martedì 25 aprile 2017

Alitalia

Non sottovaluterei, né archivierei frettolosamente come poco importante l'esito del referendum interno con cui la maggioranza, quasi il settanta per cento, dei lavoratori Alitalia ha rispedito al mittente il piano di salvataggio, l'ennesimo, messo a punto da sindacati e governo. Riassumendo brutalmente, se la maggioranza avesse deliberato l'accettazione del piano di risanamento, avrebbe accettato tagli salariali a parità di impegno lavorativo, tagli ai permessi, nuove assunzioni con contratti a livelli low cost e altro; in poche parole: più sacrifici e minori riconoscimenti economici a parità di prestazioni, che sono sostanzialmente l'anticamera di qualsiasi rapporto più in odor di sfruttamento che di giusto riconoscimento. Certo, è probabile che molti di quelli che si sono schierati per il no l'abbiano fatto forti della convinzione che la compagnia aerea non sarebbe comunque stata abbandonata al suo infausto destino, che qualcosa per essa (e naturalmente per chi ci lavora) sarebbe comunque stato fatto, convinzione che qualora si avverasse, ed è tutto da vedere, permetterebbe ai lavoratori di prendere i classici due piccioni con una fava, in questo caso salvataggio del posto di lavoro e segnale chiaro e inequivocabile di una rottura di coglioni senza appello verso un sistema generale ormai incanalato inesorabilmente verso l'istituzionalizzazione del precariato e il deprezzamento del valore del lavoro.
Io non credo, comunque. Sono più propenso a credere che i no siano stati no malgrado le catastrofiche conseguenze che probabilmente si trascineranno dietro e di cui i lavoratori erano perfettamente consapevoli. Ecco perché questo no sarebbe bene che chi di dovere non lo sottovalutasse.

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