"In democrazia chi ha la maggioranza è al governo, non al potere."
(Giovanni Spadolini, 1994)
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)

Nel bailamme politico di questa ore, una frase di Salvini ha attirato la mia attenzione, cioè quella con cui chiede agli italiani di dargli pieni poteri, in modo da poter fare ciò che vuole senza palle al piede.
Sorvolando sul fatto che alle dichiarazioni del felpato occorre sempre dare il peso che meritano, non posso non pensare all'infelicità di tale richiesta. Il concetto di pieni poteri in una democrazia non ha alcun senso, specie in una democrazia parlamentare (almeno formale) come la nostra, concepita in modo che nessun attore abbia i pieni poteri ma tutti si muovano in un sistema di pesi e contrappesi che limitano, o dovrebbero limitare, velleità autoritarie di chicchessia.
La locuzione "pieni poteri" rimanda il pensiero a ogni forma di dittatura conosciuta, da quella stalinista seguita al crollo del regime zarista in Russia a quelle che hanno insanguinato l'America latina alla fine del secolo scorso; dalla dittatura hitleriana in Germania a quella fascista italiana, e si potrebbe continuare a piacere.
Mai uscita fu più infelice, delle innumerevoli infelici partorite in questi ultimi tempi.
Non so se sulla faccenda del TAV cadrà il governo. Non credo. Minacce in tal senso vengono lanciate da mesi un giorno sì e uno no, e, come è noto, non si sono mai realizzate perché nessuno ha mai avuto interesse in tal senso.
Ciò che non capisco è perché l'opposizione (opposizione, vabbe'...), o almeno larga parte di essa, faccia il tifo per la caduta, dal momento che eventuali elezioni anticipate vedrebbero i partiti di Salvini e della Meloni governare assieme con la maggioranza assoluta.
Se si vuole un governo con un Salvini pigliatutto presidente del Consiglio, prego, ci si accomodi e in bocca al lupo a tutti.
Dopo l'approvazione ha ringraziato gli italiani e la beata vergine Maria. Ma come si fa? Cioè, voglio dire, come si può dare il voto a uno così? Quali attenuanti si possono concepire? Quale sortilegio collettivo ha indotto tanta gente a prendere a calci la propria intelligenza in questo modo?
Io boh...
Ieri ho camminato in una Bologna deserta, la Bologna delle domeniche d'agosto. Ci sono andato per dare una mano a Michela a portare via le ultime cose dall'appartamento che aveva affittato per l'università. Terminato di caricare tutto in macchina, stavamo per tornare, poi abbiamo deciso di camminare un po' per vedere com'è Bologna nelle domeniche d'agosto.
Neppure lei la riconosceva: qualche ragazzo di colore in giro in bicicletta con gli auricolari, bus semivuoti, parcheggi liberi lungo via Indipendenza (non so se avete presente), pochi questuanti di vario tipo e nazionalità accampati sotto i portici, uno sparuto gruppo di giapponesi (i giapponesi sono dappertutto) sotto la canicola di mezzogiorno di piazza Maggiore. Ci siamo fermati in un piccolo fastfood miracolosamente aperto e il titolare, dall'aspetto vagamente cingalese, ci ha guardato come se fossimo animali strani.
Noi camminavamo "cullati dai portici-cosce di mamma Bologna", per citare un verso di una celeberrima canzone di Guccini. Cullati non so, ma le metropoli deserte hanno un loro indubbio fascino.
La guerra è la più grande follia del mondo, il più distruttivo dei comportamenti, e non può essere attribuito alle dinamiche del singolo, alla follia di un solo uomo. La guerra è un sistema, un apparato che trova radici in una società intera e viene coltivato, come se domani la si dovesse dichiarare. Si radica nell'odio: in quel sentimento che riveste l'altro di inimicizia e lo percepisce minaccioso come un nemico. Uno stridore che non rimane dentro un singolo, ma si propaga e si fa sinfonia di morte. Come un'orchestra che prova per una première di morte. Una musica che si estende a tutta una nazione, un'orchestra di fucili, di cannoni, di bombe.
Lo ribadisco, c'è un direttore di guerra ma vi partecipano tutti: chi tirando le corde dei violini, chi soffiando nelle trombe che urlano come nell'Apocalisse. L'odio che risuona, che si propaga, che assorda. Per impedire la guerra, bisogna contenere e contrastare l'odio; per fermarla occorre lavorare sull'odio. Se a un colpo di cannone si risponde con un cannone, a un morto si aggiunge un morto e a una strage, una strage ancor più tremenda, allora la guerra non si ferma e la vita si fa guerra. I bambini nascono dentro i carri armati e le donne danno alla luce soltanto soldati. Quando l'odio si scatena e la guerra distrugge, chi non aveva motivo per combattere acquisisce ragioni personali e lo fa per i propri morti. L'odio è un potenziale esplosivo più della bomba atomica, è l'arsenale che ciascuno si porta dentro. È l'arma che ognuno di noi possiede senza un permesso, senza un senso. L'odio spara, l'odio può essere risvegliato in ogni momento. Dopo i primi colpi sparati senza senso, tutti sparano con una ragione anche se cercano di farlo inconsapevolmente. Cecchini automatici, aguzzini della morte.
