sabato 29 settembre 2018

Chi ha fatto il debito

Qualcuno dica a Salvini che il debito pubblico italiano non è esploso, come racconta lui, "dopo anni di manovre economiche imposte dall'Europa", ma è esploso a partire dagli anni '70, quando qui in Italia, ma anche altrove per la verità, ci si incamminò sulla via perversa della spesa fuori controllo, che negli anni ha generato l'immenso debito pubblico di cui portiamo il peso.

Debito pubblico che è cresciuto costantemente ad opera di ogni esecutivo in carica dal 1970 a oggi, compresi quelli in cui al governo c'era la Lega a braccetto del tipo delle cene eleganti. E l'esplosione di tale debito pubblico si deve proprio al succedersi di provvedimenti improntati alla spesa in deficit (tanto qualcuno prima o poi pagherà), in tutto e per tutto simili a quello partorito ieri da lui e dal suo socio. L'Europa non c'entra un fico secco.

Questa è storia del nostro paese, l'ABC proprio, e io non riesco a smettere di stupirmi di come gli elettori leghisti riescano a farsi prendere per i fondelli in questo modo senza un minimo sussulto di orgoglio, senza il minimo segnale di avere qualche neurone funzionante.

Niente, il vuoto assoluto.

Se il vitellone fosse stato una lei

Non posso fare a meno di pensare che l'equivalente femminile dell'ultimo vitellone romagnolo, andatosene ieri durante un amplesso con una ragazza dell'est, sarebbe, molto eufemisticamente, niente di più che una donna di facili costumi.

venerdì 28 settembre 2018

Il governo del cambiamento (all'indietro)

Ieri sera sono andati in piazza a festeggiare, Salvini e Di Maio, a festeggiare la manovra che valicherà la linea del Piave del 2% (Tria puntava a non superare l'1,6 ma si è dovuto arrendere) e porterà il deficit al 2,45% del Pil. Loro festeggiano, mentre portano il nostro paese, che è il quinto al mondo per debito pubblico, ancora un pochino più vicino all'orlo del baratro, facendo una manovra in deficit, deficit destinato inevitabilmente a trasformarsi in debito pubblico i cui costi saranno scaricati sui nostri figli e sulle generazioni future, quando Salvini e Di Maio (per fortuna) non ci saranno più.

Ma è inutile recriminare e stracciarsi le vesti ora. Questo avevano scritto nel loro contratto e questo hanno fatto. Una manovra economica le cui due caratteristiche principali sono l'assistenzialismo e la spesa senza vincoli fatta a debito, esattamente come le manovre che si facevano nella prima repubblica. Neanche nella seconda, nella prima, durante le formidabili stagioni dei Craxi, dei Forlani, dei Cirino Pomicino, quella gente lì, insomma, cioè quelli che hanno portato il nostro paese nello stato in cui versa oggi. E oggi i nuovi condottieri di 'sta ceppa hanno fatto esattamente ciò che facevano i vecchi dinosauri, aggiungendo, se possibile, danno a danno.

Doveva essere il governo del cambiamento, e in effetti il cambiamento s'è visto tutto, ma all'indietro di una trentina abbondante di anni. E, ciliegina sulla torta, il tutto condito con un bel condono fiscale, che gli scaltri comunicatori di governo hanno provveduto a edulcorare sotto il delizioso nome di pace fiscale. Bello, pace fiscale, no? Dà come un senso di tranquillità, di distensione, di rilassatezza, di tregua. Perché, poi, pace fiscale? C'è stata per caso una guerra, che voi sappiate? Non ne ho avuto notizia. Io non voglio la loro pace fiscale del cazzo. Io non sono in guerra con nessuno, tanto meno col fisco, io sono in guerra con quelli che le tasse non le pagano e costringono gli altri a pagarle anche per loro. Con questi sono in guerra, io. E questi sono quelli che invece vengono premiati.

