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lunedì 9 gennaio 2012

sabato 23 ottobre 2010

Internet, "equo compenso" e dintorni

In questi giorni sono accaduti alcuni fatti di una certa importanza per quello che riguarda internet e informatica in generale. Alcune di queste notizie sono buone, specie per chi passa buona parte del suo tempo in rete; altre un po' meno. Ma andiamo con ordine.

Una notizia buona arriva sicuramente dalla UE, che ha deciso alcuni giorni fa di rigettare la richiesta di aumento delle tariffe unbundling già approvata dalla nostra Agcom. Breve spiegazione. Per tariffe unbundling si intendono i soldi che i gestori concorrenti a Telecom (Wind, Vodafone, Tre, ecc...) versano all'azienda monopolista (Telecom, appunto) per avere accesso alla rete. La richiesta di aumento di queste tariffe, che inevitabilmente si sarebbe poi ripercosso sull'utente finale (come al solito), era stata avanzata da Telecom stessa, e approvata poi dall'Agcom. La UE ha detto no. Comprensibile e giustificata la soddisfazione di Altroconsumo, l'associazione che ha portato avanti, e vinto, questa battaglia.

Una notizia cattiva arriva dal fronte della battaglia per l'abrogazione del famigerato decreto Pisanu, altrimenti detto l'"ammazza-internet". Si tratta di un decreto legge del 2005, con finalità antiterroristiche - no, non ridete -, che regolamenta in maniera esageratamente burocratica e farraginosa l'accesso alle reti wifi nei locali pubblici. Questa normativa, concepita in maniera così restrittiva, non esiste in nessun altro paese, e anche qui da noi, su sollecitazione bipartisan della politica, sembrava, almeno fino a pochi giorni fa, che si fosse sul punto di abrogare il tutto. Gli entusiami si sono però smorzati ieri, quando la discussione in Parlamento ha dato fumata nera.

Il decreto non verrà abrogato (Maroni non vuole, teme per la sicurezza nazionale, dice). L'unica modifica concessa è che la registrazione di chi desidera connettersi a internet da qualche locale pubblico avverrà tramite cellulare e non più con documenti cartacei. Un cambiamento epocale, non c'è che dire. Intanto, mentre il mondo avanza - in Spagna hanno messo il wifi libero e gratuito pure sui mezzi pubblici - noi restiamo saldamente e orgogliosamente un paese di serie b.

Restiamo sempre in Europa. La Corte di Giustizia Europea ha bocciato la tassa sulle memorie, il famigerato "equo compenso", cioè il sovrappiù di prezzo che grava su qualsiasi apparecchio elettronico e qualsiasi supporto (telefonini, pc, dvd, compact disc, ecc...) in possesso di una memoria su cui immagazzinare dati. La tassa era giustificata dalla presunzione, secondo le lobby e il legislatore, che tali memorie potessero essere utilizzate per immagazzinare illecitamente file protetti da diritto d'autore. Attendiamo adesso che la sentenza europea sia recepita anche qui da noi. Ne parla esaurientemente l'ottimo Guido Scorza qui.

mercoledì 31 marzo 2010

Pirateria, così in Francia e così a Washington

Due notizie sull'annosa questione della pirateria digitale. Una arriva dalla Francia ed è riportata da Repubblica. Secondo una ricerca dell'università di Rennes, nell'ultimo periodo si sarebbe assistito ad un notevole aumento delle attività illecite degli utenti della rete, ma la cosa curiosa è che non c'è stato un aumento del traffico sui circuiti p2p, che viceversa è diminuito, ma sulle piattaforme di streaming. Scrive Repubblica: "Non è bastata l'introduzione di Hadopi, l'autorità per la protezione del diritto d'autore su internet, voluta dal governo Sarkozy, per fermare il file-sharing. La creazione dell'organismo di controllo e di leggi specifiche per regolamentare il traffico illegale sul web ha però funzionato molto bene come deterrente per gli utenti di piattaforme Peer To Peer, anche perché tra le sanzioni paventate per chi scambia file illegalmente c'è la sospensione fisica della connessione internet. Ma ci sono aree che la regolamentazione introdotta dal governo al momento non copre, nello specifico lo streaming di contenuti multimediali e il download da siti di condivisione ad accesso gratuito e 'premium', a pagamento. Insomma, succede che grazie al miglioramento costante della qualità delle connessioni, molti utenti decidono di non scaricare un film sul proprio computer ma preferiscono guardarlo on line, 'trasmesso' in visione web da uno dei tanti siti-archivio rintracciabili in rete".

L'altra notizia invece arriva dagli states, dove lo US Copyright Group si prepara a perseguire qualcosa come 50.000 utenti pizzicati a scaricare e condividere illecitamente musica e film. Una strategia che sembra segnare una svolta rispetto al già famoso "colpirne uno per educarne cento". Basandosi infatti sull'indirizzo ip e su una tecnologia tedesca in grado di tenere traccia in tempo reale dei download via BitTorrent, le major si preparano a sferrare un attacco antipirateria di cui, probabilmente, nel prossimo periodo sentiremo parlare non poco.

giovedì 5 novembre 2009

Mi controlli? E io mi nascondo (in Svezia)

Ne parlava già il Corriere questa estate, all'indomani della sentenza di primo grado che condannava quelli di The Pirate Bay. Si tratta di iPredator, un servizio di VPN che permette, dietro il pagamento di una somma quasi simbolica, di poter navigare sotto perfetto anonimato.

All'epoca Enzo Mazza, presidente della Fimi, dichiarava:

Il rischio, già denunciato da alcuni esperti, è che gli utenti trovino comunque un modo di aggirare norme che ritengono troppo severe e lesive dei loro diritti. Enzo Mazza, presidente della Fimi, l'associazione dei discografici italiani in prima fila nella lotta contro la pirateria digitale, minimizza: «Il ricorso a tecnologie che facilitano l'anonimato resterà sempre appannaggio di nicchie. L'obiettivo di leggi come quella svedese è portare la massa dei consumatori a disporre di un offerta online legale. Ci sarà sempre una quota di utenti che preferisce l'illegalità ma riteniamo che solo i più esperti saranno in grado di ricorrere a simili soluzioni».

Al che il buon Quintarelli gli rispondeva:

«Anche di Bit Torrent (tecnologia per la condivisione di file, ndr) si diceva che era solo per utenti esperti e che non avrebbe mai raggiunto la popolarità di Napster. Il tempo e i numeri hanno dimostrato il contrario. Quando gli utenti avvertiranno la necessità di usarli, anche sistemi come IPREdator potranno diventare di massa»

Puntualmente la profezia di Quintarelli si sta avverando. In Svezia, infatti, il servizio di anonimizzazione iPredator ha già coinvolto il 10% degli adolescenti tra i 15 e i 25 anni (qui l'articolo originale e qui il tentativo di traduzione di Google), corrispondente all'incirca a 130.000 utenti.

