mercoledì 30 novembre 2016

(...)

Prodi si schiera col Sì e Il Fatto scrive che ormai i 5*, dopo la faccenda delle firme, sono un partito come tutti gli altri. Sono confuso. A questo punto mi aspetto di sentire da un momento all'altro Red Ronnie dire che i vaccini fanno bene.

martedì 29 novembre 2016

Niente da aggiungere, purtroppo

Sono convinto che sarà il Sì a vincere, e credo che sia sempre stato in vantaggio sul No, anche quando i sondaggi dicevano il contrario, per la semplice ragione – qui il lettore mi consenta il bisticcio – che non basta aver ragione per aver ragione, anzi, talvolta può addirittura rivelarsi un handicap, e di questo avremo ulteriore conferma lunedì prossimo, con l’approvazione di una riforma costituzionale che non doveva nemmeno essere mai scritta, perché a promuovere un processo che revisiona un terzo della Costituzione non può essere il Governo, e l’input non può esser dato da un Presidente della Repubblica che condiziona la sua rielezione all’impegno che in tal senso dovrà assumersi chi poi egli sceglierà come Presidente del Consiglio, e ad approvare il testo di una riforma costituzionale, che perciò già in nuce è cosa aberrante, non può essere un Parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale, autorizzato a legiferare in regime di prorogatio al solo fine di assicurare la continuità dello Stato, di certo non a riscrivere le regole sulle quali è fondato.
Il No ha ragione senza neppure dover entrare nel merito delle modifiche che questa riforma intende apportare alla Costituzione, e a entrarci ne acquista ulteriormente, perché è proprio nel merito che essa rivela quanto non fosse affatto necessaria, tanto meno urgente, rivelando che, a dispetto di quanto afferma chi l’ha scritta, non semplifica affatto il processo legislativo, né ne abbrevia i tempi, né riduce i costi della politica, se non in misura irrisoria, mentre invece di sicuro riduce il peso della sovranità popolare e cancella ogni distinzione tra potere esecutivo e potere legislativo.
È una riforma costituzionale (in realtà, una revisione costituzionale) che non ha visto affatto il concorso ampio e adeguatamente rappresentativo di tutte le forze politiche alle quali fosse stato dato dal voto popolare un esplicito mandato in tal senso, ma il passivo consenso di un Parlamento di nominati costantemente ricattati dalle segreterie dei partiti, e arriva al vaglio referendario in forza di una formalità procedurale più volte forzata fino al limite della sua rottura, per farsi momento di divisione invece che di condivisione, e solo perché ostinatamente concepita come posta di una scommessa tutta personale.
Ogni ragione è dalla parte del No, ma questo non gli darà ragione, c’è da esserne certi, perché il piano sul quale ragione e torto sono chiamati a confrontarsi – quello del diritto, che poi è il piano dove la logica si fa imperativa – è ormai da tempo devastato dall’ignoranza e dall’arbitrio. E tuttavia occorre spendersi in favore del No, per lasciar traccia che, seppur costretta ad aver torto, la ragione non ha taciuto.


Ho riportato integralmente questo articolo di Luigi Castaldi perché il suo contenuto rappresenta in maniera esemplare anche il mio pensiero.

lunedì 28 novembre 2016

Alle neomamme

La manovra economica è stata licenziata e Repubblica, vicina all'orgasmo, elenca tutte le sfavillanti misure contenute all'interno, misure delle quali beneficeranno chi più chi meno tutte le categorie sociali: autonomi, dipendenti privati, statali, pensionati ecc. Un'attenzione speciale - leggo - è riservata alle neomamme. "Il premio alla nascita da 800 euro e il bonus bebè da 1.000 euro non solo si possono cumulare, ma non dipendono dal reddito. Lo prendono tutte, ricche e povere."
Scusate,  perché lo prendono tutte? Che senso ha mettere sullo stesso piano, che ne so?, una mamma che magari ha appena messo al mondo il terzo figlio ed ha pure il marito in cassa integrazione e una neomamma imprenditrice che dichiara cifre a 10 zeri? Logica e buon senso non vorrebbero semmai che si desse di più a chi ha più bisogno e meno (o niente) a chi non sa che farsene di quei 1800 euro?
Già, logica e buon senso, questi sconosciuti.

Corte Costituzionale, Madia e furbetti del cartellino (che non venivano licenziati neppure prima)

Dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha fatto a pezzi gran parte della riforma della pubblica amministrazione voluta da Marianna Madia, nella parte in cui prevede di riformare l'assetto pubblico solo "previo parere" e non "previa intesa" con le Regioni, si sono scatenate le ire funeste del venditore di pentole e seguaci vari assortiti. I ritornelli più utilizzati sono stati due: "È un paese bloccato dalla burocrazia" e "La Corte costituzionale ci ha impedito di licenziare quelli che fanno i furbetti del cartellino." Naturalmente, da buon Wanna Marchi della politica, Renzi non si è certo lasciato scappare l'occasione per una bella strumentalizzazione della vicenda a favore del sì, lanciata in pompa magna dal salotto della signora D'Urso: "Col Sì nessuna Regione potrà più bloccare il Paese." Ovviamente sono tutte balle, ma l'elettore quadratico medio del Pd non è in genere uno che sta lì a farsi tante domande e ad approfondire, prende per buono e bello tutto ciò che gli dicono essere buono e bello e chiusa lì. Ma perché sono balle? Lo spiega Massimo Villone, professore emerito di Diritto Costituzionale all’Università Federico II di Napoli: "La Corte ha dichiarato la incostituzionalità del Decreto Madia perché l’intreccio delle competenze tra i livelli istituzionali avrebbe richiesto non un semplice parere delle autonomie sui decreti delegati attuativi della legge 124, ma una intesa formale da raggiungere nelle Conferenze tra Stato e autonomie. Intesa in cui si realizza il fondamentale principio di leale collaborazione tra i livelli istituzionali. Un principio, quest’ultimo, che rimarrà identico anche in caso di vittoria del Sì al referendum di domenica prossima. Non è vera, quindi, la versione dei sostenitori del Sì, secondo cui la riforma Renzi-Boschi avrebbe evitato la pronuncia di incostituzionalità grazie alle modifiche introdotte nel rapporto Stato-Regioni." (Il Fatto, 28/11/2016)
Per quanto riguarda la questione dei licenziamenti, che la sentenza della Consulta avrebbe vanificato, c'è da chiedersi di quali licenziamenti stiamo parlando. Due inchieste, svolte da Panorama e da Linkiesta e pubblicate in luglio, dimostrano che dei famosissimi licenziamenti in 48 ore promessi da Renzi non c'è traccia quasi da nessuna parte. "La loro rilevanza [le vicende dei furbetti del cartellino, ndr] è diventata quanto mai maggiore da quando il governo ha approvato il provvedimento del ministro Marianna Madia che prometteva proprio per casi del genere il pugno forte dell’amministrazione pubblica, con licenziamenti che sarebbero potuti scattare anche dopo 48 ore. In effetti, a distanza di mesi, se si vanno ad analizzare gli episodi di assenteismo e false attestazioni che si sono susseguiti, si nota che questi tempi celeri di intervento punitivo così tanto sventolati, di fatto sono ben lontani dall’essere reali. Dal caso del Comune di Foggia, a quello dell’Asl di Avellino, dalla prefettura di Pistoia al Comune di Acireale; e ancora, dal Museo delle tradizioni di Roma alla Asl di Caserta, passando per l’Agenzia delle entrate di Asti, per finire agli episodi “calabresi” del Comune di Oppido Mamertina e dell’Azienda sanitaria di Rossano Calabro: sono almeno una decina i casi che in questi mesi hanno conquistato gli onori della cronaca e per i quali, se si vanno a cercare le conseguenze, non si trova assolutamente nulla. L’unica inchiesta che ha portato effettivamente a degli effetti tangibili è quella, tra tutte forse la più eclatante, del Comune di Sanremo [...] La verità dunque è che la legge Madia presenta ancora delle lacune di carattere operativo che andrebbero colmate per rendere davvero più efficiente e veloce la punizione per i dipendenti fannulloni."(Panorama, 14/07/2016)
"'Licenzieremo i dipendenti in 48 ore' tuonava a gennaio il premier Matteo Renzi, promettendo l'impossibile con provvedimenti rapidi e inapplicabili. Inapplicabili perché a farsi un giro di telefonate tra le varie amministrazioni pubbliche coinvolte si scopre che è tutto un po' più complicato di quanto auspicherebbe il Presidente del Consiglio. Tuttalpiù i furbetti e i fannulloni, si possono sospendere, ma per misure più incisive bisogna aspettare la trasmissione degli atti dei magistrati." (Linkiesta, 15/07/2016)
Quindi, alla fine, i dipendenti fannulloni che secondo Renzi la Consulta adesso impedisce di licenziare, in realtà non venivano licenziati neppure prima della sentenza, come si è visto. Ma chi ci bada, in fondo? Bastano un paio di slogan, di tweet, e sono tutti contenti. Poi chi se ne frega del resto?

domenica 27 novembre 2016

(...)

