Io riesco a mettermi nei panni di un cattolico; il cattolico, invece, non riesce a mettersi nei miei. Sull’eutanasia, per esempio, a me sta benissimo che un credente pensi che la sua vita non sia nella sua disponibilità perché gli è stata donata da un dio. Di conseguenza non ho nulla da obiettare a un malato terminale credente che accetta la sofferenza fino alla fine: è una scelta che riguarda lui. Anzi, da un certo punto di vista, provo anche una qualche forma di ammirazione.
Viceversa, il cattolico con cui parlavo non concepiva che altri potessero pensarla diversamente. Sosteneva che Dio ha donato la vita sia a chi crede e sia a chi non crede, quindi il non credente non può avanzare alcuna istanza di autodeterminazione senza incorrere in un illecito. Da quel punto in poi la discussione si è chiusa, perché venivano meno i presupposti minimi per dialogare. Ed è questo, in fondo, il passaggio che molti cattolici (almeno quelli che ho incontrato io) non riescono a compiere. Poi, certo, esistono anche cattolici più aperti e meno intransigenti su questioni così delicate; semplicemente, non sono quelli con cui è capitato di parlare a me.