(via Quintarelli)

venerdì 12 giugno 2009

Stop all'Hadopi, internet è un diritto fondamentale del cittadino

A sentenziarlo è stato il Consiglio Costituzionale francese, l'equivalente della nostra Consulta, che ha di fatto dichiarato incostituzionale la recente e controversa legge francese, fortemente voluta da Sarkozy, che inibiva l'accesso a internet all'utente sospettato di condividere illegalmente files in rete.

Il termine "sospettato" non l'ho marcato in corsivo casualmente, in quanto una delle aberrazioni contenute all'interno di questo disegno di legge, consisteva nel fatto che non occorreva alcuna prova giuridicamente valida per vedersi tagliare il collegamento, ma era sufficiente una segnalazione all'autorità da parte del titolare del diritto d'autore.

La Corte Costituzionale ha spazzato via tutto questo, sentenziando inequivocabilmente che internet è un diritto fondamentale del cittadino e che nessuna autorità terza può decidere il distacco dell'utente dalla rete, ma soprattutto che il principio della presunzione d'innocenza è più importante di tutto.

Una lezione che dovrebbe insegnare qualcosa ed essere da monito anche ai tanti politici e addetti del settore di casa nostra, che hanno visto fin da subito come un esempio da imitare l'adozione di una simile astruseria giuridica.

venerdì 15 maggio 2009

Il file sharing uccide il cinema? Wolverine dice di no

Probabilmente si tratta di uno degli argomenti più gettonati di cui da tempo immemorabile si discute in rete, e non solo in rete: la pirateria danneggia l'industria cinematografica? Sì, la danneggia. Questo è l'assunto sul quale più o meno si trovano d'accordo quasi tutti, addetti ai lavori e no. La cosa, capite bene, è facilmente spiegabile, e si basa sul presupposto che chi scarica un film in maniera illegale da qualche circuito peer to peer poi non va al cinema a vederlo. Ma sarà veramente così? Può darsi, certo, ma a volte qualche eccezione può capitare. E' il caso, ad esempio, di Wolverine, la recente produzione della Fox.

Il film è uscito in molti paesi del mondo, tra cui gli Stati Uniti, il primo maggio scorso. Incidentalmente, però - sul fatto sta ancora indagando l'FBI -, il file del film, una versione pre-produzione tra l'altro anche incompleta e priva di molti effetti, è finito un mese prima dell'uscita ufficiale nei circuiti p2p. La BBC stima che almeno 4 milioni di persone abbiano quindi visto il film prima dell'uscita nelle sale cinematografiche. A prima vista si potrebbe pensare che tutta l'operazione Wolverine sia andata in fumo, e invece le cose sono andate molto diversamente dai timori iniziali.

Wolverine stupisce tutti e vola al primo posto del box office statunitense con un incasso di 87 milioni di dollari nel suo primo weekend di programmazione! Si tratta dell’unica uscita del week end che non abbia deluso.
[...]
“X-Men Le Origini: Wolverine” è stato distribuito in 4.099 cinema in Nord America, confermandosi una delle più ampie distribuzioni di sempre per la 20th Century Fox, forse preoccupata che il film fosse stato penalizzato dalla distribuzione su internet della copia pirata. Sebbene il film, non completo, sia stato scaricato più di un milione di volte [4 secondo la BBC, nda], ha comunque incassato 87 milioni di dollari, vincendo su due ostacoli non da poco: l’influenza suina che ha colpito anche gli Stati Uniti e la diffusione della copia pirata del film.
[...]
“Wolverine” è costato 150 milioni di dollari, ma potrebbe tranquillamente incassarne 200 solo negli Stati Uniti; c’è da dire che anche gli incassi internazionali del film sono stellari, poichè ha guadagnato 73 milioni di dollari al di fuori degli Stati Uniti, in 101 Paesi e in 9.234 cinema stranieri, aprendo ovunque in prima posizione. (fonte)

A questo punto una domanda s'impone, domanda che sarebbe interessante rivolgere a qualche rappresentante dell'industria cinematografica: se il film non fosse finito nei circuiti p2p avrebbe avuto lo stesso successo?

giovedì 9 aprile 2009

Non passa in Parlamento la proposta Sarkozy sulla disconnessione degli utenti da internet

E' di questo pomeriggio la notizia (qui Le Monde) che il Parlamento francese ha bocciato la proposta Sarkozy che prevedeva il taglio della connessione, ai "pirati" recidivi, dopo l'invio di due avvertimenti preventivi. La notizia ovviamente è ottima, ma qui devo fare un piccolo mea culpa, anzi, meglio, una rettifica.

In un mio precedente post, infatti, avevo scritto erroneamente che il disegno Sarkozy era diventato legge a tutti gli effetti, mentre invece, evidentemente, si trattava solo di un passaggio intermedio dell'iter legislativo. Mi scuso ovviamente coi miei lettori per questa mia gaffe e gioisco, come penso molti di voi, per la definitiva bocciatura del provvedimento da parte del Parlamento francese.

giovedì 2 aprile 2009

In Francia passa la linea Sarkozy, i provider taglieranno la connessione a chi scarica

Questo articolo è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale.

Alla fine è diventata legge. La proposta di Sarkozy che tanto ha fatto discutere fin dai suoi esordi, è stata approvata dal Senato ed è diventata legge.

Da oggi i provider francesi avranno l'obbligo, dopo aver avvisato per due volte l'utente colto in "flagrante", di staccare la connessione internet per un tempo massimo di 12 mesi, la cui durata sarà commisurata alla gravità dell'infrazione.

Non so quante saranno le probabilità che una tale legge arrivi anche da noi. Istintivamente mi viene da pensare che non siano poche, soprattutto se si considera il trend legislativo in materia di internet in cui si è incanalata l'attività di questo governo nel recente periodo (vedi i vari disegni Barbareschi, Carlucci e D'Alia).

Comunque sia, per la rete, la libertà e gli utenti, oggi non è un bel giorno.


Aggiornamento 09/04/2009.

Il disegno di legge è stato bocciato dal Parlamento francese.

domenica 15 marzo 2009

Per la Rai non vale l'"apologia di reato"?

Date un'occhiata a questo spezzone:



Dunque, nel video (la sequenza è tratta da questa fiction trasmessa dalla Rai e vista da svariati milioni di telespettatori) si vede:
  • una bambina che consegna alla mamma un cd "bomboniera" (quindi si presume che ne siano state fatte molte copie).