Eugenio Scalfari, nel consueto editoriale della domenica su Repubblica, dice che "il referendum costituzionale ha ampiamente cambiato il significato che gli attribuisce la gran parte dei cittadini che hanno deciso di votare [...] Per quanto risulta a noi, chi voterà Sì lo farà per rafforzare l'autorevolezza politica di Renzi; chi voterà No lo farà per mandarlo in soffitta." Vero, verissimo, ma Scalfari dimentica di dire che il significato che attribuisce al referendum gran parte dei cittadini ha assunto questa connotazione personalistico-plebiscitaria sulla persona di Renzi perché è stato Renzi stesso a volere così, a detta di molti per costruire una sorta di legittimazione popolare che lui stesso avverte come mancante - fu lui, in passato, a dire più di una volta che sarebbe andato a palazzo Chigi solo passando per regolari elezioni; non è andata così, come sappiamo, e questa cosa gli viene rinfacciata con una certa frequenza. All'inizio, infatti, quando era sicurissimo dell'esito disse che se il referendum non fosse passato se ne sarebbe andato a casa. Poi ha parzialmente ritrattato quando ha visto che i sondaggi cominciavano a imboccare una strada pericolosa e anche dopo la reprimenda di qualche tempo fa di Napolitano, il quale si è accorto già da qualche tempo che la sua ultima creatura gli sta sfuggendo di mano. Cosa che potrebbe costare, sia a Renzi che a Napolitano stesso, piuttosto cara.

sabato 26 novembre 2016

Fidel Castro e le edicole

La morte di Fidel Castro è un altro degli infiniti esempi che dimostrano l'inutilità, oggi, dei quotidiani nelle edicole. La notizia della sua morte è infatti arrivata qui in Italia a notte inoltrata, quando i giornali erano già nelle rotative, e ovviamente su nessun giornale di stamattina la trovate. Ci sarà però domattina, quando chi bazzica in rete o guarda la tv l'avrà già archiviata ma se la ritroverà di nuovo nelle rassegne stampa.

venerdì 25 novembre 2016

Gli insulti a Laura Boldrini

Non mi pare di aver capito che la signora Boldrini abbia intenzione di perseguire per vie legali i responsabili delle offese a lei rivolte dal vasto esercito di stupidi che pullula in rete. Credo che comunque, data la carica che ricopre, eventuali querele potrebbero attivarsi d'ufficio. Credo, ma non sono un esperto, quindi prendete la cosa col beneficio del dubbio. In ogni caso, se la signora Boldrini (o chi per lei) lo facesse, a mio avviso farebbe benissimo. Sicuramente non estirperebbe la maleducazione e la stupidità da internet, ma magari la sua iniziativa potrebbe costituire per il futuro un buon deterrente al reiterarsi di simili esempi di stupidità. Ma prendete anche questo col beneficio del dubbio.

giovedì 24 novembre 2016

L'Economist dice no ma a Repubblica non risulta





Sempre per quella storia che Repubblica, oggi, è per Renzi e il Pd quello che una volta Il Giornale era per Berlusconi e Forza Italia.

Candle in the wind

Ogni tanto mi scordo di avere in casa anche un pianoforte, che è ormai scordatissimo (mi sono ripromesso di chiamare entro Natale il tipo che lo accorda) ma che ancora può servire per passare il tempo nei pomeriggi pallosi, magari rovinando qualche pezzo di Elton John.

mercoledì 23 novembre 2016

Berlusconi, riforma costituzionale e deriva autoritaria

Che a denunciare in caso di vittoria del sì la "possibilità di una deriva autoritaria nel nostro Paese" sia Silvio Berlusconi (Il Giornale, 22/11/2016), la dice lunga sul livello di ridicolo a cui siamo giunti. Brevissimo riassunto a beneficio dei corti di memoria. Nel 2013 Renzi vince le primarie e diventa segretario del Pd. Una delle prime cose che fa, una volta diventato segretario, è dialogare con Berlusconi, quello che, appena un anno prima, "Se vinciamo noi sarà il primo a essere rottamato" (settembre 2012). Berlusconi va quindi a trovare l'amico ritrovato nella sede del Pd, in Largo Nazareno, e da quell'incontro nasce il famoso patto omonimo, all'interno del quale, tra le altre cose, c'è la riforma costituzionale su cui mezza Italia si sta scannando da qualche mese e sulla quale, voglia il cielo, metteremo la parola fine tra una decina di giorni.
La riforma costituzionale che Berluconi dipinge oggi come foriera di derive autoritarie, è stata concordata e definita da lui stesso assieme al suo degno compare di allora, tanto è vero - sempre per i corti di memoria - che al primo passaggio in Parlamento Forza Italia la votò compatta. Poi il patto si ruppe, e successe nel febbraio 2015 con l'elezione di Mattarella come Presidente della Repubblica, scelta che aveva sempre visto la contrarietà del tipo delle cene eleganti. Da lì Berlusconi cambiò idea e Forza Italia si spaccò, una giravolta dettata esclusivamente da ripicca, nel prosieguo della migliore tradizione politica italiana basata da sempre su ripicche, ricatti e simili - il classico modus operandi dei bambini all'asilo, per intenderci. A tutto questo c'è da aggiungere, come del resto hanno già fatto in molti, che l'impianto generale di questa riforma costituzionale ha moltissimi punti in comune con la riforma costituzionale del 2006 patrocinata da Berlusconi stesso, e fortunatamente rispedita al mittente da un referendum confermativo come quello a cui ci appressiamo, che speriamo sia di buon auspicio per rispedire al mittente anche questa pessima riforma costituzionale.
Alla fine, quello che spaventa di più mi sembra non sia tanto il rischio di una deriva autoritaria, ma il rischio dei pericoli di cadere nel ridicolo a cui si va incontro quando manca del tutto la memoria storica.

martedì 22 novembre 2016

Tornano i fascisti (se vince il no)

Una delle motivazioni più cretine e diffuse che mi è capitato di sentire da parte di chi è intenzionato a votare sì, è che una eventuale vittoria del no aprirebbe automaticamente la porta di palazzo Chigi a Salvini o ai Cinque Stelle; insomma ci ritroveremmo coi fascisti al governo e con una forma tutta italiana di trumpismo rampante. Chi partorisce questa scemenza dimentica però che il 4 dicembre si voterà per la Costituzione dei prossimi 70/80 anni, non per il governo dei prossimi due o tre. Domanda: per contrastare questo presunto fascismo di ritorno è meglio preservare la Costituzione nata dai valori della Resistenza o è meglio stuprarla svuotandola del suo potere di gestire con sapienza gli equilibri e mettere sacrosanti paletti a qualsiasi velleità autoritaria da parte di chi guidasse un prossimo governo?
E fatevela, ogni tanto, 'sta domanda, su.

