In base a cosa si stabilisce se una legge è buona o cattiva? Probabilmente il principale parametro di valutazione va ricercato negli effetti che produce la suddetta legge e in che misura giova alla collettività. Altro parametro di riferimento potrebbe essere pure la ratio del provvedimento, cioè se si tratta di una legge sensata e ragionevole oppure se è stata partorita per motivi propagandistico/elettorali. Non mi sto riferendo, almeno per questa volta, alle varie leggi ad personam che servono al solito noto, ma al famigerato reato di immigrazione clandestina del quale ho già parlato abbondantemente in passato.
Vi ricordate, no? Si tratta di quel provvedimento che trasforma una persona in criminale non in base a ciò che fa ma a ciò che è. Quali sono gli effetti e, soprattutto, cosa ci si aspetta da questa legge? Beh, in primo luogo ci si aspetta che sia un forte deterrente all'invasione di immigrati clandestini. E da questo punto di vista è possibile che sia pure stata utile, visto che gli sbarchi sono effettivamente quasi cessati. Certo, qualche pignolo potrebbe far presente che i migranti hanno solo cambiato punti di apporodo - si segnalano già arrivi nella francese Corsica -, e magari qualcun altro potrebbe ricordare che la stragrande maggioranza di quelli che entrano illegalmente nel nostro paese lo hanno sempre fatto, e continuano a farlo, dai confini di terra, in barba a qualsiasi politica dei respingimenti in mare. Ma il tasto più dolente di questo provvedimento, oltre alla sua sostanziale inefficacia, è quello della ragionevolezza che accennavo prima.
E' accaduto un episodio emblematico di questa irragionevolezza proprio qui, a due passi da casa mia. Un senegalese clandestino è stato testimone di una rapina a mano armata in un supermercato ed è corso dai Carabinieri a portare la sua testimonianza. Risultato? I due rapinatori - italiani - arrestati grazie alla sua testimonianza e lui denunciato. Lui criminale come gli altri due, pur non avendo mai fatto male a nessuno (però era clandestino). Chissà, per uno venuto alla luce, quanti casi come questo càpitano di cui non si ha conoscenza o che rimangono relegati alle cronache locali? Altra storia. Agli inizi di gennaio un altro clandestino, dopo aver trascorso otto anni in Italia vivendo di piccoli lavoretti in nero, ha deciso di tornarsene a casa. E' riuscito con qualche difficoltà a racimolare il denaro per il biglietto aereo, ma, al momento dell'imbarco è stato bloccato al checkin dell'aereoporto e arrestato in quanto clandestino (e quindi criminale). Risultato? Invece di essere tornato al suo paese, come desiderio degli estensori della legge, ce lo dovremo tenere qua sette mesi, tra galera, tribunali e incombenze varie, a carico nostro. Bello, vero?
Allora, tornando ai famosi parametri di valutazione di cui parlavo sopra, come la inquadriamo questa legge?
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
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martedì 2 febbraio 2010
domenica 31 gennaio 2010
L'aria di Milano (e non solo)
"L' aria di Milano non è peggiore di quella dello scorso anno", aveva proclamato Letizia Moratti, alcuni giorni fa, all'uscita dall'incontro a palazzo Marino in cui si discuteva proprio della cappa di smog che trasforma in questi giorni Milano, ma non solo Milano, in una camera a gas. E' difficile capire bene il senso di quella dichiarazione, specialmente se si considera che nella capitale lombarda il limite dei pm10 consentito per legge è fuori controllo da 2 settimane.
E allora via col blocco della circolazione domenicale, una misura talmente assurda e inutile - pure beffarda se si considera che sono esentati ad esempio i tifosi che andranno a vedere il Milan - che probabilmente pure molti milanesi si staranno chiedendo se l'amministrazione li sta prendendo per i fondelli (giù a Rimini sono anni che si blocca inutilmente la circolazione per questo motivo).
Eppure alcune soluzioni ci sarebbero (lobby degli automobilisti permettendo).
E allora via col blocco della circolazione domenicale, una misura talmente assurda e inutile - pure beffarda se si considera che sono esentati ad esempio i tifosi che andranno a vedere il Milan - che probabilmente pure molti milanesi si staranno chiedendo se l'amministrazione li sta prendendo per i fondelli (giù a Rimini sono anni che si blocca inutilmente la circolazione per questo motivo).
Eppure alcune soluzioni ci sarebbero (lobby degli automobilisti permettendo).
lunedì 21 dicembre 2009
Usare internet è un'aggravante
Il senatore Raffaele Lauro, Pdl, ha presentato un progetto di legge sull'istigazione alla violenza e l'apologia di reato.
Gilioli si augura, qualora questa cosa diventi legge, che valga per tutti.
Chi istiga a commettere delitti contro la vita e l'incolumità delle persone o ne fa apologia, sarà punito con la reclusione da tre a dodici anni. Se il fatto è commesso avvalendosi di comunicazione telefonica o telematica (internet e social network), la pena è aumentata.
Gilioli si augura, qualora questa cosa diventi legge, che valga per tutti.
lunedì 7 dicembre 2009
150 km/h
Sapete che è curiosa questa cosa? Ogni volta che un ministro propone di alzare i limiti di velocità in autostrada nessuno che faccia una semplice osservazione: che a quella velocità gran parte degli automobilisti ci va già comunque, senza aspettare che li autorizzi un ministro. L'ultima proposta del genere è arrivata ieri dalla Lega, proposta che ha immediatamente avuto il beneplacito di Matteoli, il quale dice:
Ora, in linea di principio potrebbe essere anche giusto che in tratti autostradali dotati di certe caratteristiche alcune tipologie di autovetture possano correre un po' di più - anche perché quelle macchine lì generalmente già lo fanno -, il problema è che non ci sono solo quelle. Le autostrade non sono come i circuiti di formula 1 dove ci sono autovetture appartenenti alla stessa categoria e con le stesse caratteristiche, ma ci sono macchine superveloci che viaggiano assieme a qualche tapino mettiamo con una punto a gasolio un po' vecchiotta (ogni riferimento allo scrivente è puramente casuale).
E Matteoli non sembra neppure tenere conto del fatto che già adesso moltissimi automobilisti oltrepassano tranquillamente i 130 calcolando la quota che li separa da lì a quella oltre la quale scatta il ritiro della patente. Quindi, se questo limite, che adesso è appunto 130 km/h, verrà portata a 150 non penso sarà così improbabile vedere i soliti patiti dell'acceleratore pesante spingersi ben oltre, sapendo che eventualmente la patente non verrà loro ritirata se stanno entro i 40 km/h di scarto. Sbaglio?
«sono stato sempre favorevole ad aumentare la velocità in alcune autostrade che hanno le caratteristiche adatte come le tre corsie e il tutor - dice Matteoli - ma non per tutte le auto, ma per quelle che per cilindrata e caratteristiche di sicurezza, possono viaggiare tranquillamente a 150 km orari. Certo non le piccole auto».
Ora, in linea di principio potrebbe essere anche giusto che in tratti autostradali dotati di certe caratteristiche alcune tipologie di autovetture possano correre un po' di più - anche perché quelle macchine lì generalmente già lo fanno -, il problema è che non ci sono solo quelle. Le autostrade non sono come i circuiti di formula 1 dove ci sono autovetture appartenenti alla stessa categoria e con le stesse caratteristiche, ma ci sono macchine superveloci che viaggiano assieme a qualche tapino mettiamo con una punto a gasolio un po' vecchiotta (ogni riferimento allo scrivente è puramente casuale).