  • un cd masterizzato con tracce musicali protette da copyright (si leggono chiaramente alcuni titoli e relativi autori e uno è stato pronunciato distintamente dalla bambina).
Ora, se consideriamo che (a) la suddetta compilation non è stata ovviamente fatta per uso personale (visto che è una bomboniera...), (b) chi l'ha fatta ha commesso quindi - se non erro - un illecito penale e (c) i commi 1 e 2 dell'art. 50 dell'emendamento D'Alia - quello sull'apologia di reato per via telematica - recitano:

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell'interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all'adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all'autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.


Insomma, alla luce di tutto questo la domanda che si pone Quintarelli non mi sembra così campata per aria.

venerdì 13 marzo 2009

Appello degli artisti inglesi: lasciate scaricare la musica agli utenti

L'appello non viene da qualche clandestina lobby di incalliti pirati del web, ma da una nutrita schiera di famosi musicisti e artisti inglesi, tra cui - solo per fare qualche nome - Robbie Williams (foto), Billy Bragg, Annie Lennox, David Gilmour (Pink Floyd), Peter Gabriel e altri.

Questi musicisti si sono riuniti in una sorta di associazione, la Featured Artists Coalition, tramite la quale intendono farsi promotori di azioni e provvedimenti che tutelino maggiormente i loro interessi rispetto a quelli delle major discografiche e delle lobby dell'industria musicale.

Dell'iniziativa hanno parlato ieri The Register e The Indipendent, mentre oggi ne ha parlato il Corriere. Il titolo dell'Indipendent lascia pochi dubbi sull'idea di fondo e sulle modalità con cui intendono portare avanti questo progetto: "It's not a crime to download".

Insomma, i primi ad aver capito che non ha più alcun senso continuare a perseguire gli utenti che scaricano illegalmente la musica da internet sono proprio i musicisti stessi, consci che la battaglia (come è ormai ampiamente dimostrato) è perduta, non c'è speranza di sconfiggere il p2p. E l'appello che hanno lanciato in occasione del lancio ufficiale della loro iniziativa è rivolto in primo luogo alle major stesse, perché la smettano con l'assurda e improduttiva criminalizzazione degli utenti, e al ministro delle comunicazioni inglese lord Carter, che recentemente si è fatto promotore di alcune iniziative che vanno nella direzione di un aggravamento delle pene per i downloader selvaggi.

La musica ceduta liberamente agli utenti non è una novità. I primi a tentare questo esperimento sono stati un paio di anni fa i Radiohead, che hanno messo il loro ultimo cd in rete liberamente scaricabile e con il prezzo deciso dagli utenti stessi in base al loro gradimento dell'album.

Insomma internet ha rivoluzionato tutto nel campo della musica: la condivisione, la distribuzione, la fruizione. E lo strapotere delle case discografiche, che spesso a scapito degli artisti hanno fatto il bello e cattivo tempo, è sempre più un lontano ricordo.

domenica 8 marzo 2009

Gabriella Carlucci come Tony Blair?

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Alcuni anni fa, una situazione piuttosto imbarazzante coinvolse l'allora primo ministro Tony Blair, assieme a tutto il governo inglese. Non so quanti di voi conoscono o anche solo si ricordano questa storia; vale comunque la pena fare un breve riassunto.

Come è noto, anzi, come sarebbe bene che fosse, i documenti scritti ed elaborati con Word, il noto word processor contenuto nella suite di programmi Office di Microsoft, lasciano in giro molte tracce che possono mettere a repentaglio la privacy e la riservatezza di chi scrive. E' infatti sufficiente aprire un documento .doc ad esempio col Blocco Note di Windows, per scoprire molte cosette interessanti (non mi dilungo, se vi interessano i dettagli li trovate qui).

Bene. Nel 2003 Colin Powell portò di fronte alle Nazioni Unite un documento redatto dal governo inglese sull'occultamento delle armi di distruzione di massa da parte del governo iraqeno (armi occultate molto bene visto che a tutt'oggi non sono ancora state trovate). Il problema è che quel documento era un bluff. Scriveva all'epoca apogeonline.com:

A febbraio 2003, il governo Blair ha pubblicato un documento riguardante l'occultamento delle armi di distruzione di massa da parte del regime iracheno, che fu poi citato da Colin Powell di fronte alle Nazioni Unite. Si è scoperto ben presto che il documento, lungi dall'essere stato generato dagli 007 inglesi tramite rocambolesche infiltrazioni, era stato scopiazzato dilettantescamente (errori di battitura compresi) da un vecchio documento di un ricercatore statunitense, Ibrahim al-Marashi, del Monterey Institute of International Studies.

In pratica si è scoperta la bufala del documento taroccato grazie proprio alle tracce contenute nei log di revisione di Word, che hanno permesso di appurare l'identità dei veri autori e il documento originale di provenienza. Da qui la figuraccia del governo inglese.

Torniamo a noi. Altra storia ma scenario più o meno simile. Come sapete, tra i molti disegni di legge sulla regolamentazione di internet attualmente in Parlamento (di quelli di D'Alia e Barbareschi ho già parlato ampiamente qui nel blog e non sto a ritornarci sopra), ce n'è anche uno a firma Gabriella Carlucci (lo trovate qui). Si tratta - a suo dire - di un disegno di legge che avrebbe come fine, tra le altre cose, una più efficace lotta alla pedofilia online.

Leggendo il testo, però, non pare di cogliere proprio questo, o almeno non solo, ma una serie di norme che praticamente non fanno altro che confermare quanto la legge già stabilisce. Prendiamo ad esempio il comma 3 dell'art. 2:

Per quanto riguarda i reati di diffamazione si applicano, senza alcuna eccezione, tutte le norme relative alla Stampa. Qualora insormontabili problemi tecnici rendano impossibile l’applicazione di determinate misure, in particolare relativamente al diritto di replica, il Comitato per la tutela della legalità nella rete Internet (di cui al successivo articolo 3 della presente legge) potrà essere incaricato dalla Magistratura competente di valutare caso per caso quali misure possano essere attuate per dare comunque attuazione a quanto previsto dalle norme vigenti.

Ora, io non sono ovviamente un giurista, ma cosa si dice di nuovo qui? Niente. Si ripete solamente quello che si sa già. Internet non è un qualcosa avulso dalla realtà, ma è dentro la realtà, e le stesse regole che valgono fuori dalla rete valgono anche dentro. Insomma, tanto per essere chiari, il reato di diffamazione è unico, non ne esiste una versione per la carta stampata e una versione per il web. E c'era bisogno di una legge per specificare questo?