Io non voglio andare in pensione un anno prima scaricando il costo di questo anno sulle prossime generazioni. Preferisco starmene al lavoro, piuttosto. E sono tutte balle (sì, dico a voi due, Salvini e Di Maio) quelle secondo cui i 4/500000 posti che si libereranno saranno occupati dai giovani. Tutte balle. Chi se ne andrà sarà rimpiazzato, se lo sarà, da precari al più infimo livello, inviati alle aziende dalle cooperative che forniscono lavoro in subappalto alla bisogna dell'azienda. E non serve avere un dottorato in economia per sapere queste cose, basta avere sulle spalle qualche anno di lavoro in qualsiasi azienda, quello che sia Salvini che Di Maio non hanno mai avuto, dal momento che non hanno lavorato nemmeno un'ora in vita loro.

Non c'è niente in questa manovra, se ci avete fatto caso (non abolizione della Fornero né reddito e pensione di cittadinanza), che crei nuovo lavoro, nessun meccanismo che permetta ai giovani di entrare nel giro del lavoro, quello vero. Questa manovra è solo una specie di toppa che viene messa lì per tenere buoni per un paio d'anni quelli che un lavoro non ce l'hanno. Niente di nuovo, di rivoluzionario, di inedito, solo assistenzialismo allo stato puro già visto e rivisto.

Una parziale nota di speranza viene dal fatto, a molti ignoto, che la porcata messa nero su bianco da questi due figuri, quella chiamata pomposamente "Nota di aggiornamento del documento di programmazione economica e finanziaria", è solo un documento al momento senza alcun valore, neppure approvato dal governo, e che la manovra economica tutta intera per vedere la luce dovrà essere approvata dal Parlamento, e chissà che qualche sorpresina non esca fuori, anche se ho parecchi dubbi. Incrociamo le dita.

mercoledì 26 settembre 2018

Chissà se ha avuto un'erezione...

De Luca, intendo, lo sceriffo piddino che da sempre mette in riga i delinquenti della Campania e pure delle regioni limitrofe. L'ultima impresa in ordine di tempo è stata epica, e ha visto il solerte giustiziere assicurare alla giustizia, con notevole sangue freddo e sprezzo del pericolo, un pericolosissimo delinquente, un tranquillo ragazzo di colore che cercava di racimolare qualche spicciolo davanti a un supermercato.

Perché lui è così, sa bene dove si annidano i lestofanti. Governa una regione devastata da criminalità e camorra ma, da governatore di ferro che la sa lunga, conosce bene dove si annidano i veri delinquenti, altroché storie, e quindi fa fermare davanti al supermercato la sua bella e lucida auto blu con tanto di autista e codazzo, va dal nigeriano e lo fa portare immediatamente in caserma, dove gli viene contestato l'accattonaggio e gli viene appioppata una bella multa di 250 euro che naturalmente, e giustamente aggiungo, non pagherà mai.

Giustizia è fatta, una giustizia dettata quasi esclusivamente dall'aria che tira da un po' di tempo nel nostro paese e che fa proseliti ovunque, a destra come a sinistra, ammesso che una tale distinzione abbia oggi ancora un senso: la giustizia del forte che si accanisce sul più debole, specie se di colore. E non potrebbe essere diversamente, visto che gli esempi ci vengono quotidianamente forniti dalle alte gerarchie governative.

domenica 23 settembre 2018

Tra pace fiscale e condono

Le motivazioni con cui sia Salvini che Di Maio cercano con ogni mezzo di convincere le masse che la pace fiscale non è un condono, non reggono da nessun punto di vista. A mio modesto parere, se si propone a chiunque abbia pendenze col fisco di sanare la propria posizione pagando una minima percentuale di tali pendenze, siamo inevitabilmente di fronte a un condono, ci arrivo pure io.

Lui, il ruspista, ripete fino allo sfinimento che non è un condono ma solo un venire incontro a chi, per i più disparati motivi, e qui si è tranquillamente disposti ad ammettere che molti di questi possano pure essere plausibili, non è riuscito a restituire al fisco quanto dovuto. Va bene, sotto questo punto di vista la sanatoria può pure avere una sua ratio, ma come si distingue chi non ha potuto pagare da chi non ha voluto?