E Matteoli non sembra neppure tenere conto del fatto che già adesso moltissimi automobilisti oltrepassano tranquillamente i 130 calcolando la quota che li separa da lì a quella oltre la quale scatta il ritiro della patente. Quindi, se questo limite, che adesso è appunto 130 km/h, verrà portata a 150 non penso sarà così improbabile vedere i soliti patiti dell'acceleratore pesante spingersi ben oltre, sapendo che eventualmente la patente non verrà loro ritirata se stanno entro i 40 km/h di scarto. Sbaglio?
martedì 1 dicembre 2009
mercoledì 25 novembre 2009
C'è casta e casta

Alla faccia dei vari tromboni, sia di destra che di sinistra, che continuano a parlare di casta dei magistrati.
(fonte)
martedì 3 novembre 2009
Brunetta: rivoluzione (e restaurazione)
All'inizio non ce n'era per nessuno, e non c'erano scusanti: la lotta contro l'assenteismo e il fancazzismo nella pubblica amministrazione era una questione di vita o di morte. E anche di immagine, probabilmente. Una battaglia, tutto sommato, almeno da parte mia più che condivisibile, direi, ma che nel corso del tempo è andata a scontrarsi con alcuni problemini relativi anche al fatto che certe (brutte) abitudini sono dure a morire, anche se scende in campo l'antifannulloni per eccellenza. Vediamo un po' di ricapitolare.Tutto comincia nel mese di giugno dell'anno scorso, quando entra in vigore il famoso Decreto Brunetta, che impone regole più restrittive in materia di orari di reperibilità e assenze per malattia per i dipendenti pubblici. Tra proteste e mugugni l'iniziativa sembra dare nell'immediato buoni risultati, tanto che lo stesso Brunetta ne annuncia trionfalmente, qualche tempo dopo, gli straordinari risultati.
Nel solo mese di giugno le assenze per malattia si sono ridotte del 27,4% (escluse scuola, università e pubblica sicurezza) rispetto a giugno 2008. In particolare, le assenze superiori a 10 giorni hanno registrato un calo del 24,7%, mentre le assenze per altri motivi del 3,4%. Le riduzioni più rilevanti si sono avute negli Enti di previdenza (-43,7%) e nelle amministrazioni provinciali (-37,5%). A livello geografico, i tassi di riduzione delle assenze per malattia appaiono simili: le variazioni sono comprese tra il -32,3% delle regioni del Nord Est e il -24,9% di quelle del Mezzogiorno. (fonte)
Quando però tutto sembra andare per il meglio, improvvisamente la doccia fredda: l'assenteismo ha ripreso a correre. A darne notizia è - incredibilmente - il Giornale, che in questo articolo di ieri snocciola un po' di numeri che indicano che nei mesi di agosto e settembre scorsi la tendenza positiva si è invertita. Perché? Mah, difficile dirlo. Però c'è un fatto, accaduto quasi in concomitanza con l'inversione di tendenza, che potrebbe fare sospettare qualcosa. A darne notizia è Repubblica.
Doveva essere la 'rivoluzione' del Pubblico Impiego. Ma, come sempre, alla rivoluzione è seguita la restaurazione. E così è stata silenziosamente abrogata con un decreto legge pubblicato l'1 luglio (poi diventato la legge n.102/2009) la normativa 'antifannulloni' varata l'anno scorso dal ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, che prevedeva disposizioni penalizzanti per gli impiegati pubblici, tra le quali indennità di malattia ridotta, e fascia di reperibilità per i dipendenti in malattia estesa praticamente a tutta la giornata (con un'unica 'ora d'aria' dalle 13 alle 14).
Il ministro smentisce, stizzito, ma i sindacati confermano. E Repubblica pubblica anche le voci della presunta "rivoluzione" che sarebbero state riviste. Eccole qui sotto.



(fonte)
Insomma, pare proprio che nella conversione in legge siano stati stralciati gli articoli clou. Questo potrebbe spiegare i motivi per cui l'italico assenteismo ha ripreso a correre e gli uffici hanno ricominciato a popolarsi di fantasmi. Ecco che quindi ricomincia di conseguenza anche il tire e molla sulle ore di reperibilità, che, stando alle ultime indiscrezioni, dovrebbero di nuovo venire aumentate di tre ore. Chi l'avrà vinta alla fine? Brunetta o i fantasmi? Si accettano scommesse.
martedì 1 settembre 2009
Le mie prigioni
Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Silvio Pellico, contrariamente a quanto qualcuno potrebbe pensare di primo acchito, non c'entra niente in questo caso. Il titolo di questo post è la copia esatta del titolo con cui Claudio Messora annuncia di aver ricevuto dalla Polizia Postale di Milano l'ordinanza di sequestro del suo blog. Scrive Claudio:
Questa mattina [28 agosto 2009, nda] mi ha telefonato la Poliza Postale di Milano. Vogliono che vada a ritirare un'ordinanza di sequestro per Byoblu.Com. Hanno provato a farlo fare al gestore del server, Aruba, ma si è chiamato fuori: dovrò autosequestrarmi da solo. Siccome sono in Abruzzo per girare il documentario INTERNET FOR GIULIANI, non potrò andare a ritirare l'atto prima della settimana prossima.
Non hanno voluto dirmi le motivazioni, ma un'ordinanza di sequestro fa evidentemente seguito a una querela. Per questo motivo ho deciso di indire un concorso a premi fra tutti i lettori del blog.
Rileggetevi tutti gli articoli degli ultimi tempi: fra tutti quelli che indovineranno il nome del querelante e il titolo dell'articolo incriminato, estrarremo a sorte una copia omaggio del DVD che sto producendo e ...mi voglio rovinare, anche una copia del mio libro. Quale libro? Prima o poi lo scriverò, lo sento.
Magari saranno Le Mie Prigioni.
Dietro l'ironia con cui Claudio affronta la vicenda che gli sta capitando tra capo e collo, c'è ovviamente un misto di apprensione, dubbi e interrogativi, come scrive egli stesso nel post successivo. E c'è soprattutto la consapevolezza che qualcosa sta cambiando nelle dinamiche che regolano l'informazione nel nostro paese. Le querele nei confronti dei blogger non sono più casi sporadici, ma cominciano ad avere una loro regolarità e sistematicità. Qui, nel mio blog, molti di questi casi li ho citati e commentati. Penso ad esempio a Piero Ricca querelato da Emilio Fede, penso ad Anna Setari e alla miriade di blogger querelati in contemporanea da Gigi Moncalvo, oppure al surreale caso di Pino Maniaci, rinviato a giudizio - udite udite - per esercizio abusivo della professione di giornalista. E adesso appunto Byoblu di Claudio Messora.
Difficile (difficile?) dire cosa ci sia dietro, cosa si stia muovendo nelle dinamiche dell'informazione di cui parlavo prima. Forse la spiegazione più plausibile è proprio quella di Claudio:
Sono in uno strano sortilegio, un incantesimo in cui fluttui, lieviti in un oceano di dubbi, di domande. Aspettiamo lunedì per avere qualche risposta. Da un lato c’è paura, perché sai di muoverti contro elefanti che sanno benissimo di essere degli schiacciasassi nei confronti di fini granellini di sabbia, ma la rete ha proprio il pregio di riunire questi fini granellini di sabbia e farne una sorta di cemento armato, quindi speriamo che questa coesione, questo collante tra la gente aiuti a superare tutti i tentativi di imbavagliamento. Dall’altro lato c’è l’elettrificante sensazione di cominciare a fare un po’ di paura. Le querele sono proprio indice della paura che certe cose vengano a galla, quindi siamo sulla strada buona.
