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domenica 7 settembre 2025

True Detective

Tra un libro e l'altro amo guardare qualche serie tv, in particolar modo quelle americane, interessanti perché generalmente raccontano un'America fuori dalla realtà. In generale detesto la televisione, ma qualche film o qualche serie tv scaricati da internet ogni tanto me li concedo. 

Le serie tv sono interessanti anche perché consentono di scoprire canzoni sconosciute, utilizzate spesso come sigla o inserite all'interno degli episodi per sottolineare e accompagnare la drammaticità di particolari passaggi.

Una di queste serie, la cui prima stagione mi è piaciuta tantissimo, è True Detective, un poliziesco/noir di una decina di anni fa ambientato in Louisiana, che ha per protagonisti una coppia di detective che devono affiancare all'attività investigativa la lotta contro i propri demoni. Uno dei due, Rustin Spencer "Rust" Cohle, mi ha affascinato fin dalle prime scene. Cioè, se una serie tv si inventa come protagonista un detective colto, oscuro, a tratti "gotico", lievemente misantropo, nichilista, pessimista, che discetta di spazio-tempo e filosofa su Nietzsche, quel detective diventa subito il mio mito :-)



Per quanto riguarda le canzoni che accompagnano la serie, due in particolare mi sono piaciute molto. Una è stata utilizzata come sigla ed è Far from any road (titolo che rappresenta come meglio non si potrebbe lo spirito della serie). È un pezzo dei The Handsome Family, gruppo alternativo country formatosi a Chicago negli anni Novanta. Anche le sonorità evocative e "oscure" di questo pezzo riflettono al meglio lo spirito della serie.




L'altra canzone degna di nota è invece Lungs, del cantautore statunitense Townes Van Zandt, artista chiuso, schivo, malinconico, che non ha mai raggiunto alte vette di popolarità ma che ha scritto pezzi notevoli sempre in stile country. 




Vabbe', vado a vedere cosa combinano "Rust" e il suo socio nella seconda stagione :-)

mercoledì 13 aprile 2022

Televisione

Ieri sera ho acceso la televisione dopo una vita che non lo facevo più. Ho fatto un po' di zapping partendo, come credo si usi fare, dal tasto 1 e poi a seguire. Mi sono imbattuto in un gioco in cui si doveva indovinare di chi era parente (figlio?) un tipo. Poi, proseguendo con lo smanettamento del telecomando, un telefilm, un telegiornale e una sfilza di talk-show in cui "esperti" di ogni risma elargivano ai malcapitati telespettatori verità fondamentali sulla guerra in Ucraina. 

Preso dallo sconforto stavo per spegnere, finché non sono capitato su un canale che stava trasmettendo un documentario naturalistico. Mi ha affascinato e mi sono perso nel racconto della bellezza e della "crudeltà innocente" della natura (in realtà la natura non è crudele, è fatta così, siamo noi che abbiamo l'abitudine di esprimere giudizi morali su fatti naturali). E niente, mi sono perso in quel bellissimo documentario e un'ora è volata senza che me ne sia neppure accorto. Forse la televisione non è in fondo tutta da buttare.

martedì 5 aprile 2022

Fenomenologia di Mike Bongiorno

Chi ha grosso modo la mia età è probabile che abbia conosciuto Mike Bongiorno, il cosiddetto re dei telequiz che ha imperversato tra Rai e Mediaset per oltre quarant'anni, tanto da diventare fenomeno di costume. Umberto Eco, tra le infinite cose di cui ha scritto, si è occupato anche di comunicazione e di mass media, e quindi anche di lui, pubblicando nel lontano 1961 un articolo intitolato appunto Fenomenologia di Mike Bongiorno. Qui Eco traccia un profilo del presentatore ma anche della società a lui contemporanea, perché Mike Bongiorno, in fondo, non è stato che lo specchio di quella società, con i suoi difetti e i suoi pregi. 

Mi sono imbattuto in questo articolo mentre leggevo una raccolta di scritti di Eco intitolata Costumi di casa. Lo ripubblico qui di seguito perché credo meriti sicuramente una lettura. 

Mentre lo leggevo mi chiedevo, sorridendo, se Mike Bongiorno l'abbia mai letto. Chissà... :-)


* * *


L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poichè uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a fare sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com'è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale di consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppure pensare di possederlo un giorno.

