"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
martedì 16 settembre 2025
Quel film di Redford
martedì 25 marzo 2025
Gerard Depardieu
domenica 5 dicembre 2021
L'arminuta (film)
Ieri sera, dopo tanto tempo, sono tornato al cinema in presenza. Il film visto è L'arminuta, tratto dall'omonimo romanzo di Donatella di Pietrantonio uscito qualche anno fa (ne avevo accennato brevemente qui).
Libro e film narrano le vicende, ambientate in Abruzzo in una estate degli anni Settanta, di una ragazzina tredicenne che all'età di sei mesi viene adottata e cresciuta dagli zii, una agiata famiglia piccolo-borghese. All'età di tredici anni la ragazzina viene "restituita" (arminuta, in abruzzese, significa questo) alla famiglia biologica, che vive in un contesto fatto di arretratezza culturale e povertà, e questo cambiamento genererà in lei un trauma che se da una parte la segnerà, dall'altra costituirà un notevole viatico verso il raggiungimento della maturità.
Devo dire che il film non mi ha entusiasmato, a differenza del libro. Seppure sia un film fatto molto bene, l'ho trovato spesso ripetitivo e monotono, anche se molto efficace nella rappresentazione dei rapporti tra le due madri, quella putativa e quella biologica, e la figlia. Forse il film mi sarebbe risultato più coinvolgente se non avessi letto prima il libro. Probabilmente ciò dipende dal fatto che, conoscendo già le vicende, al film è mancato quell'effetto sorpresa che invece investe chi lo guarda senza prima avere letto il libro.
Un appunto, però, mi sento decisamente di farlo, e riguarda la scelta di lasciare che alcuni dei personaggi parlino utilizzando una inflessione dialettale di difficile comprensione per chi non è originario dell'Abruzzo. In ogni dialogo tra l'arminuta e la madre biologica, ad esempio, io capivo solamente ciò che diceva la ragazzina, di ciò che diceva la madre ci capivo poco o niente, giusto qualche parola qua e là, tanto è vero che ogni tanto mi giravo verso mia moglie per chiederle se lei capisse. Poi, certo, il contesto in cui il dialogo era inserito e le parole che qua e là riuscivo a capire mi consentivano alla fine di capire il senso della frase, ma questa incomprensibilità lessicale mi ha abbastanza infastidito.
Per qualche motivo che non so spiegare, il film in questione non è distribuito nelle grandi multi-sale come l'UCI a Savignano o il Multiplex a Rimini, ma solo in qualche sala abbastanza anonima sparsa qua e là, come il piccolo cinema in quel di Gambettola in cui siamo andati ieri sera, che ricorda un po' il "cinemino di periferia" di cui parla Battiato in Venezia-Istambul. La sala era abbastanza spartana, tutta su un piano e con le file di sedie imbullonate a terra e lo schermo in alto. Niente a che vedere coi moderni cinema con i posti modello gradinate dello stadio e schermo in basso. Ricordava un po' i vecchi cinema che frequentavo quand'ero bambino. E non c'era neppure il tipo col carrello, con tanto di divisa, che all'intervallo si presenta in sala per vendere popcorn e bibite. Bevande e popcorn erano vendute direttamente dalla stessa signora che all'entrata faceva il biglietto (intero: 4 euro) e il tipo che all'entrata della sala strappava il biglietto, la cosiddetta "maschera" (si chiama ancora così? Chissà...), era un simpatico e anziano signore che, a giudicare dal tremolio di una mano, doveva avere una qualche familiarità col Parkinson. La sala era comunque riscaldata, e viste le premesse non era scontato.