Aggiornamento 01/09/2009.
Messora si è recato alla Polizia Postale e ha scoperto che non è lui a essere stato querelato, ma un commentatore del blog.
martedì 18 agosto 2009
La scuola prima di tutto
Che a questo governo gliene sia sempre fregato poco della scuola era noto. Adesso è ufficiale.
(via Sole24Ore)
Ciò significa che per tre anni consecutivi, a partire dal prossimo 1° settembre, spariranno circa 14 mila posti di personale Ata: in tutto 42.000 unità che verranno meno a seguito del piano di "razionalizzazione" avviato dal governo con l'ultima finanziaria.
Il piano attuativo dei tagli si abbatterà totalmente sul personale precario: un lavoratore Ata della scuola su tre viene infatti annualmente richiamato in servizio a settembre, dopo la scadenza del suo contratto avvenuta al termine dell'anno scolastico precedente (in genere il 30 giugno, per i più fortunati il 31 agosto).
(via Sole24Ore)
mercoledì 12 agosto 2009
Fuori e dentro il carcere
Questo articolo è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale.
Parafrasando un celebre libro di Ligabue, volevo brevemente fare alcune riflessioni sulla vicenda di Luigi Campise.
Luigi Campise è il giovane trentenne di Catanzaro che nel 2007, in preda a un raptus di follia/gelosia, uccise con due colpi di pistola la fidanzata diciottenne, fatto per il quale si beccò una condanna a 30 anni in primo grado. Ieri, tutti i quotidiani hanno messo in prima pagina la notizia della sua scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare, naturalmente il tutto seguito dal solito, inutile strascico di polemiche sulla lentezza della giustizia, sui giudici che rimettono fuori i delinquenti e bla bla bla. Ormai ci siamo (purtroppo) abituati.
Il padre della ragazza, però, non ci sta; non sopporta - più che giustamente, direi - l'idea che chi ha ucciso sua figlia sia libero di andare a spasso per il paese dopo due soli anni e mezzo di galera. Prende quindi carta e penna e scrive una lettera al Corriere della Sera, che la pubblica. La vicenda esce dal paesello, diventa di dominio pubblico e da qui arriva alle orecchie del ministro della giustizia Alfano, il quale manda gli ispettori a Catanzaro. Nel giro di poche ore l'omicida è di nuovo dentro: la procura ne chiede infatti l'arresto per timore - lo so, sembra incredibile - che possa fuggire (prima no?). Da notare che, almeno stando a quanto dice il suo avvocato, la scarcerazione era, tecnicamente, perfettamente legittima in quanto rispettosa dei dettami previsti dalla nostra Costituzione in tema di libertà personale.
Adesso, dopo aver raccontato brevemente i fatti, dovrei fare come al solito alcune considerazioni, ma non mi vengono. Posso provare al limite a mettermi nei panni di quel padre, ma cambia poco. Istintivamente mi verrebbe da applicare la legge del taglione: andare a prendere il tipo a casa e ripagarlo della stessa moneta. Davanti allo sfacelo della nostra giustizia, infatti, forse la vendetta è l'unica soluzione possibile. Perché non penso che servano altre dimostrazioni (quante ne abbiamo già avute finora?) per renderci conto di questo sfacelo. Bisognerà trovare una soluzione prima o poi; bisognerà che qualcuno metta mano alla legislazione vigente per vedere di trovare una via che permetta di garantire i diritti di chi si trova in attesa temporanea di giudizio e chi, colpevole accertato di un crimine efferato, deve obbligatoriamente scontare tutta la pena inflittagli.
Per fare questo, però, occorre un sistema giudiziario e penale veloce, snello e possibilmente efficace. Il nostro non ha nessuna di queste tre prerogative. E non lo dico io, ma lo si evince dalle continue condanne inflitte all'Italia da Strasburgo proprio per questi motivi. Berlusconi ha annunciato giusto l'altro ieri di volere completare entro settembre la riforma del processo penale. Bene, faccia almeno una cosa giusta in questa legislatura, lasci stare la seprazione delle carriere, la subordinazione del pm alla polizia giudiziaria (quindi all'esecutivo), ma faccia qualcosa per cui casi come questo non si ripetano: dia più fondi alla giustizia, più risorse, rafforzi gli organici, snellisca le procedure ed elimini i cavilli che hanno permesso il generarsi di casi incredibili come quello di Catanzaro; non penso - ovviamente parlo da profano - che esistano altri sistemi per velocizzare la giustizia.
Altrimenti il ripetersi di casi come questo, per adesso finito bene (sperando che tra un po' non esca di nuovo dalla finestra), sarà solo questione di tempo.
Aggiornamento 17,45.
Marco Travaglio, nel suo blog, ha approfondito con maggior cognizione di causa della mia, la vicenda di Luigi Campise. Riporto qui sotto un breve estratto del suo articolo. La versione integrale la trovate qui.
Parafrasando un celebre libro di Ligabue, volevo brevemente fare alcune riflessioni sulla vicenda di Luigi Campise.
Luigi Campise è il giovane trentenne di Catanzaro che nel 2007, in preda a un raptus di follia/gelosia, uccise con due colpi di pistola la fidanzata diciottenne, fatto per il quale si beccò una condanna a 30 anni in primo grado. Ieri, tutti i quotidiani hanno messo in prima pagina la notizia della sua scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare, naturalmente il tutto seguito dal solito, inutile strascico di polemiche sulla lentezza della giustizia, sui giudici che rimettono fuori i delinquenti e bla bla bla. Ormai ci siamo (purtroppo) abituati.
Il padre della ragazza, però, non ci sta; non sopporta - più che giustamente, direi - l'idea che chi ha ucciso sua figlia sia libero di andare a spasso per il paese dopo due soli anni e mezzo di galera. Prende quindi carta e penna e scrive una lettera al Corriere della Sera, che la pubblica. La vicenda esce dal paesello, diventa di dominio pubblico e da qui arriva alle orecchie del ministro della giustizia Alfano, il quale manda gli ispettori a Catanzaro. Nel giro di poche ore l'omicida è di nuovo dentro: la procura ne chiede infatti l'arresto per timore - lo so, sembra incredibile - che possa fuggire (prima no?). Da notare che, almeno stando a quanto dice il suo avvocato, la scarcerazione era, tecnicamente, perfettamente legittima in quanto rispettosa dei dettami previsti dalla nostra Costituzione in tema di libertà personale.
Adesso, dopo aver raccontato brevemente i fatti, dovrei fare come al solito alcune considerazioni, ma non mi vengono. Posso provare al limite a mettermi nei panni di quel padre, ma cambia poco. Istintivamente mi verrebbe da applicare la legge del taglione: andare a prendere il tipo a casa e ripagarlo della stessa moneta. Davanti allo sfacelo della nostra giustizia, infatti, forse la vendetta è l'unica soluzione possibile. Perché non penso che servano altre dimostrazioni (quante ne abbiamo già avute finora?) per renderci conto di questo sfacelo. Bisognerà trovare una soluzione prima o poi; bisognerà che qualcuno metta mano alla legislazione vigente per vedere di trovare una via che permetta di garantire i diritti di chi si trova in attesa temporanea di giudizio e chi, colpevole accertato di un crimine efferato, deve obbligatoriamente scontare tutta la pena inflittagli.
