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domenica 10 maggio 2026

50 anni di Maiden

Esce in questi giorni il film Burning Ambition, che celebra i 50 anni di attività degli Iron Maiden. Magari qualcuno tra i miei 32 lettori si stupirà, ma io sono da sempre un grandissimo fan della band capitanata da Bruce Dickinson. È vero, come ho scritto in tanti post, che fondamentalmente sono cresciuto a pane e cantautori, ma dopo i libri la mia più grande passione è la musica, sia ascoltata che suonata, e in questo fiume di musica ci sono anche loro, gli inossidabili Maiden.

Non amo particolarmente l'heavy metal, un genere che non mi ha mai detto molto, ma gli Iron Maiden sì (anche gli AC/DC non sono male), a partire da quando, giovanissimo, un amico di allora mi fece ascoltare l'album Powerslave. Uscì nel 1984 (io avevo 14 anni) e vendette oltre 10 milioni di dischi. Nel giugno del 2017 la rivista Rolling Stone ha collocato l'album alla trentottesima posizione dei 100 migliori album metal di tutti i tempi.



Rimasi folgorato, lo ascoltai e riascoltai fino a consumare la musicassetta (sì, sono abbastanza vecchio da essermi avvicinato alla musica tramite musicassette magnetiche). Da lì in avanti comprai i dischi precedenti e quelli successivi, tanto che oggi ho a casa la loro discografia quasi completa. Mi piacerebbe andare a San Siro il prossimo 17 giugno per l'unica data italiana del loro tour, ma sono da molti anni allergico al casino e alla calca. Riuscii a vederli a Pesaro quando avevo vent'anni, mi faccio bastare quel concerto lì. 

Tre canzoni che a mio parere sono rappresentative dello stile della band britannica.

Infinite Dreams è uno dei brani più profondi e filosofici degli Iron Maiden (contenuto nel concept album Seventh Son of a Seventh Son del 1988). Il testo esplora temi esistenziali e metafisici, allontanandosi dalle classiche battaglie o figure storiche per cui la band è famosa. Il protagonista vive una condizione di tormento perché i suoi sogni sono talmente vividi e spaventosi da confondersi con la realtà. Si chiede se ciò che vede durante il sonno sia una visione del futuro o un riflesso di vite passate. La canzone affronta direttamente il timore dell'ignoto dopo la morte. Una strofa recita: "Even though it's reached new heights, I'd rather like the rest of my nights, to be dreamless and lose the fear of dying" (Anche se [la mia mente] ha raggiunto nuove vette, preferirei che le mie notti fossero senza sogni per perdere la paura di morire).

C'è una forte componente di ricerca spirituale. Il protagonista non si accontenta delle risposte religiose o dogmatiche standard; vuole capire se la coscienza sopravviva al corpo o se siamo solo parte di un ciclo infinito.




Altro pezzone dei Maiden è The Trooper. Pubblicata nel 1983 nell'album Piece of Mind, è una delle canzoni più iconiche dei Maiden. Si ispira alla Carica della Brigata Leggera durante la Battaglia di Balaclava (1854), nel corso della Guerra di Crimea. Bruce Dickinson scrisse il testo basandosi in parte su una poesia di Lord Tennyson (The Charge of the Light Brigade).

​A differenza di un racconto storico distaccato, il testo è scritto in prima persona: Tu sei il soldato (il "Trooper") che cavalca verso le linee nemiche. Non c'è gloria romanzata, ma il resoconto crudo di un uomo che compie il suo dovere sapendo di andare incontro alla morte. L'immagine simbolo legata a questa canzone è la copertina del singolo, che raffigura la mascotte Eddie in uniforme ottocentesca mentre brandisce una bandiera britannica (la Union Jack) logora e una sciabola insanguinata.
​Da decenni, durante i concerti, Bruce Dickinson indossa quella stessa giacca rossa e sventola la bandiera durante l'esecuzione del brano.






Terzo frammento della infinita storia degli Iron Maiden che a mio giudizio merita una menzione è Fear of the dark. ​A differenza di molti brani epici, questa canzone è profondamente psicologica. Parla della nictofobia (la paura del buio), ma non in modo infantile. Descrive quella sensazione ancestrale di quando cammini da solo di notte e hai l'impressione che "qualcosa" ti stia osservando o seguendo, anche se sai benissimo che non c'è nessuno. Già l'inizio ("I am a man who walks alone...") descrive perfettamente l'ansia di un uomo razionale che però non riesce a controllare i propri sensi quando calano le ombre.

La struttura musicale è celebre per il suo contrasto. L'inizio è caratterizzato da melodie cupe e quasi sussurrate, che creano l'atmosfera di sospetto. Poi c'è l'esplosione e il passaggio improvviso a un ritmo frenetico che simboleggia il panico e la fuga, con il classico stile "galloping" di Steve Harris al basso. È un altro dei brani più iconici dei Maiden. Bruce Dickinson, in varie interviste, ha rivelato che in studio non sembrava una canzone così speciale. È diventata un mito grazie ai fan, che durante i live cantano la melodia dei chitarristi creando un'energia che rende la versione dal vivo molto più famosa di quella originale dell'album.



Buon cinquantesimo compleanno, vecchie glorie del rock.

sabato 25 aprile 2026

Il cuoco di Salò

Nel 2001 uscì Amore nel pomeriggio, quattordicesimo album in studio di Francesco De Gregori. Tra le tracce ce n'è una che si chiama Il cuoco di Salò. Questa struggente ballata racconta la fine della Repubblica Sociale Italiana (Salò, appunto) vista da chi stava dalla "parte sbagliata", anche se era un semplice spettatore.

​Il protagonista del racconto di De Gregori è un cuoco che lavora per i gerarchi di Salò. Non è un soldato, non è un ideologo; è un uomo che "pela le patate" mentre fuori il mondo crolla. De Gregori usa questa figura per parlare della zona grigia della storia, e in fondo, indirettamente, anche per parlare di tutte le zone grigie della storia. La canzone descrive il clima di disfacimento di quei giorni del 1945. Il cuoco osserva i "giovani soldati" che vanno a morire per una causa ormai persa, mentre lui, con il suo grembiule, resta ai margini del conflitto armato ma immerso nel suo destino. 