Altro esempio, il comma 4 sempre dello stesso articolo:

In relazione alle violazioni concernenti norme a tutela del Diritto d’Autore, dei Diritti Connessi e dei Sistemi ad Accesso Condizionato si applicano, senza alcuna eccezione le norme previste dalla Legge 633/41 e successive modificazioni.

Sapete qual è la legge 633/41? Non è nient'altro che la famosa legge sul diritto d'autore promulgata il 22 aprile del 1941 e modificata e rivista nel 2004 da Giuliano Urbani, all'epoca ministro dei Beni Culturali del governo Berlusconi III, che di fatto la trasformò nella famigerata legge Urbani, meglio nota come legge sul p2p (anzi, sarebbe meglio dire contro il p2p).

Insomma, alla fine, l'impressione è che si sia voluto mettere su un qualcosa che serve più a tutelare il copyright che la lotta alla pedofilia, magari utilizzando proprio questa come pretesto. E' un'impressione, come dicevo, ma qui entra in gioco il buon Guido Scorza: blogger, avvocato ed esperto di diritto delle nuove tecnologie, il quale ha scoperto una cosa piuttosto interessante.
(fonte immagine: quintarelli)


Ricordate la storia di Blair? Ecco, il buon Scorza ha scoperto, analizzando le proprietà del file .doc pubblicato dall'On. Carlucci sul suo sito, chi ne è l'autore. Si tratterà senza dubbio di una incidentale omonimia, ma caso vuole che si chiami così anche il presidente dell'Unione Italiana Editoria Audiovisa, l'associazione cioè che riunisce le principali aziende attive nel campo dell'industria cinematografica.

Ripeto, la concomitanza è senz'altro casuale, però...


Aggiornamento 09/03/2009.

Guido Scorza argomenta in maniera più che esaustiva le critiche a questo progetto di legge. Qui il suo articolo pubblicato da Punto Informatico.

mercoledì 4 marzo 2009

The Pink Panther e l'assurdità del copyright

Penso che tutti abbiate presente il tema musicale della Pantera Rosa (se non ve lo ricordate potete ascoltarlo qui). Qualche tempo fa avevo utilizzato questa traccia come sottofondo a un mio breve video che avevo poi caricato nel mio canale su YouTube.

Ieri, casualmente, mia figlia più grande, Michela, nel suo eterno peregrinare in rete è andata a rivedersi il filmato e si è accorta che era muto. Era sparito l'audio. Lì per lì avevo pensato che avesse le casse del pc spente (sì, come no?); poi sono andato a vedere e mi sono accorto che l'audio effettivamente è sparito, anzi, per la precisione mi è stato disattivato dallo staff di YouTube per violazione del copyright.



Ora, per carità, quando in fase di montaggio dei vari spezzoni del filmato ho inserito quel particolare mp3 ero perfettamente conscio che il file in questione era protetto da copyright (la colonna sonora originale è del 1963), ma l'ho inserito lo stesso perché pensavo (e lo penso tuttora) che ciò non avrebbe arrecato alcun tipo di danno ai detentori dei diritti (in questo caso la Warner).

Evidentemente mi sbagliavo. Il problema - capirete - non è tanto quello di dover inserire un nuovo mp3 (tra l'altro mi tocca rifare tutto daccapo perché i singoli files del lavoro li ho cestinati una volta terminato l'assemblaggio), quanto quello che essendo diventato alla fine un file audio unico, assieme alla traccia incriminata sono stati cancellati anche i miei commenti a voce, che ovviamente non posso più recuperare. Insomma, alla fine mi sa che il video lo cancellerò e buonanotte.

Una riflessione però la faccio volentieri. Questo piccolo episodio conferma in maniera inequivocabile quanto sia ormai sorpassato e anacronistico il concetto di copyright. Anzi, non quello di copyright, ma di copyright come lo intendono loro, una forma cioè in cui tutti i diritti sono appannaggio del detentore e nessuno appannaggio invece del fruitore. Che senso ha tutto questo nell'era di internet?

Ovviamente ho gironzolato un po' nei mendri di YouTube per cercare una soluzione, ma niente da fare: quel particolare mp3 lo posso inserire solo se ottengo il permesso specifico della Warner. Non è permessa neppure la citazione dell'autore, del detentore dei diritti, niente. E tutto questo è assurdo. Nell'era digitale, in cui i contenuti viaggiano da un capo all'altro del pianeta con un semplice clic del mouse, le major dell'industria discografica non sono ancora arrivate a concepire una forma di utilizzo collettivo delle opere che tenga conto sì della loro paternità, ci mancherebbe, ma che ne consenta la libera circolazione senza assurdi, controproducenti e ridicoli vincoli.

In pratica, per loro, concetti come Copyleft o Creative Commons sono totalmente banditi (non dico sconosciuti perché li conoscono benissimo). In fondo, pensandoci bene, che danno avrei mai arrecato io alla Warner inserendo quel particolare mp3? Avrei per caso cagionato un calo di vendite della colonna sonora? Avrebbe magari rappresentato un danno il fatto che qualcuno si fosse scaricato il filmato compresa la colonna sonora? A parte il fatto che, come ho accennato sopra, il brano è disponibile all'ascolto diretto in rete, ed è quindi scaricabile con qualsiasi programma di cattura audio in streaming (senza bisogno quindi di cercarlo nei circuiti p2p), tutto questo conferma l'assurdità della situazione.

Assurdità che le grandi lobby dell'industria discografica non hanno ancora capito. A loro spese.

mercoledì 22 ottobre 2008

La Giornata Antipirateria di Microsoft

Ieri, martedì 21 ottobre, era la Giornata Globale Antipirateria proclamata da Microsoft. Una 24 ore in cui attraverso varie iniziative sparse per il globo il gigante di Redmond ha cercato di sensibilizzare utenti, stampa e aziende circa i danni economici provocati dalla pirateria software.

Il riferimento, ovviamente, va al sistema operativo tuttora più utilizzato (e piratato) della famiglia Windows, e cioè quell'Xp che nonostante da tempo i vertici Microsoft ne abbiano decretato la morte - ufficialmente dal 30 giugno scorso i produttori hardware hanno cominciato a sfornare i propri computer senza Xp a bordo -, continua imperterrito a essere il s.o. più utilizzato in assoluto nel mondo. Anche perché sui computer low cost tale termine è prorogato ad esempio fino al 30 giugno 2010.

Quando si tira in ballo Microsoft, ma non solo, fa comunque sempre un certo effetto parlare di pirateria, anche perché adesso - giustamente - l'azienda ci tiene a enumerare i danni economici - specialmente in termini di mancati guadagni e mancata possibilità di creare nuovi posti di lavoro - derivanti dalla pirateria software dei suoi prodotti, ma dimentica di menzionare, come spesso accade, che se oggi si trova nella posizione monopolistica che sappiamo, gran parte del merito è paradossalmente proprio della suddetta pirateria.