La situazione nuova in cui si pone al riguardo la televisione è questa: la tv non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman, ma l'everyman. La tv presenta come ideale l'uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Gréco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda un culto; Joséphine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un'epoca. In tv appare a più riprese il volto magico di Juliette Gréco, ma il mito non nasce neppure; l'idolo non è costei, ma l'annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e più famosa sarà proprio quella che meglio rappresenta i caratteri medi: bellezza modesta, sex appeal limitato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività.

Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota buotade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascuno, per l'uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La "medietà" aristotelica è equilibro nell'esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della "prudenza". Mentre nutrire passioni in grado medio e avere una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.

Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio a cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a un'analisi dei suoi comportamenti, a una vera e propria "Fenomenologia di Mike Bongiorno", dove, si intende, con questo nome è indicato non l'uomo, ma il personaggio.

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all'ambiente. L'amore isterico tributatogli dalle teenager va attribuito in parte al complesso paterno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravvedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non sente il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all'oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla. 

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e trattenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. 

Mike Bongiorno professa una fiducia e una stima illimitata verso l'esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza. L'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnare denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di fare studiare il figlio.

Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore ("Pensi, già centomila lire: è una bella sommetta!"). Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: "Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto così tanti soldi tra le mani?"

Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: "Scusi, signora guardia...") usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: "Signor spazzino, signor contadino." Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d'Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).

Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate. Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l'unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione della sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neopositivista. Non è necessario fare alcuni sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all'occasione, potrebbe essere più facondo di lui. Non accetta l'idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica. 

Mike Bongiorno è privo di senso dell'umorismo. Ride perché è contento della realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l'interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione. 

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa... "Mi dica un po', si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos'è di preciso questo futurismo?"). Ricevuta la spiegazione, non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l'opinione dell'altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse. Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: "Cosa vuol rappresentare quel quadro?" "Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?" "Com'è che viene in mente di occuparsi di filosofia?" 

Porta i cliché alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalla suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è "bruciata". Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così perbene, desidererebbe diventare come l'altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l'educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffe non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas appartengono a un ciclo vichiano cui Buongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l'artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Buongiorno eccelle, a detta di critici e pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l'uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell'ambito di una etichetta omologata dall'ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull'esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita. Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi d'inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

sabato 20 novembre 2021

L'incomprensibile Popper


Ho appena terminato questo libro su Karl Popper, scritto da Roberto Maiocchi. Popper mi ha sempre incuriosito perché, oltre a essere stato uno dei più grandi filosofi del Novecento, è stato spesso citato da Umberto Eco, Telmo Pievani, Umberto Galimberti e altri. Mi sono quindi avventurato in questo libro per cercare di inquadrare il personaggio e capire qualcosa del suo pensiero. Devo dire, però, che il concetto filosofico che è un po' la colonna portante del suo pensiero mi risulta abbastanza incomprensibile. Per oggettivi limiti miei, ovviamente.  

Mi riferisco al cosiddetto principio di falsificabilità, elaborato da Popper stesso, secondo cui una teoria scientifica è vera solo se falsificabile, se cioè è in grado di suggerire quali osservazioni potrebbero confutarne la veridicità. In sostanza, dice il filosofo, per dimostrare la fondatezza di una teoria scientifica non bisogna basarsi sul risultato di esperimenti e processi empirici che ne confermino la veridicità, ma sull'individuazione dei suoi punti deboli. Questa teoria, quando Popper la espose, si pose in netto contrasto coi positivisti, secondo i quali "una teoria è scientifica se è possibile verificarla empiricamente, ciò che non si lascia verificare dall'esperienza è da considerarsi metafisica."

Il sistema di verifica empirica dei positivisti è strettamente legato al principio di induzione. Il metodo induttivo si sostanzia quando, partendo da asserzioni singolari, a cui si arriva tramite osservazioni ed esperimenti, si giunge ad asserzioni universali, quali ipotesi o teorie. Un esempio. Un osservatore che vedesse solo cigni bianchi sarebbe indotto (principio di induzione) a pensare che tutti i cigni sono bianchi e a ricavarne una legge valida scientificamente. Secondo Popper, invece, il fatto che siano stati osservati solo cigni bianchi non autorizza a concludere che tutti i cigni sono bianchi. Potrebbe nascondersi dietro l'angolo un cigno nero che vanifica l'asserzione generale. Un monito per gli induttivisti è la triste storia del tacchino, il quale vede che ogni giorno gli viene portato il cibo ed elabora la teoria che quella è e sarà sempre la sua vita. Finché arriva il giorno di Natale.