È una riflessione sulla responsabilità individuale e sul peso di trovarsi, per caso o per scelta, nel posto sbagliato al momento sbagliato. De Gregori ci dice - lo ammetterà lui stesso in varie interviste successive all'uscita del disco - che anche in mezzo alla polvere della sconfitta c'è un'umanità (quella del cuoco che "mangia un po' di formaggio") che sopravvive ai grandi eventi. 

Quel disco suscitò aspre polemiche perché i meno attenti e i più frettolosi, che poi alla fine sono sempre la maggior parte di noi, lessero in quel brano una sorta di indulgenza verso i repubblichini. Imperdonabile, per un cantautore nell'immaginario collettivo sempre considerato di sinistra. ​De Gregori, invece, ha spiegato che la sua non è un'operazione di revisionismo politico, ma di umanità. In diverse occasioni ha dichiarato che, pur sapendo bene quale fosse la "parte giusta" (quella della Resistenza), gli interessava raccontare la "pietas" verso gli sconfitti e verso chi, come il cuoco o i "quindicenni sbranati dalla primavera", si era trovato nel posto sbagliato senza avere i mezzi per scegliere diversamente.

Lui stesso ha ribadito spesso: "La parte giusta era sicuramente quella della Resistenza", ma ha aggiunto che la Storia è fatta anche di persone reali, con le loro paure e le loro miserie quotidiane. De Gregori ha voluto eleggere la figura del cuoco a simbolo di chi non fa la Storia ma la subisce, cercando di sopravvivere al naufragio, e le ridicole accuse di revisionismo da parte di chi non capisce la profondità e la complessità degli avvenimenti, sono lo specchio della frettolosa società di oggi.

Buon 25 aprile a chi passerà di qui.

venerdì 17 aprile 2026

Hey You

Visto che il mondo, là fuori, fa abbastanza schifo, direi di abbandonarlo momentaneamente e di buttarsi su qualcos'altro. Ad esempio la musica. A volte ci penso: se abbandonassi politica e attualità e scrivessi solo di libri e musica? No, vabbe', mi interessa anche l'attualità, quindi continuerò a scriverne. Nel frattempo, questa è Hey You, inserita nel doppio album The Wall, uscito nel '79. Quando da ragazzino lo ascoltavo nella mia camera, con l'impianto stereo a un certo volume, ogni tanto veniva oltre dalla cucina mia mamma, allarmata, chiedendo: "Ma cos'è che ascolti?" Io le spiegavo con pazienza che si trattava di un album dei Pink Floyd e lei, all'apparenza, si tranquillizzava.

In effetti, l'ascolto dell'intera opera può creare a chi si trovi in un'altra stanza qualche inquietudine. Un po' per la musica, che spesso è inquietante di suo, un po' per gli effetti sonori inseriti qua e là tra le tracce: porte che cigolano, aerei in picchiata, elicotteri, speaker radiofonici, dialoghi, risate più o meno sinistre. Qualche curiosità su questo bellissimo pezzo.

È uno dei più intensi e conosciuti dell'album e, aspetto quasi paradossale, è stato anche l'unico brano escluso dall'omonimo film diretto da Alan Parker. Furono girate delle scene (una sequenza in bianco e nero con Pink che cerca di scalare il muro), ma alla fine il regista e Roger Waters decisero di tagliarla perché ritenevano che il brano rendesse la narrazione troppo statica in quel punto della pellicola. 

Dal punto di vista musicale è geniale già dall'incipit, dove si sente un arpeggio di chitarra acustica in cui si susseguono due accordi minori alternati e distanziati di un tono: rispettivamente Mi minore e Re minore. Una sequenza di due accordi minori si trova molto raramente nella musica perché non sono armonici tra loro e, accostati, creano un effetto straniante, quasi depressivo. 

Notevolissima, poi, la linea di basso fretless, cioè senza tasti, incisa sull'arpeggio di chitarra iniziale. Altra curiosità: in questa canzone il basso è suonato da David Gilmour, il chitarrista, non da Roger Waters, il bassista. Gilmour ha spesso raccontato che Waters, pur essendo l'autore del testo e della musica, riconosceva i propri limiti tecnici su passaggi così complessi e lasciava che fosse David a registrare le parti di basso più impegnative.


Roger Waters

David Gilmour

Nella parte centrale del brano si sente un suono ripetitivo e inquietante. Sono i cosiddetti "worms" (i vermi), che in tutto l'album rappresentano il decadimento mentale del protagonista, Pink. Quel suono fu ottenuto utilizzando ovviamente un sintetizzatore e sottolinea il momento in cui Pink, nel film intepretato da Bob Geldof, realizza di essere rimasto intrappolato dietro il muro che lui stesso ha costruito. ​La canzone si chiude con la celebre frase: "Together we stand, divided we fall" (Uniti resistiamo, divisi cadiamo).

​Roger Waters ha spiegato che, a quel punto della storia, Pink è ormai isolato, ma si rende conto che la sua condizione è quella di molti altri. È una sorta di tardivo "manifesto sociale": quando costruiamo un muro attorno a noi, quel muro non ci protegge, uccide la connessione con le altre persone. Waters ha dichiarato di aver scritto questo pezzo pensando anche al suo senso di alienazione dai fan durante i mega-concerti negli stadi durante il tour mondiale seguito alla pubblicazione dell'album.


Hey, you, out there in the cold

Getting lonely, getting old

Can you feel me?

Hey, you, standing in the aisles

With itchy feet and fading smiles

Can you feel me?

Hey, you

Don't help them to bury the light

Don't give in without a fight

Hey, you, out there on your own

Sitting naked by the phone

Would you touch me?

Hey, you, with your ear against the wall

Waiting for someone to call out

Would you touch me?

Hey, you

Would you help me to carry the stone?

Open your heart, I'm coming home

But it was only fantasy

The wall was too high, as you can see

No matter how he tried, he could not break free

And the worms ate into his brain

Hey, you, out there on the road

Always doing what you're told

Can you help me?

Hey, you, out there beyond the wall

Breaking bottles in the hall

Can you help me?

