lunedì 23 giugno 2025

Non c'è più quel King lì


Nella postfazione del romanzo King racconta di aver chiesto un parere a sua moglie dopo la prima stesura. Risposta di lei: "Puoi fare di meglio." Lui, ovviamente, ci rimane male ma ammette che sua moglie ha ragione.

Ci rimette mano e lo dà alle stampe dopo tre successive revisioni, pur non essendone ancora completamente soddisfatto. Ma a un certo punto, scrive sempre King, "i libri bisogna lasciarli andare."

Il mio giudizio su questo romanzo è come quello di sua moglie. Non è un brutto romanzo, intendiamoci; è avvincente, il meccanismo narrativo è coinvolgente, è un thriller psicologico con tutti i crismi, col colpo di scena finale, racchiuso nelle ultime 30 righe, che è talmente kinghiano che più kinghiano non si può. 

È anche un romanzo che stimola parecchie riflessioni su questioni di estrema attualità come ad esempio la fluidità dell'identità di genere e gli abusi nei sistemi carcerari.

Nonostante tutto questo, il King di oggi non è più il King di una volta, manca qualcosa. Forse manca quel tocco di geniale follia dei suoi romanzi e racconti più epici. Quella genialità che faceva interrompere la lettura e dire: Ma come può avere concepito una storia del genere? Ecco, secondo me quel King lì non esiste più.

domenica 22 giugno 2025

Bernard-Henry Lévy

Ogni domenica La Stampa ospita pregevoli articoli del noto filosofo francese Bernard-Henry Lévy, figura di spicco del movimento Nouveaux Philophes, il quale movimento ha tra i suoi punti cardine una feroce critica al marxismo. Il pregevole articolo di stamattina titola: Perché Israele ha ragione ad agire ora: i tiranni non possono avere l'atomica

In questo pregevole articolo il noto filosofo cerca di rispondere all'interrogativo che tanti si pongono da quando Israele ha aggredito l'Iran per fermare il suo progetto nucleare (motivazione ufficiale, ma sotto c'è ben altro). Innanzitutto Lévy cerca di rispondere a chi teme che questa aggressione sarà una ulteriore fonte di destabilizzazione di tutto il Medioriente (e non solo) dicendo che la suddetta regione è già destabilizzata da tempo da Hamas, da Hezbollah, dagli Houthi e dall'Iran stesso. Al che nasce spontanea una domanda: se questa area era già fortemente destabilizzata prima della nuova guerra scatenata da Israele, l'aggiunta di un nuovo conflitto aumenterà questa destabilizzazione o la placherà? Lévy non ha dubbi: la placherà. È noto infatti che i pompieri quando corrono a spegnere un incendio lo fanno buttando benzina sul fuoco, non certo acqua. Tra l'altro, a proposito di destabilizzazioni, il filosofo sembra non sapere, anche se in realtà lo sa benissimo, che le destabilizzazioni e i casini che da sempre regnano in quelle regioni, storicamente li abbiamo creati per la maggior parte noi. C'è un bellissimo libro dello storico tedesco Wolfgang Reinhard, uscito qualche anno fa: Storia del colonialismo, in cui si descrivono le conseguenze di 600 anni di espansione europea anche in quelle zone, una espansione che ha portato certamente vantaggi dal punto di vista della diffusione delle tecnologie, dell'industria, delle strutture statali, ma al tempo stesso, specialmente con la successiva decolonizzazione, ha creato immensi problemi politici e sociali. L'instabilità che secondo Lévy è da addebitare ad Hamas, Hezbollah, Houti ecc. è quindi, in realtà, una instabilità sovrastrutturale, che si innesta però su cause storiche che il filosofo si guarda bene dal menzionare.

Ma alla domanda principale (perché Israele può avere l'atomica e l'Iran no?) Lévy risponde in modo chiarissimo: "La prima ragione è che esiste una differenza sostanziale tra una democrazia e una tirannia, e un'arma non significa la stessa cosa né ha la stessa importanza negli arsenali dell'una o dell'altra." Seconda ragione: "Un'arma nucleare dissuasiva fatta per non essere utilizzata e un'arma offensiva il cui scopo dichiarato è la disintegrazione di un Paese confinante si chiamano nello stesso modo, hanno lo stesso nome, ma indicano due realtà diverse. L'Iran è una tirannia e il suo programma nucleare non ha mai avuto altro obiettivo se non quello di cancellare Israele dalla faccia della terra. Motivo in più per cui ciò che è concesso agli uni (Francia, Gran Bretagna ecc.) non potrebbe esserlo a quest'altra (la Repubblica Islamica)."

