venerdì 1 maggio 2026

giovedì 30 aprile 2026

Cambiamenti

Leggo che la Meloni ha condannato fermamente il sequestro dei 211 attivisti della Global Sumud Flotilla da parte di Israele e ha chiesto il loro immediato rilascio. Poi, perplesso, ho controllato su un altro paio di siti per verificare e in effetti pare l'abbia detto davvero. Ho quindi pensato a cosa potrebbe essere successo nel lasso di tempo trascorso tra la precedente spedizione della Flotilla, considerata un ostacolo alla pace e a cui il governo non avrebbe pagato neppure i biglietti per il volo di ritorno, e quella attuale.

Non so, magari la signora che urla si sta rendendo conto che appoggiare incondizionatamente un criminale di guerra come Netanyahu comincia a non pagare più come un tempo, anche alla luce della crescente indignazione generale verso quello che Israele sta continuando a fare a Gaza (anche se non se ne parla più) e verso i crimini di guerra che sta commettendo l'IDF in Libano. E magari questo cambio di tono potrebbe in qualche modo essere correlato alla sepoltura sotto 15 milioni di voti al referendum, oppure alla fine che ha fatto il suo grande amico Orbán (un altro che ti raccomando).

Poi, intendiamoci, la Meloni con Netanyahu non romperà mai, così come non romperà con l'altro criminale di guerra che sta alla Casa Bianca, ma credo si stia rendendo conto che in certi ambiti le cose sono cambiate, e anche parecchio.

mercoledì 29 aprile 2026

Gesù non l'ha mai detto

Volendo riassumere questo libro in una frase si potrebbe dire che non esiste una sola parola, in tutto il nuovo testamento, di cui si abbia sicurezza che sia corretta, che cioè corrisponda alle reali parole contenute nei testi originali. Anzi, nessuno sa neppure più - non esiste oggi studioso in grado di dirlo con certezza - quali siano i testi originali da cui sono derivati i vangeli che leggiamo oggi.

In genere siamo abituati a pensare, e lo pensavo anch'io prima di leggere libri come questo, che i testi ufficiali CEI siano le riproduzioni fedeli di quanto detto e fatto da Gesù durante la sua epopea terrena (lo stesso identico discorso vale per l'antico testamento). Non è cosi. E a dire il vero non servirebbe neppure leggere libri del genere per rendersene conto, sarebbe sufficiente vedere le macroscopiche differenze ad esempio tra i quattro vangeli canonici. 

Uno degli aspetti curiosi di questo saggio è che l'autore non è nato ateo o scettico. Da giovane era un cristiano evangelico "nato di nuovo" che credeva che ogni singola parola della Bibbia fosse ispirata direttamente da Dio e priva di errori. Ha iniziato a studiare le lingue antiche (greco, ebraico, latino) proprio per leggere la "parola di Dio" nel modo più puro possibile. Più studiava, però, più si rendeva conto delle migliaia di varianti e alterazioni nei manoscritti, cosa che lo ha portato gradualmente a perdere la fede, pur mantenendo un amore immenso per lo studio storico.

Ehrman è uno dei massimi esperti mondiali di critica testuale. In parole povere, il suo lavoro consiste nel confrontare migliaia di frammenti di papiri e codici antichi per capire quale fosse la versione "originale" di un versetto e come è stata cambiata dai copisti nel corso dei secoli (a volte per errore, altre per motivi teologici).

Uno dei tantissimi esempi riportati da Ehrman nel libro riguarda il passo di Matteo 1,41 in cui Gesù guarisce un uomo affetto da una malattia della pelle. I manoscritti superstiti conservano il versetto 41 in due forme diverse. Fra parentesi quadre sono evidenziate entrambe le versioni:


E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni. Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi". [Mosso a compassione (in greco: splaghnistheis) / adirandosi (in greco: orgistheis) ], stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci". Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: "Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote e offri, per la tua purificazione, quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città."


Scrive l'autore:


La maggior parte delle traduzioni rende l'inizio del versetto 41 in un modo che enfatizza l'amore di Gesù per questo povero lebbroso reietto: "Mosso a compassione" (il termine potrebbe essere tradotto anche "mosso da pietà") nei suoi confronti. Così facendo, le traduzioni seguono il testo greco rinvenuto nella maggioranza dei nostri manoscritti.

​Non è difficile capire perché, in questa situazione, possa essere invocata la compassione. Non conosciamo l'esatta natura della malattia dell'uomo, molti commentatori preferiscono pensare che si trattasse di un disturbo di desquamazione piuttosto che della carne in putrefazione di solito associata alla lebbra. In ogni caso, era senz'altro possibile che fosse soggetto alle disposizioni della Torah che vietavano ai lebbrosi di ogni sorta di vivere una vita normale; essi dovevano essere isolati, emarginati dalla popolazione, considerati impuri (Lv 13-14). Impietosito, Gesù stende una mano amorevole, tocca la sua pelle malata e lo guarisce. 

Il semplice pathos e la comprensibile emozione della scena possono senza dubbio spiegare perché traduttori e interpreti non prendano, di regola, in considerazione il testo alternativo scoperto in alcuni manoscritti. A tutta prima, infatti, la formulazione di una delle nostre più antiche testimonianze, il Codex Bezae, confermata da tre manoscritti latini, è sconcertante e bizzarra. Qui non viene detto che Gesù prova compassione per l'uomo, bensì che si adira. In greco si tratta della differenza fra le parole "splaghnistheis" e "orgistheis". Data la sua attestazione in testimonianze sia greche sia latine, la seconda versione è in genere riconosciuta dagli specialisti testuali come risalente almeno al II secolo. Ma è possibile che sia proprio ciò che Marco scrisse?

​Come abbiamo già visto, non si può affermare con assoluta certezza che, quando la grande maggioranza dei manoscritti riporta una versione e solo un paio ne presentano un'altra, la maggioranza sia nel giusto. Qualche volta alcuni manoscritti sembrano essere corretti anche se tutti gli altri sono discordanti. Ciò accade in parte perché la grande maggioranza dei nostri manoscritti è stata prodotta centinaia e centinaia di anni dopo gli originali, trascritta non da questi ultimi, bensì da altre copie, assai più tarde. Una volta che si fosse fatto strada nella tradizione dei manoscritti, un cambiamento poteva essere perpetuato fino a essere esso stesso trasmesso con maggiore frequenza della formulazione originale. Nel caso in questione, entrambe le versioni sembrano essere molto antiche. Qual è originale?


Nessuno sa quale sia l'originale, così come nessuno studioso, oggi, è in grado di stabilirlo. Da qui la "disillusione" dell'autore: la consapevolezza che 15 secoli di traduzioni tra più lingue, copiature a mano, interpolazioni, aggiunte, sottrazioni,  modifiche abbiano reso impossibile risalire ai testi originali. Riflette ancora l'autore:


Come compresi già alle superiori, anche se Dio avesse ispirato le parole originali, noi non ne siamo in possesso. La dottrina dell'ispirazione, in un certo senso, era quindi estranea alla Bibbia così come ci è pervenuta, poiché le parole che, secondo quel che si dice, Dio aveva ispirato erano state modificate e talvolta smarrite. Inoltre, giunsi a ritenere che le mie precedenti opinioni sull'ispirazione non fossero solo irrilevanti, ma probabilmente sbagliate. Infatti, l'unico motivo (finii per pensare) per il quale Dio avrebbe ispirato la Bibbia sarebbe stato quello di fare avere al suo popolo le sue esatte parole; tuttavia, se proprio avesse voluto che ci giungessero tali e quali, le avrebbe senz'altro salvaguardate per miracolo, proprio come le aveva ispirate per miracolo in quel primo momento. Visto e considerato che non lo aveva fatto, mi pareva inevitabile dedurne che non si fosse preso il disturbo di ispirarle.

Questa parte del libro è forse la più intima di Ehrman. Qui descrive il momento esatto in cui la logica ha prevalso sulla sua fede giovanile: se Dio è onnipotente e vuole comunicare con gli uomini, perché avrebbe permesso che le sue parole venissero cambiate da scribi stanchi o distratti? Comunque, nonostante le sue posizioni critiche, Ehrman difende fermamente l'esistenza storica di Gesù. In un altro suo celebre libro, Did Jesus Exist?, si scaglia addirittura contro chi sostiene che Gesù sia solo un mito, usando proprio le prove storiche per dimostrare che un predicatore ebreo di nome Gesù è realmente esistito nella Galilea del I secolo. Consiglio questo libro a quei credenti "abitudinari" o "leggeri", quelli che nel loro percorso si sono sempre limitati ad ascoltare passivamente ciò che racconta loro il prete la domenica: c'è molto altro oltre a quello.

martedì 28 aprile 2026

Tra Newton e T. S. Eliot

Giorgio Vallortigara ha scritto un romanzo. Uno potrebbe dire: chi è Giorgio Vallortigara? È uno dei più noti neuroscienziati italiani. Ho guardato su youtube molte sue conferenze e lezioni e mai che ne abbia trovato una noiosa. Probabilmente, dopo Rita Levi Montalcini è il maggior conoscitore del cervello attualmente in circolazione. Qualche anno fa lessi un interessantissimo libro: Nati per credere, che Vallortigara scrisse assieme a Vittorio Girotto e al grande Telmo Pievani, libro in cui si spiega perché il nostro cervello ama credere a cose che non esistono e ama ragionare in maniera teleologica (spoiler: c'entra l'evoluzione).

Perché un neuroscienziato decide, dopo aver pubblicato montagne di saggi scientifici, di scrivere un romanzo? Lo spiega lui stesso nei primi minuti di questa bellissima chiacchierata con Massimo Polidoro, in cui mi sono imbattuto casualmente facendo zapping sul tubo. Molto brevemente, Vallortigara ha sempre avuto fin da giovane una smisurata passione per i romanzi e ha sempre considerato gli artisti superiori agli scienziati. Perché? Per via della loro unicità. Cioè, se Newton non avesse scoperto la gravitazione universale, l'avrebbe prima o dopo scoperta un altro; stesso discorso per la l'evoluzione darwiniana o E = mc2 di Einstein. Ma se Leonardo non avesse dipinto la Gioconda e T. S. Eliot non avesse scritto The Love Song of J. Alfred Prufrock, probabilmente questi capolavori non li avrebbe concepiti nessun altro. Come dargli torto? 

