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domenica 20 ottobre 2019

Whatsapp può aspettare

Credo che i miei contatti Whatsapp, che in totale sono appena una quarantina o giù di lì, abbiano ormai capito che risposte immediate, da me, è difficile che arrivino. Le mie figlie, ad esempio, l'hanno ormai capito da tempo. Certo, può ancora capitare che mi senta chiedere perché ci abbia messo così tanto a rispondere a un messaggio, ma sanno benissimo essere una domanda retorica.

Se poi sto leggendo sul mio divano, o passeggiando su in collina, o facendo qualsiasi altra delle cose che amo fare, è matematico che un messaggio che mi arrivi su Whatsapp rimanga con le spunte grigie molto a lungo. Siamo noi che dobbiamo utilizzare le app, non devono essere loro a utilizzare noi.

(I miei quaranta contatti su Whatsapp hanno ormai imparato che in caso di urgenze c'è la cara vecchia telefonata, eh.)

domenica 22 maggio 2011

Tra passato e futuro


Il massimo rappresentante del passato e della refrattarietà alla innovazione tecnologica e scientifica dice agli astronauti della Stazione Spaziale: "voi siete i rappresentanti del futuro". Come dargli torto?

sabato 8 gennaio 2011

Apple saluta VLC


Leggo su Il Post che Apple avrebbe tolto agli utenti la possibilità di acquistare dal suo App Store il lettore multimediale VLC.

Lo scorso novembre, Rémi Denis-Courmon, uno dei principali sviluppatori di VLC per iPhone, aveva segnalato ad Apple l’incompatibilità della licenza del piccolo programma con le regole imposte dalla società per la diffusione delle applicazioni. VLC è un programma libero ed è quindi pubblicato con una licenza che permette a chiunque di utilizzarlo e, rispettando alcune condizioni, di modificarlo e ridistribuirlo.

Non sono un utente Apple, ma conosco molto bene il lettore multimediale VLC (gira sia su Windows che su Linux e lo ritengo uno dei migliori software in assoluto nel suo genere).

Da oggi Steve Jobs mi sta un pelino più antipatico del solito.

martedì 19 ottobre 2010

venerdì 19 marzo 2010

Quando i virus si prendevano via e-mail

Il tempo dei virus che infettavano i pc tramite le e-mail con i mitici allegati infetti truffaldini è finito, o se non proprio finito è comunque piuttosto passato di moda. Adesso stanno prendendo piede i virus che infettano i pc tramite i telefonini o i loro accessori. La cronaca ci ha offerto un paio di esempi proprio in questi giorni.

Il primo lo racconta il sempre attento Attivissimo in questo articolo. In pratica sarebbe in circolazione un caricabatterie USB della Energizer con installato al suo interno un software, per Windows e Mac, che, tra le altre funzioni, permette di controllare il livello di carica della batteria del telefonino. Peccato che questo software, nella sua versione per Windows, contenga al suo interno un trojan che una volta installato nel pc raccoglie tutto quello che si digita sulla tastiera.

Il secondo caso, invece, lo racconta Punto Informatico. Questa volta non si tratta di un caricabatterie, ma di alcune migliaia di smartphone, i famosi telefonini "intelligenti" di ultima generazione. Secondo PI ce ne sarebbero in circolazione alcune migliaia, venduti da Vodafone ed equipaggiati con Android, che avrebbero la memory card infetta. Collegando uno di questi al computer si ottiene il medesimo risultato dei caricabatterie della Energizer.

Se non altro, adesso, i famosi "utonti", quelli abituati ad aprire tranquillamente qualsiasi allegato, non potranno essere incolpati di niente.

domenica 28 febbraio 2010

Avatar? Sì, ma...

Il brutto ceffo che vedete qui a fianco è lo scrivente, immortalato ieri sera, da Francesca, con gli appositi occhiali per la visione dei film in 3D, ovviamente prima di entrare in sala per vedere Avatar (trailer ufficiale qui). La prima cosa che mi sento di dire è questa: chi scarica dai circuiti p2p una copia, magari pure di scarsa qualità, di questo film vuol dire che non ha capito niente, e comunque rinuncia in partenza alla sua parte migliore. Eh sì, perché il suo bello, il motivo per cui maggiormente vale la pena spendere i soldi del biglietto è la sua spettacolarità e coinvolgimento, determinati proprio da questo tipo di tecnologia che ti consente non solo di vedere il film, come siamo già abituati, ma di "viverlo", di farne quasi parte - a volte ho pure avuto la sensazione di "intralciare" lo svolgimento di alcune scene.

A me è piaciuto molto, nonostante mi aspettassi qualcosa di più dopo l'idea che mi ero fatto ascoltando i pareri entusiasti di amici e conoscenti. E' piaciuto meno, inspiegabilmente, a chi era con me (qualcuno ha detto che si è perfino annoiato). Probabilmente ciò è dovuto al fatto che chi non è particolarmente sensibile alla bellezza degli effetti speciali si è trovato a fare i conti con una storia e una trama che non sono certo il massimo dell'imprevedibilità. Il film, tra l'altro molto lungo (circa 160 minuti senza intervallo tra il primo e secondo tempo), è infarcito infatti di richiami e riferimenti stranoti presenti in tantissimi altri film: la cultura dei pellerossa, il messaggio ecologista, la distruzione forsennata e cieca della natura in nome del denaro, dell'interesse e del profitto. Il tutto all'interno di una narrazione regolare, senza sbavature e senza imprevisti, che se non fosse appunto per gli straordinari effetti digitali risulterebbe pesantina, perlomeno per i meno amanti del genere.