Insomma, se Windows gira sul 90% dei computer del mondo e l'Office di Microsoft è la suite per ufficio più utilizzata del pianeta - praticamente uno standard di fatto -, è perché fino a poco tempo fa il gigante di Redmond non ha mai posto in essere serie ed efficaci misure per contrastare il fenomeno, consapevole appunto che il mantenimento dello status quo non avrebbe fatto altro che consolidare questo monopolio. E non sarà facile, adesso, invertire questa tendenza. E' vero che negli ultimi due o tre anni il fenomeno (anche da noi) ha subito una riduzione, ma prima di arrivare all'estirpazione completa ne dovranno passare di giornate antipirateria. E pure di Genuine e compagnia bella.

Personalmente sono contro la pirateria software. Per carità, agli inizi i miei bei programmini (Nero e compagnia bella, per intenderci) li craccavo anch'io, sarebbe sciocco negarlo, ma poi col tempo mi sono accorto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un'operazione perfettamente inutile, in quanto esistono nell'area dei programmi free e/o open source degli equivalenti ai programmi più blasonati e noti che non li fanno per nulla rimpiangere, anzi a volte sono pure migliori (c'è ad esempio qualcosa che K3b non fa rispetto a Nero?).

Microsoft, a mio avviso, non deve quindi preoccuparsi più di tanto della pirateria software (o almeno non solo di quella), ma semmai dell'avanzata - lenta ma inesorasile - della quota di utenti che abbandonano i vari Windows e programmi proprietari in genere in favore di quelli liberi, spesso, anzi quasi sempre, gratuiti e pure una spanna sopra gli altri.

lunedì 13 ottobre 2008

Torno Subito (appena ho finito di scaricarlo)

Si possono scaricare i film da internet? Certo che no... o forse sì? Beh, in questo caso sì, e pure legalmente e gratuitamente. Certo, nel cast non c'è la Bellucci o De Niro, e il film non è neppure passato al Festival di Venezia, ma può darsi che questi siano tutti motivi in più per guardarlo.

Questo breve preambolo per segnalare - e nel contempo invitare chi vuole al passa parola - il film "Torno Subito", un lungometraggio che ha alcune peculiarità che lo distinguono nettamente dai film tradizionali che troviamo al cinema. Il film in questione è infatti il risultato del lavoro di squadra di un gruppo di appassionati, che hanno messo liberamente e gratuitamente a disposizione il loro tempo, i loro strumenti, la loro professionalità e la loro capacità per creare un prodotto di qualità. E il tutto - udite udite - senza spendere una lira. Il risultato è appunto questo "Torno Subito" che, come dicevo, è liberamente e gratuitamente visionabile in streaming e/o scaricabile addirittura in alta definizione.

Pensate agli incubi che avrebbero le major cinematografiche se la moda di autoprodursi i film e di distribuirli esclusivamente via internet prendesse piede. Ovviamente questo è solo un esperimento, ma non sarebbe una cattiva idea quella di utilizzare la rete per mettere a disposizione di tutti il proprio lavoro. Pure facendosi pagare, perché no? Invitando ad esempio quelli che giudicano il film meritevole a donare liberamente qualcosa. Badate che non è un'assurdità come potrebbe sembrare. In campo musicale qualcosa di simile sta già avvenendo da tempo, e con successo.

L'anno scorso, solo per citare un esempio, i Radiohead - forse qualcuno ricorderà - misero il loro nuovo album in rete lasciando che il prezzo lo facessero gli utenti e prevedendo addirittura la possibilità di scaricarlo a prezzo zero. E le cose non andarono affatto male. Cosa significa questo? Quello che è ormai da tempo sotto gli occhi di tutti (tranne che dei magnati dei media): e cioè che buona parte degli utenti sono disposti a pagare per un prodotto di qualità. Concetto che si esprime attraverso il termine meritocrazia al posto di sponsorizzazione.

Il download, assieme alle notizie sulla produzione, gli strumenti utilizzati, lo staff, gli attori che hanno partecipato, le motivazioni e tutto il resto, lo trovate qui.

Buona visione.

venerdì 5 settembre 2008

"Scaricate sempre, scaricate tutto", parola di Pietro Valsecchi

L'appello che leggete qui sopra non è stato lanciato - come a prima vista potrebbe sembrare - da qualche esponente di punta di qualche misteriosa organizzazione p2p, ma da Pietro Valsecchi (foto), uno dei più noti e attivi produttori di fiction italiani.

L'esternazione del produttore, nell'ambito di un convegno a Venezia proprio sul tema della pirateria, ha lasciato ovviamente di stucco molti degli addetti ai lavori, e, com'era facilmente prevedibile, ha trovato ben poco spazio sui media.

Ecco un estratto dell'articolo pubblicato da articolo21.info:
'Scaricate sempre, scaricate tutto. Anzi, fotocopiate pure i libri di testo che costano un sacco di soldi': con queste invito rivolto ai giovani e agli studenti il produttore televisivo Pietro Valsecchi entra senza peli sulla lingua nel dibattito sulla 'retorica dell'antipirateria' intervenendo a Venezia nel salotto in diretta di RAISAT EXTRA, condotto da Italo Moscati. E oggi si scatenano le reazione di Anica, Siae e del Comitato contro la pirateria. Nell'intervista, che seguiva quella del giorno prima, sempre a RAISAT EXTRA, del Presidente della Siae Giorgio Assumma: Valsecchi ha aggiunto: 'Si fanno troppi convegni sulla pirateria, il paese ha altri problemi. La fiction 'I liceali', da noi prodotta, e' stata trasmessa prima da Mediaset Premium, vista, scaricata, trasmessa poi dalla tv generalista e nonostante tutto cio', una volta fatti i dvd, ne abbiamo venduti tantissimi. La pirateria e' un problema molto marginale, basterebbe pagare forse lo 0,50. Ben vengano i ragazzi che scaricano. La cultura va divulgata, e' un bene che vi si possa accedere facilmente'.
Le reazioni, prevedibili, degli addetti ai lavori alle parole del produttore non si sono naturalmente fatte attendere: frasi farneticanti, sconcertanti, irresponsabili, ecc... Ora, naturalmente, prima che a qualcuno venga in mente di cominciare a scaricare a destra e a manca in maniera scriteriata tutto ciò che gli capita sotto mano, qualche precisazione va comunque fatta.