Facciamo cento la platea di chi ha pendenze con l'erario. Davvero Salvini vuol fare credere che tutti e cento hanno evaso il fisco perché non potevano fare diversamente? Dài, non scherziamo, su. Non sarebbe un condono se si prendessero i cento uno per uno, si analizzasse in dettaglio la loro posizione e si distinguessero così i "buoni" dai "cattivi". Ma se si prendono tutti e cento indistintamente, è un condono che non ha niente di diverso dai tanti che sono stati fatti in passato (l'ultimo condono tombale lo fece il tipo delle cene eleganti nel 2002).

Ora, io capisco che sia Di Maio che Salvini cerchino in tutti i modi di mascherare la porcata per provare a intortare i rispettivi elettorati, specie i grillini, paladini da sempre, almeno a parole, dell'onestà, ma sarà difficile che tutti ci caschino.

Forse.

sabato 22 settembre 2018

Il reddito di cittadinanza in chiave razzista

Il reddito di cittadinanza, definizione impropria, quella corretta sarebbe qualcosa tipo reddito minimo garantito, di cui si parla in questi giorni, non è un cavallo di battaglia dei Cinque stelle da oggi ma già da tempo, tanto che vide la luce nel 2013 durante la precedente legislatura.

All'epoca, quando i pentastellati non erano ancora pateticamente succubi dell'egemonia salviniana, come accade oggi, i requisiti che consentivano di poter accedere ai benefici di tale provvedimento non prevedevano il possesso della cittadinanza italiana come vincolante, ma questo status era solo uno dei tanti. Scrive l'Agi: “Hanno diritto al reddito di cittadinanza (…) i soggetti che risiedono nel territorio nazionale”, in particolare “i soggetti in possesso della cittadinanza italiana o di Paesi facenti parte dell’Unione europea” e “i soggetti provenienti da Paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale”.

Oggi le cose sono ovviamente cambiate. I grillini sono alleati col tipo della ruspa, l'argine alla deriva estremista che dovevano costituire nei suoi confronti si è sbriciolato una settimana dopo l'entrata in carica del governo e Salvini è colui, piaccia o no, che conduce il gioco, e la bestia nera del razzismo che alberga in lui, mai doma, mai sazia, non manca di uscire fuori in ogni occasione e di lasciare la sua zampata e il suo sigillo su ogni provvedimento venga messo in campo.

Il reddito di cittadinanza riservato solo agli italiani ne è un perfetto esempio. Poco importa - e Salvini lo sa benissimo - che infranga almeno due articoli della Costituzione (verrebbe stracciato dalla Consulta al primo ricorso che gli arrivasse) e una dozzina di quelli inseriti nei trattati europei che l'Italia ha sottoscritto. Poco importa che Mattarella, come ipotizzano in molti, potrebbe rifiutarsi di firmarlo e rispedirlo al mittente. Salvini lo sa benissimo, e anzi è proprio questo che probabilmente cerca, lo scontro, così da potersi poi ammantare di vittimismo e giustificare davanti ai suoi seguaci la mancata approvazione del suo obbrobrio razzista dicendo: "Vedete, io lo volevo fare ma Mattarella (la Consulta, l'Europa o chi volete voi) non me l'ha fatto fare".

Tutto già visto e rivisto. Ed è questo che fa incazzare ancora di più.

La grassa e l'umana(*) (e la caotica)

Ieri ho fatto un salto a Bologna, in macchina, per portare un po' di roba nell'appartamento in cui Michela alloggerà da lunedì, per i prossimi due anni, per seguire i corsi magistrali di pedagogia post laurea. A Bologna ci sono stato altre volte, in passato ma anche recentemente, ma mai in macchina, e mi sono reso conto - non che non lo immaginassi, ma provarlo dal vivo è un'altra cosa - che guidare a Bologna è eufemisticamente un casino.

Considerando poi che la pazienza automobilistica io l'ho già persa da un certo numero di anni, beh, non credo sopravviverei a lungo in una simile bolgia. La trafficata Santarcangiolese di cui mi lamentavo qui, al confronto è un tranquilla stradina di campagna.