Hey, you

Don't tell me there's no hope at all

Together we stand, divided we fall



venerdì 10 aprile 2026

The dark side of the Moon

Leggevo della missione lunare Artemis II e non ho potuto fare a meno di pensare al leggendario album dei Pink Floyd uscito nel 1973: The dark side of the Moon. 



È stato uno degli album più venduti nella storia della musica e ha rappresentato uno spartiacque: c'era la musica prog-rock prima di quel disco e c'è stata la musica prog-rock dopo quel disco. Gli astronauti che lunedì hanno circumnavigato il nostro satellite sono stati i primi esseri umani dopo oltre 50 anni a vedere con i propri occhi la "dark side of the Moon" che ha dato il titolo all'album più iconico della band capitanata (all'epoca) da Roger Waters.

Quando uscì il disco molti accusarono i Floyd di aver commesso un errore. ​Il termine "dark side" (lato oscuro) suggeriva infatti che quella parte di Luna non ricevesse mai luce, mentre invece è solo nascosta alla nostra visuale a causa della rotazione sincrona (la Luna compie un giro su se stessa nello stesso tempo in cui compie un giro attorno alla Terra: circa 27,3 giorni), ma ogni suo punto riceve due settimane di luce seguite a due settimane di buio.

Ovviamente Waters e soci questa cosa la sapevano benissimo, ma il disco esplora i lati oscuri della psiche umana (depressione, tempo, denaro, morte). Il "lato oscuro" della Luna rappresenta ciò che è nascosto, inesplorato o inquietante nell'animo umano, da qui il titolo. Curiosità che forse non tutti conoscono: se si ascolta attentamente la fine dell'ultima traccia, Eclipse, si sente la voce di Jerry Driscoll (il portiere degli studi di Abbey Road) che dice: "There is no dark side of the moon really. Matter of fact it's all dark." (Non c'è davvero un lato oscuro della Luna. A dire il vero, è tutta scura).

Questa è Time, una delle tracce più universalmente note del disco.


venerdì 13 marzo 2026

Fire and rain

"Just yesterday morning, they let me know you were gone / Suzanne, the plans they made put an end to you."

Se si esce un attimo dall'idea che a Sanremo ci sia musica e si prova a guardare fuori, si scopre che là fuori c'è un universo che merita di essere scoperto. Questa canzone si chiama Fire and rain ed è stata scritta dall'immenso James Taylor. Fu inserita nell'album Sweet Baby James, pubblicato nel 1970. La Suzanne citata nel brano è Suzanne Schnerr, un'amica stretta del cantautore dai tempi in cui vivevano insieme a New York. Lei si tolse la vita mentre James si trovava a Londra per registrare il suo primo album. I suoi amici gli tennero nascosta la notizia per mesi per non compromettere il suo lavoro e lui scrisse questa canzone per elaborare il dolore quando finalmente lo venne a sapere.

È una delle ballate più intense e struggenti del grande cantautore americano.


giovedì 19 febbraio 2026

Faber

Ieri nasceva Fabrizio de André. Una delle vette più alte della sua produzione artistica fu l'album La buona novella. Il testamento di Tito, una delle perle di questo album, è forse l'espressione di uno dei momenti più filosofici del cantautore. Nel brano, mentre sta morendo, il ladrone Tito ripercorre i dieci comandamenti uno per uno, mettendoli in discussione alla luce della propria vita di miseria, fame, ingiustizia. Non è un attacco superficiale, è una rilettura amara e umanissima.

Tito smonta la rigidità della legge, ma alla fine arriva a una forma di consapevolezza morale più profonda. Il punto non è "abolire" i comandamenti ma mostrarne il loro lato ipocrita e il loro limite quando sono applicati senza compassione.


venerdì 30 gennaio 2026

Hundred year longer

Tramite Il blog dell'Alligatore sono venuto a conoscenza di questo struggente pezzo di Billy Bragg, un cantautore che ho amato molto nella mia giovinezza. Lo ripubblico qui per ricordare che, anche se non ne parla più nessuno, lo sterminio dei palestinesi è ancora in corso. Il calo di attenzione mediatica è dovuto a un fenomeno chiamato compassion fatigue (stanchezza della compassione), che si verifica quando l'attenzione del pubblico e dei media cala per mancanza di novità clamorose o improvvise.

In realtà la situazione sul campo è ancora drammatica. I rapporti delle Nazioni Unite e delle principali ONG continuano a descrivere una situazione di carestia imminente, collasso del sistema sanitario e un numero di vittime civili che continua a salire, mentre nel frattempo Israele ha riconosciuto - aveva sempre negato che l'entità dell'orrore avesse cifre simili - la sostanziale correttezza del conteggio dei morti stilato da vari organismi internazionali in più di tre anni di sterminio sistematico.

Ma adesso è il momento di Minneapolis, fino a quando passerà anche lui.


giovedì 27 novembre 2025

Fabrizio a Longiano


Ho scoperto ieri che nel 1994, per un paio di mesi, il grande Fabrizio De André ha scritto alcune canzoni di Anime salve a Longiano, che sta a 1/4 d'ora da casa mia. Anime salve, scritto a quattro mani assieme a Ivano Fossati, è stato l'ultimo album in studio di Faber e ha ricevuto una lunga serie di premi e riconoscimenti, oltre a essere considerato dalla critica l'album migliore dell'artista genovese. Non c'è una sola traccia di quell'album che non sia un piccolo gioiello.

(Ho finito ieri sera Verranno a chiederti di Fabrizio De André, scritto da Andrea Scanzi, un bellissimo viaggio nella vita e nella musica del grande cantautore.)

lunedì 24 novembre 2025

Come nasce La canzone di Marinella?

Tra le tante chicche contenute nel libro Verranno a chiederti di Fabrizio De André, che sto leggendo in questi giorni, ci sono le note sulla genesi della famosissima La canzone di Marinella. Avevo sempre creduto che fosse una specie di favola d'amore in musica che racconta una storia di fantasia. Mica vero. Nasce da un caso di cronaca nera che colpì molto il grande cantautore. Andrea Scanzi, l'autore della biografia, riporta quanto disse De André in una intervista del 1993.