Per fare questo, però, occorre un sistema giudiziario e penale veloce, snello e possibilmente efficace. Il nostro non ha nessuna di queste tre prerogative. E non lo dico io, ma lo si evince dalle continue condanne inflitte all'Italia da Strasburgo proprio per questi motivi. Berlusconi ha annunciato giusto l'altro ieri di volere completare entro settembre la riforma del processo penale. Bene, faccia almeno una cosa giusta in questa legislatura, lasci stare la seprazione delle carriere, la subordinazione del pm alla polizia giudiziaria (quindi all'esecutivo), ma faccia qualcosa per cui casi come questo non si ripetano: dia più fondi alla giustizia, più risorse, rafforzi gli organici, snellisca le procedure ed elimini i cavilli che hanno permesso il generarsi di casi incredibili come quello di Catanzaro; non penso - ovviamente parlo da profano - che esistano altri sistemi per velocizzare la giustizia.
Altrimenti il ripetersi di casi come questo, per adesso finito bene (sperando che tra un po' non esca di nuovo dalla finestra), sarà solo questione di tempo.
Aggiornamento 17,45.
Marco Travaglio, nel suo blog, ha approfondito con maggior cognizione di causa della mia, la vicenda di Luigi Campise. Riporto qui sotto un breve estratto del suo articolo. La versione integrale la trovate qui.
Chiunque abbia a cuore la Giustizia, quella vera, dovrebbe chiedere la scarcerazione immediata di Campise e una condanna rapida in secondo e terzo grado, cosicchè possa finalmente scontare la pena, ma solo quando la legge lo prevede, e non quando lo chiedono i giornali o i politici. Ultimo particolare: senza l’indulto del 2006, Campise oggi sarebbe ancora in carcere a scontare la pena per l’estorsione, dunque la sua scarcerazione non è stata né facile né difficile: è stata disposta in base a una legge, quella dell’indulto, approvata con i voti del centrosinistra (tranne Idv e Pdci), dell’Udc e del centrodestra (tranne An e Lega). Cioè anche con il voto di Angelino Al Fano. Che gli ispettori non dovrebbe mandarli a Catanzaro, ma a casa propria.
martedì 30 giugno 2009
E' concepibile il diritto all'oblio per internet?
La domanda non è inutile, visto che c'è già qualche timido tentativo di legittimare l'oblio per legge. Non avete capito di cosa si sta parlando? Non preoccupatevi, all'inizio neppure io. La faccio breve.Una deputata leghista, tale Carolina Lussana, ha presentato un disegno di legge (qui in pdf) che si potrebbe tranquillamente inquadrare come una sorta di bavaglio-bis. Voi sapete che è in discussione in Parlamento, manca solo l'ultimo passaggio in Senato, il famoso/famigerato decreto sulle intercettazioni, quello che tra le altre cose determinerà la fine della cronaca giudiziaria. Questo nuovo progetto, qualora diventasse legge, rappresenterebbe il completamento dell'opera, nel senso che la morte della cronaca giudiziaria impedirà di sapere tutte le notizie sulle inchieste in corso, quello della Lussana metterà la definitiva pietra tombale pure su quelle passate e chiuse.
Questo disegno, infatti, si prefigge lo scopo di eliminare da internet i riferimenti alle vicende giudiziarie, già chiuse e passate in giudicato, di qualsiasi persona. In pratica una sorta di cancellazione della memoria, come se l'Italia non avesse già poca memoria storica. Insomma, la rete ha la memoria troppo lunga, bisogna accorciargliela, meglio che certe cose non rimangano.
Da un certo punto di vista, alcuni aspetti di questa proposta non sarebbero neppure tutti da buttare - penso ad esempio ad un privato cittadino che ha avuto nel suo passato guai con la giustizia e magari ha chiuso le sue pendenze -, ma questo discorso si ferma in presenza di chi, a qualsiasi titolo, ha prerogative pubbliche: politici, imprenditori, amministratori pubblici, manager d'azienda. Se qualcuno di questi signori, a cui spesso viene affidata la gestione e l'amministrazione della cosa pubblica, ha avuto pendenze con la giustizia, non è giusto che si sappia? Non è giusto che le sue vicende rimangano "in memoria", per così dire? Io penso di sì.
In più, pensandoci bene, tutto il progetto fa acqua pure se riferito a un privato cittadino. Se una persona qualsiasi ha avuto ad esempio una condanna definitiva per pedofilia, non è giusto che questa cosa rimanga? Io penso proprio di sì. Bene, la legge in questione, se non ho inteso male, vorrebbe eliminare tutto questo, vorrebbe legittimare per legge la dimenticanza e cancellare il passato scomodo di ognuno (e in Parlamento, guarda caso, esempi non mancano); quel passato, invece, che nella stragrande maggioranza dei casi è bene che resti a galla. Sempre. E per fare questo cosa si colpisce? Internet, è ovvio, quel maledetto strumento che col passare del tempo (e delle leggi) sta diventando sempre di più un lusso, e la cui sopravvivenza deve vedersela con tutta la lunga serie di tentativi politici di ingabbiamento perseguiti con tenacia in questi ultimi tempi.
giovedì 18 giugno 2009
Caso Welby, arrivano le prime condanne per diffamazione
Piergiorgio Welby, forse molti di voi ricorderanno, è quel signore che verso la fine del 2006 è balzato agli onori della cronaca internazionale (e della storia, direi) per la sua vicenda personale e per la sua battaglia, portata avanti con determinazione fino all'ultimo giorno di vita (vita?). Una battaglia in nome della libertà e dell'autodeterminazione, che nello specifico si intende libertà di decidere autonomamente cosa fare della propria vita, come gestirla e, perché no, come terminarla.
Una battaglia contro l'accanimento terapeutico, insomma, specie quando questo è finalizzato unicamente a mantenere attive funzioni biologiche come contorno di una vita che di questa ha solo il nome. Welby, in sostanza, ha combattuto per ottenere il diritto, dopo molti anni passati immobile in un letto, di andarsene. Sui dettagli della vicenda non mi pare il caso di tornare, anche perché ho già scritto all'epoca molti articoli in merito che se volete potete leggere spulciando gli archivi del blog.
All'epoca la vicenda provocò delle fortissime divisioni tra i sostenitori delle idee di Welby, quelli in pratica favorevoli al distacco del respiratore che lo teneva in vita, e i contrari. Una contrapposizione che ebbe come protagonisti indiscussi i media: giornali, tv, internet. E fu proprio sui media, come del resto è avvenuto più recentemente per il caso Englaro, che la "battaglia" ebbe le sue propaggini più violente, tanto che non furono pochi i giornali e i commentatori che si spinsero a usare termini come "omicidio", "assassinio", spesso riferiti al medico che materialmente staccò a Welby il respiratore, il dottor Mario Riccio. E' superfluo farlo, ma ricordo a tal proposito che il dottor Riccio agì nel pieno rispetto della legge, e cioè sulla base di una sentenza definitiva di un tribunale, tanto è vero che fu poi prosciolto definitivamente da tutti i procedimenti avviati a suo carico.
Oggi, a più di due anni di distanza dai fatti, molti nodi cominciano a venire al pettine, e le prime sentenze per diffamazione per le affermazioni fatte sull'operato del dottor Riccio cominciano a fioccare. Non preoccupatevi, notizie come questa non le troverete sui giornali; può darsi pure che non siano importanti, ma per me, che sulla questione Welby ho scritto molto condividendo in pieno le sue idee e le sue battaglie, lo sono eccome.