In sostanza, per Popper, dall'osservazione empirica non si può fare derivare alcuna legge perché le teorie non sono mai verificabili empiricamente e bisogna quindi scegliere un criterio che consenta di ammettere anche asserzioni che non possono essere verificate. Chiaro, no? Per me no, ma, come ho detto, si tratta di un limite mio, e comunque si tratta di un principio che io ho riassunto brutalmente ma che è molto più articolato e complesso. Se tra i miei 32 lettori ci fosse qualcuno a cui magari questo concetto è più chiaro, è il benvenuto.

Falsificabilità a parte, Popper ha scritto e discettato relativamente a tanti argomenti: storia, economia, politica, e anche attualità. È stato ad esempio un critico feroce della televisione, che definì eufemisticamente diseducativa, posizione che gli diede una certa notorietà qui in Italia. Popper la riteneva "l'elemento più diseducativo della civiltà di fine millennio, in grado di distruggere il tessuto civile a causa delle continue scene di violenza a cui sottopone gli spettatori più piccoli. In un'intervista a Rai Educational nel 1993, il filosofo austriaco, ricordando che in passato aveva lavorato a Vienna nella struttura creata dallo psicologo Alfred Adler per l'accoglienza di bambini abbandonati o vittime di violenze in famiglia, sostenne che una televisione non autoregolamentata è uno strumento per educare i bambini alla violenza in un crescendo di crudeltà e orrori."

A questo proposito, Popper propose la fondazione di un'Istituto per la televisione per promuovere corsi di formazione, conferire licenze e stabilire vincoli alla responsabilità professionale di quanti lavorano con la televisione, anche con la minaccia di provvedimenti disciplinari. "Tale istituzione" diceva Popper "non avrebbe rappresentato una limitazione alla libertà individuale, poiché ogni libertà deve essere limitata." E aggiunse, a tal proposito: "Non esiste libertà che non abbia bisogno di essere limitata. Dovunque ci sia libertà, la migliore forma di limitazione è quella che risulta dalla responsabilità dell'uomo che agisce."

Temo che, se il grande filosofo fosse ancora vivo oggi, guardando la società nutrirebbe seri dubbi sul grado di responsabilità (specialmente sociale) raggiunto da tanti. Ma magari se n'era già accorto quando scriveva queste cose.

domenica 2 maggio 2021

Fedez e la censura

L'aspetto pregnante della vicenda Fedez di ieri non è tanto l'intervento in sé letto sul palco del concerto del Primo maggio, comunque coraggioso. Sappiamo benissimo tutti, infatti, qual è la visione dell'omosessualità e dei diritti civili da parte del partito di Salvini e, in generale, della parte politica che a quel partito fa riferimento. L'aspetto pregnante, e grave, sta nei palesi tentativi di censura, da parte dei dirigenti Rai, di ciò che Fedez voleva dire, inesorabilmente documentati qui.

Di tutto il corollario (reazioni, distinguo, discussioni sul fatto che queste cose le debba dire Fedez piuttosto che una sinistra ormai morta e sepolta e altro) non mi importa granché, mi importa che sia stato reso pubblico il fatto che in un paese cosiddetto civile e democraticamente avanzato, la libera espressione di un'opinione o di un pensiero debba ancora sottostare al vaglio di una autorità che dica cosa si può dire e cosa no, cosa è meglio edulcorare e cosa no, cosa è meglio cambiare e cosa no, in nome anche di quel politically correct di cui parlavo qui.

Ora, nessuno è nato ieri, ed è facile immaginare che molto di ciò che trasmette la televisione o scrivono i giornali sia preventivamente sottoposto a verifica e relativa approvazione, ma vederselo spiattellare così, apertamente, chiaramente, senza margini di ambivalenza, lascia un senso di sconforto non indifferente.

sabato 5 dicembre 2020

Due minuti

L'aspetto più interessante del confronto tra Corrado Augias e Salvini di qualche giorno fa, non sta tanto nella palese sproporzione intellettuale e culturale tra i due, ma sta in quei "Due minuti!" con cui Augias stoppa in maniera ferma e decisa il suo goffo interlocutore al primo tentativo di interruzione. Perché è interessante questo passaggio? Perché, così facendo, Augias mette in difficoltà Salvini proprio sul suo terreno preferito, che è quello della gazzarra verbale tipica dei talk-show.