Leggerò sicuramente il suo romanzo.

Forse se ne dovrebbe andare

Io non so come finirà l'affare Minetti, so solo che se alla fine sarà accertato che il ministro della giustizia ha mentito al presidente della Repubblica, non vedo a quali appigli possa aggrapparsi per restare al suo posto. Sarebbe comunque il primo caso della storia repubblicana e, se veramente decidesse di non lasciare, vorrebbe dire che a questo punto vale tutto e che siamo veramente una repubblica delle banane. 

Ora, alcuni robusti sospetti riguardo alla possibilità che l'Italia sia una repubblica delle banane aleggiavano già da alcuni decenni nell'aria, grosso modo dal '94 in qua. Questa sarebbe solo la conferma definitiva.

Per quanto riguarda questa benedetta grazia, col senno di poi viene da chiedersi, come fa ad esempio Alessandro Capriccioli, se era veramente il caso di concederla a Nicole Minetti. 

A bocce ferme, cioè ancora prima delle bugie e delle omissioni di cui si parla in questi giorni, sarebbe interessante capire per quale ragione il Quirinale abbia accettato di accordare la grazia a Nicole Minetti, la quale per quanto ho capito manco stava in galera ma ai servizi sociali, quando - immagino - sarà subissato da migliaia di domande da parte di associazioni, intellettuali ed esponenti della società civile che segnalano per un possibile provvedimento di clemenza persone a loro dire meritevoli per le ragioni più varie e mentre le carceri - questo non lo immagino ma lo dico per personale e ripetuta conoscenza - traboccano di disgraziati, derelitti, reietti, malati, indigenti, diseredati, emarginati, non pochi dei quali genitori di figli piccoli che versano nella miseria, nella trascuratezza e talora nell’abbandono.

lunedì 27 aprile 2026

10.000

Stavo calcolando che, se avessi scritto un post al giorno, senza saltarne nemmeno uno, avrei iniziato circa 27 anni fa. Invece questo blog è un po' più giovane e festeggerà 20 anni il prossimo ottobre. Quantità non significa qualità, naturalmente, e in fondo io sono sempre il solito scribacchino verboso di 20 anni fa, che riversa in queste pagine quello che gli passa per la testa senza alcuna coerenza. Comunque mi piace ancora scrivere qui e al momento non ho intenzione di smettere. 

Curiosità: in alcune culture orientali (Cina, Giappone, Vietnam), il numero 10.000, indicato dal carattere 万 - wàn, è sinonimo di "infinito" o "tutte le cose". 

Comunque, 10.000 post e non ho ancora capito bene dove sto andando. Ma finché c'è spazio sulla pagina e voglia di scrivere, la coerenza può aspettare altri vent'anni.

Un giorno tutti diranno di essere stati contro


Questo libro è allo stesso tempo un pugno nello stomaco e una profezia. Racconta quella strana amnesia collettiva che colpisce l'umanità: quando le atrocità finiscono (anche se il genocidio a Gaza non è mai finito, prosegue solo a un'intensità diversa), improvvisamente nessuno era d'accordo, nessuno ha guardato, nessuno ha sostenuto il sistema. Ma l'autore ci dice che la realtà, mentre accade, è fatta di silenzi e complicità (il nostro governo ha molto da rimproverarsi in questo senso). 

​El Akkad è nato al Cairo, in Egitto, nel 1982, ma è cresciuto a Doha, in Qatar. Da adolescente si è trasferito in Canada, dove vive tuttora. Questa identità "di confine" (egiziano-canadese) gli permette di guardare all'Occidente e al Medio Oriente con lucidità, non appartenendo totalmente a nessuno dei due mondi. Prima di diventare un romanziere di successo è stato per dieci anni un inviato di punta per il The Globe and Mail. Ha seguito da vicino, come inviato sul campo, alcuni degli eventi più drammatici del nostro secolo: la guerra in Afghanistan, le rivolte della Primavera Araba in Egitto e le proteste di Ferguson negli Stati Uniti.

Questo libro è, in sostanza, un grande atto d'accusa, poetico e tagliente al tempo stesso, all'ipocrisia occidentale nei confronti di ciò che succede a Gaza.

domenica 26 aprile 2026

Brigata ebraica

Dice Edith Bruck, e molti altri, che portare le bandiere di Israele in piazza è stato un errore perché il 25 aprile si festeggia la liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Che è vero. Ma a questo punto, sulla base dello stesso principio è stato sbagliato anche portare le bandiere della Palestina o le bandiere ucraine o qualsiasi altra bandiera che non c'entrasse con l'insurrezione italiana contro i nazifascisti. Non sto facendo un discorso ideologico, sentimentale, politico o identitario. Sto facendo un discorso di razionalità e coerenza. Tutto qua.

sabato 25 aprile 2026

Ninfee nere


Di solito diffido dei romanzi che vincono molti premi (e questo in Francia ne ha vinti tanti). Ninfee nere è un'eccezione; Michel Bussi ha scritto un noir/thriller che è un perfetto e geniale gioco d'incastri, in cui si inserisce una tragedia romantica devastante.

A chi ama il genere, lo consiglio caldamente.

Curiosità: pur essendo stato pubblicato già da diversi anni, non è ancora stata realizzata una trasposizione cinematografica. Il motivo è tecnico ed è legato al trucco del tempo escogitato dallo scrittore nel romanzo. Bussi stesso ha dichiarato più volte che il romanzo è inadattabile per lo schermo. Insomma, quello che sulle pagine è un colpo di genio, davanti alla macchina da presa diventa un incubo logistico per non rovinare la sorpresa allo spettatore.

Il cuoco di Salò

Nel 2001 uscì Amore nel pomeriggio, quattordicesimo album in studio di Francesco De Gregori. Tra le tracce ce n'è una che si chiama Il cuoco di Salò. Questa struggente ballata racconta la fine della Repubblica Sociale Italiana (Salò, appunto) vista da chi stava dalla "parte sbagliata", anche se era un semplice spettatore.

​Il protagonista del racconto di De Gregori è un cuoco che lavora per i gerarchi di Salò. Non è un soldato, non è un ideologo; è un uomo che "pela le patate" mentre fuori il mondo crolla. De Gregori usa questa figura per parlare della zona grigia della storia, e in fondo, indirettamente, anche per parlare di tutte le zone grigie della storia. La canzone descrive il clima di disfacimento di quei giorni del 1945. Il cuoco osserva i "giovani soldati" che vanno a morire per una causa ormai persa, mentre lui, con il suo grembiule, resta ai margini del conflitto armato ma immerso nel suo destino. 

È una riflessione sulla responsabilità individuale e sul peso di trovarsi, per caso o per scelta, nel posto sbagliato al momento sbagliato. De Gregori ci dice - lo ammetterà lui stesso in varie interviste successive all'uscita del disco - che anche in mezzo alla polvere della sconfitta c'è un'umanità (quella del cuoco che "mangia un po' di formaggio") che sopravvive ai grandi eventi. 

Quel disco suscitò aspre polemiche perché i meno attenti e i più frettolosi, che poi alla fine sono sempre la maggior parte di noi, lessero in quel brano una sorta di indulgenza verso i repubblichini. Imperdonabile, per un cantautore nell'immaginario collettivo sempre considerato di sinistra. ​De Gregori, invece, ha spiegato che la sua non è un'operazione di revisionismo politico, ma di umanità. In diverse occasioni ha dichiarato che, pur sapendo bene quale fosse la "parte giusta" (quella della Resistenza), gli interessava raccontare la "pietas" verso gli sconfitti e verso chi, come il cuoco o i "quindicenni sbranati dalla primavera", si era trovato nel posto sbagliato senza avere i mezzi per scegliere diversamente.

Lui stesso ha ribadito spesso: "La parte giusta era sicuramente quella della Resistenza", ma ha aggiunto che la Storia è fatta anche di persone reali, con le loro paure e le loro miserie quotidiane. De Gregori ha voluto eleggere la figura del cuoco a simbolo di chi non fa la Storia ma la subisce, cercando di sopravvivere al naufragio, e le ridicole accuse di revisionismo da parte di chi non capisce la profondità e la complessità degli avvenimenti, sono lo specchio della frettolosa società di oggi.

Buon 25 aprile a chi passerà di qui.

giovedì 23 aprile 2026

Capirci qualcosa

Sono convinto che se si vuole provare a capire qualcosa di ciò che succede nel mondo, data la complessità degli avvenimenti, bisogna abbandonare il flusso martellante, alluvionale e indistinto delle notizie dei siti mainstream e cercare l'approfondimento. Se si cerca un po' in rete non è difficile. Io, ad esempio, sulla guerra in Iran ho capito più in questa mezz'oretta di colloquio tra Michele Santoro e Lucio Caracciolo che in due mesi di notizie del Corriere della Sera. 


Giornata mondiale del libro

A dire il vero non lo ricordavo. Poi stamattina, mentre ero al lavoro, ho sentito la conduttrice alla radio che diceva: "Oggi è il 23 aprile ed è la giornata mondiale del libro. Ma c'è ancora qualcuno tra voi, cari ascoltatori, che ogni tanto si abbandona sulla poltrona in compagnia di un bel libro, una bella copertina sulle gambe e una tazza di tè da sorseggiare?" Avrei voluto alzare la mano, come quando andavo a scuola, e dire: "Io!" In realtà l'immagine un po' stereotipata del lettore evocata dalla conduttrice non mi rispecchia granché, anche perché ormai gli ebook che leggo stanno sempre di più prendendo il posto dei tradizionali libri cartacei, la copertina sulle gambe (che mi riporta alla mente Sua Eccellenza, la mitica guida spirituale del gruppo T.N.T.) che io ricordi non l'ho mai messa e neppure ho mai sorseggiato il tè mentre leggevo.