Neytiri (merita una menzione), la protagonista Na'vi del film, è una bellissima aliena: al posto di Jake anche io me ne sarei innamorato. Tutti i personaggi Na'vi sono stati creati interamente al computer con un livello di definizione e dettagli sbalorditivo (si distinguono addirittura i pori della pelle degli alieni). Difficile credere che questi "attori", compreso l'eccellente livello di recitazione che non ha nulla da invidiare a quelli normali in carne e ossa, siano appunto stati creati e siano gestiti solo dai computer. Insomma, a mio avviso il film merita sicuramente di essere visto. Ovviamente al cinema.

venerdì 15 gennaio 2010

Nuova tassa su pc e telefonini

Ci dev'essere un motivo per cui tanta gente continua a votare questi signori nonostante la montagna di balle che raccontano. Ricordate i famosi proclami in sede di approvazione della finanziaria sul fatto che per il 2010 non sono previste nuove tasse? Bene, il 30 dicembre scorso - notate la data -, mentre ce ne stavamo tutti tranquilli e beati a organizzare il capodanno, il ministro Bondi ha firmato un decreto (pdf qui) col quale ha messo una bella nuova tassa su computer e telefonini, ampliando ed estendendo il famigerato "equo compenso", la famosa tassa "preventiva" che finora si pagava (e si paga ancora) su cd e dvd vergini.

Cellulari, decoder, computer, lettori mp3: qualunque dispositivo abbia una memoria verrà colpito da una nuova "tassa", fra qualche giorno. È quanto deciso dal decreto firmato il 30 dicembre dal ministro dei Beni e delle attività culturali Sandro Bondi. Il decreto aggiorna ed estende, a livelli inauditi in Europa, il cosiddetto "equo compenso": una somma che i produttori di beni tecnologici devono versare a Siae, a "compenso" della copia privata. Cioè del fatto che l'utente può usare quelle tecnologie per fare un (legittima) copia personale di cd e film acquistati.

Finora però l'equo compenso è gravato solo su supporti (cd, dvd) e su masterizzatori. Adesso viene esteso a tutti i prodotti dotati di memoria. Un bel colpo, per Siae: "dall'equo compenso finora ha ricavato circa 70 milioni di euro. Dal 2010 passerà a circa 300 milioni, secondo stime di Confindustria e Assinform", dice Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di copyright e hi-tech. Prevedibile che i produttori vorranno scaricare questa tassa sui consumatori, almeno in parte, come del resto è avvenuto con Cd e Dvd. (fonte)

Un bel regalino alla SIAE, insomma (che di regalini da questa tassa ne ha già oltretutto avuti parecchi). Ecco qui sotto lo schema dell'entità del nuovo balzello.


Il bello è che la SIAE, al montare delle proteste, ha dichiarato: "No, non è una tassa, perché si tratta di diritti d’autore. I diritti d’autore sono “lo stipendio” di chi crea un’ opera (musica, film, romanzi, testi teatrali). Bello, bellissimo, ma come la mettiamo se io utilizzo un supporto vergine per metterci le mie foto dell'ultima vacanza in Trentino o il mio filmato della festa di capodanno?

Siamo sulla strada giusta. Arrivare a pagare anche alcune decine di euro in più se il gingillo elettronico è particolarmente capiente in termini di memoria, produrrà da subito (a) una contrazione dei consumi nel comparto hitech e (b) confermerà il mantenimento di una delle promesse propagandistiche a cui di più continuano ad abboccare gli allocchi: credere veramente che il governo non alzi le tasse.

venerdì 9 ottobre 2009

Sette anni di spionaggio?

Tra le notizie passate in sordina a causa dei fatti politici di questi giorni, ce n'è una che forse meriterebbe di essere ripresa e magari riproposta per cercare di valutarne appieno la portata. Mi riferisco a questo articolo di Vittorio Zambardino apparso l'altro ieri su Repubblica, nel quale, tra l'altro, si legge:

Chiunque tra il 2001 e l'inizio del 2008 abbia usato la rete internet deve sapere che tre tra i maggiori fornitori di accesso del paese (Telecom Italia, Vodafone e H3g) tre compagnie di telecomunicazione, hanno registrato tutto il traffico di quegli anni.

Anche se - prosegue poi Zambardino - non si può essere assolutamente sicuri che questa opera di monitoraggio sia sempre avvenuta in modo continuativo dal primo all'ultimo giorno, è comunque certo che sia avvenuta - i motivi sarebbero da ricondurre al fatto che bisognava tenersi pronti per rispondere alle richieste dell'autorità giudiziaria (?). Il giornalista, che su Repubblica si occupa di tecnologia e internet, cita come fonte le dichiarazioni fatte a un seminario tenuto a Roma da tale Cosimo Comella, ingegnere e dirigente dell'Autorità per la protezione dei dati personali.

Secondo tali dichiarazioni, ancora mi pare non smentite, tutto ciò che ognuno di noi ha digitato sulla tastiera del proprio pc in questo lasso di tempo, è finito in una sorta di mega-archivio che oggi dovrebbe non esistere più. Fare l'elenco di ciò che è finito in questo database è ovviamente superfluo: password, e-mail, url (ah, le nostre seratine su youporn...^_^), chat, keywords utilizzate sui motori di ricerca, cronologie, ecc... Perché ho scritto "oggi non dovrebbe esistere più"? Perché - sempre secondo quanto racconta Repubblica - tale archivio dovrebbe essere stato cancellato definitivamente il 24 gennaio 2008. Lo scrive la stessa autorità garante in un comunicato (questo) apparso in quella data sul suo sito internet. Tutto bene quindi?

Apparentemente sì. L'unico punto interrogativo, non da poco, sta nel fatto che ad oggi non si è completamente sicuri che tale archivio sia stato effettivamente distrutto. E, d'altra parte, lo stesso dirigente dell'authority non pare prodigarsi più di tanto per sciogliere questo dubbio - si limita a dire, in sostanza, che non ha motivo di ritenere che tali informazioni non siano state cancellate.

Ecco, se il Garante per la Privacy volesse farsi vivo per chiarire la cosa...

martedì 9 giugno 2009

In Cina la censura ha la scusa del porno

I siti porno, si sa, costituiscono da sempre una potenziale e seria minaccia al corretto sviluppo psichico degli adolescenti (o almeno questo è quello che si sente sovente dire in giro). Più in generale, poi, è noto che la massiccia presenza di pornografia a buon mercato, se non quando totalmente gratuita, che si trova in rete, spesso e volentieri dà vita a fenomeni di vera e propria dipendenza.