Il modus operandi comunicativo di Salvini, se ci avete mai fatto caso, si basa principalmente su due tecniche: confusione verbale e sapiente elusione dei temi contenuti nelle questioni che gli vengono poste. Augias, con una mossa sola, gli ha tolto da sotto i piedi entrambe queste "armi". Intimandogli il silenzio mentre parla lui gli ha tolto la possibilità di buttarla in scontro verbale; riproponendogli pari pari la questione postagli in precedenza dalla signora Berlinguer, che lui naturalmente aveva eluso nel suo solito modo, lo ha costretto a rispondere senza possibilità di scampo.

In questa modo Augias lo ha messo a nudo, permettendo a tutti di vedere il già arcinoto niente che si cela dietro ogni suo slogan.

giovedì 26 novembre 2020

Televisione e scienza

Una volta, in TV, c'era Piero Angela che spiegava la scienza e la voce ufficiale della scienza in TV era Piero Angela. Stop. Oggi ho come l'impressione che tutto il suo lavoro di anni e anni di meritoria divulgazione sia stato buttato nel cesso dalla pletora di scienziati e pesudoscienziati che affollano ogni canale nell'arco delle 24 ore, un affollamento con relativo profluvio di pareri, spesso contrastanti tra loro, che è inevitabile che generino e diffondano dubbi e timori generalizzati, specie in una massa indistinta di persone che, triste realtà del nostro paese, con la scienza ha pochissimo feeling (la diffusione dei vari no-vax, terrapiattisti ecc. origina da qui).

Ora, se io mi imbatto in un dibattito televisivo sui vaccini tra, che ne so?, Roberto Burioni e Red Ronnie non ho difficoltà a capire chi dei due racconta palle, perché so che il primo è uno scienziato che li studia da quasi quarant'anni e il secondo è un disc jockey che parla di vaccini dopo dieci minuti su Google. Il problema nasce quando, sempre relativamente ai vaccini, i pareri discordi sono tra Burioni e Ilaria Capua, entrambi con alle spalle una vita dedicata alla scienza e allo studio di questi temi. Ho citato Burioni e la signora Capua solo perché rappresentano l'ultimo esempio in ordine di tempo di questa difformità di vedute tra scienziati riguardo ai suddetti temi, ma, se ricordate, solo pochi giorni fa analogo episodio successe tra Andrea Crisanti e Pierpaolo Sileri relativamente alla triade di vaccini anti-covid che a breve dovrebbero arrivare. E andando indietro nel tempo se ne trovano tanti altri simili.

Tempo fa, forse qualcuno ricorderà, girava in rete un video in cui Luc Montagnier, prestigioso biologo e virologo francese e premio Nobel per la medicina nel 2008 per i suoi studi sul virus dell'Aids, intervistato da una emittente televisiva transalpina affermava che il coronavirus era plausibilissimo che fosse stato creato in laboratorio, laddove invece la totalità della comunità scientifica sosteneva, e sostiene tuttora, l'infondatezza di questa affermazione. La diffusione di quel video, come è facile immaginare, offrì il destro alla marea di complottisti per dire: "Visto che abbiamo ragione? Il coronavirus è stato creato in lavoratorio. Lo dice pure Luc Montagnier!"

In tempi un po' più lontani fece scalpore un intervento di Carlo Rubbia, uno dei più noti fisici a livello mondiale, il quale, in una audizione nella sede del parlamento italiano affermò che non era vero che il riscaldamento globale stava aumentando con l'intensità di cui parlavano tutti gli scienziati e i climatologi, anzi secondo lui il processo era addirittura in fase regressiva. Come con Montagnier, questo intervento di Rubbia ringalluzzì la folta schiera dei negazionisti del riscaldamento globale col solito ritornello: "Lo dice anche Rubbia!"

In realtà, sia Montagnier che Rubbia non dissero due inesattezze, fecero semplicemente due affermazioni prive di riscontri. Perché? Perché in ambito scientifico è previsto che un assunto acquisti patente di veridicità e validità solo dopo la pubblicazione su apposite riviste scientifiche e la verifica della sua fondatezza da parte della comunità scientifica. Nessuno impedisce a Montagnier e Rubbia di affermare ciò che sostengono, ma se vogliono che le loro affermazioni diventino verità scientifica devono seguire un preciso modus operandi che nel loro caso non è stato seguito, dal momento che nessuno dei due ha pubblicato da nessuna parte ciò che ha affermato, sottoponendolo al vaglio della comunità scientifica.