Qui Lévy si àncora saldamente a tre certezze. La prima è che l'Iran era a un passo dall'atomica (non è dato sapere su quali basi appoggi questa certezza, dal momento che i maggiori analisti, compresi quelli americani, affermano il contrario); la seconda è che aveva intenzione di usarla per distruggere Israele (altra affermazione non supportata da alcuna prova. È anzi verosimile il contrario: dal momento che Israele l'atomica la possiede già, una eventuale realizzazione da parte iraniana costituirebbe semmai un deterrente al suo utilizzo per entrambi); la terza è che l'atomica è giusto che ce l'abbia una democrazia piuttosto che un regime basato su una tirannia. Qui Lévy evita accuratamente di menzionare il fatto che, storicamente, l'unico paese ad avere utilizzato la bomba atomica è stata l'America, per ben due volte, nella Seconda guerra mondiale. Poi, per carità, si può discutere se sia stato giusto o no farlo, ma sta di fatto che finora gli unici a usarla sono stati gli americani, che mi risulta siano una democrazia, almeno formalmente. Tra l'altro non si capisce su quali basi Lévy dà per scontato che una democrazia sia migliore e più affidabile di una dittatura. Certo, vivere in una democrazia è meglio che vivere sotto una dittatura, non ci piove, ma il filosofo ignora che anche la più oscena delle dittature ha sempre una legittimazione popolare e quando questa legittimazione viene meno il tiranno/dittatore viene deposto e al suo posto va un altro. Israele è una democrazia ma sta compiendo un genocidio; Hitler è stato eletto democraticamente e ha fatto ciò che ha fatto; gli Stati Uniti sono una democrazia ma nell'ultimo secolo si sono macchiati di un così elevato numero di abusi e crimini di guerra da fare impallidire qualsiasi dittatura. Per non parlare dell'Europa. Quindi, alla fine, non si capisce perché un sistema democratico meriti di avere l'atomica e una dittatura no. A meno che non si voglia istituire il teorema secondo cui la bontà o meno di un Paese è conseguente al tipo di forma di governo che sceglie di adottare. A questo punto Bernard-Henry Lévy ha ragione su tutto.

sabato 21 giugno 2025

Incontri straordinari


Stamattina ho incontrato per caso al bar il mio scrittore preferito. L'ho avvicinato, mi sono presentato e ovviamente gli ho chiesto l'autografo. Poi, visto che non aveva fretta, ci siamo seduti a un tavolino e abbiamo chiacchierato un po'. Mi ha raccontato alcune curiosità su come sono nati alcuni suoi racconti e romanzi e altre cose.

A un certo punto gli ho chiesto come mai, in mezzo a tanti libri eccelsi, ne abbia anche scritti alcuni che definire brutti è un eufemismo, tipo Cell, oppure The outsider. Al che lì ha un po' cercato di glissare. Ha comunque ammesso che per il finale di The outsider non sapeva assolutamente che pesci pigliare e quindi si è buttato sul soprannaturale. 

Dopo una mezz'oretta ci siamo salutati, ma prima di andarsene mi ha promesso che ogni volta che non saprà come fare finire una storia si fermerà, la metterà in stand by e passerà ad altro.

Ah, i caffè li ha pagati lui.

Grande Stephen King! ❤️

venerdì 20 giugno 2025

Sold out

Ricordo che qualche tempo fa vidi al tg3 un servizio su un concerto di Ultimo all'Olimpico con le immagini che indugiavano sul noto stadio romano pieno in ogni ordine di posto. Lì per lì pensai: Ma come fa un cantante che partorisce delle lagne monumentali come Ultimo a riempire l'Olimpico? 

Stamattina, casualmente, mi sono imbattuto in questo articolo del Post e qualche risposta alla domanda credo di averla trovata. Non sto dicendo che anche Ultimo riempia gli stadi con questo sistema, intendiamoci, dal momento che non lo so; sto solo dicendo di aver scoperto con una certa sorpresa dell'esistenza di questo meccanismo che sotto certi aspetti si potrebbe quasi considerare truffaldino.

E, tutto sommato, Antonello Venditti non ha tutti i torti quando stigmatizza questo sistema e rivendica il fatto che ai suoi tempi costava fatica riempire uno stadio. Occorrevano lavoro di qualità, sacrifici, e non c'era un'agenzia di promoter che per fare il pienone vende sottobanco i biglietti a 10 euro.

Se si guarda questa vicenda apparentemente banale da un punto di vista più largo, credo non sia difficile considerarla uno degli innumerevoli esempi che certificano come nella nostra società, oggi, sia rimasto ben poco di genuino e pulito.

mercoledì 18 giugno 2025

"Speriamo che non mi scelga"

È il commento, ovviamente ironico, del grande scienziato, filosofo e divulgatore Telmo Pievani dopo aver saputo che una delle tracce della maturità di quest'anno è su un suo testo. Tra i maturandi c'è anche uno dei suoi figli, anche se, al di là della battuta, secondo l'illustre padre il pargolo sceglierà la traccia di attualità. 

Adoro Pievani da quando, ormai qualche anno fa, lo scoprii grazie a Siu, un'affezionata lettrice di queste pagine alla quale riserverò eterna riconoscenza. Non so neppure quanti post gli ho dedicato, tutti racchiusi sotto questa etichetta. Ho letto parecchi suoi libri e guardato su Youtube innumerevoli sue conferenze. È uno di quei divulgatori in grado di spalancarti mondi.