In Cina pare che abbiamo preso particolarmente a cuore questo problema, tanto che per combattere questa pericolosa piaga hanno pure inventato un software. Dal primo luglio prossimo, infatti, scrive il Wall Street Journal, assieme ai nuovi pc venduti nei negozi verrà fornito all'acquirente un software in grado di bloccare da remoto l'accesso a particolari siti web. Il software si appoggia a una sorta di blacklist, continuamente aggiornata via internet, che blocca appunto l'accesso a siti ritenuti pericolosi. Il Wall Street Journal precisa - anche se qui le versioni sono contrastanti - che il software non verrebbe fornito già preinstallato nel pc, ma su un cd a parte che lascerebbe all'utente la facoltà di utilizzarlo oppure no.

In Cina, come è noto, internet è controllata dallo stato, il quale arbitrariamente decide quali sono le informazioni che possono circolare e quali no (un sogno nel cassetto di qualcuno anche qua da noi), e quindi la notizia sta facendo il giro del mondo non per l'aspetto "tecnologico" della stessa, ma perché è fondato il sospetto che la famosa blacklist, oltre a chiudere l'accesso ai suddetti siti porno - che poi anche qui ci sarebbe da discutere: con quale diritto una terza persona decide per me quali siti sono pericolosi e quali no? - chiuda anche l'accesso a notizie potenzialmente scomode al regime.

Per ora è naturalmente solo un sospetto, ma visti i precedenti non stupirebbe che alla fine si dimostrasse più che fondato.

giovedì 21 maggio 2009

La risintonizzazione dei canali digitali spiegata a mia nonna

Come scrivevo qualche giorno fa, in Piemonte, anzi in alcune zone specifiche, c'è stato il famoso switch off, ossia il passaggio dall'analogico al digitale terrestre che da qui al 2012 coinvolgerà tutto il paese.

Qualche problema tecnico, forse, qualcuno l'aveva messo in conto, ma da qui ad arrivare ad assalire l'ufficio Rai di via Verdi e, via internet, il sito de La Stampa, ce ne passa. Eh sì, perché pare che il passaggio, per buona parte degli interessati, sia stato tutt'altro che indolore, essendo spariti, oltre a Rete4 e Rai2, anche tutti gli altri canali. Riassume bene la situazione questo articolo Zeusnews:

Ciò è successo perché la Rai, oltre a spegnere il segnale analogico di Rai Due, ha riorganizzato le frequenze utilizzando quelle precedentemente usate da Rai Due in analogico per Rai Uno e Rai Tre in digitale. I decoder più "svegli" se ne sono accorti e hanno incassato il colpo senza battere ciglio, risintonizzando automaticamente i canali; i meno evoluti, invece, hanno semplicemente iniziato a non mostrare più nulla, nell'attesa che l'utente intervenisse manualmente.

La maggior parte dell'utenza, probabilmente quella più refrattaria alla tecnologia, si è evidentemente trovata spiazzata, anche perché pare che la Rai non si sia prodigata più di tanto, se non a danno ormai avvenuto, a fornire informazioni e suggerimenti. Scrive a tal proposito La Stampa sul suo sito internet:

Risintonizzare. Ecco la soluzione. Ma anche la miccia che ha scatenato tante, tantissime lamentele: «Trovo inaccettabile la mancanza di informazione della Rai - si legge in uno dei messaggi sul web -. Visto che la paghiamo, lo sforzo di avvisare gli utenti che sarebbe stato necessario risintonizzare i canali dopo lo switch off avrebbe dovuto farlo». Risintonizzando i canali come se il decoder o il televisore fosse stato appena acquistato molti hanno memorizzato finalmente i quattro canali Rai in digitale. Ma altri dubbi restano. E altre proteste. «Purtroppo - segnala Ezio Pagliarino - tutti i dvd recorder e i videoregistratori che non hanno il tuner digitale terrestre incorporato non funzioneranno più e non si potrà più registrare col timer, ma questo nessuno della Rai lo dice».

Per cercare di risolvere il problema, la Rai pare che abbia adesso cominciato a far scorrere delle strisce informative sullo schermo (ovviamente nei canali che si vedono) per cercare di spiegare agli utenti come risolvere il problema. Cosa che, come potete immaginare, ha sicuramente fatto la felicità delle massaie e delle nonne intente a fare uncinetto davanti alla tv.

Tra l'altro, riferisce sempre La Stampa, pare che i problemi con la sintonizzazione possano avere come causa anche l'antenna, cosa che nessuno, mi pare, finora ha evidenziato.

Secondo Renato Boninsegni, responsabile Installazione e Impianti della Cna, «è fuorviante sostenere che per vedere la tv digitale è sufficiente acquistare un decoder o un televisore nuovo. Molte antenne, soprattutto quelle centralizzate dei condomini più vecchi, potrebbero essere da sostituire o calibrare, ma nessuno ha raccomandato ai torinesi di chiedere una verifica del proprio impianto prima di acquistare il decodificatore e chiedersi poi magari il perché di una cattiva ricezione». La Confederazione Nazionale dell’Artigianato ha elaborato, e inviato al ministero, un prezzario per evitare possibili speculazioni degli antennisti nei prossimi giorni, e raccomanda «di rivolgersi sempre e soltanto a persone in possesso dell’abilitazione».

Insomma, l'avventura del digitale terrestre è partita, e siamo solo all'inizio.

lunedì 18 maggio 2009

Le grandi opportunità del digitale terrestre? Ce le spiegano "Amici" e "Il grande fratello"

La lenta ma inesorabile avanzata del digitale terrestre, la "nuova" tecnologia che da qui al 2012 consentirà, forse, a tutti gli italiani tele-dipendenti di ricevere il segnale non più in forma analogica ma digitale, ha aggiunto un altro tassello al suo mosaico. Dal 20 maggio, infatti, cioè da mercoledì possimo, circa 3 milioni di telespettatori della zona occidentale del Piemonte subiranno il cosiddetto switch-over, potranno cioè godersi i programmi televisivi col supporto della nuova tecnologia digitale.

Inizialmente non tutti i canali saranno investiti dalla novità, ma solo Rete4 e Rai2.

