Al Salone del libro di Torino c'è lo stand di un editore vicino ai neofascisti? Chi se ne frega! Non è questo il problema. Il problema è che purtroppo non ho mai avuto la possibilità di andarci. Se l'avessi, ci andrei di corsa (avendo cura, naturalmente, di tenermi a debita distanza da quello stand). Poi, per carità, ognuno la pensi come vuole e faccia come crede.
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
lunedì 6 maggio 2019
Possiamo volare un pochino più in alto?
Per come la vedo io, perculare la Meloni per un lapsus pone i perculanti più o meno al medesimo livello della perculata. Per quanto ignorante possa essere la signora in questione, e nel corso del tempo ce ne ha dato ampie dimostrazioni, dubito fortemente che non sia al corrente del fatto che le zucchine non si tirano su dal mare con la canna da pesca. Andiamo, su, cerchiamo di volare un po' più in alto.
domenica 5 maggio 2019
Lo stipendio di Fazio
Mi sfugge il motivo per cui il felpato sia ossessionato dallo stipendio di Fabio Fazio, al dimezzamento del quale ha subordinato la sua partecipazione al programma. È vero che a noi comuni mortali può sembrare elevato, e forse lo è, ma si tratta comunque di uno stipendio in linea con quello di altri conduttori di programmi di successo (Bonolis, ad esempio, per condurre quella specie di trasmissione per menti inferiori, prende tre volte tanto: niente da dire?).
Sarà mica che la faccenda degli stipendi faraonici fa sempre breccia nel popolino e tutto fa brodo per raccattare qualche altra briciola di consenso per le europee? O magari sarà mica uno dei tanti espedienti per distrarre l'attenzione dalla ormai conclamata inettitudine nel condurre il ministero che sciaguratamente presiede?
sabato 4 maggio 2019
Il grembiule
I ciclisti e le bestemmie
I ciclisti bestemmiano? Sì. Non tutti, naturalmente, ma alcuni di quelli che regolarmente passano qui sulla Santarcangiolese bestemmiano, e pure ad alta voce. Perché c'è un incrocio e delle strisce pedonali, ed essendo la Santarcangiolese una strada assai frafficata, nasce con una certa frequenza una conflittualità tra i tre soggetti principali che occupano questi spazi: pedoni, ciclisti, automobilisti, e dal momento che all'arrivo di ogni primavera si cominciano a tenere le finestre aperte, è più facile udire il turpiloquio degli amanti della bicicletta.
Ora, che uno bestemmi a me non fa né caldo né freddo, ciò che mi infastidisce è che può infastidire altri, nello specifico mia madre al piano di sopra, la quale pure lei tiene le finestre aperte in primavera, e siccome ritengo che il famoso detto evangelico che predica di non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te abbia una sua validità, ecco spiegato il motivo per cui, indirettamente, il sentire bestemmiare mi infastidisce. In pratica: non mi dà fastidio, mi dà fastidio che possa dare fastidio ad altri. È questo il motivo per cui, quando mi saltano i santissimi, prima di dare sfogo al turpiloquio mi accerto che non ci sia nessuno nei paraggi.
Bestemmiare è una forma di maleducazione? Non saprei di preciso, tenderei a dire che è più una mancanza di rispetto nei confronti del prossimo, il quale può risultarne infastidito per motivi religiosi, morali, di buona creanza, di convinzioni personali ecc. È un po' come chi fumi fregandosene del fatto che a qualcun altro potrebbe dare fastidio. Comunque, il problema oggi non si pone: diluvia, e di ciclisti neanche l'ombra.
Filosofando
venerdì 3 maggio 2019
È andato a vedere il muro
È andato dal suo amico Orban, un altro che ti raccomando, e insieme sono andati in pellegrinaggio al muro, un'alta recinzione sormontata da filo spinato che "difende" il confine più orientale dell'Europa dai migranti. E si vedono nelle immagini i due poveretti a naso in su mentre ammirano l'opera. A naso in su, perché non esiste cosa o persona che Salvini possa guardare dall'alto: tutto è più alto di lui, da ogni punto di vista, compresa quella recinzione che riporta alla memoria i fili spinati di Auschwitz e Treblinka e che deve difendere l'Europa dai miserabili e da chi ha fame.
Fra trent'anni saremo dieci miliardi, sulla terra, e di questi dieci otto avranno fame, e dopo voglio vedere di quelle patetiche recinzioni che cosa resterà. Io non ci sarò più, ma non fatico a immaginarlo. Mi viene in mente la chiusura del bellissimo The wall, quando il giudice ordina a Pink di abbattere il muro entro cui si è rinchiuso per isolarsi dal mondo. Sarà così anche per i muri di oggi, con la differenza che non servirà un giudice per abbatterli, ci penserà la storia.
giovedì 2 maggio 2019
Perché i video?