Scaricare materiale protetto da copyright, sul quale non si hanno diritti, è reato, e qui non ci piove. E quindi l'invito del produttore non va preso alla lettera. Il concetto che ha voluto esprimere (da parte mia più che condivisibile) è condensato nelle ultime parole: "La cultura va divulgata, è un bene che vi si possa accedere facilmente". Una frase che, detta da uno che in teoria dovrebbe trovarsi dall'altra parte della barricata, risulta ancora più significativa.

Ma, in genere, quando si parla di p2p, scambio di files audio e video e compagnia bella, i detrattori del libero scambio sono soliti tirare in ballo i gravissimi danni in cui incorre l'industria cinematografica e dell'intrattenimento a causa dei cattivoni che si scambiano i films in rete. Da ogni parte trovate facilmente cifre terribili sulle perdite (in termini di proventi e posti di lavoro) riconducibili all'odioso fenomeno della pirateria. Peccato che accanto a queste ci siano - molto, ma molto meno strombazzate - anche cifre che raccontano una realtà un tantino diversa (tipo queste, ad esempio), ma che difficilmente raggiungono gli onori delle prime pagine.

E la conferma a tutto ciò l'ha implicitamente (e probabilmente involontariamente) data il presidente della SIAE, Giorgio Assumma, che in risposta alle parole di Valsecchi ha affermato:
Il fatto che le sue opere [di Valsecchi, ndr] televisive abbiano venduto moltissimo malgrado siano state vittime di scaricamenti illeciti - continua la nota - dimostra quanto lui sia bravo nel suo lavoro e quanto i frutti dello stesso, quantunque danneggiati dalla pirateria realizzino un proficuo successo economico'.
Cosa vuol dire tutto questo? Che se un prodotto (cinematografico, musicale, ecc...) è di qualità non c'è pirateria che tenga. E i dati sfornati dal produttore sono lì a dimostrarlo. Non ci sono certo grosse speranze che a breve termine cambi qualcosa, sia a livello di legislazione che di presa di coscienza della cosa da parte di tutta la cricca delle lobby dell'intrattenimento, ma a volte una colomba (in questo caso Valsecchi) potrebbe anche fare primavera.

mercoledì 13 agosto 2008

Piratebay.org, ennesima dimostrazione che la rete non si ingabbia

E' da ieri che sui media non si parla d'altro: l'inibizione, dal territorio italiano, dell'accesso a piratebay.org (ci ha fatto un articolo pure il Corrierone). La cosa ha fatto scalpore per vari motivi, e uno dei principali è che si tratta della prima volta - pare - che l'oscuramento riguarda un sito con un tale livello di popolarità. Solo in Italia, infatti, sono stimati circa 450.000 accessi mensili.

Brevemente, per chi non ne fosse al corrente, piratebay.org non è nient'altro che un indicizzatore di files .torrent, utilizzati per trasferire files audio e video da pc a pc tramite BitTorrent e gli altri client che si appoggiano a questo sistema di condivisione di files.

Ovviamente i gestori del noto sito non sono rimasti con le mani in mano, mettendo online a tempo di record un clone, attualmente ancora raggiungibile qui, del portale. Va comunque precisato che in realtà il sito è sempre stato raggiungibile cambiando i propri DNS con quelli forniti ad esempio da OpenDNS, o con altri sistemi di navigazione anonima, anche se sembra che il provvedimento, a breve, bloccherà non solo i DNS ma anche gli indirizzi ip e i futuri siti-clone che saranno creati.

Non lo so, staremo a vedere. Certo è che lascia un po' perplessi il fatto che ci si accanisca con tanta veemenza contro un sito che ancora, a quanto risulta, non è stato condannato in nessun paese. E' vero, ci sono state in passato prese di posizione e pressioni per tentare di chiuderlo o di limitarne l'attività, e tuttora sono in corso processi, ma rimane il fatto che a termini di legge è pulito.

E lascia ancora più perplessi, e anche un po' increduli (e rassegnati), il fatto che ancora ci siano persone che pensano di chiudere internet o una sua parte con provvedimenti che con la rete non hanno nulla a che vedere. Un sito internet non è un negozio che si può chiudere con un lucchetto alla serranda; sarebbe come voler interrompere un fiume costruendo una diga: prima o poi l'acqua arriverà in cima e tracimerà riprendendo il suo corso, oppure troverà altre strade. E' un po' come un bambino che soffia in cielo pretendendo di spostare le nuvole. Non si può pretendere di applicare all'immateriale le regole delle cose materiali. E questo non è ancora stato capito.

Sia ben chiaro, con questo non sto difendendo la pirateria, sto solo cercando di mettere in evidenza come le leggi che regolano tutto ciò che concerne il copyright nell'era di internet siano terribilmente obsolete. Vetuste. E chi sta nella "sala dei bottoni" sarà bene che capisca e si adegui in fretta, se non vuole rimanere vittima della sua obsolescenza.

p.s.
come vedete dall'immagine qui sotto, catturata ieri sera poco prima delle 21, il sito oscurato è perfettamente raggiungibile e funzionale semplicemente nascondendosi dietro a un proxy: alla faccia del "lucchetto alla serranda"...

sabato 9 agosto 2008

Films in streaming via internet: legale o illegale?

Sono capitato ieri per caso su italiafilm.net (qui a fianco una schermata dell'home page), un blog tramite il quale è possibile vedere in streaming, gratuitamente, film in lingua italiana. Il database dei titoli disponibili è piuttosto ampio ed è molto facile trovare anche pellicole attualmente ancora in programmazione nei cinema.

Girovagando qua e là in rete mi sono accorto, con una certa sorpresa, che siti tipo questo sono tutt'altro che rari. Basta fare una veloce googlata con le parole chiave film streaming per accorgersene. Il sito in realtà non ospita alcunché, nel senso che i files video non sono fisicamente presenti sui suoi server, ma si limita a fornire dei link in questo caso diretti a megavideo.com. Da una veloce ricerca whois risulta comunque che entrambi i siti - sia italiafilm.net che megavideo.com - sono hostati su server statunitensi.

I films (in .swf) sono visibili in qualità degradata direttamente tramite il browser, senza che sia necessario installare programmi di terze parti (eccetto ovviamente il plugin Adobe Flash Player o similari).

Questo per quanto riguarda la parte tecnica. Ma la domanda è: è legale tutto ciò? Apparentemente sì, in quanto non c'è possibilità di scaricare i films ma solo di vederli, venendo così a mancare il requisito fondamentale perché si verifichi l'illecito, e cioè la condivisione (almeno stando a quanto stabilisce il Decreto Urbani). In pratica il principio che regola il tutto è perfettamente identico a quanto avviene in campo musicale con siti tipo lastfm o lo stesso muxtape (sul quale ho anch'io un mio account), i quali non sono nient'altro che socialnetwork "musicali" tramite i quali è possibile ascoltare la propria musica preferita in streaming, creare playlist personalizzate e segnalarle ad altri utenti.