Queste cose chi si interessa un po' di scienza le sa, ma, come scrivevo prima, la stragrande maggioranza di chi guarda la televisione e bazzica sui social, no. Qui, allora, oltre al problema della discrepanza di vedute tra scienziati si affianca quello, certo non meno grave, del livello di amplificazione mediatica che si dà a queste difformità di pareri, e non è complicato capire che se a una comunità teledipendente che di scienza non sa niente si danno in pasto giornalmente diatribe tra scienziati, poi non ci si può stupire che da tale "ecosistema" proliferino i no-vax e Red Ronnie acquisti la stessa autorità scientifica di Burioni.

Quando io ero piccolo non esisteva il problema vaccino sì e vaccino no: si facevano e basta, perché il medico di famiglia li prescriveva e Luciano Onder su Raidue ne decantava le lodi. In più internet e i social non esistevano e non esistevano neppure politici tuttologi con la felpa che dichiaravano su twitter che dieci vaccini obbligatori sono troppi e potenzialmente pericolosi. Certo, l'ignoranza generale e i dubbi su questi temi c'erano anche ai miei tempi, ma siccome non c'era modo di propalarli tramite internet e TV, i vaccini si facevano e zitti. E se facevo storie, mia mamma era pure capace che mi desse uno scapaccione.

Come si esce da questa situazione? Non si esce. Ci vorrebbe un innalzamento culturale generale e, specie in questi tempi di pandemia in cui molte certezze tendono a crollare, bisognerebbe che la scienza parlasse con poche voci, possibilmente univoche e autorevoli, cosa che non si verificherà mai. Con buona pace di Piero Angela.

mercoledì 1 aprile 2020

Salvini, D'Urso e l'Eterno riposo


Ci sono tre modi, credo, di reagire all'abisso di populismo in cui siamo precipitati, al confronto del quale la Fossa delle Marianne è una pozzanghera primaverile: incazzarsi, rassegnarsi o riderci su. Forse è meglio riderci su, anche se c'è ben poco da ridere.

lunedì 23 marzo 2020

Il problema non è Sgarbi

E non è nemmeno Giletti. Il problema, a mio avviso, risiede in un sistema televisivo e sociale in cui personaggi come Sgarbi, purtroppo, fanno ascolti, e ascolti significano entrate pubblicitarie. Sgarbi non viene invitato nei salotti televisivi perché ha una competenza riguardo a qualcosa all'infuori dell'arte, ma perché quella vis polemica becera, troglodita e impetuosa che lo contraddistingue, a molti piace. E poco importa che se dipendesse da me Sgarbi starebbe a dire le sue cialtronate al massimo in un bar o sulla panchina di una bocciofila; al pubblico televisivo piace, Giletti e tutti gli altri lo invitano. Punto. Triste ma è così.

Poi, certo, non è che la reponsabilità di Giletti in tutto questo sia nulla, perché se a distanza di pochi giorni inviti in trasmissione Adriano Panzironi e poi Sgarbi, significa che hai già deciso in partenza di non voler fare informazione o televisione di qualità, ma tv spazzatura in stile D'Urso o De Filippi. Quindi è inutile prendersela con Sgarbi che in diretta insulta uno dei maggiori virologi italiani, è col sistema che permette a Sgarbi di andare in tv che bisognerebbe prendersela.

Prima o poi qualcuno farà uno studio serio, approfondito e circostanziato con cui si valuterà la responsabilità della televisione nell'imbarbarimento culturale generale degli ultimi cinquant'anni.

