giovedì 29 gennaio 2026

Elementi che ci sfuggono

Credo che Alessandro Capriccioli abbia colto perfettamente ciò che sta succedendo negli USA. Riporto integralmente ciò che ha scritto un paio di giorni fa.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, ossia la soppressione dello stato di diritto a beneficio di un regime sempre più apertamente nazista che sembra destinato a durare nel tempo e a cambiare radicalmente gli equilibri mondiali, dovrebbe indurre gli Stati europei, e in particolare quelli che fin dal 1951 posero le basi per l’integrazione, ad accelerare qualsiasi processo che possa condurre al potenziamento dell’Unione sul piano politico, economico e militare.

Invece dalle nostre parti da un lato si fa vergognosamente a gara a chi si appecorona meglio all’autocrate, slinguazzando in modo indecente e giustificando ogni sua nefandezza con argomentazioni da ripetenti alle elementari, mentre dall’altro lato le buone intenzioni - quando ci sono - si annacquano nel gioco dei distinguo, delle eccezioni e dei posizionamenti, roba di una miseria e di una pochezza indicibili.

Vi è chiaro, ci è chiaro, che qua non è manco più questione di ondata illiberale, che ormai è una cosa all’acqua di rose rispetto a quello che succede, ma di dittatura, di autocrazia violenta e assassina, cioè quella roba con le squadracce armate e i civili deportati, sequestrati e ammazzati in mezzo alla strada che rischia di travolgere tutto il pianeta?

Mi sa di no. Oppure sì, ma a qualcuno l’idea - solo apparentemente in modo incredibile e non soltanto nei luoghi in cui uno se lo aspetterebbe - non dispiace per niente. Sennò sai a quest’ora come ci sbrigavamo a blindare - finalmente - l’Europa, invece di cazzeggiare?

mercoledì 28 gennaio 2026

Addio ai social (in Francia)

A me la proposta di legge francese di proibire l'uso dei social ai minori di 15 anni piace, ma le perplessità che ho sono parecchie. In primo luogo c'è il problema delle modalità di accesso: sono affidabili i meccanismi di riconoscimento dell'età in dotazione alle singole piattaforme? Questi meccanismi di riconoscimento sono aggirabili con facilità? L'esperienza dell'Australia, dove i social sono vietati ai minori di 16 anni, non è molto confortante in questo senso. Diverse inchieste e studi hanno dimostrato che il divieto è infatti facilmente bypassabile semplicemente inserendo date di nascita false oppure modificando tramite apposite app l'immagine per il riconoscimento facciale, aggiungendo la barba, facendo smorfie ecc. Difficile pensare che in Francia non capiterà la stessa cosa.

I commenti che più frequentemente si leggono in giro riguardo a questa proposta di legge sono generalmente di entusiasmo e giustificati dall'assunto che i social rimbambirebbero i giovani e creerebbero dipendenza. Negli USA è alle battute iniziali - guarda a volte le coincidenze - il primo processo della storia che dovrà stabilire se i social creino dipendenza. In particolare stabilirà se le grandi piattaforme social adottino pratiche e meccanismi particolari per generare dipendenza - a questo proposito mi viene da pensare che forse per stabilire questo non serve un processo, tanto la cosa è palese. Comunque, aspetteremo gli esiti e vedremo.

Per il resto, non so se i social rimbambiscano i giovani, probabilmente rimbambiscono in egual misura chiunque li usi, indipendentemente dall'età. Ma il problema, a mio avviso, non è tanto quello del rimbambimento, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, è qualcosa di più subdolo su cui vari studiosi ed esperti hanno scritto molto: le modalità con cui si approcciano alla complessità. I social tendono a disabituare alla complessità e all’approfondimento perché sono progettati per altro: funzionano su frammenti brevi, stimoli rapidi, gratificazione immediata, scorrimento continuo, e questo ovviamente favorisce reazioni, semplificazioni e posizioni nette penalizzando i processi lenti e le argomentazioni lunghe. Il nostro cervello è già "programmato" di suo per semplificare e allontanare i ragionamenti complessi, i social tendono a esasperare questa impostazione. Da qui la nascita di gruppi pro-Ucraina contro gruppi pro-Russia; gruppi pro-vaccini contro gruppi no-vax; terrapiattisti contro "terrasferisti"; negazionisti del clima contro sostenitori. O di qua o di là, bianco o nero, niente mezze misure. Credo che questo sia il vero problema dei social, non tanto il rimbambimento.