La cosa, tutto sommato, non mi è dispiaciuta. Anzi. Fa piacere che, sparsi qua e là, ci siano cinema in stile un po' retrò che ancora conservano quella sorta di... "genuinità" che i grandi complessi multi-sala hanno forse un po' perso.
venerdì 31 luglio 2020
Alan Parker
lunedì 6 luglio 2020
Ennio Morricone
sabato 23 maggio 2020
Shining
venerdì 17 aprile 2020
Sì, è di King
Su invito di Francesca, mia figlia minore, abbiamo guardato tutti insieme, qualche sera fa, Le ali della libertà, film drammatico uscito nel 1994 per la regia di Frank Darabont, con Tim Robbins e un immenso Morgan Freeman. Lo vidi per la prima volta quando uscì, nel 1994 appunto, ma l'ho riguardato molto volentieri. Francesca ci ha proposto di guardarlo perché lei stessa, qualche tempo fa, vi aveva già assistito a casa di amici, e siccome a parte me e lei nessuno l'aveva ancora visto...
Terminata la visione, il film è piaciuto naturalmente a tutti, ho svelato quel che gli altri tre non sapevano (si poteva evincere dai titoli di testa, naturalmente, ma chi ci guarda, di solito?), e cioè che quel film, che obbliga a dotarsi di fazzoletto nel finale, è tratto da un racconto di Stephen King dal titolo Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, il primo dei quattro racconti lunghi che compongono la raccolta Stagioni diverse, pubblicata nel 1982.
Stupore generale, naturalmente, perché qua in famiglia, oltre che nell'immaginario collettivo, è ben radicato il luogo comune che ingabbia sbrigativamente Stephen King, ai cui libri mi sono avvicinato quando ancora portavo i calzoni corti, nel filone della letteratura gotica dell'orrore. Bene, non è così.
Certo, è vero, King ha raggiunto la celebrità con i vari Shining, It, A volte ritornano, Cujo e altri, ma è altrettanto vero che il grande scrittore di Portland si è cimentato, nella sua ormai cinquantennale carriera di romanziere, con tutti i generi letterari: dall'horror al noir, dal thriller al fantasy, dal poliziesco al romanzo d'appendice, dal romanzo di formazione all'autobiografia ecc. E Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è solo uno dei tantissimi esempi che lo dimostrano.
Insomma, diamo a Cesare ciò che è di Cesare e... al Re ciò che è del Re.
lunedì 6 gennaio 2020
Il film su Craxi
sabato 4 gennaio 2020
Zalone e i migranti
sabato 28 dicembre 2019
Pinocchio? Mah...
domenica 31 ottobre 2010
Blade Runner music
Buona domenica.
sabato 31 luglio 2010
Il cinema va bene, e la tv?

Mettiamo che il provvedimento di Bondi abbia una sua utilità. Come la mettiamo con tutti i minori di 10 anni che prima di recarsi al cinema coi genitori hanno magari passato l'intera giornata davanti alla tv?
domenica 16 maggio 2010
Champagne a Bondi

Visto come si stanno mettendo le cose, forse la prossima volta il ministro Bondi eviterà di dare forfait alla manifestazione di Cannes. In ogni caso la Guzzanti ringrazia per la (involontaria) pubblicità...
domenica 28 febbraio 2010
Avatar? Sì, ma...
Il brutto ceffo che vedete qui a fianco è lo scrivente, immortalato ieri sera, da Francesca, con gli appositi occhiali per la visione dei film in 3D, ovviamente prima di entrare in sala per vedere Avatar (trailer ufficiale qui). La prima cosa che mi sento di dire è questa: chi scarica dai circuiti p2p una copia, magari pure di scarsa qualità, di questo film vuol dire che non ha capito niente, e comunque rinuncia in partenza alla sua parte migliore. Eh sì, perché il suo bello, il motivo per cui maggiormente vale la pena spendere i soldi del biglietto è la sua spettacolarità e coinvolgimento, determinati proprio da questo tipo di tecnologia che ti consente non solo di vedere il film, come siamo già abituati, ma di "viverlo", di farne quasi parte - a volte ho pure avuto la sensazione di "intralciare" lo svolgimento di alcune scene.A me è piaciuto molto, nonostante mi aspettassi qualcosa di più dopo l'idea che mi ero fatto ascoltando i pareri entusiasti di amici e conoscenti. E' piaciuto meno, inspiegabilmente, a chi era con me (qualcuno ha detto che si è perfino annoiato). Probabilmente ciò è dovuto al fatto che chi non è particolarmente sensibile alla bellezza degli effetti speciali si è trovato a fare i conti con una storia e una trama che non sono certo il massimo dell'imprevedibilità. Il film, tra l'altro molto lungo (circa 160 minuti senza intervallo tra il primo e secondo tempo), è infarcito infatti di richiami e riferimenti stranoti presenti in tantissimi altri film: la cultura dei pellerossa, il messaggio ecologista, la distruzione forsennata e cieca della natura in nome del denaro, dell'interesse e del profitto. Il tutto all'interno di una narrazione regolare, senza sbavature e senza imprevisti, che se non fosse appunto per gli straordinari effetti digitali risulterebbe pesantina, perlomeno per i meno amanti del genere.