Senza cellulari

Mi viene in mente, ripensando a Figlia del silenzio, che ho brevemente recensito qualche giorno fa in queste pagine, che c'è stato un periodo in cui la vita si svolgeva senza cellulari. Sembra una banalità, è vero, ma ci ho pensato molto mentre scorrevo quelle pagine - la storia si svolge in America tra gli anni '60 e '80 - specie quando il padre, alla sera, prende la macchina ed esce per cercare il figlio, facendo il giro dei luohi in cui avrebbe potuto trovarlo: a casa di qualche amico, al bar, al parco, oppure quando un pomeriggio esce di casa di corsa per andare a documentarsi su una malattia in biblioteca. Sembra passata un'era geologica, invece sono solo un paio di decenni scarsi, e pensarci oggi, quando in tempo reale possiamo mandare una foto o un video a un'altra persona, che magari sta dall'altra parte del globo, o con Google sul cellulare fare in tempo reale qualsiasi ricerca, beh, a me fa uno strano effetto.

lunedì 21 novembre 2016

Bergoglio e l'aborto

Sono rimasto sorpreso dalla lettera apostolica del Papa con la quale, leggo, "diventa permanente la possibilità per i sacerdoti di assolvere chi ha procurato l'aborto." E la sorpresa nasce dal fatto che non sapevo che i medici che procurano aborti commettessero un peccato talmente grave da non poter essere emendato dalla normale confessione ma solo da una speciale dispensa papale. Allora mi è sorta una domanda: quali sono i peccati, altre all'aborto, che per essere cancellati necessitano del medesimo trattamento? Eccoli qua: "Rubare ostie consacrate per usarle in riti satanici; violare il segreto della confessione; commettere peccati sessuali da parte di un ecclesiastico o di una religiosa, a partire dalla pedofilia; abortire o rendersi corresponsabile dell'interruzione volontaria della gravidanza; aggredire o offendere la persona del Papa."
Ora, dal momento che i parametri di valutazione della gravità di un peccato dello scrivente sono leggermente diversi da quelli della dottrina della Chiesa cattolica, il lettore non resterà sicuramente sorpreso dal fatto che a me pare di uno stridore piuttosto elevato mettere sullo stesso piano la pedofilia con l'offesa al successore di Pietro, ma il punto non è questo. Il punto che mi preme evidenziare è che tra i famosi cinque peccati gravissimi, ossia di quelli non cancellabili in un normale confessionale, non c'è l'omicidio, dal che ne consegue che un medico abortista che avesse chiesto il perdono poteva fino ad oggi solo sperare nella clemenza papale; un "normale" assassino, di quelli ad esempio che uccidono una persona durante una rapina in un negozio, poteva invece essere perdonato dal primo prete da cui si fosse recato a confessarsi.
Ecco, a me queste differenze danno un fastidio che non avete idea.

sabato 19 novembre 2016

La Costituzione secondo il Partito Democratico

"La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006."

Dal Manifesto Fondativo del Partito Democratico, art. 3.

(Per i corti di memoria.)

Oggi pomeriggio







Figlia del silenzio



Uno dei romanzi più belli letti nel recente periodo. Narra le vicende di una famiglia (anzi, di due) del Kentucky che si snodano in un arco temporale che va dal 1964 al 1989. L'autrice, Kim Edwards, a me totalmente sconosciuta fino a oggi, racconta nelle note della postfazione che il racconto è ispirato a un fatto realmente accaduto di sua conoscenza. Molto brevemente, in una notte tormentata da una forte tempesta di neve, alla protagonista, incinta, si rompono le acque. Il marito, medico, la carica in macchina e con non poche difficoltà riesce a trasportare la donna nell'ambulatorio di un suo collega, ostetrico, il quale però non riesce a raggiungerli a causa delle condizioni del tempo. Il parto lo esegue quindi il marito, aiutato dall'infermiera dell'ostetrico che nel frattempo è riuscita ad arrivare. Nascono due gemelli: un maschio, perfettamente sano, e una femmina, che il padre capisce immediatamente essere affetta dalla sindrome di Down. Mentre la madre è ancora sotto anestesia, il medico consegna all'infermiera la piccola, dicendola di farla sparire portandola con la macchina in un istituto di sua conoscenza. L'infermiera carica la bimba nella macchina e parte, ma quando si trova all'ingresso dell'istituto ci ripensa e porta la bambina a casa sua. Fa le valigie e sparisce il giorno dopo, abbandonando tutto e trasferendosi con la piccola in un'altra città e iniziando una nuova vita con lei. Il medico dirà alla moglie, mentendo, che la bambina era nata morta. La bambina crescerà, pur tra le difficoltà create dalla sua condizione, con quella che crederà essere la sua vera madre e diventerà adulta riuscendo in qualche modo a inserirsi nella società, mentre il fratello crescerà nella sua famiglia naturale. Una volta adulti, dopo mille vicissitudini i due infine si incontreranno.
Il romanzo ha una componente psicologica molto spiccata, e chi è genitore si riconoscerà perfettamente in moltissimi degli atteggiamenti che caratterizzano sia il rapporto del bambino con la sua famiglia naturale, sia quelli relativi ai rapporti tra la bambina e la famiglia adottiva. L'autrice, sempre nella postfazione, scrive che la pratica di abbandonare in istituti i bambini portatori di patologie evidenti era molto diffusa negli Stati Uniti degli anni '60 e '70. Ovviamente non è una giustificazione dell'operato del medico, il quale ha ritenuto di fare questa scelta unicamente per evitare un dolore alla moglie - un segreto che si porterà dietro tutta la vita e che negli anni distruggerà la sua esistenza e provocherà la disgregazione della sua famiglia.
Insomma, si tratta di un romanzo che fa riflettere, pensare; a tratti è crudele, spietato, ma sicuramente di quelli che restano in memoria.

venerdì 18 novembre 2016

Il no è avanti

Non c'è di che essere tranquilli, leggendo i sondaggi che (per ora) danno in vantaggio il no sul sì riguardo alle intenzioni di voto al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Certo, se le rilevazioni avessero dato davanti i sì sarebbe forse stato peggio, ma considerata la scarsissima affidabilità delle suddette rilevazioni (vedi il caso Trump, solo per citare l'ultimo in ordine di tempo), è opportuno andarci coi piedi di piombo in ogni caso. I dati, affidabilità a parte, sono però interessanti per almeno un motivo. Il primo è che i sì sono in vantaggio soprattutto tra i pensionati e gli over 65, i no nella fascia di età che comprende i giovani e chi sta nella mezza età. Una chiave di lettura di questa situazione potrebbe risiedere nel fatto che gli anziani, notoriamente, sono quelli più distanti dal mondo della rete e più vicini a quello della televisione, e a loro è quindi maggiormente preclusa la possibilità di informarsi correttamente e di sentire opinioni diverse da quelle che passa la tv, notoriamente, con poche eccezioni, tutta appiattita sulle ragioni del sì. È un'opinione mia, ovviamente, quindi prendetela per quello che vale.
Come dicevo, comunque, sono sondaggi da prendere con due robuste molle perché la percentuale di indecisi è molto ampia, e il giorno del voto sarà probabilmente determinante per far pendere la bilancia da una parte o dall'altra, sondaggi o non sondaggi.
Speriamo bene.

giovedì 17 novembre 2016

Il mio prossimo libro

"Ma non è solo per la trama e per lo stile che Le otto montagne emana quell'aura intemporale che è il primo e più importante indizio di classicità. Questo è un libro che risponde a una questione apertissima della letteratura di questo inizio secolo. La scrittrice Nadia Terranova, sul numero di IL di un paio di mesi fa, all'interno della sua recensione di Eccomi, l'ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer la formula così: «uno dei problemi letterari del decennio: come far entrare le chat e i messaggi nei romanzi contemporanei?».
La risposta è lunga tutte le 200 pagine di questo romanzo. Ed è secca e decisa: non ci devono entrare. In nessun modo. Perché? Perché viviamo in un mondo iperconnesso, che ci ha frantumato il tempo e ha fatto a pezzi la nostra concentrazione. Il nostro Ego è esploso, si è fatto incontinente e viziato a furia di specchiarsi sui social network.
La Letteratura è uno degli antidoti e questo libro è un classico proprio perché sopravviverà a tutto questo. Perché è qui per ricordarci l'importanza di cose che sui social network stanno sparendo e che le montagne, come la letteratura, richiedono. Il tempo, il rispetto, l'umiltà, la concentrazione. E ce lo ricorda con semplicità, senza gridare. La letteratura, se proprio deve servirci a qualcosa, deve riuscire ad essere il fortino dove riparare per difenderci da questo bombardamento di inutilità. Fuor di metafora altisonante, è il luogo dove tornare la sera per ricordarsi che oltre a tutto il frastuono che abbiamo intorno, esiste ancora uno spazio per la concentrazione e per la lentezza."