Cinque milioni di anni

Guardo ciò che succede nel mondo intorno a noi e mi viene in mente ciò che diceva Stefano Mancuso in questa splendida lezione, e cioè che la durata media della vita di ogni specie conosciuta (sia animale che vegetale) apparsa sul pianeta è di cinque milioni di anni. Noi Homo Sapiens esistiamo da circa 250.000 anni e, di questo passo, non dureremo ancora tanto. Sicuramente non cinque milioni di anni. 
Mancuso chiudeva la sua lezione dicendo che se con tutta la nostra presunta intelligenza non saremo in grado di superare l'età media di tutte le altre specie, forse tutta questa intelligenza non ce l'abbiamo ed è giusto che ci estinguiamo. Con grande soddisfazione del pianeta, che può andare tranquillamente avanti anche senza di noi.

domenica 15 giugno 2025

"Shopping valley"

All'ingresso della galleria principale del centro commerciale di Savignano c'è un cartello con scritto "Shopping valley". Non stona un pochino l'associazione delle due parole? La parola "valley", cioè "valle", a me richiama quei bei paesaggi alpini dove ci si siede sulla sommità di un sentiero e si ammira appunto la valle sottostante col suo fiume, il suo bosco, i suoi prati e le mucche che pascolano. Cosa c'entra lo shopping con la valle?

È come se uno, dalla sommità del sentiero di cui sopra, si sedesse e ammirasse una valle di scaffali, scansie, prodotti, merci, cartellini, prezzi, persone nervose che si muovono coi carrelli pieni di roba e che si danno fastidio reciprocamente.

Una valle è una valle e un supermercato è un supermercato. Paradiso e schizofrenia consumistica non possono stare nella stessa frase. È un inganno, un inquinamento semantico che grida vendetta. È la realizzazione di quel fascismo del consumismo di cui scriveva Pasolini. Ma chi è che legge Pasolini, oggi?

Perversioni

Tra le mie perversioni c'è quella di passare regolarmente in rassegna le prime pagine dei quotidiani. Stamattina quella più divertente se la aggiudica Libero: "Governo in aula per la guerra, sinistra al mare", riferita al fatto che ieri Tajani si è presentato in parlamento per riferire sulla guerra ma i banchi dell'opposizione erano quasi vuoti (erano quasi vuoti anche quelli della maggioranza, ma vabbe').

Il titolo è interessante perché Libero sembra essersi autoinvestito dell'autorità di decidere quando si può andare al mare e quando no. Se per dire c'è un referendum che non gli piace, allora è giusto andare al mare; se invece Tajani, ministro di un paese che sullo scacchiere internazionale conta meno di niente, si presenta in parlamento a raccontare quattro fregnacce, ecco che invece di andare al mare l'opposizione sarebbe dovuta andare ad ascoltarlo.

Notevole anche la prima pagina del Giornale: "Forza Occidente!", con un divertentissimo incipit di Feltri: "Israele difende anche la nostra libertà." Come no? Peccato che a detta dei maggiori analisti geopolitici, che magari ne sanno leggermente piu di Feltri e soprattutto non ragionano su basi ideologiche, i veri obiettivi di questi attacchi siano la sopravvivenza politica di Netanyahu, il quale apre un nuovo fronte di guerra (attualmente ne ha sette aperti) ogni volta che è in difficoltà. Come adesso, con una maggioranza risicatissima e gran parte degli israeliani che lo vorrebbero a processo per corruzione, problemi che si aggiungono alla sempre più ampia, anche se colpevolmente tardiva, contestazione internazionale per il genocidio a Gaza.

Però nel fantastico mondo rovesciato dei Feltri, dei Sechi, dei Belpietro, Israele combatte per la nostra libertà, non per quella del maggiore criminale di guerra attualmente in circolazione sul pianeta. E dal fantastico mondo alla rovescia del giornalame di destra è tutto.

sabato 14 giugno 2025

85

C'è un signore che oggi spegne 85 candeline e a cui, nonostante abbia scritto capolavori come questo, nessuno ha ancora assegnato il Nobel per la letteratura. È stato ed è ancora uno degli artisti fondamentali nella mia vita. 


L'estremista europeo

Qualche giorno fa Roberto Benigni si è prodotto in una imbarazzante performance mentre era ospite di Bruna Vespa. In appena cinque minuti è riuscito a magnificare e raccontare un'Europa che non esiste. O meglio, esiste, ma non esiste solo quell'Europa lì, non esiste solo l'Europa che ha garantito a noi europei 80 anni di pace ma ne esiste un'altra che ha avallato e prodotto guerre, soprusi e atrocità. Capisco che Benigni abbia un libro da vendere, ma per onestà intellettuale quando si racconta una storia la si racconta nella sua interezza, non solo la parte che fa comodo. 
Pierluigi Peruffo in una decina di minuti ha riempito i "buchi" lasciati da Benigni.

Addio, Francesco

Se n'è andato l'ultimo della generazione dei grandi cantautori. Forse è stato il più grande di tutti, ma io vedo da sempre Guccini c...