martedì 29 dicembre 2009
Cinepanettone e cultura (e soldi pubblici)
Quest'anno non poteva naturalmente essere diverso dagli altri. Ed ecco infatti Natale a Beverly Hills, un'opera cinematografica di alto livello che, snodandosi attraverso una trama avvincente e complessa, costruita in modo da evidenziare le peculiarità espressive e artistiche degli attori, ci racconta le rocambolesche vicende di un matrimonio ambientate appunto nella nota località californiana. Ma perché parlare di cinepanettone? - dirà qualcuno. Beh, in primo luogo c'entrano i soldi pubblici, cioè soldi miei e vostri, e in secondo luogo c'entrano i criteri con cui sono stati spesi per finanziare questo film.
Per farla breve, Natale a Beverly Hills pare abbia beneficiato di elevati finanziamenti, superiori a quelli che generalmente vengono concessi a questo genere di film, perché l'opera è stata valutata come "prodotto culturalmente interessante". Con quali criteri? Boh, non si sa di preciso. Qualcosa in proposito ha scritto La Stampa, ieri, in questo articolo. Vi riporto un estratto.
Le scelte della Commissione che decide sui contributi ai film italiani, istituita presso la Direzione Generale per il Cinema, sono frutto di lunghi confronti e attente disanime. La materia, però, è molto opinabile e, se succede che un film come «Natale a Beverly Hills» venga considerato «d’essai», vien da pensare che confronti e disanime dovrebbero essere ancora più lunghi. Oppure non dovrebbero esserci per niente. Sembra che il ministro Bondi, chiamato direttamente in causa per la storia del cinepanettone «d’essai», mediti di cambiare la legge facendo sì che i soldi vengano dati unicamente alle opere prime.
Mentre il ministro medita, vale la pena segnalare che assieme al cinepanettone di quest'anno hanno ricevuto il via libera a questo tipo di finanziamenti, forse un pelino più meritatamente, Mine Vaganti, la storia di un ragazzo omosessuale alle prese con le difficoltà di farsi accettare dalla famiglia e Genitori e figli: istruzioni per l'uso, incentrato sui delicati rapporti tra un'adolescente quattordicenne e la sua famiglia.
Altro aspetto piuttosto curioso della vicenda, è il fatto che le sale cinematografiche in cui vengono proiettati lungometraggi classificati come "film d'essai" hanno diritto a sgravi fiscali e monetari. Sgravi di cui, specie nel caso in questione, non si comprende la giustificazione visto che in genere i cinepanettoni sono sempre stati - ahimè - i più redditizi al botteghino (Natale a Beverly Hills ha già incassato oltre 10 milioni di euro). Insomma, il cinepanettone di quest'anno è un film d'essai, altamente culturale, non stupisce che la gente si ammassi disordinatamente alle casse per andarlo a vedere. Così come non stupisce che almeno per una volta i soldi pubblici siano ben spesi.
mercoledì 14 ottobre 2009
Barbarossa e i leghisti (addormentati già ai titoli d'inizio)
A quanto pare “il soccorso verde” non ha funzionato. Il Senatùr aveva ordinato: «Andate a vederlo come se andaste a votare». Ma il popolo leghista non ha risposto compatto all’appello. La doccia fredda arriva di lunedì mattina, coi dati Cinetel. Barbarossa, il kolossal di Renzo Martinelli, è solo sesto al box-office: 401 mila euro in tutto, con una media per schermo molto bassa, 1.505 euro (e sono in giro 267 copie).