martedì 27 gennaio 2026

Franco Amoroso

Leggo che è morto Franco Amoroso, il paziente oncologico che una decina di giorni fa, all'ospedale di Senigallia, fu costretto a stare otto ore steso a terra nel pronto soccorso per mancanza di barelle (e di personale). 

Non mi piace generalizzare, è ovvio che si tratta di un caso limite, ma solo chi non legge i report Istat (e di altri) sulla situazione in cui è ormai precipitata la nostra sanità può illudersi che vada tutto bene. Non va tutto bene, per niente. (Anche senza Istat, credo se ne possa accorgere chiunque abbia avuto necessità di recarsi in un pronto soccorso.)

Moderazione

Siccome da qualche giorno ho notato un peggioramento del livello qualitativo dei commenti, e francamente la cosa la trovo irritante, da oggi riattivo la moderazione. Significa che i commenti che lasciate appariranno dopo che li avrò sbloccati io, probabilmente anche molte ore dopo (nella vita ho altre cose da fare oltre a stare dietro al blog). Mi spiace, ma al momento è l'unico sistema per avere un po' di pulizia e decoro in queste pagine.

lunedì 26 gennaio 2026

Il dio dei boschi


Alla fine l'ho divoraro in due giorni e mezzo. Un noir splendido, come mi è capitato poche volte di leggerne. Adesso capisco Carofiglio, quando diceva che avrebbe voluto scriverlo lui.

Che poi, alla fine, definirlo noir è riduttivo: è un romanzo corale. Liz Moore costruisce una vera comunità con ruoli, gerarchie, silenzi condivisi, senza nessuno che sia davvero marginale. Il continuo cambio dei piani temporali, secondo me, non è solo una scelta strutturale ma etica: costringe il lettore a rivedere continuamente i giudizi. Personaggi che in un tempo sembrano vittime, in un altro diventano complici; figure apparentemente solide che, col senno di poi, rivelano crepe enormi. 

Tutto il romanzo è un enorme scavo dentro l'animo umano, non solo le sue vette (qui poche), ma soprattutto i suoi abissi.

Splendido!

domenica 25 gennaio 2026

Ospiti di rilievo


Il "gentiluomo" inglese Tommy Robinson, che Salvini ha amichevolmente ricevuto al ministero dei Trasporti, ha una lista di procedimenti giudiziari, alcuni conclusi e altri ancora in corso, lunga come un elenco di invitati alle nozze di un principe. Si va dalla diffamazione alla violazione di ingiunzioni di tribunali; dalle molestie allo stalking; dall'aggressione di un agente di polizia alla frode ipotecaria. 

Classe 1982, nato a Luton, registrato all’anagrafe come Stephen Christopher Yaxley-Lennon, il "gentiluomo" in quesrione è la star dell’estrema destra britannica, orgogliosamente antislamico e islamofobo, simpatizzante di Vladimir Putin. È un attivista sui social con quasi 2 milioni di follower su X. 

Nell’ottobre 2012 tentò di entrare illegalmente negli Stati Uniti utilizzando un passaporto falso. Il documento riportava il nome di Andrew McMaster ma, pizzicato dagli agenti dell’aeroporto JFK di New York, scappò dallo scalo e il giorno seguente rientrò nel Regno Unito utilizzando il suo passaporto. Venne condannato a 10 mesi di reclusione dopo essersi dichiarato colpevole. Ma perché aveva mentito ai controlli? Per un precedente reato legato agli stupefacenti che gli avrebbe impedito di mettere piede negli Stati Uniti. Curioso che Salvini abbia da sempre tra le sue bandiere la lotta agli stupefacenti e poi riceva al ministero un tipo che ha avuto problemi col traffico di stupefacenti, vero? No, niente di cui stupirsi, si tratta di Salvini.

