mesi davanti a uno specchio, il bambino si guarda ma non si riconosce. La sua identità intrapsichica non è ancora formata e dipende dalla capacità che il mondo intorno a lui ha di rispecchiare non la sua immagine, bensì i suoi stati mentali. Cos'è uno stato mentale? È un «paesaggio della mente» in cui il piccolo prova molte differenti emozioni, ma non sa riconoscerle e quindi non sa come affrontarle e gestirle. Ci può riuscire solo se sente su di sé lo sguardo sintonizzato e coinvolto di un'altra persona, che solitamente è l'adulto che lo ama e/o che si prende cura di lui e che si rende emotivamente disponibile così che quel «cucciolo d'uomo» non resti travolto e in balia di se stesso.
Quel neonato, non rispecchiato dallo sguardo dell'adulto che lo sta allattando, per mantenere il contatto proprio con quell'adulto dirigerà il suo sguardo verso la stessa fonte di attenzione. E da lì in poi terrà lo schermo come uno dei principali riferimenti del proprio modo di stare al mondo. Lo utilizzerà per sconfiggere ogni forma di frustrazione e disagio. Lo vorrà acceso davanti agli occhi per rimanere tranquillo quando viaggia in auto, quando fa colazione, quando al mattino deve entrare al nido o alla scuola dell'infanzia. E comincerà a chiederlo anche quando ha voglia di giocare, perché dentro lo schermo ci sono migliaia di giochi. Solo che sono ben diversi da quelli che avrebbe fatto se quello schermo non fosse esistito o, pur esistendo, non fosse stato alla sua portata. Perché attraverso lo schermo il bambino si trova risucchiato in un mondo di giochi che non hanno nulla a che fare con l'esperienza ludica che da sempre accompagna il gioco dei minori.
Molto interessante.
EliminaLo smartphone dovrebbe servire per prendere appuntamenti e fissare luoghi in cui incontrarsi fisicamente per giocare o chiacchierare. Purtroppo ha travalicato la sua funzione divenendo esso stesso luogo di incontro. Non solo i ragazzi ma anche gli adulti sembrano essere caduti in questa trappola. Uscirne non è facile ma la presa di coscienza è fondamentale se davvero si vuole restituire una funzione più umana allo smartphone e magari tornare a incontrarsi per dialogare occhi negli occhi e non ha distanza, chiusi ognuno nella propria casa.
RispondiEliminaA distanza volevo scrivere e non ha.
RispondiElimina