Comunque, cercando qualche informazione su questa giornata, che come tutte le giornate mondiali di qualcosa non serve a niente, ho scoperto che è stata istituita dall'UNESCO ed è una data simbolica per la letteratura mondiale, poiché il 23 aprile del 1616 morirono tre giganti: William Shakespeare, Miguel de Cervantes e Garcilaso de la Vega (non ho la più pallida idea di chi sia il terzo: mai sentito nominare). Di Cervantes ricordo con piacere il leggendario Don Chisciotte, letto per la prima volta un paio di anni fa: splendido! Tra le curiosità correlate a questa ricorrenza vale invece la pena di menzionare la festa di Sant Jordi, in Catalogna, dove per tradizione in questa giornata le persone si scambiano una rosa e un libro.

Ho cercato qualche dato e ho scoperto che quasi il 35% dei (pochi) lettori italiani integra la lettura digitale (ebook) a quella cartacea o la sceglie come modalità esclusiva, questo anche grazie a una maggiore comodità: poter leggere ovunque senza il peso del libro fisico. In quel 35% ci sono anch'io. Li ho scoperti solo recentemente, gli ebook, e mi si è aperto un mondo. Avevo sempre guardato con sospetto e diffidenza ai libri digitali - qualche mio lettore di vecchia data lo ricorderà sicuramente -, finché non ho provato e adesso mi chiedo perché non abbia provato prima. Comunque, qualche libro cartaceo ancora me lo concedo, certi passaggi vanno fatti gradualmente.

mercoledì 22 aprile 2026

Lourdes


Questo romanzo di Rosa Matteucci non è un libro su Lourdes, ma è la storia di un pellegrinaggio a Lourdes. A compierlo è la giovane Maria Angulema, con lo scopo di rendere al mittente il pesante fardello di dolore che si porta dietro da quando suo padre è morto in un incidente automobilistico e "chiedere formale spiegazione e magari soddisfazione di tanta sofferenza al Padreterno". 

È raccontato con un linguaggio al tempo stesso feroce, esilarante e disperato. L'autrice trasforma la fede, il corpo e la famiglia in una specie di teatro grottesco dove si ride per non piangere. Il finale, assolutamente inaspettato e sorprendente, chiude il cerchio con la stessa onestà brutale di tutto il libro. Forse non è per tutti, ma chi ama la scrittura che graffia probabilmente lo apprezzerà.

È interessante notare che la vicenda raccontata nel romanzo, il pellegrinaggio a Lourdes della protagonista, è inventata, ma nella realtà l'autrice ha veramente perso il padre in un incidente. Simbolicamente, quindi, ha utilizzato la vicenda raccontata come espediente retorico per dare forma a quel dolore.

Il segreto della lettura

Facendo zapping sullo splendido canale di divulgazione Lucy mi sono imbattuto in questa lezione di Davide Crepaldi, il quale spiega cosa succede, dal punto di vista neurobiologico, quando leggiamo. Come i miei 32 lettori immagineranno, si tratta di un argomento che non poteva non interessarmi. 

Cose sorprendenti che non sapevo: il nostro cervello processa i segni grafici di un testo scritto ad una velocità pazzesca, riuscendo a decifrare dalle 250 alle 300 parole al minuto. Altra cosa sorprendente: non c'è differenza tra chi legge 200 libri all'anno e chi non legge mai, entrambi i soggetti sono ugualmente bravi a leggere e la differenza è praticamente trascurabile.

Se avete mezzoretta e se questi argomenti vi interessano, dateci un'occhiata. Io l'ho trovata interessantissima, e credo che da adesso in poi leggerò con una consapevolezza diversa.

martedì 21 aprile 2026

Svizzera Italia

Un anno fa - ne scrissi su queste pagine - fui costretto a pagare di tasca mia diverse migliaia di euro, presso una struttura privata, per un intervento chirurgico che col SSN richiedeva tempi inumani. E non sono stato il solo, dal momento che i report dell'ISTAT dicono che diversi milioni di persone rinunciano ormai a curarsi a causa di costi, liste di attesa ecc. Quindi, se la signora Meloni vuole scandalizzarsi, può benissimo restare in Italia.

lunedì 20 aprile 2026

Libertà


Mentre leggevo questa autobiografia di Angela Merkel, pubblicata alla fine del 2024, non potevo non pensare alla differenza abissale tra i vari modi in cui si può fare e intendere la politica. La cancelliera federale che ha guidato la Germania ininterrottamente per sedici anni, dal 2005 al 2021, ha sempre basato la sua azione partendo da un unico, fondamentale, principio: evitare di promettere cose che non fosse sicura di poter mantenere. Ed è rimasta rigorosamente fedele a questo principio sia durante gli anni di cancellierato, sia durante gli anni precedenti come ministra. Fa sorridere - o almeno a me veniva da sorridere - pensando a casa nostra, dove politicanti di infima levatura cambiano idea ogni due ore e promettono a spron battuto tutto e il contrario di tutto senza alcun ritegno e senza vergogna, con in testa solo il mantenimento del consenso.

"Mutti", il soprannome affettuoso e un po' ironico allo stesso tempo, con cui è stata chiamata per anni, ha sempre fatto politica e preso le decisioni nell'interesse esclusivo della Gemania e dell'Europa, mai per tornaconto politico suo o della CDU, il partito di cui è stata per lunghi anni segretaria. Alla fine di ogni mandato si è sempre presentata agli elettori elencando le cose fatte e chiedendo di essere giudicata esclusivamente in base al suo operato.

Il libro si divide sostanzialmente in due parti. Nella prima Angela Merkel racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR, in piena guerra fredda. Lei nacque ad Amburgo, nella Germania ovest, poi nel 1954 la sua famiglia si trasferì a Templin, nella Germania est, perché il padre, pastore luterano, fu inviato a guidare la chiesa di Quitzow, nel Brandeburgo. Angela Merkel si laureò in chimica fisica all'università di Lipsia e, prima di dedicarsi alla politica, ottenne vari riconoscimenti in ambito scientifico. Ma ciò che più la segnò fu l'aver vissuto per tanti anni sotto una dittatura. Ci sono pagine e pagine dense di descrizioni riguardo a come era la vita sotto il regime oppressivo sovietico nella Germania est. 

Nella seconda parte del libro, invece, Angela Merkel racconta il suo ingresso in politica e la sua vita come ministra, prima, e come cancelliera federale, poi. Non è solo un’autobiografia, questo libro è un affresco della storia della Germania e dell’Europa degli ultimi decenni. Attraverso il racconto dei suoi incontri con i leader mondiali e delle lunghe notti trascorse a negoziare a Bruxelles si capisce chiaramente come la cancelliera sia stata una protagonista assoluta, capace di incidere profondamente su ogni grande avvenimento: dalla crisi finanziaria del primo decennio degli anni duemila alla gestione dei flussi migratori, dalla questione russa (la signora Merkel è stata una dei pochissimi leader europei ad aver mantenuto ottimi rapporti con Putin e, allo stesso tempo, è sempre stata convinta che con la Russia bisognasse parlare) alla pandemia.

​Le pagine finali sono una lezione preziosa sulla libertà - mai scontata per chi è cresciuto oltre il Muro - e sulla dignità del servizio pubblico. Personalmente, sento di consigliare questo libro non solo a chi ama la storia, ma a chiunque cerchi ancora un briciolo di serietà in un mondo di slogan urlati.

domenica 19 aprile 2026

Senza bussola

Ho letto frettolosamente qualcosa sulla manifestazione sovranista di ieri a Milano, dove sembra ci fossero più organizzatori che manifestanti, e ho avuto l'impressione che fosse composta principalmente da persone senza bussola, più che da persone "senza paura" (uno degli slogan principali). Probabilmente la maggior parte dei quattro gatti che partecipavano manco sapeva perché si trovasse lì. Magari qualcuno gli ha detto che era una manifestazione contro i migranti e allora ci è andato; oppure qualcun altro gli ha detto che era una manifestazione contro l'Europa e allora ci è andato.

Tutta gente senza arte né parte, totalmente incapace di elaborare una analisi concreta della situazione in cui ci troviamo, gente scollegata dalla realtà che ripeteva a pappagallo ritornelli lanciati dal palco da un politico fallito (ormai la lega è stata superata anche da AVS) che da almeno vent'anni ha creato al nostro Paese più problemi di quanti ne abbia risolti.

Consola solo parzialmente il fatto che fossero pochi e che la maggior parte delle persone che passava di lì continuasse a fare la sua passeggiata senza degnarli della minima attenzione. Erano comunque sempre troppi.

sabato 18 aprile 2026

Costruzioni intellettuali




Ieri sera sono andato al teatro Astra di Misano Adriatico ad ascoltare Massimo Cacciari, il quale ha presentato il suo ultimo saggio uscito in questi giorni: L'insostenibile. Van Gogh e il destino dell'Occidente. In tutta sincerità non mi interessava particolarmente l'argomento in sé, ossia le riflessioni filosofiche dell'autore sull'arte del grande pittore olandese, ma mi interessava semplicemente ascoltare Cacciari - probabilmente ci sarei andato anche se avesse tenuto una lectio magistralis sul rapporto che lega zio Paperone alla sua Numero 1. 

Provo da sempre genuine ammirazione e stima per il "ruvido" filosofo veneziano e per la sua grande cultura. In passato ho provato a leggere un paio di saggi suoi ma uno dei due l'ho abbandonato a metà perché troppo difficile per me. Devo dire che c'è una differenza enorme tra il Cacciari conferenziere e il Cacciari opinionista televisivo. Il primo è pacato, riflessivo, tranquillo; il secondo è scontroso, irriverente, impaziente, poco incline alla diplomazia, ruvido. A tratti quasi maleducato, capace di regalarci memorabili e divertentissime scene come questa, in cui manda a fare in culo il povero Bocchino (un vaffanculo che ci sta tutto, sia chiaro).

Ecco, a me interessava lui. Rimango sempre affascinato quando personaggi come Cacciari "vedono" in certe opere d'arte cose che io non riesco a vedere. Penso ad esempio al celeberrimo Un paio di scarpe (1886). 



Io ci vedo un paio di scarpe vecchie, strausate, slabbrate, rotte, da cui posso immaginare che rappresentino la fatica del cammino, quindi, simbolicamente, la fatica del vivere. Cacciari va oltre e vede in quelle scarpe slabbrate il destino dell'uomo moderno: un pellegrino che continua a camminare anche quando gli strumenti del suo viaggio sono ormai logori. È un esercizio di costruzione intellettuale. Persone come Cacciari, e in generale i critici d'arte, non guardano il quadro nel vuoto ma lo guardano avendo in testa migliaia di pagine di filosofia, storia e letteratura. Con quel tipo di "lenti", le opere d'arte assumono una profondità che a noi comuni mortali è probabilmente preclusa, perché quella "lente" proietta sul quadro tutto ciò che quelle persone hanno studiato.