(via linkiesta.it)

mercoledì 16 novembre 2016

Dylan non ci va

Dice Dylan che, pur onorato del prestigioso riconoscimento conferitogli, non si recherà in Svezia alla cerimonia di consegna per via di altri impegni - secondo me per sterile snobismo, ma è solo un'opinione. Presunto nobismo a parte, noto che nel momento in cui scrivo questo post tutti i siti italiani mettono la notizia nelle home page a caratteri cubitali, mentre la maggior parte di quelli stranieri (ho dato un'occhiata a BBC, CNN e New York Times) non ne parla affatto o mette la notizia in mezzo alle altre (BBC), senza darle particolare enfasi, in ossequio alla migliore tradizione, tutta italiana, di elevare al rango di notizie quelle che probabilmente non lo sono.

martedì 15 novembre 2016

La Discontinuità di Mohorovičić



Il libro non è granché, diciamo la verità, nonostante l'endorsement di Clive Cussler che fa bella mostra di sé appena sopra il titolo e che bolla come ottimo questa specie di thriller fantascientifico, il cui andamento abbastanza soporifero e trama gravemente scontata lo collocano invece nel lungo elenco di libri che si tirano a finire giusto perché si sono iniziati. Però, a un certo punto, nel libro si parla di una roba che si chiama Discontinuità di Mohorovičić, e la cosa mi incuriosisce assai perché non l'ho mai sentita nominare. Non so cosa sia, e siccome vicino al libro c'è sempre lo smartphone, vado a togliermi la curiosità su Wikipedia, come faccio sempre, perché a questo serve Wikipedia: imparare le cose che non si sanno e in cui ci si imbatte casualmente in libri che possono essere tutto sommato anche abbastanza mediocri.

Dietro a o dietro i?

Sto leggendo un giallo: Occhi nel buio, di Margaret Miller. A un certo punto trovo una frase, questa: "Qualche minuto più tardi la luce dietro gli alberi scomparve" e mi pare di notare che qualcosa stoni, non sia grammaticalmente corretto. Io, ad esempio, avrei scritto: "Qualche minuto più tardi la luce dietro agli alberi scomparve." Insomma, il mio dubbio è: il termine "dietro" deve essere seguito da "gli" o da "agli"? Ci penso. Provo a riesumare qualche reminescenza di grammatica dei tempi della scuola ma niente da fare. Apro Google e trovo la risposta su dizionario-italiano.it, nel quale leggo che "dietro" è una preposizione impropria e come tale si unisce direttamente al nome che segue: "dietro la casa", "dietro la piazza" ecc. "Alcuni - leggo ancora - preferiscono accompagnarlo con la preposizione (semplice o articolata) a: dietro alla facciata; dietro al mobile ecc. Riteniamo, questo, un uso non molto corretto e, quindi, da evitare in buona lingua italiana. Dietro è di per sé una preposizione, sebbene impropria, per quale motivo (grammaticale) farlo seguire da un’altra preposizione?"
Ecco, mi sa che finora io ho sempre sbagliato.

Non siamo tuttologi

Nelle discussioni sui social, relative ai più disparati argomenti, dalle quali peraltro cerco di stare più alla larga che posso perché dal periodo in cui avevo voglia di star lì a battibeccare con chicchessia sono uscito da un pezzo, esce regolarmente fuori il tipo che, preso alle strette, la butta sul livello di competenza riguardo a ciò di cui si discute. Così, ad esempio, se si dibatte di riforma costituzionale può succedere che ci si senta chiedere se si sia dei costituzionalisti; se si dibatte, che ne so?, di vaccini può capitare di sentirsi chiedere: "Scusa, sei un ricercatore?" e via di questo passo. Io, naturalmente, non sono né ricercatore né costituzionalista, sono semplicemente uno molto curioso e amo approfondire e capire le cose a cui sono interessato attraverso la lettura di libri, siti specifici e quant'altro, condizione questa evidentemente non sufficiente per poter dibattere alla pari coi tuttologi della rete.
Ne prendo atto.

lunedì 14 novembre 2016

Il nuovo Senato

"Allora, solo per poter dire che su 3 milioni di dipendenti pubblici ce ne sono 100 che lavorano gratis – solo per quest’unico meschinissimo scopo propagandistico, si è messo in piedi un marchingegno complicatissimo che non potrà mai funzionare."
Poche righe del sempre ottimo Maurizio Pistone per illustrare l'immensa presa in giro che sarà il nuovo Senato qualora passasse questo obbrobrio di riforma.

domenica 13 novembre 2016

La sovranità popolare secondo Scalfari

Dice Scalfari che la legge elettorale va assolutamente cambiata eliminando il ballottaggio, perché se al referendum dovesse vincere il no e si tornasse a votare, con quel meccanismo lì vincerebbe il M5S. Simpatie o antipatie per i grillini a parte, Scalfari sta dicendo senza porsi scrupolo alcuno che una legge elettorale non dev'essere concepita in modo da garantire la massima rappresentanza possibile, ma in modo da ostacolare una parte politica e agevolarne un'altra. Alla faccia del principio costituzionale di sovranità popolare.

venerdì 11 novembre 2016

Due bambine in blu



Poi, dopo i libri abbandonati, capitano quei libri che cominci al mattino e finisci alla sera, tutta una tirata. Magari non sono niente di impegnativo, li cominci senza troppe aspettative perché li trovi in giro per casa senza neppure ricordarti come ci siano capitati; poi la storia ti prende, la giornata è piovosa e alla fiera di San Martino non si va, e alla fine una pagina tira l'altra, fino ad arrivare in fondo.

Bergoglio, Scalfari e l'età che avanza

Nell'intervista di Scalfari a Bergoglio, pubblicata oggi da Repubblica, mi pare siano contenute alcune castronerie di carattere statistico-storico di una certa portata. Dice ad esempio Bergoglio: "I cattolici sono un miliardo e mezzo, i protestanti delle varie confessioni ottocento milioni; gli ortodossi sono trecentomila, poi ci sono le altre confessioni come anglicani, valdesi, coopti [Sic!]. Tutti loro compresi, i cristiani raggiungono i due miliardi e mezzo di credenti e forse più. Ci sono volute armi e guerre? No. Martiri? Sì, e molti."
Per cominciare, c'è da dire che i "due miliardi e mezzo di credenti e forse più" Bergoglio può solo averli immaginati dopo abbondanti libagioni e con la memoria obnubilata dall'ebbrezza provocata dall'abuso di un buon frizzantino di Frascati. Pur essendoci in circolazione stime diverse, infatti, la più ottimistica parla di 2,2 miliardi di cristiani. Ancora tre anni fa, la 2001 World Christian Trends, fonte non certo accusabile di simpatie verso gli atei, li quantificava in 1.999.563.838 individui, quindi meno di due miliardi. Sì dirà che in fondo non è che ci sia tutta 'sta gran differenza. Beh, sono 3/400 milioni di individui in più che il papa non si sa dove abbia preso: non mi pare sia poco. A tutto ciò c'è da aggiungere che questi dati la chiesa li desume, come è prassi, principalmente dal numero di battezzati ed è noto che battezzato non sempre è sinonimo di fedele, anzi è spesso vero il contrario. Anche io formalmente sono battezzato, ma non sono credente e non metto piede in una chiesa da qualche decennio; nonostante questo, per la Chiesa faccio statistica ai fini della determinazione del numero delle sue pecorelle. Secondo i dati del Vaticano, nel 1997 in Italia c'erano oltre 56 milioni di cattolici, ossia oltre il 97% della popolazione di allora; una cifra ovviamente fantascientifica, gonfiata appunto da questo sistema di calcolo. In realtà, per farsi un'idea di quanti siano davvero i cattolici praticanti si può considerare, tra i tanti, il parametro di quanti devolvono il proprio 8x1000 alla Chiesa Cattolica, ossia grosso modo il 30% di chi presenta una dichiarazione dei redditi, che mi pare la dica lunga. Andiamo oltre.
Bergoglio dice che per arrivare ai suoi fantascientifici due miliardi e mezzo e forse più di fedeli la Chiesa non ha fatto uso di armi e guerre ma di martiri. Questa corbelleria si smonta, volendo, ricorrendo a una miriade di esempi. Ne faccio uno solo: l'America Latina, attualmente uno dei "fortini" del cattolicesimo. Chi non conosce la storia della colonizzazione spagnola e portoghese di quelle terre, e magari è pure refrattario ai libri, per rendersi conto dei motivi per cui là il cattolicesimo ha attecchito tanto può guardare il film 1492 - La scoperta del paradiso, con Gerard Depardieu nei panni di Cristoforo Colombo. È solo un film, ovviamente, ma l'idea dei metodi utilizzati dai colonizzatori per "convertire" i nativi al cattolicesimo è resa piuttosto bene, ed è quella che Neruda descrisse sintetizzandola superbamente con la celebre locuzione "La spada, la croce e la fame – andavano decimando la famiglia selvaggia."
L'aspetto paradossale di tutto ciò è che Scalfari, che in teoria dovrebbe essere un giornalista, davanti alla fila di panzane rifilategli da Bergoglio non fa una piega.
Sarà l'età.

giovedì 10 novembre 2016

Anche Trump tra vaccini e autismo



Gli scienziati e le persone con un minimo di capacità di ragionare si dannano l'anima, sui blog, sulle riviste specializzate, sui social network, per cercare di far capire alla folla oceanica di creduloni che tra vaccini e autismo non c'è alcuna correlazione, e a capo del mondo chi ci va? Uno che crede e propaganda 'ste panzane. Volendo, ci sarebbe da fare un discorsino anche in merito alla bufala - ovviamente Trump crede anche a questo - che il riscaldamento globale è una montatura ordita dai cinesi, ma non credo serva, ormai è chiaro chi è il tipo che è nella stanza dei bottoni, e come dice il buon Attivissimo, c'è poco da ridere.