"La canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d'amore. È tutto il contrario. È la storia di una ragazza che a 16 anni ha perduto i genitori, una ragazza di campagna dalle parti di Asti. È stata cacciata dagli zii e si è messa a battere sulle sponde del Tanaro. Un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l'ha buttata nel fiume, e non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte. Così è nata La canzone di Marinella, che se vogliamo ha anch'essa delle motivazioni sociali, nascostissime. Ho voluto completamente mistificare la morte di Marinella. Non ha altra chiave di lettura se non quella di un amore disgraziato; se tu non racconti il retroscena è impossibile che uno pensi che all'origine c'era una gravissima problematica sociale. Certi fatti della realtà, soprattutto quand'ero giovane, mi davano un grande fastidio, allora cercavo di mutare la realtà."

La canzone di Marinella, scrive Scanzi nel libro, fu pubblicata la prima volta nel 1964 come lato B (nessuno, tanto meno De André, scommetteva sul suo successo) del 45 giri Valzer per un amore, ma fu importante per il cantautore perche tre anni dopo, nel 1967, reinterpretata da Mina, divenne un grande successo di quegli anni "che regalò a Faber un sacco di soldi in diritti d'autore." Con quei soldi De André comprò la sua prima casa e, soprattutto, capì una volta per tutte che avrebbe potuto vivere di musica.

Anche se adesso so come nacque quel capolavoro, per me rimarrà sempre una storia d'amore in musica nata dalla fantasia del grande Faber.

domenica 16 novembre 2025

Se non siete capaci di scrivere canzoni, cambiate mestiere

Mi sono imbattuto per caso in una orrenda cover di Firenze (canzone triste), di Ivan Graziani, partorita da un personaggio a me totalmente sconosciuto che pare si chiami Marracash o qualcosa del genere. Anzi, non è neppure una cover, è un campionamento che ha devastato e profanato uno dei grandi capolavori della musica d'autore italiana. In pratica l'autore di questo scempio ha preso il ritornello della canzone, modificandone tra l'altro in modo ignobile la struttura armonica, e ha sostituito le strofe con un parlato accompagnato da una base ritmica campionata e storpiandone completamente il senso. È come se qualcuno prendesse il primo verso dell'Infinito di Leopardi, eliminasse il resto e inserisse frasi alla cazzo che non c'entrano niente col senso e la struttura di quel mirabile capolavoro.

Mi sono accorto che da qualche tempo queste operazioni "musicali" sono diventate frequenti, come se fossero ormai una moda. Sono stati remixati e campionati pezzi di Battisti, Battiato, Pino Daniele, Dalla, Rino Gaetano, Bennato, Zero e altri. Perché questi scempi? Perché ragazzotti squinternati che probabilmente non hanno mai visto uno strumento musicale né letto uno spartito prendono capolavori di musicisti veri e li devastano? Qual è il senso di tutto ciò?

Alcune note sulla canzone. Firenze (canzone triste) fu scritta di getto da Ivan Graziani alla fine degli anni Settanta ed è inserita nell'album Viaggi e intemperie, uno dei lavori più intensi e belli della maturità artistica del cantautore. Racconta il dolore provato per la brusca e inaspettata fine di una storia d'amore. In quel periodo il cantautore passava molto tempo tra l'Emilia e la Toscana per concerti, amicizie e collaborazioni artistiche e Firenze era una delle città da lui più amate. Qui nacque una relazione sentimentale molto importante con una ragazza, che però terminò bruscamente. Fu una rottura non graduale e non discussa, che Graziani raccontò spesso come uno dei dolori più netti e "a freddo" della sua vita. Da questo dolore nacque la struggente canzone che divenne uno dei suoi capolavori più noti, e da quel momento la città di Firenze si trasformò da città di luce a città sempre bellissima ma impossibile da guardare senza provare dolore.

Finché arrivò Marracash, che prese questa bellissima poesia in musica carica di dolore e ne fece un frullato senza senso con un campionatore.  


sabato 8 novembre 2025

Nietzsche e Marx si davano la mano



Ieri sera ho partecipato all'ultimo appuntamento della annuale rassegna filosofica misanese, che si svolge ogni anno in novembre al teatro Astra di Misano Adriatico. L'ultimo ospite di questo ciclo di incontri è stato Marcello Veneziani. Sono stato indeciso fino all'ultimo se partecipare; in primo luogo perché ero sveglio dalle cinque e avevo qualche timore di abbioccarmi (non sarebbe stata la prima volta); in secondo luogo perché Marcello Veneziani oltre che filosofo è anche giornalista e verga spesso editoriali su quotidiani tipo Il Giornale, La Verità, Panorama e compagnia bella. Questo ovviamente non significa niente, ma la cosa mi faceva comunque storcere il naso. Alla fine ho deciso di vincere i miei pregiudizi e il timore di abbioccarmi e ci sono andato.

Al termine della conferenza sono stato contento di esserci andato: il Veneziani giornalista e il Veneziani filosofo non sono la stessa persona, ennesima dimostrazione che spesso i pregiudizi irrazionali che albergano nella nostra mente sono appunto... pregiudizi. In realtà non posso neppure dire come sia il Veneziani giornalista, semplicemente perché non ho mai letto un suo articolo; so che scrive sui summenzionati giornali semplicemente perché quando sfoglio le rassegne stampa e passo in rassegna le prime pagine vedo i suoi editoriali, ma non ne ho mai letto uno. Potrei cominciare, magari scrive anche cose interessanti, vai a sapere. 

Comunque sia, nell'incontro Veneziani ha presentato il suo ultimo saggio: Nietzsche e Marx si davano la mano. Nell'immaginario collettivo i due grandi pensatori del XIX secolo sono sempre stati considerati diversissimi per cultura e idee. Veneziani nel suo libro prende in esame le affinità e le divergenze tra loro e nota come le prime non siano poche, forse addirittura maggiori delle seconde. Insomma, secondo Veneziani i due non erano su sponde così opposte come comunemente si pensa. Per chiarire tutto ciò utilizza nel libro l'espediente retorico dell'incontro, attraverso il quale esplorare le loro vite e mettere a confronto i rispettivi pensieri. Nella realtà, invece, i due filosofi non si incontrarono mai pur essendo stati contemporanei. 