In fin dei conti, però, si tratta di una lettura particolare e personale di Cacciari (o dei critici d'arte), ma credo sia difficile sapere cosa passasse per la testa del pittore quando l'ha creata. È cioè impossibile sapere se abbia voluto ritrarre quel paio di scarpe per rappresentare la fatica umana di un pellegrino in cammino nel mondo o se le abbia ritratte senza particolari motivi, magari solo perché se le è trovate davanti. In fin dei conti il fascino dell'arte è che nasce sempre dalla follia di un autore (dalla razionalità non può nascere nessuna opera d'arte, ama ripetere Umberto Galimberti), quindi ognuno è perfettamente legittimato a vederci quello che vuole.

venerdì 17 aprile 2026

Libertà (poi ci torno)

Sto leggendo Libertà, la poderosa (oltre 650 pagine) autobiografia di Angela Merkel uscita un annetto e mezzo fa. Nelle prime cento pagine l'ex cancelliera della Germania racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR.  Lei nacque ad Amburgo, nell'allora Germania ovest, ma quasi subito si trasferì con la famiglia perché suo padre, Horst Kasner, un pastore luterano, ricevette l'incarico di guidare una parrocchia a Quitzow, nel Brandeburgo (Germania est), circa 80 km a nord di Berlino.

Ci tornerò sopra quando l'avrò finito, ma il libro sarebbe da leggere anche solo per capire cosa significava durante la guerra fredda vivere nella DDR. E più in generale, cosa significa vivere sotto una dittatura.

Hey You

Visto che il mondo, là fuori, fa abbastanza schifo, direi di abbandonarlo momentaneamente e di buttarsi su qualcos'altro. Ad esempio la musica. A volte ci penso: se abbandonassi politica e attualità e scrivessi solo di libri e musica? No, vabbe', mi interessa anche l'attualità, quindi continuerò a scriverne. Nel frattempo, questa è Hey You, inserita nel doppio album The Wall, uscito nel '79. Quando da ragazzino lo ascoltavo nella mia camera, con l'impianto stereo a un certo volume, ogni tanto veniva oltre dalla cucina mia mamma, allarmata, chiedendo: "Ma cos'è che ascolti?" Io le spiegavo con pazienza che si trattava di un album dei Pink Floyd e lei, all'apparenza, si tranquillizzava.

In effetti, l'ascolto dell'intera opera può creare a chi si trovi in un'altra stanza qualche inquietudine. Un po' per la musica, che spesso è inquietante di suo, un po' per gli effetti sonori inseriti qua e là tra le tracce: porte che cigolano, aerei in picchiata, elicotteri, speaker radiofonici, dialoghi, risate più o meno sinistre. Qualche curiosità su questo bellissimo pezzo.

È uno dei più intensi e conosciuti dell'album e, aspetto quasi paradossale, è stato anche l'unico brano escluso dall'omonimo film diretto da Alan Parker. Furono girate delle scene (una sequenza in bianco e nero con Pink che cerca di scalare il muro), ma alla fine il regista e Roger Waters decisero di tagliarla perché ritenevano che il brano rendesse la narrazione troppo statica in quel punto della pellicola. 

Dal punto di vista musicale è geniale già dall'incipit, dove si sente un arpeggio di chitarra acustica in cui si susseguono due accordi minori alternati e distanziati di un tono: rispettivamente Mi minore e Re minore. Una sequenza di due accordi minori si trova molto raramente nella musica perché non sono armonici tra loro e, accostati, creano un effetto straniante, quasi depressivo. 

Notevolissima, poi, la linea di basso fretless, cioè senza tasti, incisa sull'arpeggio di chitarra iniziale. Altra curiosità: in questa canzone il basso è suonato da David Gilmour, il chitarrista, non da Roger Waters, il bassista. Gilmour ha spesso raccontato che Waters, pur essendo l'autore del testo e della musica, riconosceva i propri limiti tecnici su passaggi così complessi e lasciava che fosse David a registrare le parti di basso più impegnative.


Roger Waters

David Gilmour

Nella parte centrale del brano si sente un suono ripetitivo e inquietante. Sono i cosiddetti "worms" (i vermi), che in tutto l'album rappresentano il decadimento mentale del protagonista, Pink. Quel suono fu ottenuto utilizzando ovviamente un sintetizzatore e sottolinea il momento in cui Pink, nel film intepretato da Bob Geldof, realizza di essere rimasto intrappolato dietro il muro che lui stesso ha costruito. ​La canzone si chiude con la celebre frase: "Together we stand, divided we fall" (Uniti resistiamo, divisi cadiamo).

​Roger Waters ha spiegato che, a quel punto della storia, Pink è ormai isolato, ma si rende conto che la sua condizione è quella di molti altri. È una sorta di tardivo "manifesto sociale": quando costruiamo un muro attorno a noi, quel muro non ci protegge, uccide la connessione con le altre persone. Waters ha dichiarato di aver scritto questo pezzo pensando anche al suo senso di alienazione dai fan durante i mega-concerti negli stadi durante il tour mondiale seguito alla pubblicazione dell'album.


Hey, you, out there in the cold

Getting lonely, getting old

Can you feel me?

Hey, you, standing in the aisles

With itchy feet and fading smiles

Can you feel me?

Hey, you

Don't help them to bury the light

Don't give in without a fight

Hey, you, out there on your own

Sitting naked by the phone

Would you touch me?

Hey, you, with your ear against the wall

Waiting for someone to call out

Would you touch me?

Hey, you

Would you help me to carry the stone?

Open your heart, I'm coming home

But it was only fantasy

The wall was too high, as you can see

No matter how he tried, he could not break free

And the worms ate into his brain

Hey, you, out there on the road

Always doing what you're told

Can you help me?

Hey, you, out there beyond the wall

Breaking bottles in the hall

Can you help me?

Hey, you

Don't tell me there's no hope at all

Together we stand, divided we fall



giovedì 16 aprile 2026

Ieri e oggi

Una trentina di anni fa, quando diventai papà per la prima volta, ricordo che circolava una quantità enorme di miti e leggende sulla gravidanza. Per il 99,9% si trattava ovviamente di bufale travestite da "saggezza popolare". Trent'anni dopo - oggi -, che sono in corsa per diventare nonno, mi pare che siano addirittura di più.

martedì 14 aprile 2026

Tra locomotiva e calesse

Non so se qualcuno si è mai chiesto perché la Spagna è una locomotiva e noi un calesse scassato trainato a fatica da un ronzino. Questo è uno dei motivi. 

A partire dal rimbalzo post-pandemia, il PIL della Spagna ha continuato a mantenersi su valori costanti prossimi al 3% (noi siano attorno al solito zero virgola e probabilmente il prossimo anno saremo in recessione). Sapete perché la Spagna viaggia a questi ritmi? Perché ha fatto riforme strutturali come il salario minimo, la riforma del mercato dell'energia per migliorare competitività e costi e l'utilizzo mirato dell'immigrazione (ogni anno fa entrare circa 600.000 immigrati). Oggi è entrato in vigore un nuovo decreto di regolarizzazione. 

"Elma Saiz, la ministra spagnola per l’Inclusione, la sicurezza sociale e la migrazione, l’ha definito una delle pietre miliari del governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez: permetterà infatti di regolarizzare circa 500mila immigrati irregolari o richiedenti asilo che potranno quindi vivere e lavorare regolarmente in Spagna, pagare le tasse e contribuire al sistema di previdenza sociale spagnolo."

Si chiama Politica con la P maiuscola, cioè lungimiranza, visione nei confronti delle prossime generazioni, programmi a lunga scadenza. 

Il salario minimo, che la Meloni rifugge come la peste, esiste in quasi tutti i paesi d'Europa. In Spagna fu addirittura introdotto a metà degli anni '60 quando era ancora sotto il franchismo, e da allora nessuno si è azzardato a toccarlo. Anzi, è stato a più riprese migliorato nel corso degli anni. Nel 1980, con l'approvazione dello Statuto dei Lavoratori, il salario minimo è stato blindato come un diritto fondamentale, stabilendo che il governo debba consultarsi con i sindacati e le associazioni datoriali per fissarne l'importo ogni anno. Quest'anno è stato aumentato del 3,1% rispetto al 2025 portandolo a 1424,50 € mensili.

È un altro pianeta, la Spagna. E soprattutto ha ben altra classe dirigente. Là l'immigrazione è una risorsa, qua blaterano di blocchi navali e fanno i centri in Albania per soddisfare la pancia di milioni di analfabeti funzionali che poi votano i signori che abbiamo al governo; là il salario minimo ce l'hanno da più di mezzo secolo, noi abbiamo ancora la schiavitù a 500 €/mese. Là nessuno blatera di stupidaggini populiste come il ponte sullo stretto, ma si investe in maniera mirata nelle infrastrutture viarie, ferroviarie e digitali.

La differenza tra una locomotiva e un calesse trainato da un ronzino è tutta qui.

24 parole per capire l'economia


Questo libro è un testo base, se vogliamo una sorta di abbecedario accessibile a tutti (molti concetti sono riuscito a capirli pure io), per comprendere cosa muove e come funziona l'economia, quindi per capire come funziona il mondo, perché è l'economia che muove il mondo, nient'altro. 

Spesso si tende a pensare all’economia come a un insieme di grafici astratti, numeri freddi, qualcosa di lontano dalle nostre tasche e dalle nostre vite. Invece l'autrice spiega che l'economia è ovunque: è nel prezzo del caffè che beviamo al mattino, nella spesa al supermercato, nei mutui che stipuliamo, nel pieno di benzina, ed è il motivo per cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente finiscono per influenzare il nostro potere d'acquisto.