[...]
A leggere il Corriere avrà pure sbancato nella multisala tra Legnano e Cerro Maggiore, in quelle terre del Nord che videro il 29 maggio 1176 la Lega lombarda sconfiggere a colpi di falce il centralismo imperiale, ma la Padania tutta non sembra, per ora, così scaldarsi più di tanto per l’Alberto da Giussano incarnato da Raz Degan. (fonte)
Su Facebook si vocifera in maniera ironica che molti (dei pochi)
Nel frattempo, il regista Martinelli, anche alla luce dei risultati ottenuti da Barbarossa, ha ricevuto da Bossi in persona l'ok per il prossimo kolossal, che avrà come tema l'alluvione di Firenze del '66. Al momento non è dato sapere in quale paese dell'est europeo si gireranno le scene per risparmiare.
domenica 13 settembre 2009
Cultura e film pagati da tutti noi (secondo Brunetta)
Nella foga delle sue esternazioni, però, si è lasciato scappare una frase in cui dichiara che al Lido - il riferimento è alla mostra del cinema appena conclusa a Venezia - c'è "un pezzo d'Italia molto placida" e "leggermente schifosa". Frase a seguito della quale Michele Placido si è sentito tirato in causa: da qui la querela nei confronti del ministro. Se avete voglia, qui sotto c'è il video cone le parole precise (min. 5,30 circa).
Ora, se vogliamo dirla tutta, il ministro non ha a mio avviso sbagliato tutto, non ha detto solo castronerie, ma, nel più classico stile che si richiama alla nota parabola evangelica della pagliuzza e della trave, ha guardato solamente un lato della questione risorse pubbliche, dimenticandone molti altri. Vediamo qualcuno di questi altri.
Al min. 1 circa del video, Brunetta lamenta il fatto che molti registi hanno ricevuto 30 o 40 milioni di euro per fare i loro film senza che questi ottenessero poi grossi ritorni economici; e comunque infinitamente inferiori a quanto speso, generando quindi un notevolissimo squilibrio tra soldi (pubblici) investiti e incassi. Non contesto i dati esposti dal ministro. Quello che semmai contesto è questa pretesa un po' bizzarra, tipica comunque della cultura imperante, di monetizzare la cultura, di usare come parametro di attribuzione del valore culturale di un'opera il denaro. Certo, può darsi benissimo che molti film - quali? Perché Brunetta non fa qualche nome? - siano davvero delle emerite schifezze, magari prodotti e girati solo per spillare risorse pubbliche, ma non è detto che sia la regola. Insomma, un po' più di chiarezza da parte del ministro non avrebbe guastato. Andiamo avanti.
Un'altra perla è quel "loro non hanno mai lavorato per un'Italia migliore" (min. 1,30), riferito ovviamente sempre ai registi e ai cineasti. Certo che una frase del genere pronunciata da un politico fa sempre un certo effetto. Anche qui, come al solito, generalizzare non è mai cosa buona. Ci saranno sicuramente registi che non hanno mai lavorato per un'Italia migliore, certo, ma mi pare che il cinema italiano possa vantare i Michelangelo Antonioni, i Vittorio de Sica, i Roberto Rossellini, i Luchino Visconti, e magari qualche altro registucolo scalcinato che tra un filmetto di serie b e l'altro ha anche trovato il tempo di dare un pochino di lustro all'Italia davanti al mondo. Certo, non un lustro ai livelli di quello che sta dando attualmente il presidente del Consiglio, ma insomma... A tal proposito, visto che è stato Brunetta a tirare fuori l'argomento, mi pare che neppure un congruo numero di quelli che appartengono alla sua categoria - i politici, tanto per intenderci - sia mai passato alla storia per aver contribuito a un'Italia migliore. La presente legislatura in questo senso rappresenta sicuramente un'eccezione, visto che è guidata dal miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, ma si tratta appunto di un'eccezione.