Per la precisione, sono stati condannati in primo grado per diffamazione a mezzo stampa Maurizio Belpietro, all'epoca dei fatti direttore de Il Giornale, il giornalista della stessa testata Stefano Lorenzetto e l'associazione politico-religiosa Militia Christi. A riportarlo sono articolo21.info e il sito dell'associazione Luca Coscioni. Articolo, questo, che riporto qui sotto integralmente.
Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.
E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani. E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.
L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.” Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare. Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.
Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”. La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.
Certo, qualcuno potrà obiettare che in fondo le pene comminate, specialmente a Belpietro e Lorenzetto, sono perlopiù simboliche, vista la loro esigua entità, ma non è questo il fatto importante, quello che conta è il principio. La giustizia italiana avrà certamente i suoi tempi, e questo è noto, ma chi racconta balle o diffama prima o poi ne risponde.
Una battaglia contro l'accanimento terapeutico, insomma, specie quando questo è finalizzato unicamente a mantenere attive funzioni biologiche come contorno di una vita che di questa ha solo il nome. Welby, in sostanza, ha combattuto per ottenere il diritto, dopo molti anni passati immobile in un letto, di andarsene. Sui dettagli della vicenda non mi pare il caso di tornare, anche perché ho già scritto all'epoca molti articoli in merito che se volete potete leggere spulciando gli archivi del blog.
All'epoca la vicenda provocò delle fortissime divisioni tra i sostenitori delle idee di Welby, quelli in pratica favorevoli al distacco del respiratore che lo teneva in vita, e i contrari. Una contrapposizione che ebbe come protagonisti indiscussi i media: giornali, tv, internet. E fu proprio sui media, come del resto è avvenuto più recentemente per il caso Englaro, che la "battaglia" ebbe le sue propaggini più violente, tanto che non furono pochi i giornali e i commentatori che si spinsero a usare termini come "omicidio", "assassinio", spesso riferiti al medico che materialmente staccò a Welby il respiratore, il dottor Mario Riccio. E' superfluo farlo, ma ricordo a tal proposito che il dottor Riccio agì nel pieno rispetto della legge, e cioè sulla base di una sentenza definitiva di un tribunale, tanto è vero che fu poi prosciolto definitivamente da tutti i procedimenti avviati a suo carico.
Oggi, a più di due anni di distanza dai fatti, molti nodi cominciano a venire al pettine, e le prime sentenze per diffamazione per le affermazioni fatte sull'operato del dottor Riccio cominciano a fioccare. Non preoccupatevi, notizie come questa non le troverete sui giornali; può darsi pure che non siano importanti, ma per me, che sulla questione Welby ho scritto molto condividendo in pieno le sue idee e le sue battaglie, lo sono eccome.
Per la precisione, sono stati condannati in primo grado per diffamazione a mezzo stampa Maurizio Belpietro, all'epoca dei fatti direttore de Il Giornale, il giornalista della stessa testata Stefano Lorenzetto e l'associazione politico-religiosa Militia Christi. A riportarlo sono articolo21.info e il sito dell'associazione Luca Coscioni. Articolo, questo, che riporto qui sotto integralmente.
Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.
E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani. E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.
L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.” Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare. Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.
Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”. La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.
Certo, qualcuno potrà obiettare che in fondo le pene comminate, specialmente a Belpietro e Lorenzetto, sono perlopiù simboliche, vista la loro esigua entità, ma non è questo il fatto importante, quello che conta è il principio. La giustizia italiana avrà certamente i suoi tempi, e questo è noto, ma chi racconta balle o diffama prima o poi ne risponde.
giovedì 11 giugno 2009
E' finita...
Manca ancora il passaggio di domani al Senato, ma a questo punto si tratta solo di una formalità.
Come ho scritto già a commento di alcuni miei post precedenti, l'unica cosa che, seppur molto parzialmente, mi consola, è che io non sono corresponsabile di questo scempio.
Come ho scritto già a commento di alcuni miei post precedenti, l'unica cosa che, seppur molto parzialmente, mi consola, è che io non sono corresponsabile di questo scempio.
lunedì 18 maggio 2009
Respingimenti e diritti umani (*)
Lo scontro di ieri l'altro tra il ministro della difesa La Russa e l'organismo ONU per i rifugiati, è solo l'ultimo capitolo di una sorta di mini-guerra che, come vi sarete accorti, si è combattuta nell'ultima settimana sul tema del contrasto all'immigrazione clandestina. Una guerra combattuta principalmente tra due soggetti: il governo italiano e l'Unione Europea.Nodo principale del contendere, quello cioè che ha dato il la a questa specie di "guerra", è (a) l'introduzione del reato di immigrazione e (b) i cosiddetti "respingimenti", intercettare cioè i barconi dei migranti in alto mare e riaccompagnarli ai porti di partenza.
Il primo dei due punti, sinceramente, mi lascia piuttosto perplesso. Insomma, mi pare che considerare reato il solo fatto di appoggiare un piede in territorio italiano sia eccessivo. I barconi carichi di disperati che arrivano (quando arrivano) nel nostro paese, non mi pare che siano prevalentemente carichi di pericolosi criminali, ma piuttosto di disperati (tra cui, spesso, donne incinte e bambini) che hanno attraversato deserti, carestie, fame per fuggire da paesi in cui c'è la guerra, la miseria e la violazione sistematica dei principali diritti umani. E tutto questo per venire da noi, in Italia, paese che loro vedono come una specie di terra promessa, di bengodi.
Ora, intendiamoci, è possibilissimo che mischiati a questi ci siano anche dei criminali, ma non va dimenticato che il flusso degli stranieri che entrano nel nostro paese via mare rappresenta appena il 10% del totale di quelli che arrivano, la restante percentuale arriva dai paesi dell'Est attraversando i valichi di frontiera via terra. Questi sono principalmente i motivi per cui i provvedimenti messi in campo dal governo mi lasciano un po' perplesso.
Dall'altra parte, però, noto una certa ipocrisia della sinistra, o di quel che ne resta, nello stigmatizzare senza se e senza ma questi provvedimenti. E' vero, alcuni di questi danno parecchio da pensare, come sottolineava lo stesso Napolitano qualche giorno fa, ma è anche vero che fino a poche settimane fa lo stesso centrosinistra rinfacciava al governo la sua sostanziale inerzia nella lotta all'immigrazione clandestina, evidenziando come gli sbarchi, nei primi tre mesi di quest'anno, siano stati il doppio rispetto all'anno precedente.
E allora si decida e cerchi di prendere una posizione netta e precisa, perché il rischio, neanche tanto remoto, di utilizzare strumentalmente e politicamente la tragedia dei migranti è sempre dietro l'angolo. E questo, sia chiaro, da parte di ambedue gli schieramenti.
(*) Questo articolo è stato pubblicato anche sul mio account in Facebook il 17/05/2009.
venerdì 1 maggio 2009
Quando la notte porta consiglio (e qualche porcata)
Solitamente, quando un governo, qualunque esso sia, ha in mente una porcata, sceglie un periodo particolare, così, giusto per cercare di dare nell'occhio il meno possibile. E' successo ad esempio per l'indulto del 2006, approvato alla chetichella in un caldo e soleggiato 29 luglio con la maggior parte degli italiani nel pieno delle ferie estive.
Ma spesso anche solo l'orario ha la sua importanza. Se poi sono le 2 abbondanti di notte, capite anche voi - sono maligno - che magari si conta sul fatto che la stragrande maggioranza degli italiani (tranne il sottoscritto) se ne sta nel suo candido lettino senza pensare a cosa può succedere a quell'ora all'interno delle austere mura parlamentari. E infatti la notizia non l'ha riportata quasi nessuno, tranne Repubblica e pochi altri. Ma cosa è successo di preciso?