​Molto interessante il punto su cui l'autrice insiste nelle pagine finali: la perdita della voglia di approfondire e di capire. Se non leggiamo, se non studiamo, restiamo prigionieri del nostro perimetro e quando in un telegiornale sentiamo - un esempio a caso - che la BCE o la Federal Reserve alzano i tassi di interesse per "raffreddare" l'inflazione non sappiamo cosa significa. E invece significa tantissimo per noi tutti.

​Chiudo citando l'ultima pagina del libro:

Penso che parte dei problemi che stiamo vivendo sia dovuta al fatto che non si legge, che non si studia. «Leggere può creare indipendenza», così recitavano gli auguri di Natale 2025 della mia casa editrice. Invece non ci informiamo e di conseguenza non agiamo, anche solo facendo sentire la nostra voce pacificamente, unico fattore che davvero potrebbe essere in grado di cambiare le cose. Quante volte mi è stato detto: «Ma questo non si trova sui giornali», «Ma non ne parlate nei telegiornali, sul vostro sito o nelle vostre pagine social». Sbagliato. Ne parliamo. È che molti hanno ormai perso la voglia di leggere e approfondire. Questo libro dimostra che sui giornali gli approfondimenti ci sono eccome. E stiamo vivendo un momento talmente delicato, di equilibri geopolitici che traballano e che sono destinati a cambiare​ per sempre, che come minimo dobbiamo prenderci la briga di approfondire.

[...]

Basti un esempio. Cina e USA, pur diverse, hanno qualcosa che le accomuna. E che aiuta noi a capire meglio il comportamento di alcune parti del mondo che possono sembrare controintuitive. Circa la metà degli statunitensi non ha un passaporto. In Cina milioni di persone non hanno mai preso un aereo. In sintesi, negli USA e in Cina una fetta notevole della popolazione non è mai uscita dai confini. Se lo avessero fatto avrebbero agito in modo diverso? Io credo di sì. È un tempo decisivo quello che stiamo vivendo. Se ognuno di noi non farà la sua parte per arrestare la deriva della mancanza di conoscenza, di studio e di sacrificio, del denaro facile, della dimenticanza della storia, del linguaggio volgare e aggressivo sui social... be’, sarà troppo tardi.

​Mi auguro di aver risposto a domande e risolto dubbi e spero leggiate a partire dall’acquisto dei quotidiani, il cui costo è infinitesimale se paragonato ai nostri sprechi. Dubbio e apertura sono le due parole con cui vi lascio. Mettersi in dubbio sempre: leggere, informarsi e darsi la possibilità di cambiare idea. Apertura mentale e capacità di porsi domande sono necessarie e doverose in questo tempo.

Lacerazioni interiori


No ma io me l'immagino la lacerazione interiore della signora Meloni nel periodo che va dalle 9 di ieri mattina (primo comunicato innocuo pro papa senza alcuna menzione a Trump) al comunicato del tardo pomeriggio con cui bolla come inaccettabile l'attacco frontale dell'uomo col ciuffo a Prevost. Magari lei sperava di cavarsela col primo senza che fosse necessario condannare chiaramente l'amico americano, ma alla fine la valanga di commenti irritati ricevuti sui social, assieme alla condanna dell'intero arco politico (compreso il suo governo) nei confronti dello squilibrato americano, hanno avuto la meglio e ha dovuto cedere. 

D'altra parte arrivano momenti in cui non è più concesso stare un po' di qua e un po' di là, non si può più non scegliere, non prendere parte, non sbilanciarsi; non funziona più il "non condanno e non condivido". Qualcosa di chiaro e inequivocabile ti tocca dirlo. Ma prendere una posizione chiara quando ormai si ha il vuoto attorno e si è rimasti soli, beh, vale per quello che vale. Nel suo caso molto ma molto poco.

domenica 12 aprile 2026

Perché loro no?

Comunque, alla fine, nessuno ha ancora spiegato chiaramente perché l'Iran non può avere la bomba atomica. Lo scoglio maggiore su cui si sono arenati i negoziati a Islamabad, alla fine, è infatti il nucleare, e Trump l'ha detto chiaramente: "Tutti i punti su cui è stato trovato un accordo non importano se comparati al fatto di permettere all’Iran di avere armi nucleari, questo è il singolo problema più importante". Uno magari può dire (discorso che mi è capitato di sentire): Vabbe', ma mica si vorrà lasciare che quelli là possano costruirsi la bomba atomica?

Perché no? Gli USA ce l'hanno, Israele ce l'ha, la Corea del nord ce l'ha, la Russia ce l'ha, la Francia, la Cina, il Pakistan ce l'hanno. Perché l'Iran non può averla? Chi lo decide? In base a quale principio? Perché gli Stati Uniti possono decidere cosa può avere o non avere l'Iran e l'Iran non può fare altrettanto? Escludendo ragionamenti infantili di tipo morale basati sul fatto che noi, abituati a guardare il mondo esclusivamente con le nostre lenti occidentali, ci consideriamo una civiltà superiore e stupidaggini simili, rimane il discorso del metodo, epistemologico. Dando per scontato che sarebbe meglio che l'atomica non l'avesse nessuno, perché una nazione si arroga il diritto di decidere chi può averla e chi no?

Quasi Sapiens


Devo ammettere che questo libro è stato una boccata d'aria fresca. Ho sempre ricordato la storia studiata a scuola come una lunga e a tratti noiosa sfilata di date e nomi polverosi: Guido Damini dimostra che si può insegnarla anche in altro modo. Forse se lo stile di questo libro fosse adottato dai libri di testo ufficiali, qualche studente in più ci si appassionerebbe.

​Damini non racconta la storia con la S maiuscola, quella delle statue di marmo, delle date e dei discorsi epici, racconta invece i pasticci, le ambizioni meschine e i colpi di fortuna (o sfortuna) che hanno guidato l'umanità dalla scimmia fino a Trump.

​Tra i punti di forza la prosa modernissima - a tratti sembra quasi una chiacchierata tra amici ma con la competenza di un professore di storia moderna, ovviamente. Damini usa termini come "crush", "shitstorm" e "cringe" per spiegare le dinamiche di potere del passato, rendendo personaggi di secoli fa non così lontani da noi. Smonta miti intoccabili come ad esempio la presa della Bastiglia (dove si scopre che non fu poi così eroica), rivelando che spesso i grandi eventi sono stati semplici regolamenti di conti tra élite.

​È un libro che insegna molto, specialmente aiuta a rendersi conto di quanto sia complessa la storia umana. Soprattutto fa capire come in fondo l'essere umano non è poi così "Sapiens" come ama definirsi, ma questo era più o meno già noto.

Minetti

Chi ha vissuto la tragica stagione del berlusconismo (non che oggi si sia in una stagione migliore, intendiamoci) non può non ricordare l'enorme mole di scandali sessuali, tra cui la vicenda di Ruby Rubacuori, e l'indegna commistione tra sesso (mercenario) e politica che hanno contraddistinto quel particolare periodo storico. Elemento di spicco di quella stagione fu lei: Nicole Minetti, avvenente igienista dentale di Berlusconi avviata da quest'ultimo a una brillante carriera politica in cambio di favori sessuali. 

Ieri è uscita la notizia che la signora Minetti è stata graziata da Mattarella: le pene definitive di tre anni e undici mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione cancellate per "motivi umanitari", legati all'assistenza e alle cure che Nicole Minetti dedicherebbe a un minore disabile appartenente alla sua cerchia familiare. Non giudico l'atto di grazia del capo dello Stato, se ha deciso di concederle la grazia avrà fatto le sua valutazioni. Suscita solo qualche perplessità il fatto che l'atto risalga a febbraio e solo ieri, quando la notizia è diventata di dominio pubblico grazie a una trasmissione radiofonica, il Quirinale abbia pubblicato un comunicato ufficiale per spiegarne le ragioni. 

Probabilmente l'entourage di Mattarella sperava che la cosa passasse senza che venisse a galla, immaginando quello che avrebbe sollevato.

Sant'Agata Feltria







Ieri sera sono tornato dopo molti anni a Sant'Agata Feltria, un antico borgo medievale del Montefeltro a circa un'ora di macchina da Rimini. Ci sono tornato per uno pettacolo teatrale a cui avevo piacere di assistere. Quand'ero più giovane e meno "sedentario" passavo spesso da queste parti e visitavo con una certa frequenza i moltissimi borghi e rocche medievali che costellano l'entroterra romagnolo. 

Adesso giro di meno, ma quando capita mi fa ancora piacere tornare in questi posti.

sabato 11 aprile 2026

La Rivoluzione francese vista da Guido Damini :-)

Se sei uno di quei docenti precari di storia e filosofia che si esalta ogni volta che spiega la Rivoluzione francese, sognando di tagliare la testa al ministro dell’Istruzione con il righello (cosa assai probabile, se hai comprato questo libro), temo sia giunto il momento di ridimensionare il tuo entusiasmo rivoluzionario. Nessuno te l’ha mai detto finora, ma ormai sei abbastanza grande per conoscere la verità: la Rivoluzione francese fu un "inside job" dei nobili.

Sì, hai capito bene: a ideare e pianificare la Rivoluzione più amata di tutte furono proprio gli annoiati e spocchiosi aristocratici di Francia. D’altronde, riflettici un attimo: le piccole partite IVA, i precari, i pescivendoli, i bottegai e i contadini… avrebbero mai potuto mettersi insieme, fondare un partito, scrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, creare una repubblica e tutte quelle altre belle cose? Siamo seri, caro mio: no.

La Rivoluzione la fecero i nobili, non i piccoli borghesi, come la tua crush. Nobile era Mirabeau, il mentore di tutti i rivoluzionari. Nobilissimo era Luigi Filippo d’Orléans, cugino del re (che, tra l’altro, votò la morte del re), così intrippato dalla Rivoluzione da farsi soprannominare Filippo Égalité – un nickname cringe pure per gli standard giacobini. Nobile era anche Robespierre, il turbo-rivoluzionario per antonomasia, noto per i suoi completi a righe stile tenda da sole Tempo-test e per i suoi occhiali da sole "steampunk" ("ante litteram"), oltre che per essere stato il fan più sfegatato della ghigliottina.