Partendo da Nietzsche e Marx, Veneziani si è poi profuso in una interessantissima analisi sull'evoluzione (involuzione?) della società europea dall'Ottocento fino a oggi, facendo notare come buona parte delle previsioni formulate dai due pensatori si sono poi realizzate, come ad esempio la progressiva secolarizzazione, la perdita di valori e l'avvento del nichilismo conseguenti all'uccisione di Dio (Nietzsche) e alla progressiva alienazione dei lavoratori, concentrazione dei capitali e aumento progressivo delle disuguaglianze conseguenti all'affermazione del capitalismo (Marx). Difficile, oggi, negare la tragica correttezza di questi assunti. Poi, certo, anche loro hanno preso qualche cantonata. Nietzsche, ad esempio, preconizzava la nascita del suo "oltreuomo", in grado di creare nuovi valori che consentissero forme di emancipazione umana sconosciute fino ad allora. Non è andata così e oggi la popolazione europea è sostanzialmente una massa di individui omologati e piuttosto passivi. Marx, dal canto suo, prevedeva che il capitalismo e tutte le sue storture sarebbero implosi su se stessi e si sarebbe affermato il comunismo. Pia illusione.

Piccola nota a margine. Come forse ai più attempati tra i miei 32 lettori non sarà sfuggito, il titolo scelto da Veneziani per il suo saggio, Nietzsche e Marx si davano la mano, è la citazione di un verso di una vecchia canzone di Antonello Venditti, Compagno di scuola, una canzone che ho sempre amato molto. Veneziani ha spiegato di aver fatto questa scelta perché quel pezzo è sempre piaciuto molto anche a lui e anche perché i due ragazzi che nel racconto di Venditti si ritrovano al bar della scuola, con le loro idee politiche antitetiche, sono la perfetta metafora dei diversissimi Nietzsche e Marx che si danno la mano.



Ah, dimenticavo: alla fine non mi sono abbioccato :-)

(fonte immagini: Gustavo Cecchini)

domenica 2 novembre 2025

Una Samarcanda che non conoscevo

Scopro casualmente, e con un colpevole ritardo di anni, che esiste una versione della celeberrima Samarcanda eseguita da Vecchioni e Branduardi assieme, versione che fu inserita all'interno dell'album dal vivo Camper del 1992. Ma la cosa ancora più curiosa e divertente è che esiste una clip risalente a quegli anni in cui i due cantautori la eseguono vestendo i panni di Stan Laurel e Oliver Hardy. 




Ho dei ricordi molto belli legati a questo capolavoro di Vecchioni, ricordi che affondano le radici nella mia infanzia, quando imparavo i primi accordi alla chitarra. 

Vecchioni scrisse questa canzone ispirandosi a una antica leggenda persiana nota come Appuntamento a Samarra e il testo è ricco di significati simbolici. Racconta di un soldato che festeggia la fine della guerra, ma durante i festeggiamenti si accorge di essere fissato da una strana figura che rappresenta la personificazione della Morte. Sella quindi un cavallo e si lancia al galoppo verso la città di Samarcanda nel tentativo di sfuggire a quella strana e inquietante "signora". Una volta arrivato, scopre che l'inquietante figura l'aspetta a Samarcanda. La Morte si rivolge quindi al soldato dicendogli: "Sono rimasta stupita di averti incontrato ieri là, ti aspettavo qui, oggi, a Samarcanda".

È una metafora del destino e dell'ineluttabilità della morte, un invito a prendere coscienza dei propri limiti. È anche una canzone sull'illusione che culliamo di poter controllare ogni aspetto della nostra vita, illusione implicitamente racchiusa nel paradosso del soldato che, cercando di sfuggire al suo destino, gli corre incontro ancora più velocemente. È una delle canzoni più iconiche e conosciute della musica d'autore italiana, dove dentro ci sono la filosofia, la letteratura, la poesia, e che non a caso è stata scritta da uno dei cantautori più colti che abbiamo in Italia.

giovedì 30 ottobre 2025

"L'Atlantico, immenso, di fronte"

In questi giorni Francesca, la figlia più "apolide" e giramondo della famiglia, si trova in Portogallo con un po' di amici e sta visitando alcuni posti. Lunedì, ad esempio, erano a Lisbona, oggi invece mi sono arrivate un po' di immagini di lei sugli strapiombi sull'Atlantico di Ribeira Da Janela. A me il Portogallo richiama immediatamente alla mente due cose, la prima è José Saramago, la seconda è una certa canzone (ci arrivo).

Lunedì, quando Francesca ha fatto arrivare alcune foto da Lisbona, ho pensato immediatamente al grande scrittore portoghese e al rapporto ambivalente che nella sua vita ha avuto con questa città, che forse, chissà, un giorno avrò occasione di visitare anch'io. Saramago non è nato a Lisbona ma ci ha vissuto parecchi anni. L'ambivalenza del suo rapporto con la città si esplicita in una sorta di affetto non romantico né idealizzato, ma critico, lucido, spesso malinconico. Amava la città ma non chiudeva gli occhi davanti ai suoi "difetti". Ne vedeva al suo interno la bellezza della cultura portoghese e, al tempo stesso, le ferite di un paese diseguale, spesso ingiusto e pieno di contraddizioni. In uno dei suoi libri più celebri, Il vangelo secondo Gesù Cristo, un libro che in tempi un pochino più remoti sarebbe stato bruciato nei cortili di tutte le parrocchie, Lisbona appare come una presenza viva, quasi un personaggio. È una città avvolta dalla nebbia, enigmatica, ma piena di storia, di ironia e di contraddizioni. Ecco, mi piacerebbe un giorno poterla visitare anche per provare a "vederla" come la vedeva Saramago.

La canzone cui accennavo sopra, invece, dai cui versi è estrapolato il titolo del post, si chiama Canzone della bambina portoghese ed è un vecchio pezzo di Guccini, pubblicato nel 1972 all'interno dell'album Radici




Radici è il quarto album in studio del cantautore modenese e contiene canzoni ormai entrate nel mito come Il vecchio e il bambino, Incontro, Canzone dei dodici mesi, La locomotiva, Piccola città e la già citata Canzone della bambina portoghese, quella che mi viene in mente ogni volta che sento la parola Portogallo. 