(*) Per chi non le avesse riconosciute, le parole del titolo le ho estrapolate dai versi di una canzone di Guccini, Bologna appunto, la cui frase completa è: "Bologna la grassa e l'umana / già un poco Romagna / e in odor di Toscana..."

giovedì 20 settembre 2018

Salvini e la masturbazione

Tra le tante battaglie lanciate da Salvini, battaglie fondamentali per il nostro paese, come capite bene, c'è quella per reintrodurre il reato di masturbazione in pubblico. Dice infatti l'intrepido difensore degli italiani che scriverà subito a Bonafede "affinché gli atti osceni, tra cui la masturbazione in pubblico, tornino ad essere reato penale."

Ecco, qualcuno spieghi al tizio della ruspa che la masturbazione pubblica è già reato e lo è sempre stata. Scrive a tal proposito il professor Guido Saraceni, giurista: "Sono costretto a precisare che per il codice penale italiano è ancora perfettamente reato (art. 527) masturbarsi in pubblico. L'unica differenza rispetto al recente passato è che dal 2015 lo sporcaccione viene punito con una multa salata (fino a 30000 euro)".

Il giurista Saraceni, quindi, a corredo della sua precisazione indica un'altra battaglia che potrebbe sicuramente giovare agli italiani: regala anche tu una copia del Codice penale italiano al somaro che sta sciaguratamente a capo degli Interni.

La pena del Celeste

La condanna in appello a sette anni e mezzo del Celeste per corruzione mi ha sorpreso per un fatto: i giudici gli hanno inflitto una pena superiore di un anno e mezzo a quella che gli fu comminata in primo grado, che era di sei anni.

Io sapevo che uno dei motivi per cui in Italia, a differenza di altri paesi europei, il ricorso in appello lo fanno tutti, e che l'eventuale pena inflitta non può superare quella del primo grado, può essere uguale o al limite ridotta. Evidentemente non è così, dovrò informarmi.

Abbiate pazienza, non sono un esperto di faccende giuridiche ma solo un umile magazziniere.

mercoledì 19 settembre 2018

(...)

Tg5. In sequenza, servizio su padre Pio e sul miracolo di san Gennaro (sì, continuano a chiamarlo miracolo, in sprezzo a qualsiasi senso del ridicolo).
E niente, questo paese non ce la farà mai.

Quelli che restano



Ascoltata oggi per la prima volta, per caso, in macchina. Elisa e De Gregori che duettano. Dà sollievo vedere che in mezzo a tanto ciarpame musicale, da cui siamo assediati senza soluzione di continuità, ancora sopravvive la musica vera, quella con la M maiuscola, quella che magari non è facile subito, al primo ascolto, ma che entra dentro e fa vibrare certe corde.

 La musica che è poesia, che fa riflettere, pensare, che stupisce per i non detti e i significati non immediatamente intelligibili contenuti nel testo. La musica che è lontana anni luce dai facili e stupidi motivetti che durano lo spazio di un'estate e poi muoiono prima dell'autunno. La musica che dà speranza.

E sa il cielo quanto abbiamo bisogno, oggi, di speranza.

lunedì 17 settembre 2018

Il fascismo eterno



Ho terminato in un paio d'ore questo agile saggio di Umberto Eco, pubblicato l'anno scorso. In esso il grandissimo scrittore evidenzia come il fascismo, oggi, palesi tracce di sé in maniera più subdola, più sfumata, più strisciante rispetto al famigerato ventennio, e delinea alcuni atteggiamenti, spesso esternati da personalità pubbliche, in presenza dei quali è bene alzare le antenne e mettersi in guardia.

Il culto della tradizione, ad esempio. Mica è tanto difficile, anzi non lo è per niente, oggi, sentire certi personaggi menarla col culto della tradizione, delle radici, delle origini ecc. Che va anche bene, volendo, entro certi limiti; il problema nasce quando il richiamo al culto della tradizione travalica il fisiologico per scadere nell'ossessivo. Qui bisogna alzare le orecchie. Scrive Eco: "È sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti. La gnosi nazista si nutriva di elementi tradizionalisti, sincretistici, occulti". 