Nella notte fra il 19 e il 20 maggio il Piemonte raggiungerà un’altra tappa fondamentale nel processo di digitalizzazione della televisione italiana che verrà completato entro il 2012.
Nelle province di Torino, Cuneo e in 74 comuni della provincia di Asti, si spegnerà infatti il segnale analogico di Rai2 e Retequattro che, da quel momento, saranno ricevibili solo in digitale. Successivamente, fra il 24 settembre e il 9 ottobre 2009, verrà spento il segnale analogico di tutti gli altri canali presenti sul territorio delle tre province e sarà possibile ricevere tutta l’offerta televisiva terrestre gratuita esclusivamente in digitale. (fonte)

Per preparare adeguatamente la popolazione e descrivere i portentosi vantaggi che porterà l'avvento di questa nuova tecnologia, Mediaset ha fatto le cose in grande, coinvolgendo direttamente alcune delle star di maggior richiamo delle sue reti.

E per spiegare ai torinesi le opportunità connesse con il passaggio al digitale, Mediaset ha organizzato per oggi e per domani, domenica 17 maggio [questo articolo è del 16 maggio, nda], una serie di eventi e spettacoli oltre ad una visita nel "villaggio digitale" allestito nella centralissima piazza San Carlo. Dunque tecnologie avanzate ma anche la disponibilità degli artisti delle reti Mediaset a incontrare i piemontesi (oggi Amici e Maria De Filippi, domani Barbara D'Urso e il Grande fratello). (fonte)

La gentile disponibilità degli "artisti" (scusate il virgolettato, ma la definizione di artista, qui, mi pare un tantino forzata) di casa Mediaset non dovrebbe essere casuale. Non sono pochi, infatti, gli italiani al corrente del fatto che il digitale terrestre, oltre ai presunti vantaggi, si tira dietro da tempo altrettanti problemi; e le rogne che hanno dovuto affrontare ad esempio gli abitanti della Sardegna, costretta a subire il passaggio già dall'ottobre scorso, sono lì a ricordarlo. Insomma, il popolino tele-dipendente, che sbava davanti a trasmissioni come Il grande fratello o Amici non poteva essere tranquillizzato in maniera migliore.

Eppure anch'io, che come sapete ho sempre guardato questa nuova tecnologia con un occhio piuttosto critico, penso che il digitale terrestre potrebbe effettivamente portare dei grossissimi vantaggi, ma non nel senso che intendono loro. Pensate ad esempio al fatto che Emilio Fede - e gli abitanti del Piemonte avranno questa piacevole novità - sarà visibile solo con un decoder: come si fa a non considerarlo un vantaggio?

venerdì 3 aprile 2009

Da oggi in vendita solo apparecchi televisivi compatibili col Digitale Terrestre

Si può tranquillamente dire che è la fine di un'epoca. Da oggi, 3 aprile 2009, non sarà infatti più consentito ai negozi di elettronica e ai vari centri commerciali vendere apparecchi televisivi privi di decoder digitale integrato. Tutto questo in vista del famoso passaggio all'amato/odiato digitale terrestre di cui si parla già da un po' di anni.

Tecnicamente, la differenza tra la tv analogica tradizionale, che conosciamo già, e il digitale terrestre sta tutta nel fatto che, come del resto dice anche il nome, con la nuova tecnologia il segnale televisivo passa da analogico a digitale. Praticamente la novità è tutta qua. Sono semmai le implicazioni che questo passaggio comporta che potrebbero creare qualche problema nel prossimo futuro, in particolar modo nella delicata fase che vedrà la migrazione (progressiva) da una tecnologia all'altra, fino alla conversione completa su tutto il territorio nazionale prevista per il 2012.

Prevista, è bene precisarlo, perché in realtà il passaggio completo al digitale terrestre era stato già programmato entro il 31/12/2006 e poi rinviato per il fatto che gli italiani proprio non volevano saperne di acquistare il decoder. Scriveva a dicembre 2005 il Corriere:

Senza grandi clamori, è lo stesso governo che si appresta a sancire lo slittamento di due anni della data prevista per lo switch off, come viene definito lo «spegnimento» dell’attuale segnale televisivo analogico (quello che oggi si vede nelle case di tutti gli italiani) per lasciare il posto esclusivamente al digitale. Domani, infatti, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare all’interno del decreto cosiddetto «milleproroghe» anche l’articolo 28 sulla «conversione in tecnica digitale del sistema televisivo su frequenze terrestri». Poche parole in perfetto burocratese, ma dal significato chiarissimo: «all’articolo 2-bis, comma 5 del decreto legge 23 gennaio 2001, numero 5, convertito con modificazioni dalla legge 20 marzo 2001 numero 66, le parole "entro l’anno 2006" sono sostituite dalle seguenti "entro l’anno 2008"». Un rinvio per certi aspetti atteso: nessuno credeva più che gli oltre 20 milioni di famiglie italiane potessero correre in massa ad acquistare entro la fine dell’anno prossimo i decoder necessari per ricevere la «nuova» tv. Ma la scelta di rinviare la scadenza sembra oggi prefigurare il fallimento dell’intera strategia, finanziata dallo Stato con tre anni di contributi pubblici per l’acquisto dei decoder. A minacciare il futuro del digitale terrestre sono innanzitutto le nuove tecnologie con le quali è ormai possibile vedere i programmi tv. Innanzitutto internet, come testimonia l’esperienza di FastWeb o i recenti accordi grazie ai quali Telecom Italia sta cominciando a offrire contenuti video in adsl. Senza contare il satellite o, addirittura, i telefoni cellulari di nuova generazione.

Ora ci risiamo e sembra che questa sia la volta buona. Ma la domanda che molti potrebbero porsi (inizialmente anch'io) è: a cosa serve questo benedetto digitale terrestre? Beh, in teoria i miglioramenti che il nuovo sistema potrebbe portare sono parecchi, e alcuni sono elencati nella pagina delle FAQ del sito internet di riferimento.

Per gli utenti i principali benefici derivanti dall’introduzione della DTT sono: · un maggior numero di programmi disponibili (almeno il quintuplo di quelli attuali); · una migliore qualità immagine/audio: la trasmissione digitale rispetto a quella analogica è particolarmente robusta ai disturbi quali echi, interferenze, ecc.; · possibilità di partecipazione attiva e immediata ai programmi televisivi (espressione di preferenze, selezione di prodotti, ecc.) con semplici azioni sul telecomando, invece che con l’effettuazione di telefonate o l’invio di SMS; · la possibilità di usare il mezzo televisivo per l’utilizzo di servizi di informazione e di pubblica utilità ora accessibili solo con mezzi più complessi (ad esempio, reti aziendali oppure PC domestico collegato a Internet); · un minore inquinamento elettromagnetico: la DTT richiede potenze di trasmissione inferiori rispetto a quella analogica.