Dunque, se ho capito bene, nel celeberrimo ddl sicurezza, ormai a vario titolo agli onori della cronaca praticamente da inizio legislatura, esiste una norma che obbliga l'imprenditore titolare di appalti pubblici a denunciare alla magistratura qualsiasi tentativo di estorsione pena la revoca di tali appalti. Questa norma è stata voluta - gliene va dato merito - da Roberto Maroni e dal sottosegretario Alfredo Mantovano, su appello del presidente di confindustria Sicilia e di varie organizzazioni antiracket. Ma ecco cosa è successo, nella famosa notte, secondo quanto scrive Repubblica:
Da qui lo scontro tra Maroni, che era favorevole alla norma, e Alfano, ministro della Giustizia (?), che assieme al sottosegretario Caliendo ne ha voluto la soppressione. Ora, naturalmente, ciascuno porta le sue ragioni a motivo delle proprie posizioni, ma, dal mio modestissimo punto di vista, non penso che ci siano grossi dubbi sul fatto che tale norma avrebbe costituito un notevole deterrente alle infiltrazioni illegali (e mafiose) nella gestione degli appalti pubblici. Tanto è vero che lo stesso Maroni aveva notificato questa norma pure all'Antimafia.
Ecco, questo è quello che è successo. Non so che genere di commenti si potrebbero fare, in particolar modo dopo che da più parti, specie in seguito al terremoto in Abruzzo, si sono lanciati allarmi e segnali di preoccupazione per possibili infiltrazioni mafiose nella ricostruzione.
Ma spesso anche solo l'orario ha la sua importanza. Se poi sono le 2 abbondanti di notte, capite anche voi - sono maligno - che magari si conta sul fatto che la stragrande maggioranza degli italiani (tranne il sottoscritto) se ne sta nel suo candido lettino senza pensare a cosa può succedere a quell'ora all'interno delle austere mura parlamentari. E infatti la notizia non l'ha riportata quasi nessuno, tranne Repubblica e pochi altri. Ma cosa è successo di preciso?
Dunque, se ho capito bene, nel celeberrimo ddl sicurezza, ormai a vario titolo agli onori della cronaca praticamente da inizio legislatura, esiste una norma che obbliga l'imprenditore titolare di appalti pubblici a denunciare alla magistratura qualsiasi tentativo di estorsione pena la revoca di tali appalti. Questa norma è stata voluta - gliene va dato merito - da Roberto Maroni e dal sottosegretario Alfredo Mantovano, su appello del presidente di confindustria Sicilia e di varie organizzazioni antiracket. Ma ecco cosa è successo, nella famosa notte, secondo quanto scrive Repubblica:
Ma una modifica dell'ex aennino Manlio Contento lo fa cadere [l'obbligo di denuncia, nda] e raccoglie il sì del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, che ha approfondito la questione col Guardasigilli Angelino Alfano, e dei due relatori ex forzisti Jole Santelli e Francesco Paolo Sisto. La Lega protesta, Mantovano spiega che "il testo è frutto di un accordo tra Interno, Giustizia, Economia e Sviluppo economico, con il via libera di palazzo Chigi". Ma la Giustizia fa dietro front. In aula si fronteggia la sola maggioranza perché Pd e Idv se ne sono andati per protesta. Si vota: vince il Pdl. Se fosse stata presente l'opposizione forse avrebbe prevalso il Viminale.
Da qui lo scontro tra Maroni, che era favorevole alla norma, e Alfano, ministro della Giustizia (?), che assieme al sottosegretario Caliendo ne ha voluto la soppressione. Ora, naturalmente, ciascuno porta le sue ragioni a motivo delle proprie posizioni, ma, dal mio modestissimo punto di vista, non penso che ci siano grossi dubbi sul fatto che tale norma avrebbe costituito un notevole deterrente alle infiltrazioni illegali (e mafiose) nella gestione degli appalti pubblici. Tanto è vero che lo stesso Maroni aveva notificato questa norma pure all'Antimafia.
Ecco, questo è quello che è successo. Non so che genere di commenti si potrebbero fare, in particolar modo dopo che da più parti, specie in seguito al terremoto in Abruzzo, si sono lanciati allarmi e segnali di preoccupazione per possibili infiltrazioni mafiose nella ricostruzione.
giovedì 30 aprile 2009
Promozioni

Michela Brambilla (foto), attuale sottosegretario al turismo, ce l'ha fatta: il premier Berlusconi ha infatti annunciato la sua promozione a ministro del Turismo.
I tempi di Mai dire martedì sono ormai, definitivamente, un lontano ricordo.
mercoledì 29 aprile 2009
Sparisce dal ddl sicurezza (anche) la norma sull'apologia di reato in rete
Non si può certo dire che l'incessante scrivere, riscrivere, aggiungere, togliere, rivedere, correggere i disegni di legge nel normale iter legislativo parlamentare non sia un segno di democrazia. Specie quando queste modifiche seguono, almeno per una volta, i suggerimenti e anche - perché no? - le proteste e prese di posizione che arrivano dal basso, in questo particolare frangente dal popolo della rete.Mi riferisco al famigerato emendamento D'Alia, del quale ho già parlato più volte in queste pagine, meglio noto alle cronache internettiane come legge contro l'apologia di reato in rete, quel provvedimento che in sostanza trasformava gli isp in censori e il ministro dell'Interno in mandante dell'oscuramente di un sito o di un blog in cui si sospettava che si consumasse tale pratica illecita. Tra l'altro va segnalato che l'emendamento per togliere dall'intero pacchetto questa norma è stato presentato da due esponenti della stessa maggioranza di governo.
Ovviamente notizie come questa non possono che far piacere, anche perché potrebbero rappresentare un primo timido segnale di un lento ma progressivo sotterramento dell'ascia di guerra tra legislatori e popolo della rete, nell'ottica di un superamento delle barriere socio-culturali che da sempre dividono le due categorie. Certo, sarebbe bello se sulla scia di questa decisione, che denota indubbiamente un barlume di buon senso raro a vedersi in questi tempi, venisse pure cassata definitivamente la proposta di legge dell'on. Carlucci. Ma forse è meglio non correre troppo.
Un passo alla volta.
venerdì 24 aprile 2009
Volete una Milano più vecchia?
E' questa l'impressione che ho avuto dopo aver letto quanto è stato deliberato l'altro ieri dalla giunta regionale lombarda. Che poi, essendo un provvedimento a carattere regionale, dovrebbe valere appunto per tutta la Lombardia e non solo per Milano.
Non sono comunque necessarie grosse spiegazioni, basta citare pari pari quello che prevede il nuovo regolamento.
Non mi sembra necessario, come dicevo prima, fare dei grossi commenti a quanto accaduto: alla Lega stanno evidentemente sulle scatole i kebab, ma non potendo ovviamente fare una legge che vieti esplicitamente a questi esercizi di operare, allarga il raggio di azione a tutte le altre categorie. Si sa, una porcata spalmata su più soggetti è più giustificabile agli occhi dell'opinione pubblica.