Con questa canzone, costellata di metafore (compresa la bambina che se ne sta sulla spiaggia "al limite di un continente"), Guccini parla dell'idea che con un'intuizione si può quasi raggiungere la verità ma senza mai afferrarla completamente, e il punto geografico specifico, la fine dell'Europa di fronte all'Atlantico, simboleggia questo limite, questo ignoto e questo infinito oltre il quale si può intravedere qualcosa ma mai afferrarlo. È una canzone poetica, malinconica, evocativa, dove più che cercare un significato nelle parole lo si deve cercare nelle immagini evocate dal racconto. È anche una canzone sulla ricerca del senso della vita e dell'esistenza, uno dei pallini fissi del cantautore a cui ha dedicato più di una canzone. 

Di questa traccia sono in circolazione un'infinità di versioni e di cover, a me è sempre piaciuta molto questa dei Nomadi. Un giorno metterò da parte le titubanze e comincerò su questo blog a dedicare un post di spiegazione a ogni canzone che ha scritto Guccini :-)

E poi, e poi, se ti scopri a ricordare, ti accorgerai che non te ne importa niente 
E capirai che una sera o una stagione son come lampi, luci accese e dopo spente  
E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini E poi, e poi, che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere, vivere, e poi vivere...


giovedì 23 ottobre 2025

Canzoni di ieri e di oggi


Mi si rimprovererà, probabilmente a ragione, di essere un po' fissato con l'idea che il livello qualitativo della musica della mia generazione era significativamente più elevato di quello odierno. Non sto dicendo che la musica di oggi sia tutta da buttare, magari nei circuiti un po' più di nicchia o underground c'è anche oggi musica di qualità, così come del resto ai miei tempi assieme alla musica di qualità c'era anche quella usa e getta. Ma, mediamente, credo che il livello qualitativo generale di allora fosse di gran lunga più elevato. Me ne rendo conto ogni volta che ascolto i cantautori degli anni Settanta e Ottanta (nei Novanta cominciava già a vedersi una certa flessione in questo senso).

Ieri, ad esempio, ho riascoltato l'album Signora Bovary, di Francesco Guccini. Guccini, assieme a Paolo Conte e a pochi altri, è stato probabilmente uno dei cantautori più colti e raffinati che abbiamo avuto in Italia, degno rappresentante di quella generazione di musicisti-narratori che nelle loro canzoni raccontavano storie, scavavano nell'interiorità dell'umano e disseminavano i loro versi di richiami alla letteratura e alla storia. Nell'album di Guccini in questione almeno due canzoni si distinguono più delle altre in questo senso e una di queste è Scirocco.

Già l'incipit del testo lascia quasi senza fiato per la sua bellezza: "Ricordi, le strade erano piene di quel lucido scirocco, che trasforma una realtà abusata e la rende irreale. Sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco, e in via de' Giudei volavan velieri come in un porto canale". Pensate alla genialità di utilizzare l'aggettivo lucido per definire un vento e all'impatto emotivo che genera questo inusuale accostamento, apparentemente privo di senso. Ma anche l'immagine delle torri che si alzano in un largo gesto barocco sorprende per il suo cozzare contro il senso comune e contro la linearità di significato che usiamo attribuire alle cose e alle espressioni. Poi si entra nella storia col richiamo a via de' Giudei. Credo si sia capito da questi elementi che la vicenda narrata nella canzone si svolge a Bologna. Le torri citate da Guccini sono infatti le famose Garisenda e Asinelli, strutture di origine medievale che avevano sia funzioni militari che gentilizie. Ma anche la citata via de' Giudei è densa di richiami storici. Si tratta infatti di una delle vie principali del ghetto ebraico di Bologna. Il nome via de' Giudei deriva dalla presenza di famiglie ebree ancora prima della creazione del ghetto. Il nome fu mantenuto fino agli anni Trenta, quando, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, a cui seguì un certo clima antisemita, fu cambiato in via delle Due Torri.

La vicenda narrata nella canzone riguarda una relazione extraconiugale. Il testo prosegue con l'immagine di un uomo seduto a "un tavolo da poeta francese" in un bar sotto le due torri. A un certo punto arriva frettolosamente una donna, e arriva "danzando nella rosa di un abito di percalle che le fasciava i fianchi", si siede al tavolino, ordina qualcosa e i due cominciano a parlare. Non si sa di cosa parlano, ma a un certo punto lei si alza e se ne va frettolosamente, uscendo dal bar senza voltarsi indietro. È un arrivederci? Un addio? Non si sa. Mentre la scena si svolge, Guccini racconta con versi mirabili tutta la lacerazione e il conflitto interiore dell'uomo, "schiacciato fra lei e quell'altra che non sapevi lasciare, tra i tuoi due figli e l'una e l'altra morale, come sembravi inchiodato..." Dopo che lei se n'è andata "lui restò come chi non sa proprio cosa fare, cercando ancora chissà quale soluzione, ma è meglio poi un giorno solo da ricordare che ricadere in una nuova realtà sempre identica..."

La vicenda si chiude... beh, il finale non ve lo racconto, lo lascio raccontare a Guccini stesso.




L'altra perla di questo album è la canzone che gli dà il titolo, Signora Bovary, una splendida e poetica riflessione sul senso della vita, vita scandita da giorni che "gocciolano come rubinetti nel buio", da "atri a piastrelle di stazioni secondarie", dai pensieri di ognuno che spesso "sono come i cani in chiesa, che tutti prendono a calci", e dall'eterna domanda su cosa ci sia là in fondo, "quando bene o male faremo due conti". La lascio qui di seguito, con tutto il suo carico di riflessioni che suscita e con la ferrea convinzione che tra la musica della mia generazione e quella di oggi non c'è storia.


domenica 19 ottobre 2025

Ormai vale tutto

Continuare a seguire le vicende politiche del nostro paese diventa progressivamente sempre piu difficile, perché il dibattere politico non si svolge più - questo succede grosso modo dall'avvento del berlusconismo in qua - nel recinto della legittima critica tra "avversari", col sostantivo "avversari" che già denota di suo la deriva imboccata, ma si svolge nel solco di guerre verbali che lasciano sostanzialmente il tempo che trovano e che servono solo a eccitare gli istinti più retrivi del consesso degli uditori.