Nobile era il filosofo Condorcet, che si vantava nei suoi scritti di voler "impiccare l’ultimo dei re con le budella dell’ultimo dei preti" – frase scopiazzata dal prete rinnegato Jean Meslier, ma all’epoca non c’era il copyright. Condorcet era anche un matematico: immagina la gioia di essere uno dei suoi alunni. E ancora: nobile era Paul Barras, presidente del Direttorio. Nobile Le Pelletier, primo "martire" della Rivoluzione… Vado avanti? Se vuoi, vado avanti.

Nobile era persino Napoleone Bonaparte – seppure di nobiltà provinciale e sostanzialmente straniero – al punto che, dopo gli anni della contestazione, divenne imperatore e ripristinò i titoli nobiliari. Coincidenze?

A questo punto ti starai chiedendo: perché tutti questi aristocratici cospirarono per fare una rivoluzione contro se stessi? Si erano totalmente rincoglioniti? Non proprio. Da un secolo accoglievano nei loro salotti gli illuministi – gli opinionisti del Settecento che hai conosciuto nel cenno (§68) – e stravedevano per Voltaire, una sorta di Cacciari con la parrucca, vero idolo di tutti i salotti bene.

Il Galimberti incipriato e i suoi seguaci volevano vendicarsi del re e della prigionia dorata di Versailles, volevano la fine delle disuguaglianze, l’uguaglianza eretta a principio di governo. E la Rivoluzione francese fu proprio questo: egalitaria. Talmente egalitaria che tutti coloro che non furono abbastanza uguali finirono sul patibolo, con la testa ugualmente tagliata. Ovviamente non era questo il piano originale, ma sai come vanno queste cose, una testa tira l’altra… D’altra parte, Voltaire, nel frattempo, era morto (con la testa attaccata al corpo, tranquilli), e i nobili pensavano di sfruttare gli Stati Generali del 1789 per fare una rivoluzione controllata, a loro uso e consumo, infiltrandosi nel Terzo Stato per far passare le tesi più dirompenti. Tesi che poi sfuggirono di mano.

Ebbene sì: la Rivoluzione francese fu un gigantesco Frankenstein, un esperimento da radical chic malriuscito che riempì i cimiteri di mezza Europa. L’idea iniziale era fare le scarpe a Luigi XVI, il loro paria: un re con il carisma di Biden, con una passione per il bricolage, e senza la minima idea di ciò che stesse accadendo intorno a lui.

Tant’è che, nel giorno della presa della Bastiglia, che diede inizio alla Rivoluzione, annotò nel suo diario una sola parola: «Nulla». Per lui, quel 14 luglio era un martedì qualunque. E in effetti, sotto certi aspetti, lo era davvero. Certo, gli insorti presero d’assalto la prigione-fortezza, decapitarono le guardie e il governatore, portandone a spasso le teste sulle picche per la città come decorazioni natalizie fuori stagione. Ma chi liberarono, esattamente, questi eroici rivoluzionari? Ebbene, dentro la leggendaria Bastiglia c’erano esattamente sette prigionieri. Sì, sette. Non settanta, né settemila.

Quattro erano falsari di documenti, che appena liberi sparirono nel nulla. Grazie e arrivederci. Due erano malati di mente, portati in trionfo per un giorno, e rinchiusi di nuovo all’ospizio di Charenton il giorno dopo. Il settimo era un libertino, termine aulico con cui nel Settecento si descrivevano festaioli come P. Diddy o Jeffrey Epstein.

Fino a pochi giorni prima c’era stato pure il marchese de Sade (sì, quel De Sade, l’inventore del sadismo, §68), che aveva passato settimane ad aizzare la folla urlando dalle finestre che nella Bastiglia si torturava la gente. Spoiler: non era vero, ma funzionò.

E poiché nessuno dei prigionieri era stato rinchiuso per motivi politici, la propaganda dell’epoca fece quel che ogni spin doctor farebbe: si inventò un personaggio. Usando la barba imponente di un tizio di nome Jacques-François-Xavier de Whyte, si spacciò il pover’uomo per il conte di Lorges, presunto martire della tirannide monarchica, realmente esistito un secolo prima e incarcerato per aver assassinato un prete.

Un caso di fake news ante litteram, da manuale di CNN. Insomma, quella che ti hanno venduto come l’eroica liberazione dei martiri della libertà, fu più simile a un blitz in una RSA gestita male.

A proposito di fake news, non si può certo ignorare Maria Antonietta, odiata solo perché austriaca, che subì una storica shitstorm a cui probabilmente pure la tua crush crede ancora. Prima fra tutte la famosa storia delle brioche. Che non disse mai, né pensò. Ma tutto faceva brodo, per quell’élite che voleva cambiare il mondo e rifarlo a propria immagine e somiglianza.

Come dici? Ti ricorda qualcosa? Possibile che nel 1789 un’élite di nobili ricchi sfondati volesse costringere tutta la Francia a un Great Reset come il principe di Galles (futuro Carlo III) al World Economic Forum del 2020? La risposta è: sì. Ma già lo so: non vuoi fare la figura del complottista davanti al corpo docenti. Fai bene, anche perché i tuoi colleghi sono tutti rettiliani.

La verità ufficiale è che quattro sanculotti analfabeti produssero la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, caposaldo del diritto moderno. Che una masnada di derelitti affamati costituì la prima Repubblica francese. Che il popolo sconfisse l’aristocrazia, mandandola in massa sulla ghigliottina (per altro, il 96 per cento delle vittime della ghigliottina in realtà erano proprio popolani). Ti sembra una verità plausibile? Non è più plausibile che fosse un regime change, da élite a élite? O da Ancien Régime a rettiliani, come dici di fronte alla macchinetta del caffè, al riparo da occhi parietali indiscreti?

In ogni caso, ormai, la Rivoluzione era fatta. E se non ci fosse stato un altro nobile a metterci il freno a mano, si sarebbe autodistrutta da sé, come ogni rivoluzione che si rispetti. Fortunatamente per lei, arrivò un certo caporaletto corso a mettere le cose a posto.


Guido Damini - Quasi Sapiens. Dalla scimmia a Trump

venerdì 10 aprile 2026

The dark side of the Moon

Leggevo della missione lunare Artemis II e non ho potuto fare a meno di pensare al leggendario album dei Pink Floyd uscito nel 1973: The dark side of the Moon. 



È stato uno degli album più venduti nella storia della musica e ha rappresentato uno spartiacque: c'era la musica prog-rock prima di quel disco e c'è stata la musica prog-rock dopo quel disco. Gli astronauti che lunedì hanno circumnavigato il nostro satellite sono stati i primi esseri umani dopo oltre 50 anni a vedere con i propri occhi la "dark side of the Moon" che ha dato il titolo all'album più iconico della band capitanata (all'epoca) da Roger Waters.

Quando uscì il disco molti accusarono i Floyd di aver commesso un errore. ​Il termine "dark side" (lato oscuro) suggeriva infatti che quella parte di Luna non ricevesse mai luce, mentre invece è solo nascosta alla nostra visuale a causa della rotazione sincrona (la Luna compie un giro su se stessa nello stesso tempo in cui compie un giro attorno alla Terra: circa 27,3 giorni), ma ogni suo punto riceve due settimane di luce seguite a due settimane di buio.

Ovviamente Waters e soci questa cosa la sapevano benissimo, ma il disco esplora i lati oscuri della psiche umana (depressione, tempo, denaro, morte). Il "lato oscuro" della Luna rappresenta ciò che è nascosto, inesplorato o inquietante nell'animo umano, da qui il titolo. Curiosità che forse non tutti conoscono: se si ascolta attentamente la fine dell'ultima traccia, Eclipse, si sente la voce di Jerry Driscoll (il portiere degli studi di Abbey Road) che dice: "There is no dark side of the moon really. Matter of fact it's all dark." (Non c'è davvero un lato oscuro della Luna. A dire il vero, è tutta scura).

Questa è Time, una delle tracce più universalmente note del disco.


Uscirne male

Mi pare che Bruno Vespa sia uno di quelli (tanti) che dal referendum sono usciti male, molto male. Francamente faccio ormai molta fatica a capire quale sia il senso di queste trasmissioni, dei talk show in generale intendo. Ancora di più fatico a comprendere cosa spinga un politico afferente all'area dell'opposizione a partecipare a una trasmissione di Vespa.

mercoledì 8 aprile 2026

Il Broker


Il Broker mi ha piacevolmente sorpreso. È un thriller legale e di spionaggio internazionale, come più o meno tutti i libri di Grisham, ma allo stesso tempo mi è sembrato una lettera d'amore a Bologna, città in cui si svolge gran parte della storia. 

Il romanzo narra ​la storia di Joel Backman, ex lobbista potente e caduto in disgrazia che viene "nascosto" dalla CIA proprio tra le mura della citta di Dalla e Guccini. La narrazione si snoda tra i dettagli storici delle torri, delle piazze e dei leggendari portici della città. Molto belle le pagine dedicate al lunghissimo portico (4 km di lunghezza e 666 archi) che da Porta Saragozza sale fino all'abbazia di San Luca, che ho visitato giusto un anno fa. ​È curioso che un autore americano sia capace di cogliere l'essenza di una città italiana senza cadere nei soliti cliché. D'altra parte John Grisham non ha mai nascosto il suo amore per il nostro Paese, e quando ha dovuto scegliere dove "nascondere" sotto falso nome il protagonista del suo romanzo la scelta è caduta abbastanza facilmente sulla "Dotta".

​Bellissimo racconto, direi a metà tra romanzo e saggio storico.

Mi ha fatto venire voglia di tornare a visitare Bologna.

domenica 5 aprile 2026

Se questo è un presidente


Quando ho letto la notizia ho pensato a una esagerazione, o magari a una fake news. Mi sono quindi turato il naso e ho fatto un giro sul suo social: Truth. L'ha scritto davvero: 


"Martedì sarà il giorno delle Centrali Elettriche e il Giorno dei Ponti, tutto in uno, in Iran. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il fottuto stretto, brutti bastardi pazzi, oppure vivrete all’inferno – STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah. Presidente DONALD J. TRUMP"


Questo è il presidente dell'America, colui che in virtù del ruolo che ricopre dovrebbe avere una postura istituzionale e un contegno mediatico conseguenti, mentre invece usa lo stesso linguaggio e lo stesso tono di un ubriaco al bar (linguaggio scurrile e uso massiccio di punti esclamativi sono i tratti tipici di persone con livelli culturali molto scarsi). Lo stesso signore che si vantava di aver chiuso otto guerre (quali?) e pretendeva quindi il Nobel per la pace.