Tutto bene quindi, o almeno così parrebbe. Ma c'è sempre un ma. In questo caso sotto forma di una sentenza della Cassazione risalente al 2006 - che all'epoca fece molto discutere - grazie alla quale due milanesi hanno passato dei guai per aver pubblicato sui rispettivi siti internet i link con cui era possibile accedere alla visione in streaming di partite di calcio i cui diritti erano di proprietà esclusiva di Sky. Riporto qui sotto uno stralcio della sentenza, così come pubblicata da Repubblica:

"...è innegabile - si legge nella sentenza 33945 - che gli attuali indagati hanno agevolato attraverso un sistema di guida online la connessione e facilitato la sincronizzazione con l'evento sportivo: senza l'attività degli indagati, non ci sarebbe stata, o si sarebbe verificata in misura minore, la diffusione delle opere tutelate. I giudici di piazza Cavour, spiegano che le informazioni sul link e sulle modalità per la visione delle partite in Italia, "per raggiungere il loro obiettivo, devono essere inoltrate agli utenti in epoca antecedente alla immissione delle trasmissioni in via telematica; tale rilievo, se puntuale in fatto, comporta come conseguenza che, in base alle generali norme sul concorso nel reato, gli indagati, pur non avendo compiuto l'azione tipica, hanno posto in essere una condotta consapevole avente efficienza causale sulla lesione del bene tutelato".

Insomma, sulla pubblicazione dei link a materiale protetto da copyright (dalle partite di calcio ai film il passo è breve) la Cassazione sembra avere le idee piuttosto chiare, come spiegato molto bene anche da questo articolo di PI dell'epoca. Quindi va bene i server all'estero, va bene il fatto che all'atto pratico non ci sia condivisione, ma evidentemente non basta.

mercoledì 21 maggio 2008

Quanto è pericoloso il p2p?

Sulla vicenda accaduta allo sfortunato operaio 22enne di Torino si è parlato e si continua a parlare con una certa insistenza. In forum e newsgroup in rete, com'è naturale, ma anche nelle normali chiacchiere fuori dall'ambiente "virtuale". E capita spesso anche a me, ad esempio, di sentirmi chiedere da parte di conoscenti e amici - che sanno che mi interesso un po' di queste tematiche -, quali siano le ultime novità, se sia ancora reato scaricare film da BitTorrent o eMule, ecc...

L'approccio con cui ci si accosta a queste argomentazioni, ho notato, è però quasi sempre leggero, giocoso quasi. Atteggiamento probabilmente figlio della radicata convinzione che in rete si possa fare quello che si vuole, che tanto nessuno avrà niente da ridire o contestare. E che soprattutto, per usare un'espressione più terra terra ma che rende bene l'idea, che nessuno "mi beccherà mai". Episodi come quello di Torino - che tra l'altro non è il primo e non sarà certo l'ultimo - sono però indicatori abbastanza eloquenti che le cose non stanno forse esattamente così.

Ecco il motivo per cui mi ha fatto piacere leggere su Punto Informatico di ieri questo pregevole articolo di Gilberto Mondi. Perché appunto analizza il problema dal lato delle normative che regolano un po' l'amata/odiata tecnologia p2p, e propone soluzioni meno drastiche e più realistiche per cercare di contrastare l'odioso fenomeno della pedopornografia via p2p, senza mettere inutilmente alla gogna chi inconsapevolmente è caduto nell'infernale ingranaggio.

Penso che sia capitata a molti la poco simpatica esperienza di scoprire che il Biancaneve che si stava scaricando per i figli in realtà con Walt Disney aveva ben poco a che fare. Sono quelli che in gergo vengono chiamati fake, cioè files che vengono rinominati o modificati (anche a livello di tag) in modo da essere spacciati per altri. Nella maggioranza dei casi queste operazioni hanno prevalentemente una componente goliardica, scherzosa, oppure di opportunità. Condividere con eMule un file rinominato in un certo modo permette ad esempio di poter usufruire di un maggiore credito e scavalcare con più facilità le code per il download.

Scaricare files di questo tipo è quindi un imprevisto piuttosto comune, anche se esistono diversi modi per capire la qualità e l'attendibilità di ciò che si scarica. Un conto è però ritrovarsi un film di Woody Allen al posto di Biancaneve e un conto è trovarsi materiale che a livello di conseguenze legali può essere molto più scottante, com'è capitato appunto all'operaio torinese. Trovarsi in casa alle 6 di mattina la Polizia che ti sequestra il pc e ti notifica di essere indagato per aver scaricato e condiviso materiale pedopornografico, è un'esperianza che a livello psicologico, ma non solo, può avere conseguenze di non poco conto.

E qui veniamo a quanto scrive Gilberto Mondi su Punto Informatico, il quale sostanzialmente si chiede:
...il pericolo del download di un file fasullo, di un fake che contiene contenuti indesiderati e indesiderabili, non può essere costituito dal fatto che alle 6 del mattino bussino alla porta gli agenti della Polizia Postale. Il pericolo sta invece nella normativa, che rende possibile un'azione di quel tipo perché un utente P2P ha scaricato un pedofile pensando che fosse altro. Una normativa cieca, incapace di ogni flessibilità, che trasforma un 22enne in una persona accusata di aver contribuito ad abusi su minori, un'accusa soverchiante e con ogni probabilità nel caso specifico, e chissà in quanti altri, del tutto gratuita, fasulla come il file scaricato. L'utente che si imbatta in un file del genere non dovrebbe avere a disposizione invece un numero telefonico, un'email, un sito, un qualcosa che gli consenta in pochi clic di segnalare il file? Non sarebbe questo assai più utile a colpire chi diffonde questa roba?
Questo è effettivamente il punto. Che utilità ha nella lotta a questa terribile piaga prendersela con chi inconsapevolmente ha scaricato pedofiles pensando fossero tutt'altro? Perché invece non si mette a disposizione di chiunque un sistema qualsiasi per segnalare di essersi imbattuti in questa roba? Interessanti a questo proposito sono alcune riflessioni di Daniele Minotti, avvocato che si occupa di diritto penale applicato alle nuove tecnologie, il quale scrive in questo post nel suo blog:
Bisognerebbe ripensare parecchio questo genere di indagini. Se una persona viene sopresa a condividere un file illegale, con eMule, non è detto che ne sia consapevole. C’è il problema dei fake e non soltanto, per dirla tutta. E sono fatti arcinoti. E’ piuttosto triste che gli investigatori non lo sappiano.
L’attività di monitoraggio delle reti P2P si rivela, spesso, soltanto un pretesto per avviare perquisizioni e sequestri. E’ troppo poco, a mio parere, per giustificare un’invasione così profonda e traumatica nella sfera dell’individuo.
E' vero, alcune possibilità di segnalare situazioni illegali alle autorità ci sono già, ma sono più che altro limitate alla semplice segnalazione di essersi ad esempio imbattuti in siti illegali. Chi le utilizzerebbe per dire di aver scaricato qualcosa dai circuiti p2p? Se poi aggiungiamo il fatto che le norme per quanto riguarda il materiale pedopornografico sono molto severe e si corrono guai grossi anche per la semplice detenzione, il resto viene da sé.