Libri abbandonati



E poi niente, ogni tanto capita pure a me di lasciare un libro a metà, anche se nella mia lunga carriera di lettore le volte che è successo si contano sulle dita di una mano. Ma mi succede - l'ultimo che ricordo aver abbandonato mi pare sia stato i Versetti satanici di Rushdie. Strano, semmai, che mi sia successo con un libro di De Luca, di cui ne ho letti altri e tutti molto belli, ma questa specie di rivisitazione tutta personale della natività di Cristo proprio non sono riuscito a sfangarla: abbandonato dopo una cinquantina di pagine.
Pace e amen.

mercoledì 9 novembre 2016

Trump taglierà le tasse (ai ricchi)

Nel programma politico di Trump sono previste, tra le altre cose, forti riduzioni di tasse al ceto più ricco, una ricetta fallimentare classica delle destre messa in atto nella convinzione che rappresenti uno stimolo per l'economia di cui beneficeranno anche i più poveri. Trump, in altre parole, sta per cadere nello stesso errore che fece Bush Junior nel primo tragico quadriennio della sua presidenza: tagliare le tasse al ceto più ricco e ai proventi del cosiddetto "capital gain" (in sostanza, i guadagni derivanti dalle speculazioni finanziarie).
Chi ha letto qualche libro del Nobel dell'economia Joseph Stiglitz, sa benissimo cosa provocò questo madornale errore di Bush: il deficit USA salì alle stelle, il debito pubblico pure, l'economia rimase stagnante e la forbice tra ricchi e poveri si allargò in maniera spaventosa. In sostanza, i ricchi diventarono sempre più ricchi pur diminuendo numericamente, i poveri diventarono sempre più poveri e numericamente più numerosi, come conseguenza dell'equivalente ridimensionamento della classe media. La disuguaglianza sociale conobbe punte mai viste prima negli USA.
La differenza tra Bush e Trump è che parte dei danni provocati dalla sciagurata politica economica del primo furono limitati dal fatto che il deficit prodotto con quelle misure fu parzialmente compensato dal surplus lasciato dall'amministrazione Clinton. Oggi quel surplus non c'è più, l'America boccheggia come boccheggiano tutti gli altri paesi, e Trump, se davvero farà quanto promesso, calerà probabilmente il colpo di grazia.
Auguri.

(...)

martedì 8 novembre 2016

Nella neve

   
     Aveva minacciato di nevicare tutto il giorno, e del resto le previsioni avevano annunciato la neve con largo anticipo. Ma, si sa, le previsioni meteorologiche sono quelle cose strane che in genere la gente prende per quello che sono, ossia aspettandosi l'esatto contrario di ciò che annunciano. Carlo lo sapeva, l'aveva sempre saputo. Le aveva guardate svogliatamente sul giornale la mattina stessa, dopo essere entrato nel bar e aver chiesto un caffè a Rosalba. Tutte le mattine, regolarmente, Carlo entrava nel bar, alle otto, e ordinava il solito caffè, perché non sta bene leggere il giornale senza prendere almeno un caffè. Certo, Rosalba non avrebbe avuto niente da ridire, in fondo quel vecchio pensionato petulante le faceva anche compagnia, la mattina, lui e gli altri tre o quattro ottuagenari che ogni giorno che il Signore mandava in terra si ritrovavano nel piccolo bar di Rosalba.
     A sua moglie non fregava niente che Carlo stesse tutto il giorno al bar a giocare a carte; d'altra parte, niente come quarant'anni di matrimonio fanno sì che le assenze diventino quasi una benedizione. Però le scocciava da matti se la sera alle sette non era a casa per cena, perché gli orari devono essere rispettati, eccheccavolo!
     Carlo buttò un occhio all'orologio appeso al muro, sopra il mobile degli alcolici che stava dietro il bancone di Rosalba. Erano quasi le sei di quel giovedì pomeriggio di fine febbraio. Gli altri adepti della combriccola degli ottuagenari se n'erano quasi tutti andati, tutti tranne Mario, che non aveva obblighi di rientro per cena dal momento che sua moglie era passata a miglior vita già da un paio di lustri.
     "Carlo, io me ne vado," disse Mario rilegando le carte con l'elastico.
     "E dov'è che te ne vai? Mica hai nessuno a casa ad aspettarti..."
     "Oh, lo so, ma mi sono rotto di stare qui, e poi fuori sta nevicando, non vedi?"
     Carlo si alzò dal tavolino e si avvicinò ai vetri. Era vero, nevicava, e lo faceva con impegno.
     "Dài, Carlo, salta su, ti accompagno a casa con la macchina," disse Mario restituendo le carte da gioco a Rosalba, che trafficava con la lavastoviglie incassata sotto il bancone.
     "Ma come? E la nostra ultima briscola?"
     "Ma chi se ne frega della briscola? È quasi buio, nevica, non voglio restare bloccato nella neve."
     "Quanto sei fifone, Mario. E tutto per qualche fiocco." Carlo aprì la porta del bar e guardò meglio fuori. Ce n'era già una scarpa abbondante; probabilmente nevicava già da un po' e loro, impegnati com'erano con le briscole e le chiacchiere, non se n'erano accorti. "Senti, Mario, a me la neve piace, e poi da qui a casa mia sono solo due passi. Credo che me la farò a piedi."
     "Ma quali piedi? Ho la macchina qui fuori..." Niente da fare, Carlo declinò l'invito, voleva fare due passi nella neve, che a lui piaceva fin da quando era bambino, e che c'era di male? Rosalba, da dietro il banco, seguiva la diatriba tra i due con scocciato divertimento.
     "Vabbe', fa' un po' come vuoi, vecchio rimbambito, tanto parlare con te è come parlare col muro. Se ti va di beccarti una polmonite accompagnata da una settimana di lagne di tua moglie, fai pure. A domani." Mario prese il cappello, si strinse la sciarpa al collo e uscì, salutando Rosalba. Carlo si avvicinò al banco. "Rosy, secondo te è vero che sono rimbambito?" Lei lo guardò, sorridendo. Aveva un bel sorriso, Rosalba, gli anni dietro al bancone del bar e gli acciacchi non erano ancora riusciti a inficiarlo. "No, rimbambito non direi, ma testardo sicuramente." Carlo incassò, sorridendo a sua volta, poi salutò Rosalba, indossò la giacca pesante, i guanti, la sciarpa e uscì nella neve.
     L'altezza raggiunta da quest'ultima era molto maggiore di una scarpa, evidentemente nevicava da un pezzo; sul piccolo piazzale di fronte al bar si affondava già fino quasi a metà polpaccio. Arrivò comunque senza grosse difficoltà alla strada, e si incamminò sul ciglio del fosso. La neve continuava a cadere copiosa, insistente, quasi senza ritegno. Nel volgere di nemmeno due minuti ne fu quasi interamente ricoperto: neve sul cappello, sulla sciarpa che aveva attorno al collo, sulle spalle. Le poche macchine che passavano sulla strada avanzavano lentamente, con prudenza, come grossi animali strani che si avventurino, titubanti, in un territorio sconosciuto. Carlo cominciò a pentirsi di aver rifiutato il passaggio di Mario, ma ormai era fatta. Calcolò che sarebbe comunque arrivato a casa in meno di mezzoretta, prima delle sette, evitando così le lagne di Maria.

