"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
domenica 10 settembre 2023
Il modo classico
Volevo provare a commentare quel "i figli si fanno nel modo classico" della signora Roccella. Poi mi è preso un impeto di tenerezza verso questa signora e ho deciso di lasciar stare.
sabato 9 settembre 2023
Oppenheimer
Non metto piede in un cinema da una vita, ma domani è probabile che vada a vedere Oppenheimer, di cui in questo periodo parlano tutti. Nel frattempo è andato a vederlo per tre volte il grande Roberto Mercadini, che su queste tematiche tempo fa ci aveva scritto anche un libro molto bello, e ne ha parlato (a modo suo) qui, descrivendo i grandi pregi del film ma anche i suoi grandi difetti. Se prima di vedere il video avevo qualche dubbio sul fatto se valesse o meno la pena andarci, adesso non ne ho più :-)
Quale vita vale di più
Il presidente della provincia di Trento, uno che gli orsi li ama (a tavola), ha autorizzato l'uccisione dell'orsa F36 che un mesetto fa aveva aggredito una coppia di turisti su un sentiero di montagna. Tra le motivazioni addotte c'è quella secondo cui la vita di una persona vale più di quella di un orso.
Il ragionamento ha una sua apparente legittimità, chi di noi non dà per scontato che la vita di una persona vale più di quella di un animale? D'altra parte noi umani apparteniamo all'unica specie del pianeta dotata di immaginazione e di capacità di pensare, cose queste che ci hanno convinto di essere superiori a ogni altra specie. E a furia di raccontarcelo, questo pensiero si è trasformato in inconscio collettivo in cui tutti siamo immersi dall'istante esatto in cui veniamo al mondo (ci sarebbe un discorso da fare sulla questione del dominio introdotta dal cristianesimo ma lasciamo stare). È verosimile pensare che se anche altre specie viventi avessero avuto le stesse capacità nostre avrebbero pensato la stessa cosa di se stesse.
Il problema di questo quesito, però, è che non ha senso; dal punto di vista epistemologico, metodologico, non sta in piedi, a meno che non si definiscano i parametri a cui fare riferimento per stabilire se vale più la vita di una persona o di un orso. Noi abbiamo la capacità di pensare, di immaginare, di cooperare (quest'ultima ce l'hanno anche molte specie animali, vedi le api ad esempio), ma queste peculiarità rappresentano un valore aggiunto rispetto a chi non le possiede? Guardando la storia del mondo e i modi in cui le abbiamo usate (nel bene e nel male), non direi.
Forse la nostra vita vale di più di quella di un orso perché la nostra specie è quella prescelta da Dio? Ma Dio l'abbiamo inventato noi, è uno dei tanti frutti della capacità della nostra specie di immaginare e inventare narrazioni. Dall'avvento della cosiddetta rivoluzione culturale, circa 50.000 anni fa, ossia il periodo in cui i nostri antichi antenati hanno cominciato a dipingere grotte, a utilizzare l'intelligenza simbolica, a effettuare sepolture rituali per accompagnare di là chi moriva e tutto il resto, l'essere umano non ha fatto altro che inventarsi divinità e immaginare vite future. Ma è un parametro sufficiente, questo, per dire che la vita di una persona vale più di quella di un orso? Mah.
Immagino che il discrimine per fare questo tipo di valutazione sia l'ambiente culturale e sociale in cui ognuno cresce. Io che sono sostanzialmente un darwiniano e mi approccio a queste tematiche sotto questa luce, penso non solo che le varie specie viventi abbiano tutte una loro legittimità, facciano tutte parte di quell'insieme di relazioni interconnesse che noi definiamo natura e che non ce ne sia una che vale più di un'altra, ma penso anche che il concetto di valore applicato alla vita non abbia senso.
Il problema è che noi siamo riusciti a dare un senso anche a quello, facendo del mercato e del denaro il generatore simbolico di ogni valore (cit.) e subordinando ad esso anche la vita. Perché ad esempio lasciamo che i migranti affoghino in mezzo al Mediterraneo? Non certo perché sono neri, ma perché sono poveri e accoglierli rappresenta un costo. Se si avvicinasse alle nostre coste un barcone carico di facoltosi imprenditori manderemmo in soccorso dieci navi della guardia costiera e una volta arrivati stenderemmo il tappeto rosso. Perché in Italia (e non solo) abbiamo la piaga delle morti sul lavoro? Perché la prevenzione, il rispetto delle regole di sicurezza, per le aziende sono costi, e sull'altare di questi costi si è disposti a rischiare di sacrificare vite umane.