A leggerlo così sembra bello; peccato che, almeno per il momento, nell'unica regione in cui è già avvenuto il famoso switch off, e cioè la Sardegna, la situazione non sia proprio così idilliaca come viene descritta qui sopra. Scriveva sempre il Corriere in questo articolo, pubblicato a gennaio, a firma Aldo Grasso:

Un dubbio, un forte dubbio, sta serpeggiando fra gli operatori del settore: a Mediaset qualcuno non ci dorme la notte; in Rai dicono che non è colpa loro, che se non ci fosse stata di mezzo l'imposizione dell'Unione europea…; al ministero rassicurano, non potendo fare altro. Il dubbio nasce dal fatto che, dopo infiniti rimandi, il digitale terrestre incontra più difficoltà del previsto e che, alla fine, rischia di rivelarsi per quello che è: una tecnologia obsoleta, costosa, limitata. Quello che l'ex ministro Gasparri presentava come il Paradiso terrestre delle comunicazioni pare ogni giorno di più un inferno. La messa in opera del Dtt è in sofferenza, come testimonia la Sardegna, dopo lo switch off di ottobre, lo spegnimento della tradizionale tv analogica e il passaggio coatto alla nuova tecnologia. In molte zone ci sono seri problemi di ricezione: non si vede ancora il nuovo ma non si vede più neanche il vecchio. Della nuova situazione ha approfittato Sky, aumentando il normale trend dei propri abbonamenti sull'isola. Che il passaggio da una tecnologia di vecchio tipo a una nuova comportasse una serie di problemi lo si sapeva, succede in tutti i campi. C'è molta confusione sui decoder (quelli comprati a minor prezzo non danno garanzie di affidabilità, alcuni non hanno nemmeno gli standard europei e quindi non riescono a captare le frequenze Vhf, su cui trasmette la Rai), la sintonizzazione dei canali non è impresa facile, molte antenne vanno sostituite o ripuntate e comunque liberate dei vecchi filtri. Nei centri urbani i risultati cominciano a dare i loro frutti e dove prima si vedevano 20 o 25 canali adesso se ne possono vedere 80, con una migliore qualità dell'immagine. Ma i veri problemi di fondo sono altri, due in particolare. La tecnologia del Dtt è una tecnologia pesante, ha bisogno di molti trasmettitori, più potenti e più capaci dei mille e mille vecchi tralicci con cui, in cinquant'anni di storia, la Rai è riuscita a «illuminare» l'intero Paese.

Insomma, pare che alla fine il digitale terrestre non sia proprio tutto rose e fiori. E l'esperimento della Sardegna ha evidenziato da una parte gli innegabili pregi del sistema (nelle zone dove c'è copertura e funziona): maggiore scelta, più canali, più interazione, ma dall'altra gli altrettanto innegabili problemi dove questa copertura è ridotta o manca del tutto.

Secondo il calendario del governo (la tabella integrale la trovate qui), entro maggio lo switch off interesserà alcune zone del Piemonte e in particolare le province di Torino e di Cuneo. Bene, al momento in cui scrivo la provincia di Cuneo pare ben lungi dall'essere coperta, e da qui a fine maggio c'è poco più di un mese e mezzo. Potete verificarlo da voi andando sull'apposita pagina del sito che linkavo prima. L'immagine qui sotto, ad esempio, si riferisce al comune di Alba.

(fonte immagine: dgtvi.it)

Come vedete, al momento attuale la copertura del territorio arriva al massimo a una percentuale del 50%. Ciò significa che, se non interverranno novità, l'altro 50% si troverà presumibilmente senza digitale terrestre e senza tv analogica. Ho preso come esempio un comune a caso, ma ognuno può fare le prove riferite a quello in cui risiede utilizzando questa pagina.

Insomma, il digitale terrestre sarà anche un cambiamento epocale, come dicono molti, ma la strada per arrivarci pare ancora piuttosto impervia e piena di incognite.

mercoledì 25 marzo 2009

La Gendarmeria francese dà il benservito a Windows e risparmia 50 milioni di €

Il passaggio non è stato rapido, ma lento, progressivo... e inesorabile. Una migrazione che è iniziata in sordina nel 2004, quando la Polizia francese ha deciso di abbandonare lentamente tutta la sua infrastruttura informatica basata su Windows Xp per abbracciare l'open source, in questo caso nelle sembianze di quello che è attualmente uno dei sistemi operativi Linux più diffusi: Ubuntu.

Un'operazione che è cominciata sostituendo progressivamente i programmi principali di Windows con gli equivalenti open source. Ecco quindi che Thunderbird ha preso il posto di Outlook, Firefox ha preso il posto di Internet Explorer e OpenOffice.org ha preso il posto dell'Office di Microsoft. Si è quindi giunti alla migrazione completa del sistema operativo stesso.

Il passaggio completo di tutte e 90.000 le workstation in dotazione al corpo è previsto per il 2015 - attualmente quelle già "convertite" sono 5.000 - ma qualche risultato di una certa importanza comincia già a vedersi, visto che il budget IT ha avuto una contrazione del 70% permettendo un risparmio di circa 50 milioni di euro tra licenze e balzelli vari.

Nel mese di settembre del 2007 qualcosa pareva muoversi anche da noi, come scriveva all'epoca Repubblica in questo articolo; in particolare si parlava di un ordine del giorno, presentato dai parlamentari Franco Grillini e Pietro Folena, che prevedeva la migrazione dei pc dei parlamentari da Windows a Ubuntu, cosa che avrebbe consentito un notevole risparmio di risorse economiche.

"Al di là dell'aspetto tecnologico - spiega Grillini - l'adozione di Linux come sistema operativo dei pc dei parlamentari può rappresentare un taglio alle spese di circa tre milioni di euro". Sono all'incirca tremila e 500 i computer attivi alla Camera e ognuno costa almeno 900 euro per le licenze di Office, l'insieme dei programmi che servono per la produttività dell'ufficio.

