martedì 13 gennaio 2026

Iran

Una delle domande che tornano più spesso quando si parla dell’Iran è questa: se le proteste sono diffuse, se il malcontento è evidente e se la popolazione è così giovane (l'età media degli iraniani è 34 anni, da noi è 44,5, giusto per dare un'idea) perché il regime degli ayatollah non cade?

Ricordo che scriveva di questi argomenti Dario Fabbri in Geopolitica umana, un saggio molto bello che affronta le questioni geopolitiche del nostro tempo partendo da un approccio psicologico collettivo delle comunità umane, non leaderistico come siamo abituati a fare noi. La domanda che tutti ci facciamo è comprensibile e legittima, ma parte da un presupposto sbagliato: che il consenso sociale, da solo, basti a rovesciare un regime autoritario. La storia dice che non è così. I regimi non cadono quando diventano impopolari, cadono quando perdono il controllo del potere.

In Iran il dissenso è ampio, ma non è organizzato. Non esiste una leadership riconosciuta, non esiste un’opposizione in grado di trasformare la rabbia in un progetto politico, non esistono strumenti istituzionali per farlo. Il regime, al contrario, concentra nelle proprie mani ciò che conta davvero: le armi, i tribunali, le risorse economiche, la repressione. L’apparato coercitivo è solido e soprattutto leale. I Pasdaran, i Basij, i servizi di sicurezza non si sono mai spaccati né hanno mostrato tentennamenti. Questo è un punto chiave: quando le forze armate restano compatte, le proteste possono essere anche enormi, ma difficilmente diventano rivoluzione. C’è poi la frammentazione. Le proteste iraniane nascono in luoghi diversi e per motivi diversi: economici, culturali, politici. Questa pluralità è un segno di vitalità, ma è anche una debolezza. Senza coordinamento nazionale, il regime può isolare, reprimere, spegnere un focolaio alla volta. La gestione selettiva della violenza, pochi arresti mirati, pene esemplari, qualche esecuzione, è studiata proprio per questo: far capire che il prezzo è altissimo e il risultato incerto.

A tutto questo si aggiunge la paura del "dopo". Molti iraniani non credono più al regime, ma temono il vuoto che potrebbe seguirne la caduta. Siria, Iraq, Libia sono esempi che pesano molto più delle nostre analisi. In assenza di un’alternativa credibile, il cambiamento appare rischioso quanto lo status quo. Infine, un paradosso: le sanzioni, pensate per indebolire il regime, spesso finiscono per rafforzarlo. Colpiscono la società civile, impoveriscono la popolazione, ma consolidano i circuiti economici controllati dai Pasdaran e alimentano la narrativa dell’assedio esterno.

La popolazione iraniana è giovane, è vero. Ma la giovinezza non è automaticamente rivoluzionaria. Senza partiti, sindacati, media liberi, reti organizzative, l’energia si disperde. Resta frustrazione, non potere. Forse, allora, la domanda giusta non è perché il regime, un regime mediamente schifoso, non cade, ma che cosa dovrebbe rompersi al suo interno perché inizi davvero a crollare. Finché quell’equilibrio di forza, paura e controllo regge, il consenso, anche quando è ampio, non basta.

Oltre a questo, c'è un errore concettuale che tendiamo a fare noi: pensare che le proteste anti-regime abbiano un afflato filo-occidentale, cioè che gli iraniani si ribellino al regime perché vogliono diventare come noi. Niente di più sbagliato (su questo punto Dario Fabbri è categorico). La storia dell'Iran, ex impero persiano, è lunga 27 secoli ed è complessissima. I giovani iraniani che scendono in piazza non lo fanno perché vogliono diventare come noi (McDonald, serie tv, jeans, democrazia liberale "chiavi in mano" ecc., una cultura che mediamente schifano), ma perché si fanno portatori di istanze superiori che sono di ogni comunità umana: dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Se non smettiamo di leggere le cose del mondo con le nostre categorie filo-occidentali, come se noi fossimo l'ombelico del mondo, faremo sempre molta fatica a capirci qualcosa.

1 commento:

  1. Un'analisi la tua quanto mai approfondita e ben articolata, sulle cui conclusioni mi pare non si possa che essere d'accordo; anche se una parte di me vorrebbe che la realtà arrivasse per una sua strana e al momento imponderabile via a dare torto tanto a te quanto a Dario Fabbri, riuscendo a far avverare un qualche tipo di compiuta rivoluzione.
    Salvo che un attimo dopo non riesco proprio, neanche con il più ardito sforzo immaginativo, a figurarmi come nell'Iran attuale e reale potrebbe presentarsi un qualsivoglia nuovo assetto politico-istituzionale, sociale, culturale... e finisco per ribadire la ragione che vi ho dato all'inizio.

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