Altri "segnali" che devono mettere sull'attenti sono il sospetto verso la cultura (viene attribuita a Göbbels la celebre frase "Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola"); e poi ancora la paura delle differenze, quindi il razzismo; l'ossessione del complotto, possibilmente internazionale; il machismo, che implica il disdegno per le donne e una condanna senza appello delle preferenze sessuali non conformiste, vedi ad esempio l'omosessualità. Questi sono solo alcuni degli esempi che Eco prende in esame nel suo saggio, ma ce ne sono tanti altri. 

Ciò che maggiormente sorprende, alla fine, è che questo breve saggio è la trasposizione scritta di un intervento che Umberto Eco fece alla Columbia University nel 1995, ossia più di vent'anni fa. Chi non lo sa può tranquillamente pensare che sia stato scritto oggi, tanto è attuale, tristemente attuale.

sabato 15 settembre 2018

La macchina straniera

La Santarcangiolese, strada trafficatissima, passa di fronte a casa mia. Si può attraversare a piedi - macellaio, alimentari e tabacchi sono dalla parte opposta - grazie alle strisce pedonali, che il Comune ha qualche tempo fa provveduto a dotare di illuminazione per rendere visibili i pedoni nelle ore notturne. Le suddette strisce pedonali hanno in realtà principalmente una funzione decorativa, in quanto gli automobilisti, non tutti ma comunque la stragrande maggioranza, se ne fregano dei pedoni e tendono a tirare dritto, come del resto è prassi comune non solo sulle strisce pedonali di fronte a casa mia ma su tutte le strisce pedonali dello stivale.

Ieri, come al solito, mi ci sono affacciato per attraversare, perché dovevo andare al negozio di alimentari a comprare un paio di cose. Naturalmente il traffico era sostenuto, come al solito, e mi sono messo ad aspettare con pazienza e con ben poche speranze che qualcuno si fermasse in tempi brevi per farmi attraversare. A un certo punto una macchina ha rallentato, poi si è fermata, immagino sollevando i fastidi di quelle che la retrocedevano, e mi ha fatto passare. Io sono andato, alzando la mano in segno di riconoscenza - un giorno qualcuno indagherà sui motivi che spingono a ringraziare in risposta alla concessione di un diritto, che in questo caso è quello dei pedoni di avere la precedenza sulle macchine, ma facciamo finta di niente.

Mentre attraversavo in fretta ho dato un'occhiata veloce alla targa della macchina ferma che mi ha fatto passare: era una targa straniera. Non saprei dire di quale paese, aveva numeri e lettere neri su sfondo bianco, forse la Svizzera o qualche paese dell'Est, non so, comunque non era italiana. Qualunque paese fosse, era comunque uno di quelli in cui la gentilezza degli automobilisti verso i pedoni e il rispetto delle regole del codice della strada hanno una certa importanza. Quindi, eccetto il nostro, poteva essere un qualsiasi paese europeo.

venerdì 14 settembre 2018

La Taverna si arrende (ai vaccini)

Ogni tanto capita di leggere qualche buona notizia, cosa che non fa mai male, visto l'andazzo. Una di queste è che Paola Taverna non parlerà più di vaccini. La signora Taverna è colei che affermava che da piccoli ci si immunizzava andando a trovare i cugini malati, quindi capite bene che se ha deciso di non parlare più dell'argomento c'è solo da guadagnarci. Rimane abbastanza inspiegabile, almeno per me, il suo avallo ai vaccini, tanto da aver fatto immunizzare senza problemi il pargoletto, ma la sua contrarietà all'obbligo.

Signora mia, se tu hai fatto i vaccini a tuo figlio, azione sacrosanta, vuol dire che pensi che siano importanti, che abbiano una funzione sociale di prevenzione di pericolose malattie, alcune delle quali hanno pericolosamente ricominciato a fare capolino, non credo tu l'abbia fatto per altri motivi, e se quindi ritieni che sono importanti non avrai difficoltà a capire che l'obbligo si è reso necessario perché molti, troppi, seguendo i vari Red Ronnie, Eleonora Brigliadori e ignoranti vari assortiti, avevano smesso di vaccinare i propri figli.