Merita una menzione pure l'elogio a Bondi (min. 3,30), meritevole di continuare a girare la chiave dei soldi destinati alla cultura e allo spettacolo. Bravo Bondi: 100 milioni di euro in meno alla cultura, che in un paese dove già il livello culturale generale è ai livelli che sappiamo, sono una bella cifra, una cifra che fa sicuramente levare molti applausi. Basta coi soldi gettati nel cesso, e che diamine! Peccato che sia Bondi che Brunetta appartengano con orgoglio allo stesso governo che non più tardi di un anno fa ha stanziato 140 milioni di euro a fondo perduto per salvare Catania dalla bancarotta. Catania, comune amministrato per anni dal centrodestra, che a causa di un decennio all'insegna della corruzione, della gestione clientelare della cosa pubblica e dello spreco è riuscito a fare bancarotta e a dilapidare più di 800 milioni di euro di soldi pubblici per opere iniziate e mai finite. Lo stesso governo, sempre quello degli attuali Bondi e Brunetta, sotto il quale nel febbraio del 2006 è passata una norma, quella dei rimborsi elettorali doppi, che stabilisce l'elargizione dei soldi pubblici ai partiti anche in caso di scioglimento anticipato della camere, cosa che ha comportato un aggravio per le casse dello stato di circa 300 milioni di euro.
Perché Brunetta queste cose non le dice? Certo, l'auto-incensazione è molto gratificante, strappa molti applausi perché alle persone poco informate, tipo quelle che in platea applaudivano alla vena istrionica del prode ammazza-sprechi, nessuno probabilmente ha mai raccontato queste cose. Ma, si sa, da che mondo è mondo è sempre stato infinitamente più facile e più comodo guardare solo la famosa pagliuzza e lasciar perdere la trave.
lunedì 7 settembre 2009
La censura cinematografica? Non paga
Nell'ultimo periodo un certo numero di film sono passati sotto la scure della censura. Anzi, forse non proprio della censura, che probabilmente non è il termine esatto, quanto semmai di palesi tentativi di bloccarne la diffusione - beh, insomma, in fondo è tentativo di censura anche questo.Il primo della serie è stato Videocracy, il film documento di Erik Gandini che svela i meccanismi televisivi che hanno consentito alla televisione commerciale di plasmare a suo piacimento la coscienza collettiva e la cultura degli italiani nell'ultimo trentennio. La diffusione del trailer pubblicitario del film, forse qualcuno ricorderà, era stata bloccata sia da Mediaset che dalla Rai (i motivi sono abbastanza intuibili). I censori, però, hanno probabilmente sbagliato i loro conti. Non hanno capito che quando si cerca di chiudere o di bloccare qualcosa, nell'era di internet si ottiene l'esatto effetto contrario.
La notizia del filtro censorio messo in campo, infatti, è velocemente rimbalzata in rete, di sito in sito e di blog in blog. Ed ecco i risultati:
È stata accolta da un’ovazione di 2-3 minuti la proiezione aperta al pubblico di "Videocracy" nell’ambito della Settimana della Critica e delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia. Risate e brusii in sala nei passaggi del film che ironizzavano sul ministro Mara Carfagna e sulle suoneria del telefonino di Lele Mora ispirata al Ventennio.
[...]
Buona parte del pubblico è rimasta esclusa dalla proiezione, nonostante l’organizzazione abbia tentato di aggiungere delle file di posti ai 450 disponibili. La pellicola aveva già destato interesse per il rifiuto di Rai e Mediaset alla messa in onda dello spot promozionale. Stupito ma visibilmente contento il regista italiano ma residente in Svezia Erik Gandini, la cui idea nasceva dal raccontare al pubblico svedese il potere del sistema televisivo in Italia. (fonte)
Secondo voi, se Rai e Mediaset potessero tornare indietro lo censurerebbero ancora?
Oltre a Videocracy, altri due film sono in questo periodo nel mirino di alcuni studi legali: uno è - ne avevo già accennato qui - Oil, film che documenta le devastazioni territoriali e ambientali provocate in Sardegna dalle raffinerie Saras; l'altro è Francesca (scheda), del regista romeno Bobby Paunescu, film che conterrebbe epiteti e frasi ingiuriose contro Alessandra Mussolini e Flavio Tosi, attuale sindaco di Verona. La direzione del Film Festival di Venezia ha deciso per ora, viste le minacce di azioni legali intraprese dai due, di bloccarne la visione, anche se il responsabile della casa di distribuzione ha detto che nelle sale, a ottobre, il film dovrebbe uscire comunque.