Solo negli ultimi 15 giorni sono stati utilizzati fiumi di inchiostro sui giornali e fiumi di bit in rete su dichiarazioni che c'entrano molto con le curve degli stadi e quasi niente con qualcosa che assomigli a sostanza, come ad esempio la sferzata della capa di governo secondo cui la sinistra (quale sinistra? Qualcuno la vede?) sarebbe caratterizzata dallo stesso livello di fondamentalismo di Hamas, a cui replica Landini col suo "cortigiana", a cui si aggiunge Elly Schlein col suo "con l'estrema destra al governo la libertà e la democrazia sono a rischio" (qui un fondo di verità c'è, a dirla tutta).

Ma si tratta di urla che lasciano il tempo che trovano. Nella finanziaria appena partorita dal governo è previsto un aumento di 20 euro alle pensioni minime, che arrivano così a poco più di 600 e rotti euro al mese. Ci sono milioni di persone in Italia che campano con poco più di 600 euro al mese e nessuno si scanna su questo, un trafiletto a pagina 18 e poi tutto passa in cavalleria. L'ISTAT ha prodotto l'ennesimo report sulla drammatica situazione della povertà nel nostro paese e anche qui nessun sussulto. Mattarella ha lanciato ieri l'ennesimo grido sull'ormai imbarazzante forbice tra la costante perdita di potere dei salari delle persone comuni e gli emolumenti di manager e dirigenti di partecipate, società pubbliche e grandi industrie. Tutto a pagina 18 e via. Però pagine e pagine di discussioni su lui ha detto questo, lei ha detto quest'altro, lui ha fatto questo, lei ha fatto quest'altro.

Che palle, viene voglia di non seguire più niente e di mettersi a suonare.

sabato 18 ottobre 2025

Perché quella battuta di 5/4?

Tra le cose di cui sicuramente non fregherà nulla ai miei 32 lettori ci sono i motivi per cui Franco Battiato ha inserito all'interno della canzone Voglio vederti danzare una battuta di 5/4 in un brano interamente in 4/4, cosa a cui ho pensato dopo averla riascoltata casualmente alla radio. Ma partiamo dall'inizio. 

La canzone Voglio vederti danzare è inserita nell'album L'arca di Noè, pubblicato nel 1982. Questa è la copertina.

 

 

L'album uscì un anno dopo il leggendario La voce del padrone, che fu il primo vinile nella storia della musica italiana a raggiungere e superare il milione di copie vendute. L'arca di Noè si fermò invece a 550.000. All'interno di quest'album, in cui spiccano pezzi bellissimi ed evocativi come L'esodo e Clamori, c'è la già citata Voglio vederti danzare, qui in una bellissima versione dal vivo.

 


Come può accorgersi facilmente anche chi non è ferrato in musica, la canzone ha un andamento ritmico regolare in 4/4, cioè è possibile contare ripetutamente la sequenza 1-2-3-4 durante lo svolgimento del brano e i conti tornano sempre, diciamo così. Tranne in un punto, e precisamente dove il testo recita: "...e gira tutto intorno alla stanza, mentre si danza...". Ecco, sulla parola "intorno" la battuta in cui è inserita la frase si allunga di un quarto e diventa di 5/4, creando una asimmetria ritmica e uno sfasamento evidentissimi, che possono anche lasciare perplessi. Tanto è vero che in alcune cover, tipo quella di Prezioso e altri, l'asimmetria viene eliminata modificando il testo in modo che possa stare in una battuta di 4/4, evitando che tutto l'insieme perda di fluidità. Nel caso specifico, l'originale "...e gira tutto intorno alla stanza, mentre si danza..." diventa "...e gira tutta la stanza, mentre si danza...".

Ma perché Battiato ha creato questa asimmetria? Questa cosa me la chiedevo già da bambino ogni volta che ascoltavo il brano, e non sapevo come rispondere. Oggi la risposta la so. In primo luogo perché Battiato era un genio e i geni è noto che non stanno ai canoni della normalità (chi conosce il suo periodo di musica sperimentale a cavallo tra i Sessanta e i Settanta sa a cosa mi riferisco), in secondo luogo perché questa "sospensione" rende il ritmo più "etnico" e danzante, coerente col tema della canzone.

Ho mandato ChatGPT in giro per il web alla ricerca di dichiarazioni del cantautore che spiegassero le ragioni di questa scelta ma è tornata a mani vuote. La relativa pagina Wikipedia afferma che "la canzone svolge una funzione di celebrazione della danza in chiave etnica e sottolinea lo spirito dello 'spostamento' tra Est e Ovest." Alla fine, ciò che è sicuro è che non si tratta di un errore né di una imprecisione, è una scelta stilistica voluta la cui spiegazione stava solo nella mente geniale del grande cantautore.

martedì 30 settembre 2025

L'impossibile coppia


La copertina dell'ultimo Venerdì è stata l'equivalente di un pugno sul muso. Quando l'ho vista mi sono chiesto, allibito: cosa ci fa uno dei più grandi cantautori che abbiamo in Italia con un rapper? Quale imponderabile disegno cosmico ha fatto sì che un signore che ha scritto testi che sono letteratura, testi che sono inseriti nelle antologie scolastiche; un signore che scrive romanzi e che nelle sue canzoni ha citato Hemingway e Cervantes e Dante si trovasse al desco con un ragazzotto che scrive cose tipo: "Entro in casa mia arrampicandomi dal terrazzo, punto un lanciafiamme sulla mia famiglia e la ammazzo"? 

Possibile che il "guccio" sia definitivamente rincoglionito?