Non è difficile, su.

giovedì 13 settembre 2018

Tbc

Salvini torna a lanciare l'allarme (infondato) sulla tubercolosi diffusa dai migranti. Svariate personalità scientifiche, e pure un prefetto, affermano che l'allarme è appunto infondato e invitano il cazzaro ad andarci piano con la diffusione (strumentale) di ingiustificati allarmismi. Non è difficile intuire i seguaci del felpista quale delle due campane staranno a sentire.

domenica 9 settembre 2018

Lucio

Lucio Battisti è stato un cantautore con cui non ho mai avuto particolare affinità. Certo, ha scritto dei capolavori, è indubitabile, capolavori che ogni tanto mi piace pure suonare al piano o alla chitarra, ma finita lì. Non l'ho mai sentito un cantautore mio, tanto è vero che di lui, in casa, a differenza di tanti altri cantautori, di molti dei quali conservo la discografia completa, non credo di avere neppure un CD.

Credo sia perché sono cresciuto con una compagnia di amici più inclini ad ascoltare un tipo di cantautorato più, come dire?, serio, forse, impegnato (penso ad esempio ai Fossati, ai Guccini, ai De Gregori e altri), laddove invece Battisti rappresentava il genere di cantautore più "leggero". Insomma, per me diciamo che è stato una sorta di... grande a metà, via.

venerdì 7 settembre 2018

Prima vuole le prove

Dice l'uomo della felpa, riguardo al ddl contro la corruzione fortemente voluto dai pentastellati, che è contento e che secondo lui è un bel segnale. Ma c'è un ma, perché poi aggiunge: "Certo, però, che su quel provvedimento il Parlamento interverrà e modificherà [...] alcuni passaggi [perché] mettono sotto inchiesta sessanta milioni di italiani. Perché quando sulla base di un sospetto e senza prova dai la possibilità di intercettare, pedinare, ordinare questo e quest'altro, la preoccupazione è legittima". 

Ecco, qualcuno spieghi al ministro dell'Interno che la funzione primaria dell'intercettazione telefonica è appunto quella di cercare prove a carico dei sospettati, se le prove ci fossero già sarebbe perfettamente inutile metterli sotto intercettazione. È logica spicciola, semplice, intuibile facilmente perfino da un bambino. L'unica legittima preoccupazione degli italiani, semmai, è che un tipo del genere ricopra una delle cariche più delicate dell'amministrazione statale.

Ah, su tutta la sceneggiata fatta via facebook sull'avviso di garanzia, su lui che è stato eletto dal popolo mentre i giudici no e stronzate varie assortite, no comment. Per decenza.

giovedì 6 settembre 2018

Zingaretti

C'è Zingaretti a In onda. Zingaretti mi sembra una brava persona, pacata, tranquilla, uno che non twitta diecimila scemenze al giorno come faceva Renzi, e oltretutto dice anche cose sensate. Non escludo un mio voto al Pd, in futuro, in caso ne diventi segretario.

Sono al punto che voteterei qualsiasi cosa pur di mandare a casa questa manica di cialtroni e inetti.

Il consenso e la sentenza

Di fronte a una sentenza, sentenza che tra l'altro certifica il ladrocinio di soldi pubblici da parte della Lega, quello della ruspa replica: "Gli italiani sono con noi". A parte il fatto che non è vero, in quanto semmai è una parte degli italiani, e pure minoritaria, a essere con lui, non si vede comunque cosa c'entri il consenso politico con una sentenza, e non si capisce in base a quale ragionamento le due cose vengano messe su un piano paritario.