Ora, siccome il provvedimento vale anche per le gelaterie, mi immagino già, che ne so, l'allegra coppia di vecchietti che per combattere un po' la calura estiva serale, tipica delle grandi metropoli, scende alla gelateria all'angolo per gustarsi un paio di coni. Arriva e trova la gelateria piena di gente accalcata all'interno, intenta a darsi gomitate. Perché? Ma perché la nuova legge obbliga a consumare il prodotto (il gelato in questo caso) all'interno dell'esercizio. Si sa com'è, per la sicurezza e l'incolumità di tutti è vietato creare assembramenti all'esterno, non si sa mai, coi tempi che corrono...
Una allegra e spensierata coppia di giovani fidanzati decide, dopo aver assistito il sabato sera a una seconda visione, di chiudere la serata con due pizze al taglio e una birra. Il problema è che è passata l'una di notte e in tutta la Lombardia non si trova più un esercizio aperto. Che si fa? Beh, ognuno a casa sua e tanti saluti.
Scusate, ma è possibile che sull'altare delle pretese della Lega si debbano sacrificare cose come il piacere di scambiare due chiacchiere fuori da un locale con gli amici? Cosa guadagna in questo modo la gente di Milano? Più sicurezza? Più senso dello stato? O forse più isolamento, più chiusura e... più vecchiaia?
Penso, inoltre, che sia superfluo sottolineare che questa legge è stata voluta da un partito che si chiama popolo della libertà.
Non sono comunque necessarie grosse spiegazioni, basta citare pari pari quello che prevede il nuovo regolamento.
Da ora in poi, per esempio, si potrà mangiare il trancio di pizza, la brioche o il cono gelato solo dentro locale e non più in strada.
[...]
Inoltre, questi esercizi dovranno chiudere rigorosamente all’una di notte (la richiesta iniziale del Carroccio era stata addirittura a mezzanotte).
[...]
Pena il pagamento di una sanzione da 516 a 3.098 euro, che nel caso di recidiva comprende anche la sospensione della licenza per tre mesi. Multa che scende da un minimo di 154 euro a un massimo di 1.032 euro per chi non rispetterà solo i nuovi limiti orari.
Non mi sembra necessario, come dicevo prima, fare dei grossi commenti a quanto accaduto: alla Lega stanno evidentemente sulle scatole i kebab, ma non potendo ovviamente fare una legge che vieti esplicitamente a questi esercizi di operare, allarga il raggio di azione a tutte le altre categorie. Si sa, una porcata spalmata su più soggetti è più giustificabile agli occhi dell'opinione pubblica.
Ora, siccome il provvedimento vale anche per le gelaterie, mi immagino già, che ne so, l'allegra coppia di vecchietti che per combattere un po' la calura estiva serale, tipica delle grandi metropoli, scende alla gelateria all'angolo per gustarsi un paio di coni. Arriva e trova la gelateria piena di gente accalcata all'interno, intenta a darsi gomitate. Perché? Ma perché la nuova legge obbliga a consumare il prodotto (il gelato in questo caso) all'interno dell'esercizio. Si sa com'è, per la sicurezza e l'incolumità di tutti è vietato creare assembramenti all'esterno, non si sa mai, coi tempi che corrono...
Una allegra e spensierata coppia di giovani fidanzati decide, dopo aver assistito il sabato sera a una seconda visione, di chiudere la serata con due pizze al taglio e una birra. Il problema è che è passata l'una di notte e in tutta la Lombardia non si trova più un esercizio aperto. Che si fa? Beh, ognuno a casa sua e tanti saluti.
Scusate, ma è possibile che sull'altare delle pretese della Lega si debbano sacrificare cose come il piacere di scambiare due chiacchiere fuori da un locale con gli amici? Cosa guadagna in questo modo la gente di Milano? Più sicurezza? Più senso dello stato? O forse più isolamento, più chiusura e... più vecchiaia?
Penso, inoltre, che sia superfluo sottolineare che questa legge è stata voluta da un partito che si chiama popolo della libertà.
martedì 21 aprile 2009
Il governo vuole salvare i manager della ThyssenKrupp?
Non so se, come scrive l'Unità, che come sapete spesso e volentieri spinge un po' troppo, ci troviamo davanti a una versione apparentemente riveduta e corretta (anche se sostanzialmente uguale) del mitico lodo Alfano. Fatto sta che le preoccupazioni manifestate ieri da due avvocati della Fiom-Cgil, Elena Poli e Sergio Bonetto, mi sembrano tutt'altro che prive di fondamento.
In sostanza, se non ho capito male, nel decreto legge varato il 9 aprile scorso ci sarebbe una norma, già soprannominata "salva-manager", che in caso di infortunio, incidente o disastro sul lavoro, sposterebbe la responsabilità ai gradini più bassi delle gerarchie aziendali, se così si può dire. In pratica, non sarebbero più considerati responsabili i manager o i dirigenti d'azienda, ma gli stessi operai. Scrive ad esempio La Stampa:
Ma il bello è che questa norma, inserita nel Testo Unico della sicurezza sul lavoro, pare sia addirittura retroattiva. Scrive l'Unità nell'articolo che ho linkato sopra:
Il testo è attualmente al vaglio delle regioni, e già si moltiplicano gli appelli, anche diretti a Giorgio Napolitano, per impedire che tale norma entri definitivamente in vigore.
C'è da segnalare, a margine, che questa non è la prima volta che il governo cerca di far passare una norma o una legge che sollevi i grandi manager dalle loro responsabilità. Non so quanti di voi se lo ricordino - io molto bene, per queste cose ho ottima memoria - ma qualcosa di simile era accaduto a ottobre dello scorso anno, quando il governo cercò di far passare una norma, all'epoca inserita nel famoso (e famigerato) decreto Alitalia, che di fatto limitava fortemente le responsabilità penali dei manager in caso di fallimento dell'azienda. Scriveva all'epoca l'agenzia di stampa Asca: (il neretto è mio)
La norma, che all'epoca suscitò addirittura la minaccia di dimissioni di Tremonti ("O va via l'emendamento o va via il ministro dell'Economia"), è stata poi stralciata del testo definitivo nel successivo passaggio alla Camera. Vediamo adesso come andrà finire questo secondo tentativo. Comunque vada, una cosa salta subito all'occhio: a questo governo i manager stanno molto a cuore.
In sostanza, se non ho capito male, nel decreto legge varato il 9 aprile scorso ci sarebbe una norma, già soprannominata "salva-manager", che in caso di infortunio, incidente o disastro sul lavoro, sposterebbe la responsabilità ai gradini più bassi delle gerarchie aziendali, se così si può dire. In pratica, non sarebbero più considerati responsabili i manager o i dirigenti d'azienda, ma gli stessi operai. Scrive ad esempio La Stampa:
La nuova formulazione dell’art. 10 bis «prevede infatti che la responsabilità del datore di lavoro - hanno spiegato Elena Poli e Sergio Bonetto, avvocati del foro di Torino - sia subordinata ad alcune condizioni tra le quali spicca quella di cui alla lettera ’d’, in base alla quale la responsabilità è esclusa se l’evento sia imputabile a preposti, medico competente, progettisti, fabbricanti e soprattutto ai lavoratori, per violazione delle norme previste dal testo unico sulla sicurezza.
Ma il bello è che questa norma, inserita nel Testo Unico della sicurezza sul lavoro, pare sia addirittura retroattiva. Scrive l'Unità nell'articolo che ho linkato sopra:
«L'articolo 10-bis va a ribaltare il senso delle responsabilità in caso di incidente sul lavoro – spiega Bonetto - . Per rimanere alla Thyssen finora la responsabilità della mancanza degli estintori è di chi aveva in potere di comprarli, che aveva il budget per farlo e quindi i manager al massimo livello italiano e tedesco. Se passerà questa norma si farà il contrario: la responsabilità sarà al livello più basso, quello più vicino all'evento. Se passerà questa norma, per il rogo di Torino al massimo a pagare sarà il responsabile dello stabilimento. I top manager italiani e tedeschi sarebbero non imputabili». La norma ha infatti applicazione immediata. «Si tratta di norme penali e quindi migliorando le condizioni degli imputati sono valide per i processi in corso e hanno anche valore retroattivo», completa la spiegazione Elena Poli.