Lo stesso signore che, assieme al suo degno compare Netanyahu, è responsabile del casino globale in cui siamo precipitati, casino che nel prossimo futuro pagheremo a prezzi elevatissimi. La miseria morale di questo individuo è imbarazzante. Sarebbe interessante che i tanti simpatizzanti trumpiani, che abbondano un po' dappertutto e che in occasione della sua elezione giubilavano festanti, dicessero qualcosa.

L'uomo che guardava passare i treni


Credo che questo di Simenon si possa definire un romanzo sul risveglio (non dal sonno), il risveglio brutale di un uomo "perbene". Kees Popinga, il protagonista, decide di fuggire, non solo dalla polizia; scappa da decenni di mediocrità piccolo-borghese, da una vita fatta di orari svizzeri, doveri familiari e poltrone comode.

A un certo punto capisce che quella che chiamava "normalità" era solo una gabbia strettissima. E allora decide di evadere, puntando dritto verso Parigi, per essere finalmente l'unico autore del proprio destino, anche a costo di distruggersi.

​È un noir psicologico e spietato sulla scoperta che la libertà, quella vera, non ha nulla a che fare con la sicurezza. ​Mi sento di sconsigliarlo a chi si sente troppo al sicuro nel proprio salotto.

sabato 4 aprile 2026

Il mondo su misura


Raramente ho trovato un saggio che analizzi con questa lucidità le radici del negazionismo scientifico. ​In sostanza l'autore spiega che il negazionismo non è (solo) un problema di ignoranza o di mancanza di informazioni, è piuttosto un meccanismo psicologico e sociale. Chi nega certe evidenze lo fa perché si costruisce un "mondo su misura" dove i fatti devono piegarsi alle sue convinzioni, alla sua identità di gruppo o ai suoi timori, e non viceversa. Un meccanismo, tra l'altro, che ha precise ragioni evolutive.

Il libro analizza concetti affascinanti come la "mentalità complottista" e la "fabbricazione del dubbio", mostrando come spesso dietro il rifiuto di una verità scientifica (clima, vaccini ecc.) ci sia il bisogno di proteggere il proprio ego o il proprio stile di vita. È anche una buona guida per capire come mai, in un'epoca di informazioni illimitate, è così difficile mettersi d'accordo sulla realtà dei fatti. ​Consigliatissimo per chi ama la psicologia e vuole un po' raccapezzarsi nel caos della post-verità.

venerdì 3 aprile 2026

Proroghe

La proroga del taglio delle accise fino al primo maggio costerà alle casse dello Stato circa mezzo miliardo di euro. Come verranno reperiti questi soldi? Giorgetti ha detto che 200 milioni arriveranno dall'aumento dell'IVA, 300 milioni dai fondi ETS (sono proventi delle quote sulle emissioni di CO₂). Il meccanismo relativo all'IVA sui carburanti è abbastanza paradossale. Quando il prezzo alla pompa sale aumenta anche il gettito IVA, che è proporzionale al prezzo, quindi lo Stato incassa di più. Col decreto sulle accise lo Stato usa quindi una parte di questo extra gettito per finanziare il taglio delle accise. Qual è il paradosso? 

In Italia il prezzo della benzina è composto dal prezzo industriale più le accise. Sulla somma di questi due valori si applica l'IVA (22%), che in sostanza è una tassa sulla tassa perché viene calcolata anche sulla accise, che di fatto sono già tasse. Lo Stato, quindi, fino al primo maggio non farà altro che rinunciare all'extra gettito generato dagli aumenti per tagliare le accise: fondamentalmente si tratta di una partita di giro. Ma la domanda è un'altra. 

Quando la signora che oggi è a capo del governo era all'opposizione e faceva campagna elettorale, si divertiva a confezionare video (sono ancora reperibili su youtube) in cui lei si recava al distributore, tirava fuori 50 euro dal portafoglio e si lamentava con furore, a favore di videocamera, che solo metà di quei 50 euro andavano nel serbatoio, l'altro metà erano tasse e si trattava di un abominio. "Le accise vanno abolite!" strillava.

Domanda: se per diminuire (non tagliare: diminuire!) le accise per due mesi il governo ha dovuto trovare un miliardo di euro raschiando i fondi di tutti i barili che è riuscito a trovare, la signora indignata che andava al distributore come pensava di abrogarle una volta che fosse andata al governo? Non sapeva che nessuno, oggi, può azzardarsi a toglierle perché crollerebbe lo Stato? 

Le ipotesi sono due. La prima: non lo sapeva. Se fosse vero, la cosa sarebbe abbastanza grave ma non stupirebbe (stiamo sempre parlando di una con la maturità alberghiera). La seconda: lo sapeva ma contava sul fatto che la stragrande maggioranza di chi la segue sa poco o niente e abbocca a quasi tutto. Diciamo che la seconda ipotesi mi sembra la più realistica. Detto in altre parole: se nel 2022 avete votato la Meloni perché avete creduto alle palle sull'abolizione delle accise, beh, un po' ve la siete cercata.

giovedì 2 aprile 2026

Esempi pratici di suicidio

L'età della pietra

Se non fossimo all'interno di una cornice tragica, certe uscite di Trump, per non dire tutte, potrebbero essere etichettate come esilaranti. Tipo questa, ad esempio: "Colpiremo l'Iran in modo estremamente duro nelle prossime due, tre settimane. Li riporteremo all'età della pietra a cui appartengono."

Frase indubbiamente ad effetto. Peccato che gli iraniani con l'età della pietra non c'entrino niente. Per convenzione, infatti, gli storici e gli archeologi indicano "età della pietra" il periodo compreso tra 2,5 milioni di anni fa e il 3000 a.C. Gli iraniani attuali sono i discendenti dell'antico impero persiano che, nella sua forma più strutturata e organizzata, nasce grosso modo attorno al V secolo avanti Cristo con l'impero Achemenide di Ciro il grande.
 
Quindi, tra la fine dell'età della pietra e l'arrivo degli antichi predecessori degli attuali iraniani c'è uno scarto di circa due millenni e mezzo. Che è sempre meno dello scarto che c'è tra Trump e qualsiasi barlume di conoscenza della storia.

Un amore


Leggere Buzzati equivale a fare un viaggio nel tempo, un viaggio a ritroso tramite il quale è facile comprendere come la lingua non sia qualcosa di statico, di granitico, ma qualcosa in continua evoluzione. Lo si capisce da parole come "valige", "ciliege", da espressioni come "andare in letto" invece di "andare a letto", o da periodi che oggi considereremmo permeati da una consecutio temporum traballante. Tutti approcci alla lingua che, nel 2026, metterebbero in allarme e farebbero storcere il naso a molti insegnanti di italiano.

Questo romanzo è stato pubblicato la prima volta nel 1963 ed è abbastanza fuori dagli schemi della produzione del grande scrittore bellunese. Narra le vicende di un affermato architetto milanese di mezza età che si invaghisce perdutamente di una giovanissima prostituta conosciuta in una casa di appuntamenti. Ma la ragazza non manifesterà mai alcuna intenzione di lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, preferendo mantenere il rapporto su un piano esclusivamente sessuale. L'ossessione dell'affermato architetto per la giovanissima ragazza lo porterà sull'orlo dell'autodistruzione. 

È un romanzo sui conflitti, quello tra l'uomo più che maturo attratto dalla giovinezza e quello sociale che contrappone la borghesia benestante al proletariato. Entrambi questi conflitti vengono messi in scena da Buzzati nel contesto di una Milano fredda, veloce, presa dalle sue urgenze economiche, la Milano del boom che mostra già i prodromi della "Milano da bere" che arriverà una ventina di anni dopo. La metropoli milanese è una presenza costante nel romanzo, sembra quasi un personaggio della narrazione, presenza che lo scrittore richiama spesso con vivide descrizioni di angoli, strade, case, palazzi, atmosfere. 

Ho letto pochi libri di Buzzati, ma ogni volta è una piacevolissima sorpresa.

mercoledì 1 aprile 2026

Priorità

Ho richiesto una visita dermatologica in una struttura pubblica. Primo posto disponibile: 12 agosto 2027 all'ospedale di Rimini. Ticket da pagare: 25,40 euro. Non ho sbagliato a scrivere (magari qualcuno pensa che volessi scrivere 12 agosto 2026): il primo posto disponibile è tra un anno e mezzo. Naturalmente, in una struttura privata, pagando 5 volte tanto avrei trovato posto dopo Pasqua. 

Si capisce, no, l'importanza per il Paese Italia della separazione delle carriere?

martedì 31 marzo 2026

Viaggio in Italia


Quella descritto da Carofiglio in questo libro non è la tipica rassegna turistica di alcune delle maggiori città italiane. È il racconto di un viaggio, e c'è enorme differenza tra i concetti di viaggio e turismo, nonostante noi spesso tendiamo ad associarli. 

Palermo, Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, Genova. Carofiglio racconta queste città partendo in qualche modo dai loro angoli più nascosti, sconosciuti, magari considerati poco importanti, e riporta aneddoti, storie, miti, leggende, situazioni, personaggi noti o sconosciuti legati a queste città. È una sorta di viaggio compiuto senza fretta, senza ansia di dover visitare tutto di corsa senza poi aver capito niente di ciò che si è visto, come in genere siamo abituati a fare. È un viaggio lento e riflessivo, fatto di incontri e conversazioni con bottegai, librai, persone comuni radicate saldamente nelle vie e negli angoli di queste grandi città.

Un modo sicuramente diverso, e molto più profondo, di conoscere i posti più belli (a volte anche i più disperati) del nostro Paese.

lunedì 30 marzo 2026

50 motivi per cui si crede in Dio, 50 ragioni per dubitarne

 


Avevo intenzione di scrivere una recensione abbastanza esaustiva di questo splendido saggio, poi mi sono reso conto che il modo migliore di farlo era semplicemente citare alcuni brani dell'ultimo capitolo. Non serve aggiungere altro.