Il consenso non è sinonimo di verità, né tanto meno può essere usato come attenuante nei confronti di fatti illeciti commessi. È un ragionamento semplice, che può essere compreso con facilità perfino da un bambino delle elementari, e perfino da qualche leghista, forse.

martedì 4 settembre 2018

Il suo metodo di lavoro



Il tweet che vedete qui sopra è stato vergato qualche giorno fa da capitan Findus a commento di questa notizia, riportata dal sito principe per quanto riguarda fake news e bufale: il Giornale. Infatti la notizia, per come è stata riportata dal Giornale, è falsa, semplicemente falsa, e Salvini, riprendendola, ha contribuito a dare a questa bufala ancora maggiore visibilità - i motivi per cui l'ha fatto non serve che stia io qui a spiegarli, immagino.

L'articolo del Giornale, infatti, è subdolamente confezionato in modo che il lettore, e si sa che quelli del Giornale in genere non brillano per capacità intellettive, sia indotto a credere che il pusher è stato beccato in flagranza di reato e il giudice l'ha rimesso in libertà perché lo spaccio costituirebbe la sua unica fonte di reddito. Naturalmente non è così. Innanzitutto il giudice l'ha rimesso in libertà perché per una pena inferiore ai quattro anni non è prevista carcerazione preventiva, in secondo luogo, quando il pusher andrà a processo - perché andrà a processo, non è che perché non si fa la detenzione preventiva allora è assolto e perdonato - il non avere reddito costituirà per lui un'aggravante, non un'attenuante, come capziosamente vuol fare intendere il Giornale.

Scrive a tal proposito Arianna Ciccone: "Brevemente: l'uomo arrestato è stato trovato con 5 pasticche non in flagranza di reato (spaccio), quindi gli veniva contestata detenzione. Il giudice invece ha deciso di contestargli spaccio (perché è evidente che non avendo altro modo di mantenersi quelle pasticche servivano non per il consumo ma per lo spaccio). È stato liberato non per fare un favore a lui che viene dal Gambia poverino, ma perché hanno applicato la legge. Per un reato che prevede una pena inferiore ai 4 anni non c'è detenzione fino al processo. Al processo dovrà rispondere di una accusa più pesante appunto di spaccio e non consumo." Chi vuole approfondire, qui trova la spiegazione di un giurista.

Ecco, la propaganda salviniana funziona così: distorcendo i fatti per puro tornaconto politico, esattamente come faceva Berlusconi (anche Renzi, va detto, su questo versante si è dato parecchio da fare), contando sul fatto che la stragrande maggioranza di quelli che lo seguono prendono come oro colato ogni sciocchezza che scrive, acriticamente. In questo modo il felpista raggiunge più scopi: tira acqua al mulino del suo razzismo, perché i suoi tweet prendono di mira esclusivamente gli stranieri (avete mai letto qualcosa sulle cento e passa donne che ogni anno vengono uccise da mariti, amanti, fidanzati ecc.?), denigra e sfotte la magistratura e, scopo ovviamente non dichiarato, prende per i fondelli chi legge le sue baggianate, perché appunto sono bufale spacciate per realtà, e qui, purtroppo, non si può fare niente.

lunedì 3 settembre 2018

Cicli meteorologici

Ormai le evoluzioni delle situazioni meteo seguono principalmente questo schema: sole e cielo sereno, comparsa di nuvole all'orizzonte, cielo coperto e nero con improvvisi violenti rovesci, spesso e volentieri accompagnati da forti grandinate, allontanamento repentino delle nuvole e fuoriuscita di sole e cielo sereno. Poi il ciclo ricomincia da capo, ciclo che ogni volta si completa in circa un quarto d'ora.

E niente, è solo questione di abituarsi.

domenica 2 settembre 2018

Politica in classe

Caro Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”. Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.

La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero? Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di David Maria Turoldo è fare politica. Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica. Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica. Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.

Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è. Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe.

Enrico Galiano, insegnante.

sabato 1 settembre 2018

Il colpevole (che è sempre qualcun altro)

C'è sempre un colpevole, ed è sempre un altro, qualcuno che non siamo noi. L'idea che una seppur minima responsabilità sia anche nostra non ci sfiora minimamente. Allora si tirano in ballo i migranti, oppure l'Europa, o magari l'euro e Prodi che ci ha fatto entrare (sì, ho sentito anche questo).