Poi, in realtà, come sia andata a finire tutta la storia è un mistero, visto che non si è saputo più niente. Difficile pensare comunque che il progetto sia andato effettivamente in porto, soprattutto considerando che ha rappresentato una seria difficoltà pure l'utilizzo del sistema di rilevazione delle impronte digitali.

lunedì 16 marzo 2009

I social network stanno mandando in pensione la cara vecchia e-mail

Ai miei tempi - per "miei tempi" intendo più o meno una decina d'anni fa - la soddisfazione più grossa di chi si affacciava alla rete era la registrazione a un provider con la conseguente creazione di un proprio indirizzo e-mail. L'indirizzo di posta elettronica che trovate nella colonna qui a destra, ad esempio, è la mia prima e-mail che ho registrato appunto una decina d'anni fa con Libero. Tra l'altro a quesi tempi si poteva ancora gestire tranquillamente la posta elettronica tramite un client (tipo Outlook, ad esempio) anche se il fornitore della casella e-mail era tizio e il provider che si utilizzava per navigare era caio.

Che ne è dell'e-mail oggi? Beh, pare che se ne stia andando in soffitta. D'altra parte siamo o no nella cosiddetta era del web 2.0? Siamo o no nell'era di Facebook, di Myspace, di Firendfeed, di Twitter? Che bisogno c'è ancora della posta elettronica? E infatti appena qualche giorno fa il Guardian ha pubblicato questo articolo in cui riporta uno studio svolto dell'Istituto di ricerca Nielsen.

Da questo studio - scrive sempre il Guardian - risulta che circa i due terzi degli utenti di internet sono membri di comunità online, sono iscritti insomma a una compagnia virtuale appartenente a qualche social network.


La tabella che vedete qui sopra indica l'evoluzione in percentuale, nei paesi evidenziati, degli aderenti a qualche social network tra il 2007 e il 2008. La massiccia adesione a queste piattaforme fa sì in pratica che sia molto più comodo, semplice e veloce mandare messaggi o comunicati ad altri utenti. Questa immediatezza e questa semplicità vanno, com'era del resto facilmente prevedibile, a scapito del normale messaggio di posta elettronica (che io personalmente continuo a utilizzare molto frequentemente), ormai messo a dura prova dall'età, dall'invasione dello spam e dai relativi filtri spesso eccessivamente zelanti.

Insomma, secondo molti l'e-mail è ormai una cosa superata, destinata invetabilmente, col passare del tempo, ad essere definitivamente accantonata. E' naturalmente solo una previsione, e, come si sa, di previsioni nel campo di internet e della comunicazione ne sono state fatte nel corso degli anni parecchie. Fortunatamente non tutte sempre azzeccate.

venerdì 6 marzo 2009

Robots

La signora a sinistra probabilmente l'avrete riconosciuta (è il cancelliere tedesco Angela Merkel), mentre il "tipo" a cui sta stringendo la mano è "Bruno". I due si sono incontrati il 20 novembre scorso a Darmstad, in Germania, in occasione del terzo summit nazionale sull'Information Technology. L'immagine fa parte di una galleria molto bella pubblicata da The Big Picture (sito di cui consiglio vivamente l'iscrizione al feed), che raccoglie appunto una serie di immagini che ritraggono personaggi più o meno famosi alle prese con questi bizzarri personaggi meccanico/elettronici. L'impiego della robotica nella produzione industriale e in molti altri campi dell'attività umana è in costante crescita. I robot vengono utilizzati ormai in quasi tutti i settori: chirurgia, medicina, sicurezza, vita domestica, esplorazioni spaziali, intrattenimento, industria. E anche noi - almeno per una volta - non stiamo a guardare. Una ricerca condotta dall'UNECE, risalente al 2004 (la più recente che ho trovato), ha evidenziato che l'Italia era all'epoca addirittura il secondo paese al mondo per impiego e diffusione di queste tecnologie. Diffusione che non pare affievolirsi. Ma quando si parla di robot, lo sapete sicuramente bene anche voi, non si intende solo nell'ambito delle applicazioni nell'industria o nella medicina. Spesso (e volentieri, perché no?) viene subito alla memoria tutto quello che la letteratura, la fantascienza e il cinema hanno costruito attorno a questo tema. Lasciando perdere i vari Terminator e Corto Circuito (nell'immagine qui a fianco Numero 5, il protagonista), penso ai romanzi di Isaac Asimov (ricordate Io, robot?), oppure, per tornare a tempi più recenti, al detective Spooner (Will Smith) dell'omonimo film del 2004 o al recente Wall-E della Walt Disney. Il tema che si richiama a presunte forme di sopravvenuta autocoscienza, che a sua volta sarebbe alla base di altrettanto presunti complotti delle macchine ai nostri danni, non è certo cosa di questi giorni. Ricordo con particolare nostalgia un racconto di Stephen King - di cui come sapete sono un noto cultore - che lessi parecchi anni fa. Si chiamava Camion ed era inserito nella celeberrima raccolta di novelle intitoltata A Volte Ritornano. Narrava la storia di un gruppo di persone intrappolate in un ristorante lungo un'autostrada americana, e minacciate dai camion e dalle macchine che in seguito a una forza sconosciuta avevano cominciato a vivere di vita propria e a uccidere le persone. Alla fine i camion riescono a distruggere il ristorante e i pochi sopravvissuti vengono obbligati, in una sorta di ciclo perpetuo, a rifornire di carburante le macchine per potere continuare a funzionare. Da questo racconto, ricordo, è stato tratto anche un bellissimo film intitolato Maximum Overdrive (locandina qui a fianco), uscito nel 1986 e diretto dallo stesso Stephen King. Qui, però, ci siamo già spostati più verso il gotico che la robotica vera e propria. Insomma, il cinema e la letteratura hanno attinto a piene mani nel corso dei decenni al fascino dei robot e delle macchine, immaginando scenari apocalittici di ogni sorta. Scenari spettacolari ma finti, che a volte ci fanno dimenticare i reali progressi fatti dall'umanità grazie all'utilizzo di queste tecnologie; che non sono cattive o subdole come ce le presentano nei film, ma che magari questa sera ci faranno guardare in modo un po' più sospettoso il nostro frullatore.

giovedì 4 dicembre 2008

Gli indirizzi ip di Maroni

Una cosa è certa: quando i nostri politici parlano di internet e tecnologia il divertimento è assicurato. L'ultimo esempio ce l'ha offerto giusto oggi l'attuale ministro dell'Interno Roberto Maroni (foto), il quale, ad appena un paio di giorni dalla strepitosa uscita del suo principale di regolare internet, se n'è uscito con una trovata se è possibile un tantino ancora più divertente: l'associazione univoca e permanente di un indirizzo ip ad ogni utente della rete.