Nessun credente ha mai ammesso, almeno di fronte a me, di aver paura ad abbandonare la sua fede in un dio. Spesso, però, è proprio questa l’impressione che mi è rimasta alla fine della conversazione. È comprensibile che molte persone si sentano riluttanti, persino impaurite, a concedere alla loro mente la libertà di criticare la fede. Non per tutti è facile mettere in discussione l’esistenza di un dio che si è abituati a considerare il bene ultimo e più perfetto, oltre che un potente protettore in un mondo pericoloso. Per alcuni credenti, negare l’esistenza di dio equivale a un terribile tradimento della propria famiglia e degli amici. 

Un altro motivo per cui i credenti rifuggono lo scetticismo e l’analisi critica è la paura della punizione di un dio irato. Forse i leader religiosi li hanno messi in guardia dal terribile destino che li attende se decidono di abbandonare il loro dio. Alcuni arrivano addirittura a dichiarare che coloro che smettono di credere nel loro dio non dovranno neanche attendere l’aldilà per soffrire, ma saranno puniti già in questa vita, con problemi di salute, difficoltà familiari, al lavoro, o peggio ancora. Il predicatore televisivo cristiano Pat Robertson, ad esempio, è famoso per i suoi ripetuti moniti a tutte le persone che non sono sufficientemente religiose per i suoi gusti. Più volte ha ripetuto che il suo dio impartirà loro una dura lezione, con tornado, terremoti, o altre piaghe divine. Gli atei ridono, quando sentono queste minacce, ma molti credenti no. 

Un altro ostacolo che a volte blocca i credenti, impedendo loro di rimettere in discussione l’esistenza del loro dio/dei è l’impatto negativo che diventare atei potrebbe avere sulle loro vite personali. I rapporti in famiglia o con gli amici potrebbero cambiare. È triste dirlo, ma a volte addirittura finiscono, quando due persone non hanno più un dio in comune. Non per tutti la transizione è difficile, però. Molti atei hanno la fortuna di avere alle spalle una famiglia che li ama incondizionatamente e amici che, pur credenti, sono abbastanza sofisticati da rispettare il diritto di ognuno di pensare con la propria testa. A volte questi atei fortunati potrebbero non capire fino in fondo quanto sia difficile e spaventoso in circostanze più complicate ammettere apertamente di non credere più nell’esistenza degli dei. Può essere un percorso molto duro, e un ateo non dovrebbe mai prendere alla leggera le ansie di un credente. 

Alcune religioni arrivano a scoraggiare di frequentare gli atei. Alcuni seguaci del cristianesimo, dell’islam e dell’ebraismo si macchiano di questa colpa, e non se ne scusano. Non riesco a farmi una ragione di come possano passarla liscia nel ventunesimo secolo, in società cosiddette sviluppate, dove qualsiasi altra forma di pregiudizio viene fortemente condannata. Quando credere negli dei smette di avere un senso, la minaccia di essere espulsi da una rete sociale o da una famiglia può essere molto concreta. Per questo motivo, non consiglio mai a un credente di sottovalutare i potenziali problemi. La famiglia e gli amici sono importanti. Il lavoro è importante. La sicurezza personale è importante. Ma è importante anche pensare con la propria testa e rispettare se stessi. 

I credenti a volte evitano di mettere in discussione l’esistenza degli dei anche perché non vogliono ammettere di aver sempre sbagliato. Ma questo non è un grosso problema, perché tutti sbagliamo su molte cose, nel corso della vita. Non c’è da vergognarsi di aver preso un granchio, specialmente sulla fede religiosa, considerando con quanta forza viene impartita ai bambini, a un’età in cui sono troppo vulnerabili e ingenui per criticarla. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di aver creduto in un dio, per quanto questo possa apparire imbarazzante, col senno di poi. Per molti di noi, fa parte di un patrimonio culturale, del nostro crescere in una civiltà umana. Non mi vergogno di aver pregato un dio quando avevo dieci anni. È quello che mi era stato detto di fare da persone di cui mi fidavo e che la sapevano più lunga di me, e così ho fatto. Oggi lo considero un rito di passaggio, parte di un percorso di crescita di cui vado orgoglioso. Mi sono fidato, ho creduto, ho ragionato, e adesso non credo più. L’unica vergogna per un credente dovrebbe essere rifiutarsi di pensare in modo critico. Non c’è scusa per non ragionare sulle cose che ci dicono e per non porsi domande importanti, cosa che si può fare anche nei pensieri privati, dove non c’è alcun rischio di ripercussioni da parte dal mondo esterno. 

Forse abbiamo una naturale predisposizione a credere negli dei, ma decisamente siamo anche dotati di una forte curiosità. Negare questo tratto umano significa negare la nostra identità. A mio avviso, mettere in discussione l’esistenza di un dio non significa necessariamente tradire quel dio. Se credi che il tuo dio abbia creato te e il grosso cervello che hai nel cranio, perché questo dio dovrebbe arrabbiarsi se lo usi per criticare la verità più importante di tutte? Il dio in cui credi ti ha fatto membro di una specie pensante. E allora pensa! Perché un dio si sarebbe preso il disturbo di dotarci di potenti cervelli analitici se non intendeva che li sfruttassimo al massimo? Se il tuo dio esiste davvero, è più facile che tu sia premiato, non condannato, per aver messo al lavoro quel cervello così sofisticato. Se il tuo dio non esiste, invece, non hai nulla di cui preoccuparti. E se hai paura che il tuo dio sia il tipo da arrabbiarsi per la sincera curiosità umana e l’onesto studio intellettuale, forse ti conviene cercare un dio un po’ più maturo. Dopotutto, ce ne sono migliaia fra cui scegliere.

I credenti non hanno ragione di preoccuparsi neanche per il falso pregiudizio che esistano solo due opzioni, essere un felice credente o un rancoroso ateo militante in guerra contro la religione. Io sono ateo e sono tutto tranne che rancoroso e militante. Mi considero una persona positiva e un ottimista. E nonostante gli odiosi atteggiamenti di certi credenti, non voterei mai per mettere fuori legge la religione, né appoggerei alcuna discriminazione contro i credenti sulla base di ciò che pensano. Io credo che la libertà di pensiero debba essere un diritto umano di base. Sì, penso che sarebbe una bella cosa se la ragione, il libero pensiero e la scienza fossero un domani abbastanza diffusi e rispettati da far scomparire gradualmente la fede negli dei. Ma non appoggerei mai l’imposizione dell’ateismo con atti di bullismo o per vie legali. 

Vorrei che la mia vita fosse un esempio luminoso di come si può passare da credente devoto ad ateo ed essere ancora una persona felice. Non posso farlo, però, perché credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo. Ho sinceramente cercato un dio in cui credere anche da adulto, ma la mia ricerca si è rivelata ancora una volta vana. Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitandone i luoghi più sacri. Ho toccato la terra santa, ho strofinato pietre sacre, inalato incensi, ascoltato canti religiosi, ho persino cantato e pregato insieme ai credenti. Sono stato toccato dalle mani dei taumaturghi e ho sfiorato la roccia sacra sopra la tomba di Adamo. Credo di aver cercato gli dei più sinceramente e in modo più approfondito della maggior parte delle persone. Ma nonostante tutti i miei viaggi e ricerche, ho trovato solo credenti e nessun dio. 

Probabilmente sono sempre stato ateo, anche da bambino, ma ero così concentrato a sforzarmi di credere che non me ne ero neanche accorto. Una volta mi preoccupavo che non credere negli dei in cui credevano i miei compagni facesse di me una brutta persona e che mi avrebbe in qualche modo ostacolato nella vita. Ora so che si può avere una vita stupenda anche senza credere negli dei. Sono ancora altrettanto curioso di quando ero ragazzino. Potrei vivere mille anni e non restare mai a corto di cose da fare. I veri credenti possono dire la stessa cosa? Chi crede profondamente in un dio può continuare a sentirsi felice e soddisfatto una volta persa la fede?

[...]

Infine, i credenti possono stare tranquilli: non saranno ingoiati dalle fiamme dell’inferno se decidono di fare il salto, abbracciare la ragione e respirare un po’ di aria fresca sulle sponde dell’ateismo. Molti milioni di atei, oggi, vivono vite felici e positive. Sono medici, insegnanti, poliziotti, pompieri, muratori, soldati, attivisti pacifisti, madri e padri. Sono persone normalissime. L’unica differenza è che non si rivolgono agli dei per trovare la forza di vivere. La cercano invece in se stessi oppure chiedono aiuto alla famiglia e agli amici. Gli atei non corrono a piangere dagli dei nei momenti di crisi. È più probabile che chiedano appoggio ad altri esseri umani, e che in virtù di questo li apprezzino di più. Non c’è assolutamente nulla che dimostri la tesi dei credenti secondo cui gli atei farebbero vite tristi, in qualche modo mutilate dall’assenza degli dei. Personalmente, penso che sia vero il contrario. È più facile per gli atei godersi ogni istante delle loro preziose vite. È possibile che si trovino in una posizione migliore per apprezzare il profumo dei fiori e abbracciare i figli un po’ più forte rispetto a chi crede di vivere all’ombra di un dio. Forse sono gli atei a sentirsi un po’ più vivi degli altri, anche se, bisogna ripetere, il solo fatto di non credere non è garanzia di nulla. Una persona che diventa atea può cambiare molto, come anche pochissimo.

I credenti possono tranquillamente respingere l’idea che diventare atei li renda diversi da chiunque altro. Gli atei sono più comuni di quanto generalmente li si immagini, e per lo più sono persone molto più noiose e normali di quanto si possa sospettare. Il tipico credente che diventa ateo scoprirà probabilmente di essere sempre la stessa persona, almeno inizialmente. Diventare atei significa semplicemente smettere di credere nell’esistenza degli dei. Niente di più. È l’universo tutto attorno a te che all’improvviso comincia a cambiare, perché finalmente riesci a vederlo per quello che realmente è: un luogo grande, bellissimo, spaventoso, ma pieno di ispirazione. L’ateismo non fa altro che aprirti gli occhi e tenerti con i piedi incollati a terra. Tutto il resto dipende da te.

Leggere è tempo perso?

Spoiler: No. Beppe Sebaste Panchine - Come uscire dal mondo senza uscirne