In realtà, no. Molto semplicemente, Fabri Fibra nel suo ultimo lavoro ha campionato la celeberrima L'avvelenata ed è andato a trovare Guccini a casa sua per fare due chiacchiere. L'avvelenata, per chi non ne fosse al corrente, è una delle canzoni più controverse di Guccini per il turpiloquio di cui è infarcita. Inserita nell'album Via Paolo Fabbri 43, pubblicato nel 1976 e inserito dalla rivista Rolling Stones al 29° posto tra i 100 migliori album italiani, fu scritta di getto in un impeto di rabbia e si potrebbe quasi definire una sorta di "dissing" ante litteram. La rabbia con cui Guccini la scrisse fu generata da certe critiche di Riccardo Bertoncelli, uno dei più noti critici musicali dell'ultimo trentennio del Novecento. A Guccini non è mai fregato nulla di ciò che scrivevano i critici musicali dei suoi dischi, ma quelle critiche oltrepassarono la mera recensione di un disco (Stanze di vita quotidiana) e andarono sul personale, e questo per il cantautore fu intollerabile. La sua risposta a Bertoncelli entrò ovviamente nel testo della canzone: "Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po' di milioni. Voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni. Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate".

Non credo sia casuale l'interesse del rapper per quel testo traboccante di termini ed espressioni che definire poco commendevoli è un eufemismo, perché ciò che 50 anni fa era un'eccezione che fece scandalo - quando uscì il disco L'unità titolò: "Guccini, da poeta a 'stabbiaro'" - oggi è la norma, specialmente in quel tipo di musica (musica, vabbe'...) di cui Fabri Fibra è esponente. C'è anche da aggiungere che il turpiloquio di Guccini era arte. Trovatemi oggi chi inserisca in un testo termini come "musico" o "teorete", anzi, trovatemi chi ne sappia anche solo il significato (i più probabilmente pensano che "musico" sia un errore di ortografia). Oggi esiste semplicemente un turpiloquio fine a se stesso, buttato lì per il solo fatto che è apprezzato in un paese come il nostro, precipitato negli ultimi decenni negli abissi dell'alfabetizzazione.

Comune, alla fine, più guardo l'immagine del cantautore e del rapper insieme, più mi prende quel qualcosa che è quasi tristezza.


venerdì 12 settembre 2025

Il basso e il caschetto

Ogni tanto, gironzolando per la rete, si trovano chicche sorprendenti, come ad esempio Caterina Caselli che suona il basso jazz.




A beneficio di eventuali giovinetti che passassero di qui, Caterina Caselli, soprannominata ai suoi tempi Casco d'oro per la particolare capigliatura, era una cantante di musica leggera molto nota negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Pezzi come Nessuno mi può giudicare o Insieme a te non ci sto più e altri sono pietre miliari nella storia della musica italiana.

Quello che non sapevo è che, oltre a essere una pregevolissima cantante, la Caselli suonasse il basso elettrico. Il video qui sopra mostra, tra l'altro, come la sua non fosse una conoscenza superficiale dello strumento ma molto approfondita, e lo dico con cognizione di causa (da giovane ho suonato per alcuni anni il basso elettrico in una band).

Il pezzo che la Caselli accompagna non è affatto semplice da suonare. Si tratta del brano Nivram, pubblicato dai The Shadows nel 1961, ed è una sorta di swing permeato da venature jazz. Per accompagnarlo al basso, oltretutto un basso a sei corde (i bassi normalmente usati nella musica leggera sono a quattro corde), occorre avere grande dimestichezza con l'armonia e le scale e una buona conoscenza della teoria musicale. Non è un pezzo che si può suonare "a orecchio".

Quando vedo queste cose mi viene sempre da paragonare quella musica là (e quei musicisti là) con molti di quelli di oggi, e passo oltre.

giovedì 11 settembre 2025

Lives in the balance


Ascoltavo poco fa questo vecchio brano di Jackson Browne, tratto dall'omonimo album del 1986 (album splendido tra l'altro) in cui nel mirino del cantautore finisce l'America del secondo mandato Reagan, tra nuove povertà, nuove disuguaglianze, guerre. Un verso recita: "Un governo che mente alla propria gente e una nazione trascinata in guerra, dove ci sono ombre sulle facce di coloro che inviano le armi per guerre combattute nei luoghi dove ci sono interessi." 

E niente, guardo a che punto siamo oggi e penso che passano i lustri e i decenni ma l'essere umano è sempre drammaticamente uguale a se stesso. 

domenica 7 settembre 2025

True Detective

Tra un libro e l'altro amo guardare qualche serie tv, in particolar modo quelle americane, interessanti perché generalmente raccontano un'America fuori dalla realtà. In generale detesto la televisione, ma qualche film o qualche serie tv scaricati da internet ogni tanto me li concedo. 

Le serie tv sono interessanti anche perché consentono di scoprire canzoni sconosciute, utilizzate spesso come sigla o inserite all'interno degli episodi per sottolineare e accompagnare la drammaticità di particolari passaggi.

Una di queste serie, la cui prima stagione mi è piaciuta tantissimo, è True Detective, un poliziesco/noir di una decina di anni fa ambientato in Louisiana, che ha per protagonisti una coppia di detective che devono affiancare all'attività investigativa la lotta contro i propri demoni. Uno dei due, Rustin Spencer "Rust" Cohle, mi ha affascinato fin dalle prime scene. Cioè, se una serie tv si inventa come protagonista un detective colto, oscuro, a tratti "gotico", lievemente misantropo, nichilista, pessimista, che discetta di spazio-tempo e filosofa su Nietzsche, quel detective diventa subito il mio mito :-)



Per quanto riguarda le canzoni che accompagnano la serie, due in particolare mi sono piaciute molto. Una è stata utilizzata come sigla ed è Far from any road (titolo che rappresenta come meglio non si potrebbe lo spirito della serie). È un pezzo dei The Handsome Family, gruppo alternativo country formatosi a Chicago negli anni Novanta. Anche le sonorità evocative e "oscure" di questo pezzo riflettono al meglio lo spirito della serie.




L'altra canzone degna di nota è invece Lungs, del cantautore statunitense Townes Van Zandt, artista chiuso, schivo, malinconico, che non ha mai raggiunto alte vette di popolarità ma che ha scritto pezzi notevoli sempre in stile country. 




Vabbe', vado a vedere cosa combinano "Rust" e il suo socio nella seconda stagione :-)

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...