Scriveva Primo Levi nell'appendice a Se questo è un uomo: "Nella Germania di Hitler era diffuso un galateo particolare: chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande e a chi faceva domande non si rispondeva. In questo modo il cittadino tedesco conquistava e difendeva la sua ignoranza, che gli appariva una giustificazione sufficiente nella sua adesione al nazismo; chiudeva la bocca, gli occhi e le orecchie, egli si costruiva l'illusione di non essere a conoscenza e quindi di non essere complice di quanto avveniva davanti alla sua porta."
Molti storici hanno voluto vedere nella guerra una legge ineliminabile, un ritmo, e hanno ritenuto che la guerra sia un comportamento collettivo incontenibile. La storia del mondo scorre alla presenza continua di guerre, come se si trattasse di un bisogno della collettività, di un correttivo, di un sedativo periodico e dunque terapeutico, per legare un popolo in maniera più salda. Una follia del pensiero, una elaborazione che sa di perversione.
Io credo che l'odio abbia radici nell'uomo, nella sua paura, nel suo bisogno di potere, nel desiderio di difendersi da un "predatore", ma credo anche che non abbia nulla di fatale, perché lo stesso uomo prova l'amore, la compassione e la solidarietà. Credo poi che l'odio sia ritualizzabile e non lo si debba portare nella cronaca con la forza di una guerra. Il rito permette di liberare la violenza senza o con il minor danno possibile. Un danno persino simbolico. L'uomo sembra aver perduto le liturgie della violenza sia per la violenza del singolo che per quella delle masse, della società intera. Insomma, l'odio è un'esperienza umana che può essere controllata e fermata, liturgizzata, e ciò è possibile se si coltiva la cultura della pace, se si mostra la grandezza del perdono sulla miseria della vendetta, se si vede nell'altro e nel diverso non un demone ma un potenziale amico. E soprattutto se si impiegano le strategie della cooperazione e non quelle del successo proprio o della propria fazione. È certo necessario azzerare l'odio del passato, l'odio della storia, trasmesso attraverso le generazioni. Serve un condono dall'odio riflesso. Una eliminazione del debito d'odio e di violenza accumulatosi.
La guerra non è fatale. Ci sono popoli che non hanno fatto mai la guerra e non hanno nemmeno un termine nel loro vocabolario per esprimere questo comportamento. Gli eschimesi per esempio. Ci sono invece popoli che sono sempre in guerra e che si fondano sulla predazione e sul sopruso, sulla logica della forza. Sono le popolazioni guerriere. Bisogna fare di tutto per chiudere le guerre in corso, ma contemporaneamente partire per bandire l'odio. Fare di tutto per non prepararsi alla guerra, Che significa preparare una guerra Anche se ancora non ha nemico. Gli armamenti sono degli incipit per una guerra che ci sarà. È illusorio pensare di armarsi per la pace, per impaurire il possibile aggressore. La distinzione dei confini e la separazione netta tra le razze, invece di una coabitazione comune, sono la premessa odierna di una guerra che combatteranno i nostri figli. La scienza bellica è un'anticipazione per una battaglia che si farà di certo. È tempo di affermare che non c'è differenza tra un odio di difesa e uno di attacco. Chi spara per primo vede in colui che ha colpito un aggressore che avrebbe sparato un attimo dopo. L'odio è una aporia della specie, ritenuto follemente uno strumento difensivo utile alla sopravvivenza del singolo e della società.
Si potrebbe vivere in un mondo che profuma di pace e non che puzza di cadaveri. Quando considero la povertà di popolazioni intere, la morte di bambini senza cibo e penso al costo economico della guerra, vedo il mondo come un enorme manicomio fatto di folli che sembrano sapienti e invece sono idioti. Quando penso che molti sono pronti a giurare sulla guerra giusta e credono che ammazzare possa essere persino un dovere, mi rendo conto di quanto profonda sia stata la manipolazione del buon senso e del volere degli dèi. L'uomo ha fatto dire persino al Signore Iddio che è tempo di uccidere. Da non credente sono certo che nessun Dio mai ha pronunciato una simile sentenza.
(da Dentro la follia del mondo, Vittorino Andreoli)
L'estate non ha niente di bello. La primavera sì, l'autunno sì, l'inverno sì; l'estate nulla, eccetto le burrasche estive che in un'ora spazzano via giorni e giorni di afa e regalano un po' di respiro.
Alcune immagini da Ceuta. Due soldati spagnoli consolano un ragazzino marocchino che è riuscito a raggiungere la spiaggia e un militare dell...