Ma il punto interessante della questione è la dichiarazione stizzita data in risposta alle polemiche suscitate dal suo incontro: "Ma potrò incontrare chi fico secco ho voglia di incontrare?"

No, non puoi. Se vuoi incontrare personaggi simili lo fai a casa tua, privatamente, non al ministero dei Trasporti. Il ministero dei Trasporti non è casa tua, è casa nostra, di noi cittadini. Tu, lì, non sei il padrone di casa, sei ospite (temporaneamente) finché non arriverà un altro ospite (speriamo presto) che prenderà il tuo posto. I ministeri non sono dei ministri, sono dei cittadini, e se tu porti un neonazista in un posto che è di tutti gli italiani, magari molti italiani lo considerano un oltraggio e un po' si incazzano.

Insegnanti

Comunque, da Alessandro Barbero ho imparato molto. Lo conobbi la prima volta nel giugno 2020, quando su youtube mi imbattei per caso in un breve video in cui spiegava le differenze tra fascismo, nazismo e comunismo. Da lì in poi non l'ho più lasciato. 

Tra i suoi libri che ho letto: Le parole dei papi da Gregorio VII a Francesco; Benedette Guerre; Donne, Madonne, Mercanti e Cavalieri; Dietro le quinte della storia. Sono quelli che ricordo, ma probabilmente ce ne sono altri e altri ho in programma di leggerne. Naturalmente continuo ancora oggi a seguire i suoi interventi e lezioni su youtube e anche su facebook.

C'entra qualcosa con il suo essersi speso per il No al referendum? No, non c'entra niente. È solo per dire che tra i personaggi più o meno pubblici che si spendono per il Sì non ne ho trovato neppure uno da cui abbia imparato qualcosa.

Marginalità

Pare che questa volta la signora urlante si sia incazzata veramente con Trump (la sospetta forma dubitativa "pare" è d'obbligo perché, specie quando si ha a che fare con la nostra capa di governo, è sempre difficile stabilire se ciò che enuncia urbi et orbi corrisponde a ciò che pensa realmente). L'incazzatura nasce da quanto ha detto lo squinternato inquilino della Casa Bianca relativamente al contributo fornito dalle truppe Nato nel ventennale pantano Afghanistan, cioè che sarebbe stato un supporto limitato e circoscritto alle retrovie. Apriti cielo! 

In realtà, almeno in questo caso, pare che lo squinternato tycoon non abbia tutti i torti, anche se la questione è ovviamente complessa. Si trova su youtube una interessantissima lezione di Dario Fabbri totalmente dedicata alla guerra in Afghanistan in cui, in due ore, il noto analista geopolitico approfondisce vari aspetti di quel conflitto, aspetti poi confluiti in maniera più ampliata nel libro Geopolitica Umana. Per capire bene la questione occorre distinguere tra il piano geopolitico-strategico (quello di cui parla Fabbri) e il piano simbolico-politico (quello della polemica su Trump). 

È oggi largamente assodato che gli USA non volevano alleati nella fase iniziale dell'invasione e consideravano gli europei (Italia inclusa) militarmente marginali. Ma non li volevano sul serio, ritenevano che quella fosse una faccenda seria, delicata, di pertinenza esclusivamente americana, e la presenza di eventuali comprimari costituisse più un intralcio che una utilità. I contingenti Nato, però, appellandosi al famoso art. 5, che è quello dei moschettieri del Re (Tutti per uno, uno per tutti), non sentirono ragioni e nonostante le resistenze americane si gettarono lancia in resta nella mischia. Visto che però ormai erano lì, il contingente italiano fu stanziato a Herat, un'area effettivamente periferica rispetto al cuore strategico dell’Afghanistan: Kandahar, Helmand, confine pakistano, aree, queste, saldamente sotto controllo americano.