Eppure noi siamo il paese che per almeno un paio di decenni ha mandato la gente in pensione a quarant'anni per motivi elettorali-propagandistici; siamo il paese che dal 1970 ha visto un incremento esponenziale assurdo del debito pubblico, in ossequio all'assurda convinzione che l'aumento della spesa avrebbe avuto ritorni economicamente vantaggiosi per il paese - anche in altri paesi europei, a partire dagli anni '70 e '80, il debito pubblico aumentava, ma mentre in questi raddoppiava da noi quadruplicava.

In tre decenni, con questa assurdità abbiamo sperperato risorse accumulate durante il boom economico degli anni '50 e '60 che se fossero state amministrate con oculatezza e buon senso ci avrebbero consentito di superare la crisi economica iniziata alla fine degli anni duemila, e di cui oggi si fatica ancora a vedere l'uscita, con maggiore disinvoltura di quanto non stiamo tentando di fare oggi. Avremmo avuto risorse per cercare di sanare gli squilibri sempre più evidenti tra pochi ricchi e milioni di poveri; avremmo potuto garantire un welfare di un certo livello a una platea più ampia di persone; si sarebbe potuto intervenire con maggiore incisività sul problema della disoccupazione, sulla gestione dell'immigrazione e tanto altro. Ma quelle risorse sono state sacrificate sull'altare della spesa pubblica senza controllo di cui il maggior teorico e fautore, Craxi, decantava meraviglie.

Oggi siamo con le pezze al culo, e quelle pezze al culo ce le siamo messe da soli, è inutile che andiamo a cercare colpevoli chissà dove. I colpevoli ce li abbiamo in casa, e sono la mafia, l'evasione fiscale che si porta via cento miliardi all'anno, la corruzione, la commistione insana e deleteria tra politica e affari, il clientelismo, e sempre quel maledetto debito pubblico che ogni governo degli ultimi quarant'anni ha contribuito a ingrossare (trovatemi un governo sotto cui ci sia stata un'inversione di tendenza e vi pago da bere).

E allora cerchiamo capri espiatori chissà dove. L’euro, appunto, dimenticando che i suoi guasti non sono stati generati dalla moneta unica in sé ma da tutti gli anni dei mancati controlli (dov’erano tutti i governi dal 2000 in qua quando le mille lire diventavano un euro?); l’Europa, che in decenni ci ha elargito fior di miliardi per infrastrutture, territorio, ambiente, politiche sociali e che a un certo punto ha cominciato a stringere i rubinetti, giustamente, perché il grosso di questi soldi se li prendeva la mafia o restavano inutilizzati a causa della burocrazia lunare che strangola la nostra amministrazione pubblica.

L’ultimo colpevole in ordine di tempo ce l’ha trovato la Lega: i migranti, i disperati che non hanno niente che arrivano qua sui barconi e che fuggono da miseria, persecuzioni, fame. Sono loro i nuovi colpevoli dello stato in cui versa il nostro paese, i negri che vengono a rubarci il lavoro (infatti c’è la fila degli italiani che vogliono andare in spiaggia a vendere accendini o a raccogliere pomodori a due euro l’ora sotto il sole della Puglia), quei migranti sulla cui paura Salvini ha costruito la sua fortuna politica, paventando inesistenti invasioni ed inventando emergenze che non esistono.

E questi anni di campagna mediatica sono riusciti a farci credere - è paradossale, se ci pensate - che il nostro nemico sia chi è più povero di noi, mica chi ha fatto sì che la povertà e la precarietà aumentassero a dismisura, e cioè quelli che votavamo e votiamo. Ricordate la famosa storiella? Ci sono dieci panini, il padrone ne nasconde nove e poi dice agli operai: occhio che gli stranieri vi rubano il panino! Siamo a questo punto. Almeno finché la gente non si sveglierà e troverà il prossimo colpevole.

Che ovviamente è sempre qualcun altro.

Ritmi ridotti

Scrivo poco, ultimamente, e leggo tanto. Questo è il motivo per cui, come forse avrete notato, le distanze temporali tra un post e l'alt...