Quindi, in definitiva, io non ho ancora capito perché noi saremmo migliori degli orsi.
mercoledì 6 settembre 2023
Reprimere non funziona
Il Dl criminalità che è in via di definizione da parte del governo non avrà alcun effetto, per il semplice motivo che è il concetto stesso di repressione/punizione a essere fallace. Una società che ha rinunciato a educare e pensa di risolvere il problema della violenza giovanile inasprendo le pene non ha nessuna chance. Poi, per carità, tentare non nuoce, può anche darsi che qualcosa si ottenga, ma ne dubito.
Non perché lo dico io, ma perché lo dimostra la storia, i dati empirici. Non esiste un solo luogo al mondo dove la repressione sia servita o serva a qualcosa. Nei paesi in cui ancora esiste la pena di morte non si verificano meno reati rispetto agli altri. L'introduzione qui da noi del reato di omicidio stradale non ha diminuito il numero di morti sulle strade né il numero di incidenti. Annunciare a reti unificate inasprimenti di sanzioni, minacciare punizioni esemplari, introdurre pene pecuniarie per i genitori di figli che delinquono serve solo a fare scena.
Mandare polizia e carabinieri a mettere sottosopra il luogo degradato e abbandonato dove si è verificato uno stupro non serve a niente, così come fa ridere sentire annunciare che adesso qui lo stato c'è. E prima dov'era? Se non si creano oratori, scuole, biblioteche, parchi, impianti sportivi, luoghi dove educazione e aggregazione vanno a braccetto; se non si esce dal meccanismo folle e schizofrenico, tipico di ogni società capitalista, che obbliga entrambi i genitori a dover lavorare per riuscire a mantenere la famiglia, abbandonando i figli a se stessi dove capita, hai voglia dopo a chiamare la polizia.
Domani...
Ho letto ininterrottamente dal primo pomeriggio fino ad ora. Ci sono libri che non possono essere interrotti, che impongono di essere terminati, e questo è uno di quelli. Lo eleggo già come romanzo più bello letto quest'anno.
Splendido.
lunedì 4 settembre 2023
Joe Formaggio e la pelle
Vabbe', già uno che si chiama Joe Formaggio... ma lasciamo stare.
Se il valente esponente di FdI avesse non dico aperto un libro, ché immagino sia chiedere troppo, ma anche solo letto qualcosa su questi argomenti, in cui sembra così ferrato, saprebbe che fino a circa 7-8000 anni fa (che nei parametri dei tempi evolutivi sono meno di niente) l'Europa, Inghilterra compresa, era popolata da individui di pelle scura, in una curiosa combinazione con occhi azzurri. Ebbene sì: la popolazione europea aveva la pelle scura a causa di una migrazione di individui partita dall'Africa orientale tra i 50.000 e i 60.000 anni fa. Pelle scura che poi si è schiarita per l'arrivo più recente di un'ondata migratoria dal medio oriente, costituita di individui con la pelle chiara.
Per uno di quegli incredibili paradossi che potrebbero mettere a serio rischio la tenuta delle coronarie del povero Joe Formaggio, quindi, noi europei (veronesi compresi) abbiamo la pelle chiara, quella pelle chiara che lui ama tanto, grazie agli immigrati. Forte, eh?
Ma c'è dell'altro, e qui è bene che Joe Formaggio si tenga forte: la specie Homo Sapiens, alla quale tutti noi apparteniamo, compreso lui anche se è incredibile, è nata in Africa circa 200.000 anni fa. 200.000 anni vuol dire che se Joe Formaggio comincia ad andare indietro e partendo da se stesso conta 8000 genitori o 4000 nonni, arriva all'origine della specie a cui appartiene.
Ma questa cosa, in fondo, non credo gli interessi granché. Credo che per lui sia molto più importante sapere che veniamo tutti dall'Africa.
Ehi, Joe, ci sei ancora?
domenica 3 settembre 2023
Regressioni
Detesto profondamente la persona che ha ucciso a sangue freddo quella povera orsa e spero che questa venga punita secondo quanto prevede la legge, ma non mi piace che le autorità abbiano dovuto istituire un servizio di sorveglianza della sua abitazione da parte delle forze dell'ordine a causa delle minacce ricevute.
Indignazione, rabbia e odio sono sentimenti che fanno parte della natura umana e che hanno una loro legittimità di esistere, così come il desiderio di vendetta, ma devono restare relegati all'ambito dei sentimenti, non tradursi in azioni. Dal codice di Hammurabi a noi sono passati alcuni millenni e in tutto questo tempo siamo bene o male riusciti, anche se a volte non sembra, a emanciparci da quella cultura.
Ma occhio, è un attimo tornare indietro.
La ragazza di Bube
Terminato adesso. L'avevo già letto anni fa ma non ricordavo fosse così bello. In più mi ero dimenticato che i due protagonisti della storia, Mara e Bube, sono realmente esistiti.