mercoledì 8 gennaio 2020

Storici e filosofi in televisione

Ieri sera ho seguito per un quarto d'ora la trasmissione su RaiTre condotta da Bianca Berlinguer. A interloquire con lei, Massimo Cacciari e Paolo Mieli. Cacciari è un filosofo, Mieli è uno storico, di cui tra l'altro ho letto recentemente un suo saggio molto bello chiamato Le verità nascoste. Da entrambi, in quel quarto d'ora, ho sentito solo cose di buon senso, intelligenti, e le tragiche vicende dell'Iran erano affrontate con piglio storicamente documentato, con analisi retrospettive articolate e dettagliate. Due persone, cioè, che sapevano la storia di quelle zone martoriate del medio oriente, gli accadimenti geopolitici recenti e anche più lontani nel tempo. Due persone competenti, insomma. E mi chiedevo perché tali persone, invece di stare in tv, non stiano in parlamento, magari in posti particolarmente delicati come il Ministero degli esteri, attualmente occupato da un ex bibitaro al San Paolo.

lunedì 9 dicembre 2019

C'è il telecomando

Mi viene sommessamente la tentazione di segnalare ai tanti italiani che, secondo il Censis, si lamentano della programmazione televisiva serale, in particolar modo per l'eccessiva presenza in video dei politici, che è da molti anni stato inventato un ingegnoso oggetto chiamato telecomando. Viene solitamente fornito in dotazione all'apparecchio televisivo e, tra le funzioni in suo possesso, c'è quella di permettere il cambio dei canali o lo spegnimento dell'apparecchio. Mi rendo conto che la mia segnalazione pecca forse di eccessiva semplificazione, ma assicuro a tutti che spegnere la televisione e fare qualsiasi altra cosa, magari aprire un libro oppure organizzare un torneo di briscola con i figli, è una soluzione pratica, comoda e salva dall'onnipresenza televisiva dei politici.

venerdì 1 novembre 2019

Di scritti e di scrittori

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Però che meraviglia, quel mostruoso connubio! Che privilegio fluttuarci, che sublime responsabilità! Te lo dimostrerò con l'aiuto di un argomento che oggi è tema di saggi accademici ed elaborate polemiche, litigi da salotto e best-seller, ma che quasi tutti affrontano scansando il punto che preme. Ecco qua. Apparteniamo a un epoca in cui cinema e tv si sostituiscono alla parola scritta, al racconto scritto, e nel dialogo con il mondo i registi anzi gli attori si sostituiscono agli scrittori. Nessuno infatti, neanch'io, resiste al narcotico richiamo dello schermo, al perpetuo svago offertoci da un sistema di comunicazione che trasforma in pubblico trastullo anche la sacra intimità del sesso e la inviolabile solennità della morte. Soggiogati, ipnotizzati dalla moderna Medusa, passiamo ore a guardare le sue immagini e ascoltare i suoi suoni. Di conseguenza leggiamo assai meno, e molti non leggono più. Ritengono che si possa vivere senza leggere cioè senza la parola scritta, il racconto scritto, gli scrittori. Invece no. No, e non tanto perché lo stesso cinema e la stessa tv non prescindono dalla parola scritta, dal racconto scritto, dagli scrittori, quanto perché lo schermo non permette e non permetterà mai di pensare come si pensa leggendo: le sue immagini e i suoi rumori distraggono troppo, impediscono di concentrarsi. Oppure suggeriscono riflessioni troppo superficiali e passeggere. Inoltre si preoccupa troppo di stupire e divertire, lo schermo, diverte e stupisce con mezzi troppo rudimentali e giocattoleschi: se ne frega delle tue meningi. È superfluo ricordare che per leggere ci vuole un minimo di meningi cioè di intelligenza e cultura. Superfluo sottolineare che qualsiasi idiota o qualsiasi analfabeta con due occhi e due orecchi può guardare le immagini e ascoltare i suoni della moderna Medusa. Ma per vivere, per sopravvivere, è necessario pensare! Per pensare è necessario produrre idee, fornirle. E chi più dello scrittore produce idee? Chi più di lui le fornisce? Lo scrittore è una spugna che assorbe la vita per risputarla sotto forma di idee, è una mucca eternamente incinta che partorisce vitelli sotto forma di idee, è un rabdomante che trova l'acqua in qualunque deserto e la fa zampillare sotto forma di idee: è un mago Merlino, un veggente, un profeta. Perché vede cose che gli altri non vedono, sente cose che gli altri non sentono, immagina e anticipa cose che gli altri non possono né immaginare né anticipare... e non solo le vede, le sente, le immagina, le anticipa: le trasmette. Da vivo e da morto. Cara, nessuna società si è mai evoluta al di fuori degli scrittori. Nessuna rivoluzione buona o cattiva che fosse è mai avvenuta al di fuori degli scrittori. Nel bene e nel male, sono sempre stati gli scrittori a muovere il mondo: cambiarlo. Sicché scrivere è il più utile mestiere che ci sia. Il più esaltante, il più appagante del creato.
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sabato 6 gennaio 2018

Il boom delle Meraviglie

La trasmissione di Alberto Angela Meraviglie, andata in onda giovedì sera, ha fatto il pieno di ascolti. Non ricordo chi fosse a dire che la tv spazzatura impera perché è la gggente che la vuole, ma ogni volta che da qualche parte viene fornita l'occasione di sfatare questo luogo comune, questo luogo comune viene regolarmente sfatato.