Il testo è attualmente al vaglio delle regioni, e già si moltiplicano gli appelli, anche diretti a Giorgio Napolitano, per impedire che tale norma entri definitivamente in vigore.
C'è da segnalare, a margine, che questa non è la prima volta che il governo cerca di far passare una norma o una legge che sollevi i grandi manager dalle loro responsabilità. Non so quanti di voi se lo ricordino - io molto bene, per queste cose ho ottima memoria - ma qualcosa di simile era accaduto a ottobre dello scorso anno, quando il governo cercò di far passare una norma, all'epoca inserita nel famoso (e famigerato) decreto Alitalia, che di fatto limitava fortemente le responsabilità penali dei manager in caso di fallimento dell'azienda. Scriveva all'epoca l'agenzia di stampa Asca: (il neretto è mio)
La disposizione, contenuta nel comma 13 bis dell'articolo 1 del decreto Alitalia, cosi' come approvato da Palazzo Madama, riguarda l'applicabilita' delle disposizioni penali della legge fallimentare. La novita' e' una limitazione all'applicabilita' delle sanzioni penali alla legge fallimentare che sono ridotte ai soli casi in cui si arriva al fallimento definitivo. In sostanza, se non c'e' un fallimento definitivo, perche' magari un'azienda viene in qualche modo salvata, nei confronti del manager che ha operato male non si puo' esercitare l'azione penale. Prima di questa norma i responsabili di reati fallimentari potevano andare a giudizio.
La norma, che all'epoca suscitò addirittura la minaccia di dimissioni di Tremonti ("O va via l'emendamento o va via il ministro dell'Economia"), è stata poi stralciata del testo definitivo nel successivo passaggio alla Camera. Vediamo adesso come andrà finire questo secondo tentativo. Comunque vada, una cosa salta subito all'occhio: a questo governo i manager stanno molto a cuore.
giovedì 9 aprile 2009
Dalle ronde ai Cpt passando per il decreto Gelmini, tutti i dietrofront del governo
Non è stata una giornata di quelle da ricordare, ieri, per l'esecutivo. Anzi, a dirla tutta è stata proprio da dimenticare, anche se per certi versi tutto quello che è successo può essere visto come una sorta di segnale che un po' di raziocinio e buon senso ancora è presente all'interno della maggioranza. Ma vediamo un po' cosa è successo.
Partiamo dalle ronde, le benedette ronde, cavallo di battaglia di sempre della Lega. Beh, pare proprio che non se ne farà niente. Alla Camera, infatti, maggioranza e opposizione hanno di comune accordo deciso di stralciare il provvedimento dal pacchetto sicurezza. Niente nonnetti con telefonino e giacchetta fosforescente in giro per le città, quindi, almeno per adesso. La Lega non l'ha ovviamente presa bene, anzi l'ha presa proprio male se è vero che Maroni ha detto senza mezzi termini di essere furibondo.
A questo, poi, giusto per completare il travaso di bile, si è aggiunto il secondo duro colpo della giornata, e cioè la soppressione dell'articolo che impone la reclusione (perché di questo si tratta) fino a 6 mesi nei centri di accoglienza degli immigrati clandestini. Bocciatura anche questa, come la precedente, resa possibile grazie ad alcuni parlamentari del Pdl che hanno votato assieme all'opposizione, da sempre fermamente contraria al provvedimento, che di fatto trasformerebbe i Cpt in lager più di quanto non lo siano già. Apriti cielo! E' troppo anche per Bossi, il quale ha chiesto, anche se il termine esatto sarebbe "minacciato", a Berlusconi di farsi garante per le scelte di governo. Una frase giudicata da molti come una sorta di ultimatum (vale la pena ricordare che nel '94 il governo Berlusconi è caduto per molto meno).
Per completare il quadro della giornata dei dietrofront, è arrivato il ripensamento della Gelmini sulla famosa questione dell'accesso alla maturità. Ricordate, no? Un solo 5 in pagella e tanti saluti all'esame di stato. Beh, anche qui evidentemente il buon senso ha prevalso.
Insomma, se sulla pagella ci sarà qualche insufficienza poco male, l'importante è la media del 6.
Il famoso buon senso di cui parlavo prima.
Partiamo dalle ronde, le benedette ronde, cavallo di battaglia di sempre della Lega. Beh, pare proprio che non se ne farà niente. Alla Camera, infatti, maggioranza e opposizione hanno di comune accordo deciso di stralciare il provvedimento dal pacchetto sicurezza. Niente nonnetti con telefonino e giacchetta fosforescente in giro per le città, quindi, almeno per adesso. La Lega non l'ha ovviamente presa bene, anzi l'ha presa proprio male se è vero che Maroni ha detto senza mezzi termini di essere furibondo.
A questo, poi, giusto per completare il travaso di bile, si è aggiunto il secondo duro colpo della giornata, e cioè la soppressione dell'articolo che impone la reclusione (perché di questo si tratta) fino a 6 mesi nei centri di accoglienza degli immigrati clandestini. Bocciatura anche questa, come la precedente, resa possibile grazie ad alcuni parlamentari del Pdl che hanno votato assieme all'opposizione, da sempre fermamente contraria al provvedimento, che di fatto trasformerebbe i Cpt in lager più di quanto non lo siano già. Apriti cielo! E' troppo anche per Bossi, il quale ha chiesto, anche se il termine esatto sarebbe "minacciato", a Berlusconi di farsi garante per le scelte di governo. Una frase giudicata da molti come una sorta di ultimatum (vale la pena ricordare che nel '94 il governo Berlusconi è caduto per molto meno).
Per completare il quadro della giornata dei dietrofront, è arrivato il ripensamento della Gelmini sulla famosa questione dell'accesso alla maturità. Ricordate, no? Un solo 5 in pagella e tanti saluti all'esame di stato. Beh, anche qui evidentemente il buon senso ha prevalso.
Quest´anno si potrà sostenere la maturità anche con alcuni 5 e forse con qualche 4. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, il ministero dell´Istruzione ha preferito fare un piccolo passo indietro sulla regola che prevede l´ammissione agli esami di Stato con "almeno tutti 6". Per diventare legge, infatti, il Regolamento sulla valutazione degli alunni, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 13 marzo, deve ottenere ancora il parere favorevole del Consiglio di stato, passare in seconda lettura dal Consiglio dei ministri ed essere controfirmato dal Capo dello stato. Il tutto non potrà che avvenire, con tutta probabilità, a ridosso della conclusione dell´anno scolastico. Così, per evitare una valanga di ricorsi da parte di coloro che sarebbero stati esclusi dagli esami per un solo 5, a viale Trastevere hanno preferito rinviare al prossimo anno l´entrata in vigore della novità. "In attesa del perfezionamento del Regolamento sulla valutazione degli studenti - si legge in una breve nota - saranno ammessi all´esame gli studenti con una media non inferiore a 6". (fonte)
Insomma, se sulla pagella ci sarà qualche insufficienza poco male, l'importante è la media del 6.
Il famoso buon senso di cui parlavo prima.
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