     Luca tolse il cd dei Pink Floyd dal lettore. D'accordo, pensò, The dark side of the moon è stato il disco più bello del secolo scorso, probabilmente nulla lo eguaglierà neppure in questo, ma quando l'hai ascoltato tre volte di fila viene voglia anche di qualcos'altro, eh. Una volta tolto il cd, l'impianto stereo della sua Golf si sintonizzò automaticamente sull'ultima stazione rimasta in memoria, che in quel momento trasmetteva On every street, dei Dire Straits. Luca alzò un pelino il volume. Fuori, intanto, la strada cominciava a creare qualche problema a causa dell'intensa nevicata in corso. La Golf che suo padre gli aveva regalato appena un anno fa, dopo aver superato l'esame di guida e aver conseguito la tanto agognata patente, era equipaggiata con gomme da neve, le quali, però, con una tormenta simile facevano quello che potevano. Su una strada quasi impraticabile a causa della neve, la differenza tra un automobilista esperto e un novellino è principalmente questa: l'utomobilista esperto tiene un'andatura tranquilla, dolce, attenta, conosce il comportamento del mezzo che sta guidando e in base a questo calcola cosa può fare e cosa no. Il novellino ancora non lo sa.
     La stazione radio che stava ascoltando ebbe la malaugurata idea di fare seguire ai Dire Straits un pezzo nauseabondo di Little Tony, il che indusse Luca ad agire in fretta sul pulsante della sintonizzazione: Little Tony era troppo. Passò una, due, tre, quattro stazioni assolutamente inascoltabili, la quinta era Radio Maria. Era decisamente troppo. Allungò un braccio e aprì il vano portaoggetti in cui teneva i cd. Un'altra differenza tra un automobilista esperto e un novellino, è che quello esperto non si sogna neppure di andare a scegliere un cd da ascoltare in macchina mentre fuori impazza una tormenta di neve che impedisce di vedere anche la strada, quello inesperto invece lo fa.
     Leggermente piegato verso destra, passò in rassegna i cd nell'apposito scomparto: Genesis, Who, di nuovo i Pink Floyd, i Ramones... poi, all'improvviso, un sussulto inaspettato della Golf distolse la sua attenzione dai cd inducendolo a tornare a guardare la strada. Sorpresa, smarrimento e paura lo assalirono insieme: era fuori traiettoria, la parte destra della macchina stava paurosamente avanzando sul ciglio del fosso e se non fosse immediatamente tornato in carreggiata vi sarebbe finito dentro. Frenò d'istinto, con forza, e sterzò bruscamente, l'ultima cosa al mondo da fare in condizioni atmosferiche simili, e che infatti il famoso automobilista esperto non farebbe mai. Troppo tardi. La macchina, pur non procedendo a velocità particolarmente elevata, impazzì e fece un giro su se stessa. L'ultima cosa che vide Luca prima che la sua Golf in testacoda si ribaltasse nel fossato, furono due occhi sbarrati dal terrore illuminati per un attimo dai fari della macchina: gli occhi di Carlo. Luca non lo poté evitare.

     I ritorni alla vita sono spesso accompagnati da rumori strani, inusuali, con cui non si ha in genere troppa familiarità. In questo caso si trattava di una specie di bip costante, regolare, accompagnato da un lievissimo ronzio di sottofondo. Un leggero tremolio delle palpebre fu il preludio alla lenta, quasi timorosa, apertura degli occhi. La prima cosa che Carlo mise a fuoco, non appena i suoi occhi si furono abituati alla pur poca luce, fu il colore verde con cui erano pitturate le pareti di quella piccola stanza. Mosse gli occhi roteandoli lentamente all'interno del campo visivo, poi volle vedere di più e provò a muovere il collo. Vide alla sua destra il macchinario che emetteva il bip e al di là di quello un altro letto, vuoto. In quella piccola stanza c'erano solo due letti, in uno c'era lui, nell'altro nessuno, letto intonso. Si guardò il braccio, vide l'ago da cui partiva un piccolo tubicino, collegato a un sacchetto trasparente appeso a una specie di trespolo alla sua sinistra. Aveva visto abbastanza film per riconoscere una flebo. La stanza era in penombra perché, nonostante fosse giorno pieno, la tapparella era per metà abbassata. Realizzò di essere in un ospedale, e soprattutto realizzò di non potersi muovere perché le sue gambe erano bloccate, appese a degli strani trespoli. Perché sono qui? pensò. Poi, lentamente, alla stregua di un lungo tappeto rosso che viene srotolato all'ingresso di un albergo di lusso, la sua memoria cominciò a ricomporre il puzzle: Rosalba, il bar, la camminata sotto la neve, la macchina impazzita, l'impatto, sua moglie Maria che lo aspettava alle 7 per cena.
     Da quanto tempo si trovava in quella stanza? Quali erano le sue condizioni? Che ore erano? Queste e altre domande affioravano nella sua mente, tutte senza risposta. L'unica cosa sicura, in quel turbinio di interrogativi insoluti, era che si trovava in una stanza d'ospedale, e nelle stanze d'ospedale c'è sicuramente un pulsante da schiacciare con cui chiamare qualcuno. È una certezza. Alzò lo sguardo un poco e lo vide, un piccolo bottone rosso all'estremità di un filo fissato alla spalliera del suo letto. Allungò lentamente la mano destra, costringendo a un notevole sforzo il suo braccio ancora intorpidito, e prese in mano il pulsante che penzolava. Lo premette. Non successe niente. Silenzio assoluto. Riprovò più volte: sempre silenzio, il segnale sonoro che avrebbe dovuto richiamare qualcuno non funzionava. L'iniziale sorpresa, col passare dei secondi cedette lentamente il posto a un sottile senso di inquietudine. Poco male, pensò, chiamerò a voce qualcuno, in fondo è un ospedale, mica un cimitero. In realtà nella sua mente stava cominciando ad aprirsi qualche piccola crepa nel muro che rappresentava quella certezza, ma Carlo si sforzò, con crescente fatica, di non darle peso.
     "Infermiera? Dottore? C'è nessuno?" Silenzio. Provò di nuovo, questa volta con la voce accentuata da qualcosa che poteva sicuramente essere paura: "Infermiera! Dottore! Insomma, c'è qualcuno in questo cazzo d'ospedale?" Di nuovo silenzio. La porta della sua stanza era socchiusa e da quello spiraglio si intravedeva un corridoio, un corridoio deserto in cui non passava nessuno. Non c'era anima viva. Anche se la sua mente si rifiutava di accettarlo, Carlo cominciò a prendere in considerazione l'idea di essere l'unica persona presente in quell'ospedale, ammesso che fosse un ospedale.
     "Se fossi in te non mi agiterei tanto." Carlo si paralizzò dalla sorpresa e dalla paura, bocca aperta e occhi sbarrati. Chi aveva parlato? La porta lentamente si aprì e comparve un uomo. No, non era un uomo, non appena Carlo fu in grado di distinguere nella poca luce della stanza la persona che era entrata, si rese conto che si trattava di un ragazzo, che a occhio avrebbe potuto a malapena essere maggiorenne.
     "Chi sei?" domandò Carlo con la sgradevole sensazione che quella presenza non gli avrebbe portato nulla di buono.
     "Non è importante," rispose il nuovo arrivato, tanto la faccenda finisce qui, oggi, fra poco, forse fra cinque minuti, forse meno." La non più giovane mente di Carlo, con considerevole sforzo, cercava disperatamente di interpretare e dare un senso a quelle parole, a quella persona, a tutta quella assurda situazione, ma fu inutile. Un senso di resa si impossessò di lui. Abbandonò la tensione e si lasciò andare nel letto in cui era costretto. Poi guardò il ragazzo che era appena entrato e che stazionava ai piedi del suo letto-prigione.
     "Sai, Carlo, credo che ti sia capitato un piccolo incidente, qualche giorno fa, probabilmente ricordi, no?" Carlo capì che quella che aveva di fronte era la persona che l'aveva investito con la macchina. "Sì, non ti stupire più di tanto, hai capito benissimo, sono proprio io."
     "Perché sei qui? Perché io sono qui, in questo letto? E come sai il mio nome?"
     "Ehi ehi ehi," lo interruppe il ragazzo, "non amo le domande, soprattutto quando sono troppe, e tu me ne hai fatte troppe, ci siamo intesi?" Carlo annui, in silenzio.
     "Allora, la faccio breve perché ho una certa fretta. Sono Luca, guidavo la Golf che ti ha investito mentre camminavi nella neve. Ti sei salvato, ma non era in programma, ed è per questo che sono qui: sono venuto a finire il lavoro lasciato a metà, perché non va bene lasciare i lavori a metà, vero Carlo?" Carlo non disse niente, desiderava solo che tutta quell'assurda situazione avesse fine. Subito.
     "Oh, lo so, lo so, tu ti chiederai sicuramente perché io non abbia finito subito il lavoro e abbia invece provveduto a tenerti vivo fino ad ora. Beh, è molto semplice: perché mi occorrevi cosciente per poter terminare come si deve il lavoro, dopo l'incidente non lo eri e adesso lo sei. Ah, dimenticavo: ti sarai sicuramente accorto che in questo ospedale non c'è nessuno. Sta' tranquillo, sono stato io a fare in modo di non avere seccatori in giro, certi lavori richiedono assenza di testimoni, mi capisci, no?" Luca si produsse in un ghigno orrendo, mentre la fisionomia del suo volto cambiava in qualcosa che non aveva più niente di umano, poi si mosse verso Carlo, affiancandosi a lui. Carlo girò la testa dalla parte opposta per non vederlo e cominciò a divincolarsi. Avrebbe voluto scappare, rotolarsi fino a cadere dal letto, ma ad ogni movimento le gambe appese a quei ferri mandavano fitte atroci. Rinunciò. Luca, o quella cosa che fino a poco prima sembrava avere sembianze umane e che diceva di chiamarsi Luca, gli afferrò il viso e lo girò verso di sé. Carlo cercava di non guardare, continuava a non aprire gli occhi, ma sentiva la mano di Luca (a un certo punto si chiese anche se fosse realmente una mano) aumentare la pressione. Arrivò il dolore. Carlo cercò di resistere continuando a tenere gli occhi chiusi.
     "C'è qualcosa che mi vuoi dire, Carlo, prima che io porti a compimento il mio lavoro?" chiese la cosa (Luca?) sopra di lui, ridacchiando orrendamente. La sua voce non era più quella di prima, era diventata più gutturale, rauca, Carlo non riusciva a inquadrarla né ad associarla a quella di alcun essere vivente. Raccolse gli ultimi scampoli di forza e di coraggio e aprì gli occhi. "Sì, c'è qualcosa che ti voglio dire, prima che tu finisca... Vaffanculo!" e sputò dritto in faccia (era una faccia?) a quella cosa, qualunque cosa fosse. L'essere aprì qualcosa che sembrava una immensa bocca e si gettò sul suo volto. Carlo lanciò un grido disumano.