L'asso di briscola, verrebbe da dire, al punto che ci si chiede perché nessuno ci abbia ancora pensato: che sia perché si tratta di un'emerita cretinata? Mah... Vediamo un po'.

Per cominciare si potrebbero ricordare a Maroni alcune cose che chi ha un po' di dimestichezza di internet e delle sue meccaniche più o meno conosce, anche senza essere un sysadmin professionista. La prima potrebbe essere quella che ogni utente ha già associato un indirizzo ip univoco quando si connette alla rete, un indirizzo tramite il quale è possibile risalire - previa richiesta effettuata al provider - alle generalità dell'associato. Quando la Polizia arresta i pedofili che bazzicano in rete usa proprio questo sistema, e riesce a farlo quasi sempre anche se l'indirizzo ip ha un'assegnazione temporanea. Strano, vero? (ma Maroni non è ministro dell'Interno?)

Altra cosa che evidentemente Maroni non sa è che già adesso gli attuali indirizzi ip disponibili, basati sull'ormai datato protocollo Ipv4, cominciano a scarseggiare, tanto che qualcuno ne prevede la fine entro il 2010. Come pensa di regolarsi in questo senso Maroni? Proporrà un decreto legge che obblighi il passaggio forzato al nuovo protocollo Ipv6 ancora in fase embrionale? Si potrebbe continuare facendo presente al ministro che molti indirizzi ip sono associati a dispositivi automatici tipo i server web, gestiti da amministratori che in genere hanno la responsabilità di più dispositivi e che al limite possono essere accusati al massimo di poca diligenza nell'ipotesi che uno di questi dispositivi venga utilizzato arbitrariamente da terzi per scopi illeciti. Terzi ai quali sarebbe comunque impossibile risalire.

Si potrebbe continuare con la navigazione anonima tramite le cosiddette darknet o tramite i software di anonimizzazione tipo Tor e simili, che consentono una navigazione totalmente non tracciabile (con buona pace di Maroni), ma mi fermo qui, altri esempi potete cercarveli da soli.

Tutto questo a conferma (l'ennesima) che chi sta nelle stanze dei bottoni, quando parla di internet e tecnologia non sa assolutamente di cosa sta parlando. Ma d'altra parte da uno che ha avuto la geniale idea di prendere le impronte digitali ai bimbi rom non è che ci si possa spettare granché.

sabato 22 novembre 2008

Forse il tempo passato online non è tutto tempo perso

Non càpita spesso che venga pubblicato uno studio di questo genere, e quindi, forse, vale la pena segnalarlo. Anche perché è prassi consolidata dei media dipingere internet come l'origine di tutti i mali, un luogo pericoloso e perverso che conduce fatalmente chi lo frequenta alla perdizione. Per non parlare poi dei rischi di assuefazione e dipendenza, come se internet fosse esclusivamente una droga o una malattia.

Certo, il suo abuso può portare a conseguenze a volte anche piuttosto spiacevoli, ma questo accade in tutti i campi e con tutte le cose se non si adotta qualche regola dettata dalla prudenza e dal buon senso. La BBC ha ad esempio pubblicato ieri i risultati di uno studio, durato tre anni (qui ne parla il Corriere), che ha dimostrato che i ragazzini che fanno regolarmente uso di internet ne ricevono un beneficio, sia per la crescita che per lo sviluppo.

La conclusione è che, al di là dei luoghi comuni, viaggiando nel cyberspazio i ragazzini imparano molte cose:«Acquisiscono le capacità tecnologiche e tutte le abilità di cui hanno bisogno per avere successo nel mondo contemporaneo» ha spiegato la dottoressa Mimi Ito, autrice del report. Perché saper comunicare online è importante, come pure essere in grado di creare una propria identità o una home page, oppure postare dei semplici link, «tutte cose che 10 anni fa ci sembravano complesse, ma che i giovani d’oggi danno praticamente per scontato», ha detto ancora la Ito. E per loro è assolutamente normale anche incontrare gli amici sulle pagine di MySpace o FaceBook anziché al bar o al parco. Come a dire che l’Internet è la piazza del 21esimo secolo, dove i giovani si riuniscono per chiacchierare, scambiare e condividere esperienze ed emozioni, e dove – in più – hanno anche a disposizione gli strumenti per approfondire le proprie passioni e dare sfogo alla propria creatività.

Insomma uno studio che dà un calcio a parecchi dei luoghi comuni tanto in voga quando si parla di internet, e che fa stare più tranquillo anche me (anche se io tranquillo lo ero comunque) quando vedo le mie figlie chattare su Messenger.

mercoledì 19 novembre 2008

Seguiamo Obama su Twitter?

Ho scoperto casualmente, leggendo questo articolo de Il Giornale, che Barack Obama ha un account su Twitter. Twitter - ne avevo già parlato tempo fa qui - è una sorta di servizio di microblogging attraverso il quale, utilizzando brevi messaggi di testo di max 140 caratteri, è possibile pubblicare aggiornamenti, link o brevi notizie (io lo uso prevalentemente per segnalare qualche notiziola nella colonna che vedete qui a fianco).

Come dicevo, anche Barack Obama pare utilizzi questo servizio e, come vedete dall'immagine, il suo ultimo aggiornamento l'ha pubblicato il 5 novembre scorso in occasione della sua vittoria alle elezioni presidenziali. Non so, sinceramente, nel prossimo futuro quanto tempo avrà per pubblicare altri aggiornamenti (magari ci penserà qualcuno del suo staff), ma in ogni caso il tutto è un'altra conferma del feeling che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha con internet e la tecnologia. Se avete un po' di dimestichezza con l'inglese e volete abbonarvi ai suoi "twitt", l'account presidenziale lo trovate qui.