Continuo a chiedermi i motivi per cui vengono pubblicati i video delle nefandezze compiute dagli otto di Manduria e dai due di Casapound. Non è sufficiente riportare le notizie, già a mio avviso viziate da eccessi di enfasi? Sì, è sufficiente, ma ormai la morbosità regna sovrana, morbosità che si trascina dietro un florido mercato di clic.
mercoledì 1 maggio 2019
Il mio primo maggio
Nel 1989 mi arrivò la chiamata per il servizio militare, allora obbligatorio. Mollai ragioneria al quarto anno - non ne potevo più - e partii. Feci domanda di svolgere la ferma di leva nel Vigili del fuoco: domanda accettata. Tre mesi di corso a Roma, alle Capannelle, poi quattro mesi a Vigevano e gli ultimi cinque qua a Rimini, praticamente a casa. Terminata la leva, dovevo trovare qualcosa da fare. Venni a sapere che un'agenzia di distribuzione stampa, a Rimini, assumeva ogni anno ragazzi per la stagione estiva. Mi presentai per il colloquio e fui assunto, erano i primi di aprile del 1990. In settembre, quando il mio contratto era ormai prossimo alla scadenza, il titolate mi chiese se mi fosse interessato restare. Non avendo in quel periodo altre prospettive, accettai e restai: il mio lavoro estivo si trasformò in un contratto a tempo indeterminato. Oggi, trent'anni dopo, lavoro ancora lì, e se non si presenteranno imprevisti, sotto questi chiari di luna sempre da mettere in conto, è probabile che riuscirò a terminare la mia vita lavorativa dove la iniziai.
Tantissimo è cambiato, da quegli anni a oggi, nel mondo del lavoro, e non mi riferisco solo al fatto che all'epoca non esistevano co.co.co, co.co.pro, flessibilità (sinonimo edulcorato di precarietà), contratti a progetto e simili, ma mi riferisco anche al fatto che la disponibilità pressoché illimitata di posti di lavoro faceva sì che il tuo collega di lavoro fosse anche un compagno, mentre oggi è un competitore, nel senso che chi si sbatte di più, chi rende di più, fa sì che l'altro, in caso di razionamento forzato di personale, venga lasciato a casa. Forte di un contratto a tempo indeterminato, potei così mettere su famiglia, imbarcarmi in spese, progettare cose.
Non so se abbia senso, per un giovane di oggi, festeggiare il primo maggio. Cosa festeggia chi ha davanti a sé prospettive lavorative con contratti a chiamata o a tempo determinato di tre o sei mesi? Cosa si può programmare con questi scenari? Ho due figlie; dopo la maturità una ha scelto di andare a lavorare e l'altra di continuare a studiare. Quella che lavora, dalla maturità in qua è sempre andata avanti con contratti a termine e, forse, solo a partire da settembre avrà la possibilità di vedere una certa stabilità. Quella che studia, ha una laurea in pedagogia e attualmente si sta specializzando a Bologna. Nel frattempo fa la cameriera nei weekend per pagarsi, almeno in parte, studi e camera in affitto là dove studia. Poi? Boh, non si sa. Terminata la specializzazione vorrebbe naturalmente trovare un impiego che sia attinente a ciò che ha studiato, e ha anche qualche contatto avviato, ma, almeno all'inizio, sarà qualcosa di ben poco stabile. Ma lei quell'università voleva fare, l'ha scelta perché le piaceva, era quella che desiderava fare, e noi non ci siamo opposti in alcun modo a ciò che erano le sue aspirazioni.
Questo breve racconto solo per evidenziare come sia cambiato radicalmente il concetto di lavoro nell'arco di trent'anni, che sembrano molti, ma in realtà non lo sono. Trent'anni sono stati sufficienti per passare dalla relativa sicurezza di un impiego fisso alla atomizzazione e parcellizzazione del lavoro, portati avanti con assidua pervicacia da ogni riforma del lavoro di qualsiasi governo, iniziata col famigerato pacchetto Treu del 1992, proseguita poi con la legge Biagi, il decreto Poletti, e, ciliegina sulla torta, il famigerato Jobs Act di renziana memoria, tutti provvedimenti all'insegna dell'aumento della precarietà spacciata per flessibilità, perché ci avevano spiegato che le sfide del lavoro del futuro si sarebbero vinte solo con la flessibilità. Poi si è visto com'è andata a finire.
Non so, ripeto, di fronte a questi scenari, come un giovane di oggi possa festeggiare il primo maggio.
Addio, Francesco
Se n'è andato l'ultimo della generazione dei grandi cantautori. Forse è stato il più grande di tutti, ma io vedo da sempre Guccini c...
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