"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
sabato 5 marzo 2022
Pier Paolo Pasolini
martedì 8 febbraio 2022
Facoltà umanistiche da chiudere?
mercoledì 5 gennaio 2022
Scritti corsari
Mentre leggevo questo libro, che è una specie di testamento di uno degli intellettuali più lucidi e geniali che l'Italia abbia mai avuto, mi chiedevo cosa direbbe Pier Paolo Pasolini oggi, se fosse ancora vivo, vedendo che le cose che raccontava/profetizzava negli anni Settanta non solo sono diventate realtà, ma di un tipo di realtà peggiore rispetto a ogni previsione.
Il libro è una raccolta sparsa di scritti vergati negli anni che vanno dal 1973 al 1975, prima del suo assassinio, pubblicati da quotidiani e periodici dell'epoca. Mentre li leggevo mi chiedevo come facessero giornali come il Corriere della Sera a pubblicarli. Si tratta infatti di editoriali taglienti, corrosivi, diretti, a volte quasi brutali nella loro lucida schiettezza (il politically correct tanto in voga oggi ne sarebbe risultato asfaltato), che denunciavano con accanimento e sofferenza la "rivoluzione conformistica", l'"omologazione culturale", la "mutazione antropologica" degli italiani, il tutto avvenuto con la complicità della classe imprenditoriale, politica e dei media, in particolare della televisione, responsabile della maggiore opera di omologazione culturale al ribasso mai vista prima e maggiore responsabile di quella generalizzata perdita della capacità di pensare oggi così palesemente sotto gli occhi di tutti.
Tra i tanti esaminati, l'aspetto su cui maggiormente si focalizza l'attenzione di Pasolini è la "mutazione antropologica" generata dall'avvento, a partire dagli anni Cinquanta, del consumismo. Dice Pasolini in una intervista rilasciata nel 1974 a Massimo Fini: "Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno fin troppo bonariamente chiamato 'la società dei consumi'. Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. E invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell'urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini [il riferimento è al documentario Fascista, realizzato nel 1974 da Nico Naldini, cugino dello stesso Pasolini] noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa... Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi e i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant'anni addietro, come prima del fascismo. Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell'anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell'intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all'epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l'anima. Il che significa, in definitiva, che questa civiltà dei consumi è una civiltà dittatoriale. Insomma, se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la società dei consumi ha bene realizzato il fascismo."
A leggere oggi ciò che Pasolini scriveva all'epoca, si avverte la sua pressante urgenza di capire, di arrivare alla verità riguardo agli accadimenti di una società che a partire dal '68, ma i prodromi c'erano già da prima, stava cambiando profondamente. Pasolini scrive negli anni cruciali delle grandi svolte sociali: gli anni turbolenti del '68, della strategia della tensione, del referendum sul divorzio. È un intellettuale che vuole capire e le persone che vogliono capire danno fastidio perché vanno a fondo, non si fermano a quanto può superficialmente apparire, diventano presenze difficili da sopportare in un mondo sempre più costruito sulle apparenze. E questo suo testardo voler capire sarà ciò che gli attirerà le antipatie e gli strali sia della destra che della sinistra, e che farà tirare qualche sospiro di sollievo, rigorosamente bipartisan, alla notizia del suo assassinio.
domenica 12 dicembre 2021
Miglior libro del 2020 (per i lettori di Repubblica)
Roberto Mercadini è raggiante e ne ha ben donde, dal momento che il suo libro - ne avevo accennato qui - Bomba atomica è risultato essere il miglior libro del 2020. Ma chi ha decretato questa cosa? I lettori dell'inserto culturale Robinson di Repubblica. Qual è la cosa strana di questo evento? Il fatto che Roberto Mercadini è, letterariamente parlando, un perfetto sconosciuto, ma nonostante questo suo essere un parvenu della letteratura è riuscito a superare scrittori del calibro di Susanna Tamaro, Carlo Lucarelli, Stefano Benni, Chiara Gamberale, Alberto Angela, Roberto Saviano, Mario Calabresi (ex direttore di Repubblica, tra l'altro) e altri.