In alternativa c'è quello di Veltroni. :-)

mercoledì 22 ottobre 2008

La Giornata Antipirateria di Microsoft

Ieri, martedì 21 ottobre, era la Giornata Globale Antipirateria proclamata da Microsoft. Una 24 ore in cui attraverso varie iniziative sparse per il globo il gigante di Redmond ha cercato di sensibilizzare utenti, stampa e aziende circa i danni economici provocati dalla pirateria software.

Il riferimento, ovviamente, va al sistema operativo tuttora più utilizzato (e piratato) della famiglia Windows, e cioè quell'Xp che nonostante da tempo i vertici Microsoft ne abbiano decretato la morte - ufficialmente dal 30 giugno scorso i produttori hardware hanno cominciato a sfornare i propri computer senza Xp a bordo -, continua imperterrito a essere il s.o. più utilizzato in assoluto nel mondo. Anche perché sui computer low cost tale termine è prorogato ad esempio fino al 30 giugno 2010.

Quando si tira in ballo Microsoft, ma non solo, fa comunque sempre un certo effetto parlare di pirateria, anche perché adesso - giustamente - l'azienda ci tiene a enumerare i danni economici - specialmente in termini di mancati guadagni e mancata possibilità di creare nuovi posti di lavoro - derivanti dalla pirateria software dei suoi prodotti, ma dimentica di menzionare, come spesso accade, che se oggi si trova nella posizione monopolistica che sappiamo, gran parte del merito è paradossalmente proprio della suddetta pirateria.

Insomma, se Windows gira sul 90% dei computer del mondo e l'Office di Microsoft è la suite per ufficio più utilizzata del pianeta - praticamente uno standard di fatto -, è perché fino a poco tempo fa il gigante di Redmond non ha mai posto in essere serie ed efficaci misure per contrastare il fenomeno, consapevole appunto che il mantenimento dello status quo non avrebbe fatto altro che consolidare questo monopolio. E non sarà facile, adesso, invertire questa tendenza. E' vero che negli ultimi due o tre anni il fenomeno (anche da noi) ha subito una riduzione, ma prima di arrivare all'estirpazione completa ne dovranno passare di giornate antipirateria. E pure di Genuine e compagnia bella.

Personalmente sono contro la pirateria software. Per carità, agli inizi i miei bei programmini (Nero e compagnia bella, per intenderci) li craccavo anch'io, sarebbe sciocco negarlo, ma poi col tempo mi sono accorto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un'operazione perfettamente inutile, in quanto esistono nell'area dei programmi free e/o open source degli equivalenti ai programmi più blasonati e noti che non li fanno per nulla rimpiangere, anzi a volte sono pure migliori (c'è ad esempio qualcosa che K3b non fa rispetto a Nero?).

Microsoft, a mio avviso, non deve quindi preoccuparsi più di tanto della pirateria software (o almeno non solo di quella), ma semmai dell'avanzata - lenta ma inesorasile - della quota di utenti che abbandonano i vari Windows e programmi proprietari in genere in favore di quelli liberi, spesso, anzi quasi sempre, gratuiti e pure una spanna sopra gli altri.

mercoledì 13 agosto 2008

Piratebay.org, ennesima dimostrazione che la rete non si ingabbia

E' da ieri che sui media non si parla d'altro: l'inibizione, dal territorio italiano, dell'accesso a piratebay.org (ci ha fatto un articolo pure il Corrierone). La cosa ha fatto scalpore per vari motivi, e uno dei principali è che si tratta della prima volta - pare - che l'oscuramento riguarda un sito con un tale livello di popolarità. Solo in Italia, infatti, sono stimati circa 450.000 accessi mensili.

Brevemente, per chi non ne fosse al corrente, piratebay.org non è nient'altro che un indicizzatore di files .torrent, utilizzati per trasferire files audio e video da pc a pc tramite BitTorrent e gli altri client che si appoggiano a questo sistema di condivisione di files.

Ovviamente i gestori del noto sito non sono rimasti con le mani in mano, mettendo online a tempo di record un clone, attualmente ancora raggiungibile qui, del portale. Va comunque precisato che in realtà il sito è sempre stato raggiungibile cambiando i propri DNS con quelli forniti ad esempio da OpenDNS, o con altri sistemi di navigazione anonima, anche se sembra che il provvedimento, a breve, bloccherà non solo i DNS ma anche gli indirizzi ip e i futuri siti-clone che saranno creati.

Non lo so, staremo a vedere. Certo è che lascia un po' perplessi il fatto che ci si accanisca con tanta veemenza contro un sito che ancora, a quanto risulta, non è stato condannato in nessun paese. E' vero, ci sono state in passato prese di posizione e pressioni per tentare di chiuderlo o di limitarne l'attività, e tuttora sono in corso processi, ma rimane il fatto che a termini di legge è pulito.

E lascia ancora più perplessi, e anche un po' increduli (e rassegnati), il fatto che ancora ci siano persone che pensano di chiudere internet o una sua parte con provvedimenti che con la rete non hanno nulla a che vedere. Un sito internet non è un negozio che si può chiudere con un lucchetto alla serranda; sarebbe come voler interrompere un fiume costruendo una diga: prima o poi l'acqua arriverà in cima e tracimerà riprendendo il suo corso, oppure troverà altre strade. E' un po' come un bambino che soffia in cielo pretendendo di spostare le nuvole. Non si può pretendere di applicare all'immateriale le regole delle cose materiali. E questo non è ancora stato capito.

Sia ben chiaro, con questo non sto difendendo la pirateria, sto solo cercando di mettere in evidenza come le leggi che regolano tutto ciò che concerne il copyright nell'era di internet siano terribilmente obsolete. Vetuste. E chi sta nella "sala dei bottoni" sarà bene che capisca e si adegui in fretta, se non vuole rimanere vittima della sua obsolescenza.

p.s.
come vedete dall'immagine qui sotto, catturata ieri sera poco prima delle 21, il sito oscurato è perfettamente raggiungibile e funzionale semplicemente nascondendosi dietro a un proxy: alla faccia del "lucchetto alla serranda"...

Due Kit Carson

Cose che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...