Naturalmente, anche se Harat, zona ovest dell'Afghanistan, era tutto sommato marginale rispetto al cuore del conflitto, non significava che fosse meno pericolosa e il tributo di sangue dei soldati italiani sta lì a dimostrarlo. Le ragioni di fondo di questa marginalizzazione va ricercata nel modo di ragionare tipico degli imperi. Gli USA non hanno mai amato condividere la guerra vera e gli alleati sono tollerati semmai successivamente, per stabilizzare, legittimare, ricostruire. Nella fase iniziale post-11 settembre Washington non voleva intralci, caveat politici, catene di comando multiple e agli italiani (e ad altri europei) fu detto in sostanza: "Voi state fuori, se abbiamo bisogno vi chiamiamo". Questo non per disprezzo personale, come evidenzia Fabbri nel suo libro, ma per logica imperiale. Per la dottrina strategica americana il contributo dei "clientes" era secondario in quanto la vera guerra era condotta da forze speciali, aviazione, intelligence, il resto serviva più a copertura politica che a necessità militare.

Quindi, caso più unico che raro, forse per la prima volta in vita sua lo squinternato ha detto qualcosa di (parzialmente) vero. Per quanto riguarda la ventennale vicenda Afghanistan, dopo quasi cinque lustri dall'invasione americana sono tanti gli studiosi che ancora si interrogano sul senso di quella guerra e, ancora di più, sul senso della nostra presenza là.

sabato 24 gennaio 2026

Scarcerazioni

Le reazioni scomposte di Salvini, Meloni e soci alla notizia della liberazione di Jacques Moretti sono emblematiche delle modalità con cui da sempre costoro si rapportano al loro elettorato: agire sull'emotività e sulla pancia. Salvini è il più lapidario (anche perché da sempre refrattario a qualunque considerazione che vada al di là di una esclamazione): "Vergogna!" 

La signora urlante, invece, ha proposto qualcosa di leggerissimamente più articolato ma altrettanto ridicolo: "Sono indignata. Considero la scarcerazione un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di capodanno e alle loro famiglie". Poi, continuando nella indefessa opera di scavarsi la fossa del ridicolo da sola, aggiunge (tenetevi forte!): "Il governo italiano chiederà conto alle autorità elevetiche di quanto accaduto!"

Ora, se si prova a riemergere da questa infuocata ondata di indignazione da bar e si analizza la vicenda dal punto di vista dei fatti, si scoprono un po' di cose.

Il "signore" in questione è stato scarcerato provvisoriamente, avverbio accuratamente evitato perché avrebbe minato irrimediabilmente la struttura retorica veicolo dell'indignazione, non perché sia stato liberato, ma perché qualcuno ha pagato la cauzione disposta da un giudice elvetico. La cauzione è stata disposta di quell'entità (200.000 franchi) non in base all'umore con cui il giudice si è svegliato una mattina, ma dopo attenta valutazione dei reali pericoli di fuga dell'imputato e sulla base degli esami della relazione esistente tra l'imputato e la persona che materialmente ha pagato la cauzione.

Per quanto riguarda Jacques Moretti, egli non è affatto libero: ha obbligo di firma due volte al giorno, non può uscire dal paese indicato dal giudice, è stato privato del passaporto e rimarrà in questa situazione fino all'avvio del processo. Giova ricordare a ministri e capi di governo dall'indignazione facile (gli stessi ministri e capi di governo che hanno messo il maggiore trafficante di esseri umani su un aereo di stato e l'hanno accompagnato gentilmente a casa) che la custodia cautelare non è un anticipo di pena, è un istituto con lo scopo di impedire il pericolo di fuga di un inquisito, l'eventuale reiterazione di un reato, la possibilità di inquinamento di prove a suo carico. Caduti questi tre presupposti, un giudice può disporre la revoca della suddetta custodia cautelare fino alla celebrazione del processo. 