Insomma, il succo di tutta la questione è che sarebbe molto più efficace la lotta a questo aberrante fenomeno e ai suoi organizzatori se fosse data la possibilità all'utente che inconsapevolmente ci si imbatte di poterlo tranquillamente segnalare con un'apposita procedura, senza provvedimenti drastici e sostanzialmente inutili che al di là dell'immagine di facciata servono a ben poco.

martedì 29 gennaio 2008

Qtrax e la storia del dietrofront sul download gratuito




C'è stato un dietrofront piuttosto clamoroso, l'altro ieri, riportato da parecchie testate online (ad esempio Repubblica, prima e dopo), in merito alla vicenda Qtrax, il portale attraverso il quale sarebbe stato possibile scaricare gratuitamente e legalmente musica dalla rete. La cosa curiosa è che a "cascarci" non sono state solamente le cosiddette testate generaliste, che, si sa, di queste cose in genere scrivono un po' a spanne, ma anche molti siti che normalmente scrivono di tecnologia e informatica. Ma vediamo di fare un po' di chiarezza.

Tutto nasce dall'annuncio - pubblicato in rete da molte testate, tra cui Wired - dell'attivazione di questa nuova piattaforma da cui è (sarebbe stato) possibile scaricare liberamente e gratuitamente musica. La piattaforma in questione si chiama appunto Qtrax e il sito ufficiale è qui. Se però si prova a cliccare sul relativo pulsante "download" non succede assolutamente niente in quanto la pagina è inattiva.

In pratica, per farla breve, l'iniziativa è stata sbandierata ai quattro venti in pompa magna perché pareva che in un primo tempo (o almeno questo è ciò che aveva dato a intendere Allan Klepfisz, presidente di Qtrax) tutte e 4 le major che dovevano aderire all'iniziativa (Universal, Sony BMG, Warner e EMI) avessero effettivamente aderito; mentre invece, come si è scoperto solo dopo, l'adesione era solo a parole, e quando si è trattato di mettere nero su bianco qualcuno ha fatto dietrofront sostenendo che non c'è mai stato nessun accordo.

Fin qui la cronaca, che in fin dei conti interessa fino a un certo punto. Andiamo però adesso a vedere, a livello tecnico, come avrebbe dovuto funzionare il servizio.

L'idea, di per sé, non è nuovissima e si basa essenzialmente sul principio che il compenso ai titolari di copyright deriva dai banner pubblicitari che l'utente si deve sorbire durante il download e l'archiviazione su pc dei pezzi scaricati. E' un po' quanto succede già adesso con portali tipo downlovers.it, del quale ho già scritto in passato.

Ma, proprio come downlovers.it, Qtrax ha lo stesso medesimo difetto: brani infarciti di DRM. Tanto è vero che Punto Informatico, ad esempio, scrive (qui):

"Le limitazioni? Sono quelle definite dal sistema DRM Windows Media, con il quale i file sono impacchettati: non sarà possibile trasferire i brani su CD, ma sarà possibile goderne attraverso i dispositivi che supportano la piattaforma Microsoft. Fuori dunque gli utenti di iPod, almeno per il momento. Ma fuori anche gli utenti Mac, fino al 18 marzo: la piattaforma per la ricerca e lo sharing dei brani, e per inoculare la pubblicità, è per ora destinata solo a utenti di Windows XP e Vista."

A me, come penso a molti, di "godere di musica su dispositivi che supportano la piattaforma Microsoft" non frega un bel niente. Io voglio scaricare musica libera, in formato libero, che giri liberamente su qualsiasi player multimediale (compresa l'autoradio della mia macchina), e, come molti altri, sono disposto a pagare per questo (iTunes, che addirittura vende musica lucchettata insegnerà qualcosa, no?). E pure le major discografiche hanno capito ormai l'andazzo, costrette dall'evidenza dei fatti e probabilmente anche sollecitate dalla recente presa di posizione dei rappresentanti inglesi dei venditori di cd, riconoscendo esse stesse che "The compact disc is dead". E adesso arriva Qtrax di nuovo col DRM?

Non so che tipo di reazione avrebbe avuto l'utenza di fronte a questo progetto, lo sapremo in futuro se la cosa partirà effettivamente. Quello che è certo è che il p2p illegale viaggia a gonfie vele, e buona parte del merito è proprio di iniziative come questa.

domenica 25 novembre 2007

Pastrocchio alla francese

Un verso di una vecchia canzone di Franco Battiato recitava: "Gli orchestrali sono uguali in tutto il mondo, simili ai segnali orario delle radio" (Arabian song - 1980). Spostando il soggetto dagli orchestrali ai politici, ecco la dimostrazione che quando si tratta di legiferare in materia di internet, diritti digitali e copyright, i nostri non sono i peggiori.

Mi riferisco a ciò che si sta discutendo in questi giorni in Francia per tentare anche lì di arginare il fenomeno della pirateria online. Un articolo in proposito è apparso su Le Monde (qui). Dalle informazioni (ancora abbastanza frammentarie) in circolazione, pare che in Francia, per volere di Sarkozy, sia stato istituito una sorta di organismo di controllo che non andrà tanto per il sottile nel tentare (inutilmente) di stroncare alla radice il fenomeno.

In questo provvedimento sono previste la galera, multe pesantissime e l'obbligo per gli ISP di "convincere" i propri abbonati a "comportarsi bene" tramite l'uso di e-mail dissuasive, che una volta dimostratesi inefficaci potranno portare addirittura alla rescissione dell'accesso a internet dell'abbonato. Tutto ciò in cambio di un generico impegno a eliminare il DRM dalle opere digitali in commercio.

Interessante in proposito la dichiarazione di Sarkozy riportata da Corriere.it: “la pirateria è un comportamento medievale”. Certo. Invece sentenze tipo questa, in perfetto stile "colpirne uno per educarne cento", tanto caro a certi regimi del passato, sono comportamenti contemporanei?

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...