Il romanzo è ambientato in Toscana, alla fine della guerra. Bube è un ex partigiano e Mara la donna che si innamora di lui. La fine della guerra non corrisponde alla fine degli odi tra ex partigiani ed ex fascisti e Bube, soprannominato "Il vendicatore" durante gli anni della lotta, continuerà a sentirsi tale anche al ritorno alla vita civile. Un giorno, trascinato in una rissa, si renderà responsabile della morte di un uomo, subendo una lunga e dura condanna.
È un romanzo che affronta molti temi: gli orrori della guerra (qualsiasi guerra) e il modo in cui questi orrori modellano il carattere, la psiche e la visione del mondo delle persone; la fallacia di una giustizia e di un sistema punitivo che tengono conto esclusivamente di ciò che dice il codice, non del contesto educativo, sociale e culturale in cui è vissuto chi commette un crimine (Bube è orfano e nasce e cresce in un contesto sociale ed educativo fatto di povertà e mancanza di valori. Le "linee guida" della sua infanzia e adolescenza saranno i compagni, la strada e la guerra).
Ma soprattutto è un romanzo sulla disillusione e il passaggio traumatico dai sogni della giovinezza (quando Mara e Bube si conoscono sono entrambi poco più che ragazzi) alla realtà molto meno romantica e molto più dura della vita. Se c'è un libro che meglio di tutti narra la presa di coscienza di cosa è la vita e cosa significa diventare adulti, forse è questo qui.
Ex complottisti
Mi sono imbattuto in questo bellissimo video di Giacomo Mauretto, biologo e divulgatore, in cui lo scienziato confessa il suo passato di complottista. Può sembrare strano che uno scienziato possa essere complottista, ma Mauretto, in gioventù, dai 16 ai 20 anni circa, lo è stato e credeva a tutti i complotti che ancora oggi vanno per la maggiore: quello dell'11 settembre, quello sull'energia (sarebbero state da tempo scoperte forme di energia nuove che però ci vengono tenute nascoste dai signori del petrolio), oppure, in ambito farmaceutico, quello sulla disponibilità segreta di farmaci contro il cancro (o altre malattie letali a scelta) che però non vengono rivelate perché se no come fanno le aziende a guadagnare con le terapie? E via di questo passo. Ognuno può pensare a qualsiasi complotto in qualsiasi ambito gli venga in mente.
Per restare al nostro periodo, ad esempio, è abbastanza in voga il complotto secondo cui la cura del covid sarebbe da tempo disponibile ma ci viene tenuta nascosta, se no Big Pharma come fa a guadagnare coi vaccini? Ecco, cose così insomma.
Sulla sindrome del complotto Umberto Eco ha scritto pagine secondo me ancora ineguagliate, ma se non avete voglia di leggere Eco, questa mezz'oretta di Mauretto è altrettanto efficace.
In sostanza, il divulgatore dice che i due motivi che gli hanno fatto capire che il complottismo non sta in piedi sono stati lo studio e il concetto antropologico di competizione. Gli esseri umani sono per loro natura estremamente competitivi tra loro (e anche estremamente conflittuali, come spiega Dario Fabbri) e in un contesto di così alta conflittualità qualsiasi idea di complotto non può stare in piedi proprio a livello epistemologico, di metodo.
Prendete la questione dei vaccini, ad esempio. L'ambito scientifico è per antonomasia uno di quelli più conflittuali e competitivi che ci siano al mondo. Come si può pensare che degli scienziati che scoprono ipoteticamente la cura per il covid o il cancro la possano tenere nascosta per fare guadagnare Big Pharma con vaccini o terapie? Uno scienziato che scopre la cura contro il cancro vince il Nobel, entra nella storia, e che gli frega di Big Pharma? E questo discorso vale per tutti gli altri ambiti.
L'ultima parte del video è quella più interessante perché affronta la questione dal punto di vista psicologico-cognitivo, spiegando che il nostro cervello è strutturato in modo da amare i complotti, e in generale le grandi narrazioni che si costruisce attorno ai fatti che succedono. Per ragioni di adattamento evolutivo, infatti, l'essere umano ragiona in termini finalistici, ossia immaginando che ogni avvenimento che accade abbia delle dietrologie, delle cause, e sia inserito all'interno di un "disegno". E qui cita un saggio bellissimo, che io ho letto un paio d'anni fa, che si chiama Nati per credere, di Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara, di cui avevo scritto anche sul mio blog. Saggio in cui si spiega appunto perché il nostro cervello è per sua natura strutturato per ragionare in questo modo.
Ciò non significa, ovviamente, che i complotti non esistano, esistono eccome. Ma, come spiegava Umberto Eco, per distinguere un complotto vero da uno falso basta guardare la durata: i complotti veri vengono subito scoperti, quelli falsi attraversano i secoli.
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Competenze linguistiche
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