Sapete, per quanto mi riguarda, cos'hanno in comune tutti e tre questi film? Il fatto che ne sono venuto a conoscenza, e che sicuramente adesso guarderò, non per il loro contenuto o messaggio, ma per il polverone che ha provocato il tentativo di bloccarli. Chissà se i teorici e i fautori della censura impareranno qualcosa da tutto ciò?
giovedì 20 agosto 2009
30 anni di rincoglionimento collettivo spiegati in un film
venerdì 15 maggio 2009
L'industria discografica italiana ringrazia Sarkozy (e avvisa Berlusconi)
Una lettera che per conoscenza è stata inviata al nostro Berlusconi e ad alcuni rappresentanti di governo, con il chiaro auspicio che pure essi si muovano in tal senso.
Ecco l'inizio:
Alla c.a. del Presidente
Nicolas Sarkozy
Palais de l'Élysée
e per conoscenza
Alla c.a. del Presidente Silvio Berlusconi
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Alla c.a. del Ministro Sandro Bondi
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Alla c.a. del Ministro Christine Albanel
Ministero della Cultura
Oggetto: Loi Création et Internet
Illustre Presidente Sarkozy,
Le scriviamo in rappresentanza delle principali realtà associative del mondo musicale, artistico, librario, audiovisivo in merito alla recente approvazione della Legge “Création at Internet”, con la quale primo in Europa, il Suo Paese cerca di dare una riposta al dilagante fenomeno della pirateria digitale.
Esprimiamo il plauso delle organizzazioni italiane che rappresentano le industria dei contenuti perché siamo convinti che tale intervento risponda pienamente all’obiettivo di contrastare in radice l’assunto che tutto in rete deve essere solo gratis e liberamente accessibile. (testo completo qui)
Non c'è molto da aggiungere rispetto a ciò che è già stato detto fino allo sfinimento: internet e la tecnologia vanno in una direzione e il vecchio mondo in un altro.
Mi limito solo a segnalare un aspetto inquietante di questa legge, aspetto che a me era sfuggito ma che non è sfuggito a Paolo Attivissimo, il quale scrive:
Alla prima violazione sospettata, l'utente riceverà una mail di avviso. Alla seconda violazione sospettata, riceverà una lettera. Alla terza scatterà la disconnessione dalla Rete per un periodo da tre mesi a un anno. L'utente disconnesso non potrà aprire altri abbonamenti a Internet e dovrà continuare a pagare i canoni di quello che gli è stato chiuso.
La parola chiave, come avrete notato, è sospettato. Non occorre una prova giuridicamente valida per avviare il procedimento: un'autorità pubblica indipendente creata ad hoc, la Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet (in acronimo approssimativo, HADOPI, appunto), agisce su semplice segnalazione del titolare del diritto d'autore. La mail iniziale non informa neanche l'utente di quale opera avrebbe fruito senza permesso: indica semplicemente data e ora della violazione. Non è prevista una via di ricorso fino alla terza violazione, e a quel punto l'onere di dimostrarsi innocente sta all'accusato.
Come detto, i firmatari della lettera di congratulazioni auspicano, come si può leggere in calce alla stessa, che la governance italiana si sbrighi a mettere in atto iniziative legislative analoghe a quella francese.
A mio parere, visto l'andazzo, non dovremo aspettare molto.
Due Kit Carson
Cose che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...
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Sto leggendo un giallo: Occhi nel buio, di Margaret Miller. A un certo punto trovo una frase, questa: "Qualche minuto più tardi la luc...
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Domani il grande Antonino Zichichi compirà 96 anni. Mi è sempre stato simpatico, Zichichi, forse un po' anche a causa di quei tratti som...
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Pensavo a Cesare, il micio tigrato che per anni è stato la "mascotte" della stazione di Colleferro. Chiunque passasse di lì, speci...