Per quanto riguarda l'intenzione della signora urlante di chiedere conto della scarcerazione alle autorità elvetiche, credo non valga neppure la pena commentare. A meno che naturalmente non ci si trovi in un bar pieno di elettori di Meloni e Salvini.

venerdì 23 gennaio 2026

Il paradosso di Easterling

Tramite il bellissimo saggio Quando meno diventa più, di Paolo Legrenzi, ho scoperto il paradosso di Easterling. Non essendo io ricco e vivendo più o meno da sempre all'insegna del tanti presi, tanti spesi, ho trovato nel summenzionato paradosso un certo conforto. Ecco come lo spiega l'autore.





Ovviamente, per avere certezza della validità del suddetto paradosso dovrei empiricamente verificarlo, accumulando ricchezze fino al punto in cui le preoccupazioni relative a esse diventassero maggiori della contentezza generata dall'avere poco. Ma per il momento lo prendo per buono sulla fiducia :-)

Scherzi a parte, il saggio è estremamente interessante. Cito dall'introduzione:

Anche io, con il tempo, mi sono accorto del ruolo importante delle sottrazioni benché, da giovane, mi fossi, per così dire, concentrato sulle addizioni. Nasciamo, cresciamo e cerchiamo di aggiungere, accumulando investimenti materiali e simbolici nel corso delle attività connesse al lavoro e alla carriera, e anche investimenti affettivi legandoci a persone per parte o per tutta la vita. Nella psicologia ingenua, nei modi spontanei e diffusi di relazionarci con gli altri e nel mondo dei pensieri e dei sentimenti, l’addizione è considerata un’acquisizione positiva, quasi sempre qualcosa che viene dato per scontato. La sottrazione, al contrario, tende a essere vista come perdita al punto che, nel linguaggio amministrativo, parliamo di sottrazione per indicare un atto criminoso. In effetti, fin dai primordi, l’uomo ha elaborato e praticato apparati culturali collettivi finalizzati a trasformare le sottrazioni biologiche dovute ai decessi di parenti o amici in perdite e le perdite, a loro volta, in ricordi e memorie sia personali sia collettive, soprattutto da quando esiste la rete. Recentemente, sui media si assiste a un’enfasi sulla necessità da parte delle nuove generazioni di ridurre le tracce del loro passaggio sulla Terra per lasciare a figli e nipoti un mondo ospitale almeno quanto quello che ognuno ha trovato alla nascita. I tempi stanno diventando stretti e tuttavia le attenzioni, e soprattutto le azioni, dei politici e degli economisti sono sempre volte alla crescita calcolata in termini di beni e servizi prodotti. Si parla di crescita sostenibile ma questa appare come un traguardo ostico, difficile da raggiungere, talvolta un ossimoro. Forse parte di questa difficoltà risiede non solo nella lentezza e nel disinteresse delle collettività, dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, ma anche nella radicata mentalità degli individui. Forse il nostro cervello ha incamerato, in milioni di anni, l’importanza dell’addizione di risorse, cruciali per la sopravvivenza, lasciando sullo sfondo il valore della sottrazione. Invecchiando, ho riflettuto meglio sull’importanza della sottrazione nelle vicende filosofiche, culturali e artistiche dell’ultimo secolo. Inoltre, le tecniche sottrattive sono state cruciali nel progresso del mio campo di studi, quello della psicologia e delle scienze cognitive – intendendo per scienze cognitive lo studio dei processi attraverso cui le menti, quelle naturali e quelle artificiali come i computer, raccolgono, elaborano e ricordano le informazioni che provengono dal mondo esterno. In questo libro ho provato dunque a rintracciare anche una storia culturale della sottrazione. Inoltre, alla luce delle ricerche più recenti, ho cercato di mostrare gli ostacoli cognitivi e affettivi alle sottrazioni “ben fatte”, ponendo così le basi per un’analisi delle buone pratiche della sottrazione. Non si tratta tuttavia di un elogio acritico della sottrazione, perché questa è un’operazione benefica solo a certe condizioni, non sempre facili da ottemperare. In alcuni casi assistiamo a fuorvianti semplicismi, a chiusure, a pregiudizi; per questo sarà necessario tracciare e delimitare il perimetro degli ostacoli alle sottrazioni benefiche. Dato che il termine “sottrazione” diventa chiaro solo dopo che è stato esemplificato in più casi, per il titolo di questo libro è stato scelto il motto “Quando meno diventa più” (Less is more, in inglese), in ricordo e in onore dei fondatori della scuola tedesca Bauhaus pionieri di questo nuovo modo di operare e di pensare. Sono convinto che, quando si comincia a vedere il mondo e la vita non solo in termini di addizioni ma anche di sottrazioni, molti stati di cose diventano più chiari, puri, appassionanti, alcuni problemi meno difficili da risolvere, alcune emozioni negative più facili da allontanare. Distinguere il confine tra addizione e sottrazione implica conoscerne entrambi i lati così da poterli padroneggiare.