Poi, certo, ci saranno sicuramente eserciti di persone il cui orizzonte televisivo non va oltre a grandi fratelli, isole, isterismi di Sgarbi, calcio ecc., e poveretti loro, ma accanto a questi - ormai è dimostrato - ci sono altrettanti corposi eserciti di persone che rimangono affascinati dalla storia del Cenacolo di Leonardo o dei templi di Agrigento (e anche dal sex appeal di Angela figlio, diciamolo, via).

Un unico appunto: l'orario. Anche se può apparire strano, in Italia c'è ancora gente che lavora e che la mattina si deve alzare molto presto, e se si fa iniziare una trasmissione alle 21:30 è poi molto difficile che i soggetti di cui sopra, scrivente compreso, arrivino in fondo. Ma ci si accontenta lo stesso, via, non si può avere tutto.

sabato 30 dicembre 2017

22.11.63

Tanto bello, avvincente, appassionante il libro, tanto brutta, sciatta, pallosa la relativa mini serie televisiva, che ho terminato solo grazie a notevoli dosi di pazienza e vincendo la reiterata tentazione di mollarla lì e mettermi a rileggere il libro, per rifarmi un po' la bocca. Peccato.

venerdì 15 aprile 2016

Consiglio di Stato, canone (e zappa)

Mi pare sia passata un po' in sordina la notizia della stroncatura, da parte del Consiglio di Stato, della normativa che disciplina l'inserimento del canone in bolletta. Secondo i giudici di Palazzo Spada dal regolamento emergono "numerose criticità", tra cui ad esempio il fatto che non sia menzionato da nessuna parte che si tratta di una tassa che si paga una volta sola; manca poi "un riferimento allo scambio dati tra vari enti necessario per l'addebito"; in più, ciliegina sulla torta, manca "un qualsiasi richiamo ad una definizione di cosa debba intendersi per apparecchio televisivo". Cioè, non so se sia chiaro: questi qui fanno una legge che disciplina il versamento del canone per il possesso dell'apparecchio televisivo e in nessuna parte specificano cosa si intende con la definizione apparecchio televisivo, più in generale quali siano i device (smartphone? Tablet? Pc?) soggetti al pagamento dell'obolo. In altre parole, non hanno saputo definire un televisore.
Altroché braccia rubate all'agricoltura, questi non saprebbero neppure reggere una zappa.

mercoledì 15 febbraio 2012

Poteva anche restare nella via Gluck

Leggo adesso che il festival di Sanremo sarà commissariato (mi pare che il commissariamento di una trasmissione televisiva sia una esclusiva tutta italiana) dopo l'intervento di ieri sera di Celentano.
Lasciando stare il suddetto intervento, che a parte un paio di cose condivisibili è stato un concentrato di fesserie, non si capisce il motivo di tutto questo cancan. Gli accordi tra la Rai e il tipo della via Gluck prevedevano un certo tempo a sua disposizione, senza interruzioni pubblicitarie e senza alcun limite di "argomento". Insomma, poteva parlare liberamente di ciò che voleva. E questo ha fatto. Adesso tutti a lamentarsi e protestare: ma pensarci prima no? E' un po' come se invitassero Beppe Grillo dandogli carta bianca e il giorno dopo si lamentassero perché non è stato "politically correct". Bah...

sabato 21 gennaio 2012

giovedì 19 gennaio 2012

lunedì 9 gennaio 2012

Il canone di Wojtyla

Non capisco tutto il clamore suscitato dallo spot pro-canone Rai in cui compare Wojtyla. Scusate, ma la chiesa non strumentalizza allo stesso modo i sentimenti della gente quando intasa ogni canale televisivo possibile e immaginabile con gli spot dell'8 x 1000?

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...