     "Carlo! Carlo svegliati!" La massa informe che si stava avventando su di lui lo stava strattonando per la maglia, ma Carlo si accorse all'improvviso che non era più quella di prima, e riconobbe i tratti familiari di Rosalba. "Rosalba, sei tu..." disse ansimando.
     "Certo che sono io, e ti garantisco che questa è l'ultima volta che ti vengo a svegliare perché ti sei addormentato al tavolo, la prossima volta telefono a Maria e ti faccio venire a svegliare da lei."
     "Ma allora... l'incidente, l'ospedale..."
     "Ma quale ospedale! Hai sognato. A quello ti ci mando io se non prendi subito i tuoi stracci e te ne vai!" Era stato tutto un sogno, un incubo. Carlo si alzò dal tavolo, si coprì e si avviò alla porta. Fuori nevicava. "Da quanto tempo nevica, Rosy?"
     "Saranno un paio d'ore. Più o meno da quando ti sei addormentato. E adesso smamma, devo chiudere il bar." Carlo aprì la porta, poi si girò verso Rosalba. "Grazie di avermi svegliato, Rosy." Uscì e si incamminò verso casa.
     Nella neve.

Socrate, per esempio



Non è vero che la filosofia greca è noiosa e i filosofi greci dei vecchi barbogi altrettanto noiosi. Forse questa è l'impressione comune che si ha dopo aver studiato questi signori sui normali libri di scuola, ma se si inquadrano le storie dei personaggi che hanno popolato l'antica Grecia in una luce meno accademica e più "umana", ecco che rileggere quelle storie e quegli avvenimenti storici può essere perfino divertente, con Pitagora che potrebbe essere un Eugenio Scalfari di oggi "all'ennesima potenza", Erodoto l'equivalente del nostro Piero Angela per via della sua mania di raccontare, divulgare ed essere attratto irresistibilmente dalla voglia di sapere e conoscere. E via così, coi vari Parmenide, Zenone e i suoi paradossi, Empedocle, Tucidide, Democrito, Socrate e tutti i filosofi che hanno fatto la storia della Grecia antica.
È un ottimo libro, ironico, dissacrante, divertente, che ha fatto apprezzare anche a me una branca della storia che ho sempre considerato, a torto, noiosa e pesante.
Ah, l'autrice è una delle blogger più lette della blogosfera, la professoressa Galatea Vaglio.

Chi sta con chi

Il referendum costituzionale qui da noi e l'elezione del successore di Obama là negli USA, hanno almeno un aspetto in comune: là le discussioni sui personaggi famosi che appoggiano i due candidati in corsa per la Casa Bianca, qua da noi l'elenco dei personaggi più o meno noti che appoggiano pubblicamente il no o il sì e relative discussioni. La conseguenza di questo per certi versi ridicolo, e molto italiano, modo di ragionare è che la discussione sul referendum non si impernia più sui contenuti, ma sulla considerazione che si ha dei suddetti personaggi. Così capita di leggere cose tipo: "Come si fa a votare no quando da quella parte ci sono i pentastellati e Salvini e Berlusconi?" Oppure: "Come si fa a votare sì in compagnia dei Lupi, dei Renzi e del PD?"
Ecco, noi siamo il paese in cui buona parte di chi voterà, se voterà, lo farà esclusivamente in base a questi parametri, e magari del merito della riforma non avrà letto una riga, nel prosieguo di una lunga tradizione di predominio della pancia sulla cognizione di causa.

Trump e "Betulla"

In prima pagina su Libero, stamattina, c'è un editoriale di Renato Farina: Perché è meglio se vince Trump. Renato Farina, l'agente "Betulla" legato a ben note e ben poco decorose vicende giornalistico-giudiziarie, è sempre quello che, sulla prestigiosa e autorevole Voce di Romagna, scrisse giorni fa un infervoratissimo articolo sulla valenza demoniaca della festa di Halloween - roba per palati fini, eh.
Nella stessa prima pagina di Libero di cui sopra, si legge il titolo di un articolo del mitico Feltri: La terra si scalda? Meglio, abbasseremo i termosifoni. Non ho avuto il coraggio di leggerlo.
E niente, non riesco ad abituarmi al fatto che moltissima gente dà a 'sta roba qua un qualche credito.

lunedì 7 novembre 2016

Radio Maria e i finanziamenti pubblici

La Radio Maria da cui si farnetica del collegamento tra terremoto e unioni civili, ha incassato dallo Stato 2.050.000 euro di soldi pubblici nel triennio 2011/2013; lo stesso Stato che ha fatto la legge sulle unioni civili. Per coerenza, forse, Fanzaga e soci dovrebbero rinunciare a tali finanziamenti, no?
No.