Oltre al paradosso di Easterling, un altro concetto estremamente interessante, a cui non avevo mai pensato, è descritto nel capitolo in cui si spiega come funziona e come è strutturata la nostra memoria. Scrive Legrenzi:

Per decine di migliaia di anni l’unico luogo in cui si poteva depositare tutto ciò che ci era capitato nel corso del tempo era il nostro cervello e quello delle persone appartenenti alla comunità in cui eravamo stati allevati e avevamo vissuto. Durante queste epoche della nostra storia naturale e culturale, cercare di memorizzare di “più” del nostro passato era qualcosa che ci rendeva “meno” vulnerabili agli avvenimenti imprevisti e imprevedibili. Quando siamo riusciti a inventare prima la scrittura e poi la stampa abbiamo iniziato a integrare le attività dei nostri cervelli grazie all’aiuto di memorie esterne. Un ulteriore e notevole incremento delle registrazioni artificiali di dati e del loro recupero è avvenuto con il computer e, in particolare, con quei computer – di solito chiamati in gergo “smartphone” – che possiamo portare sempre con noi e consultare in ogni momento. Oggi le nostre memorie esterne sono diventate così grandi, potenti e disponibili che il problema consiste quasi sempre soltanto nel rintracciare le informazioni e selezionare quelle che ci servono o che desideriamo. Nel caso della vastità delle memorie esterne, dalle dimensioni ormai gigantesche grazie al loro continuo miglioramento, l’aggiunta progressiva di “più” ci ha portato a un contrappasso tale per cui il più finale si è tradotto in meno, cioè meno capacità di reperire le informazioni “giuste”, quelle che cerchiamo in un dato momento. Il cervello potrà adattarsi facilmente e rapidamente all’uso di queste nuove memorie esterne? Assai improbabile, perché i tempi dell’evoluzione naturale di questo organo sono molto lunghi. Il nostro cervello è erede di quel lontano passato in cui non esistevano questi strumenti “integrativi”, ragion per cui i nostri antenati traevano grande vantaggio dal riuscire a registrare più informazioni possibili e a conservarle in memoria per quando ne avevano bisogno. Di questi tempi, invece, un’informazione di quel che è avvenuto in passato può diventare, se rievocata nel presente, un intralcio e persino un ostacolo. Succede così che spesso meno memoria è “più” perché è memoria dell’essenziale, di ciò che veramente ci serve, memoria di ciò che rende la nostra vita degna di essere vissuta: i momenti caratterizzati dall’inspiegabile felicità in cui siamo stati veramente noi stessi e abbiamo voluto bene ad altri.

Ecco, penso a questo punto che siano abbastanza chiari gli argomenti trattati nel libro. Non è un saggio difficile (l'ho letto e capito agevolmente pure io) e neppure eccessivamente corposo (poco più di 200 pagine), quindi è alla portata di chiunque. Io l'ho trovato interessantissimo.

Elementi che ci sfuggono

Credo che Alessandro Capriccioli abbia colto perfettamente ciò che sta succedendo negli USA. Riporto integralmente ciò che ha scritto un pa...