Mentana c'è



Se tra i miei 32 lettori c'è qualcuno che fatica a dormire, segnalo che da domani a mezzanotte Mentana fa la notturna a oltranza, fino alla elezione del nuovo presidente USA. E niente, Mentana c'è sempre, è una garanzia.

domenica 6 novembre 2016

Il tempo dell'odio

Dice Renzi alla Leopolda, riferendosi agli scontri di ieri, che "viviamo il tempo dell'odio". Vi ricorda niente questa frase? Niente niente? Dài, è facile; basta un minimo di memoria per ricordarsi che è lo stesso ritornello che tirava fuori Berlusconi, durante il suo malefico ventennio, quando la gente scendeva in piazza per contestarlo. Se ricordate, il suo partito - diceva - era il partito dell'amore che combatteva contro il partito dell'odio, un'entità abbastanza eterogenea in cui lui ci infilava chi manifestava, la sinistra, i giornali della sinistra, il PD (sì, il PD), la magistratura e non ricordo bene chi altri; in ogni caso, chiunque remasse contro. Ma il Renzi di oggi, come il Berlusconi di allora, si guarda bene dall'indicare se stesso come colui che ha avuto un ruolo non certo minoritario nel fomentare questo presunto odio, che forse è un sostantivo un po' forzato, esagerato - io direi più avversione - ma che comunque c'è, è inutile negarlo. C'è ora come c'era appunto ai tempi del tipo delle cene eleganti, e c'è perché entrambi hanno sempre abilmente coltivato questa dicotomia ed esacerbato questa conflittualità, insita già per natura nelle masse, tra (presunto) bene e (presunto) male e tra (presunto) odio e (presunto) amore per puro vantaggio e interesse personale.
Berlusconi lo faceva additando i nemici nelle categorie di cui sopra, Renzi lo fa apostrofando chiunque dissenta come gufo, rosicone e altri simpatici epiteti. L'ultimo in ordine di tempo degli esempi volti a classificare chi dissente come nemico, l'abbiamo avuto ascoltando come ha definito alla Leopolda chi è in disaccordo con la sua riforma costituzionale. E quando Renzi dice che questo referendum è un "derby", una "partita", una scommessa su se stesso, sul suo governo, non fa nient'altro che continuare ad aumentare l'intensità di questo conflitto. Nello stesso tempo dimostra che non ha capito niente dello spirito con cui ci si avvicina a una modifica della Costituzione, specie a una riforma di questa portata che in un colpo solo va a modificarne 47 articoli, sovvertendone l'impianto e lo spirito originario, quando ne sono stati toccati poco più di 40 negli ultimi 60 anni. Una riforma scritta assieme a un pregiudicato e inserita in quel famoso e misterioso patto del Nazareno, stretto col tipo che "quando noi saremo al governo Berlusconi sarà il primo a essere rottamato". Si è visto, infatti. Poi Berlusconi si è dissociato, come si sa, e adesso sta col no, una scelta fatta esclusivamente sulla base di piccoli e ignobili giochi di convenienze, baratti e interessi particolari, che, assieme a un governo che rappresenta meno del 20% degli elettori e andato al potere grazie a una legge elettorale dichiarata incostituzionale, rappresentano il terreno avvelenato su cui si incardina questa riforma costituzionale. Uno scempio mascherato da grande riforma della Costituzione, ma che è in realtà un concentrato di modifiche slegate, disomogenee, incoerenti, raffazzonate, e per la maggior parte neppure compiutamente definite e subordinate all'approvazione di leggi ordinarie future di cui ancora non c'è traccia.
Non c'è alcun odio, come ripete Renzi, ma c'è avversione nei confronti di uno scempio costituzionale di cui si capirà la gravità solo quando sarà troppo tardi per rimediare.

Firenze e dubbi

Non posso fare a meno di immaginare che se la Questura di Firenze avesse autorizzato il corteo, tutto questo casino non sarebbe successo. Certo, un margine di rischio ci sarebbe stato comunque, e di fronte a manifestazioni di una certa portata può essere pure fisiologico che esista, ma non credo si sarebbe arrivati alle degenerazioni raccontate dalle cronache. Da quello che ho letto in giro, la richiesta di poter manifestare era stata presentata alle autorità già da giorni e ricevere un diniego il giorno prima, peraltro in assenza di motivazioni di un certo rilievo, magari fa comprensibilmente girare un po' le balle. In aggiunta, non si capisce perché le autorità non abbiano concesso l'utilizzo di un percorso alternativo, cosa che in genere fanno sempre quando ritengono che il percorso indicato da chi intende manifestare sia "pericoloso".
Mah.

sabato 5 novembre 2016

Dove l'immunità parlamentare serve davvero

Nello scorso maggio, ai deputati fatti arrestare da Erdogan col pretesto di una loro mancata testimonianza in un processo per terrorismo a carico del Pkk, fu tolta l'immunità parlamentare.
È in paesi come la Turchia e altri, dove ci sono presidenti molto simili a sultani-dittatori, che ha ancora un senso l'istituto dell'immunità parlamentare, non nel nostro, dove non c'è traccia di persecuzioni politiche ma solo di parlamentari accusati di corruzione e ruberie.

Pomeriggi di novembre



Quei pomeriggi in cui ci sono 18°, garbino incessante e nuvole in cielo che scorrazzano dalla mattina e che fanno presagire l'arrivo di un fiume d'acqua.
Che alla fine arriva.

Radio Maria, il terremoto e l'inferno

Dopo l'improvvida e infelice uscita di padre Livio Fanzaga, secondo cui il terremoto in centro Italia sarebbe da inquadrare come una specie di castigo divino mandato dall'Onnipotente per "vendicare" l'approvazione delle unioni civili, anche in Vaticano si sono accorti che questa volta a Radio Maria l'hanno fatta un po' troppo fuori dal vaso; da qui la dura reprimenda indirizzata all'emittente cattolica che, secondo monsignor Becciu, "deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo" (La Stampa, 04/11/2016). Quello che ai più mi pare però che sia sfuggito, è che il Fanzaga mica si è discostato granché da ciò che dice il Vangelo, è semmai mons. Becciu, l'autore della reprimenda per conto del Vaticano, ad averlo fatto quando dice che quelle sul castigo divino sono "affermazioni 'datate al periodo precristiano e non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo.'"
Ora, io non so dire bene in che direzione vada la visione di Dio offertaci da Cristo, né, in verità, mi sono mai premurato di approfondire la faccenda, so però bene cosa dice la dottrina cattolica attuale in merito al castigo divino, e non è che io lo sappia perché in possesso di particolari conoscenze teologiche, ma semplicemente perché per scoprirlo bastano due googlate. In particolare, l'Inferno viene contemplato negli artt. 1034 e 1035 del Catechismo ufficiale della Chiesa Cattolica. Il 1034 recita testualmente: "Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », 629 che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. 630 Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41)."
Il 1035, invece,recita: "La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, « il fuoco eterno ». 631"
Ora, che il castigo del terremoto sia stato mandato a causa delle unioni civili è logico che è una scemenza, non fosse altro che per il fatto che gli eventuali autori di tale legge dovrebbero eventualmente essere processati una volta passati di là, non di qua, anche se Fanzaga e molti altri, chiusi nel loro buio della ragione, non hanno alcuna difficoltà a prendere la suddetta scemenza per buona. Ma l'affermazione di carattere generale di mons. Becciu, quella secondo cui il castigo divino è un concetto precristiano che non corrisponde alla teologia della chiesa, è una solenne balla. L'inferno è contemplato eccome dalla teologia della chiesa, ed è definito fin nei minimi particolari pure da Gesù nei vangeli, quei vangeli a cui il Vaticano ha chiesto a Radio Maria di uniformarsi meglio.
Meglio di così?

mercoledì 2 novembre 2016

Mosul

La cosa non viene citata da molti, anzi quasi da nessuno, ma quelli che stanno liberando Mosul dall'Isis - tra l'altro Mosul è la città in cui nel 2014 venne proclamata la nascita del califfato - sono peshmerga curdi, combattenti turcomanni, milizie sciite, comparti dell'esercito regolare iraqeno, e sono tutti musulmani. Cioè, Mosul la stanno liberando dall'Isis i musulmani, non gli occidentali e nemmeno la Nato. Ma tranquilli, non lo sentirete dire da Salvini, da Magdi Allam, dalla Santanché o dal Giornale, quelli che ancora blaterano di scontro di civiltà, quelli che i musulmani sono tutti terroristi e cazzate varie assortite. No, loro sono troppo impegnati a seminare odio e ad abbindolare i poveri di intelletto con le loro panzane.

Referendum a primavera?

Palazzo Chigi ha ufficialmente smentito l'ipotesi di slittamento del famoso/famigerato referendum costituzionale in primavera, circolata tra ieri e stamattina per - questa è la giustificazione che va per la maggiore - rispetto verso i terremotati. Ma rispetto di che? Come osserva giustamente Mentana su fb, il modo migliore per mostrare rispetto e consegnare a questi nostri sfortunati connazionali una parvenza di normalità è appunto quello di farli andare a votare come tutti gli altri. E poi, scusate, chi mai reggerebbe una campagna elettorale con questi toni che andasse avanti fino a primavera?
Eddai, su, non scherziamo.