Seguo da tempo il cesenate Mercadini, attore teatrale, scrittore e youtuber, e in questo blog ho dedicato a lui più di un post. Ho assistito a suoi spettacoli teatrali e presentazioni di libri e quindi sono contento che abbia vinto questo premio, non solo perché è praticamente un vicino di casa, ma perché è bravo, ha una verve affabulatoria fuori del comune e scrive dei bei libri. Bomba atomica è coinvolgente e interessantissimo, ma anche il precedente Storia perfetta dell'errore, il libro che gli ha consentito di uscire dall'ambito romagnolo entrando nelle classifiche di vendita in Italia, merita di essere letto.
Ammiro Roberto Mercadini anche per un altro motivo: il coraggio. Prima di diventare attore teatrale, scrittore e recitatore di monologhi, Roberto era un normale ingegnere elettronico che lavorava in una azienda informatica e si occupava di programmazione. Lavoro sicuro, stabile e ben retribuito. L'attore teatrale lo faceva per hobby, nei ritagli di tempo. Un giorno ha trovato il coraggio di licenziarsi per dedicarsi esclusivamente alla sua passione: l'arte e la cultura. Oggi chi abbandonasse un lavoro sicuro e redditizio per provare a vivere di monologhi sarebbe visto come un pazzo, e molti gliel'hanno effettivamente rinfacciato. Lui si è buttato e ha vinto, e oggi il suo "lavoro" e la sua passione sono la stessa cosa.
Si dice che la chiave della felicità stia nel realizzare le proprie passioni, fare nella vita ciò per cui si è portati. Direi che Mercadini ci sia riuscito, e la sua reazione alla notizia della vincita del torneo di Robinson mi sembra lo confermi :-)
sabato 27 novembre 2021
Guerre puniche
Quelli del Post, in seguito alle polemiche nate dopo l'uscita del ministro Cingolani, hanno pubblicato un riassunto fatto molto bene della storia delle guerre puniche. Non so come faccia a dire, il ministro, che a scuola si studino quattro volte, a me pare a malapena di averne sentito parlare una volta sola, e neppure sono sicuro se alle medie o alle superiori. Ricordi molto vaghi, comunque, e principalmente legati alla celeberrima impresa di Annibale e i suoi elefanti che, partendo dalla Spagna, arrivarono qua da noi attraversando la catena alpina e arrivando poi fino in Puglia.
Per quanto riguarda l'uscita del ministro, non si capisce il motivo di tanta polemica. Ha semplicemente detto ciò che ormai sanno anche i sassi, e cioè che studiare le guerre puniche, e in senso lato la storia, oggi non serve a niente, dal momento che abbiamo strutturato la società in modo che la cultura umanistica sia considerata qualcosa meno di un inutile e fastidioso orpello. Anni e anni fa, quando Giulio Tremonti disse che con la cultura non si mangia, rese perfettamente l'idea di questo. Discorso chiuso.
mercoledì 17 novembre 2021
La scuola breve
Mi è capitato sott'occhio questo articolo del Post, dove si parla di un decreto governativo tramite il quale si vorrebbe estendere la sperimentazione del cosiddetto "liceo breve", ossia la possibilità di conseguire la maturità con un ciclo di studi di quattro anni invece dei canonici cinque. Non entro nel merito delle motivazioni che spingono, da anni, vari governi a muoversi in questa direzione, mi limito solo a chiedermi come si possa pensare di diminuire l'istruzione in un paese, il nostro, dove il tasso di ignoranza è più alto rispetto a tutti gli altri paesi d'Europa.
Non è un assunto retorico. Questa classifica viene redatta ogni anni dall'istituto Ipsos e la rilevazione pubblicata nel 2018 ha certificato che l'Italia è il paese col maggior tasso di ignoranza in Europa, ed è addirittura al dodicesimo posto nel mondo. Ignoranza intesa nel senso letterale del termine, cioè la non conoscenza delle cose del mondo. Come se non bastasse, qualche anno fa l'Ocse aveva certificato che gli italiani sono all'ultimo posto in Europa nella comprensione di un testo scritto. Che non significa non sapere leggere, ma leggere senza capire ciò che si legge. Basterebbe solo questo a spingere verso un allungamento del periodo scolastico e magari a un aumento della qualità dell'offerta formativa. E invece, di fronte a questo dramma, cosa si fa? Si pensa di accorciare ulteriormente la scuola.
Sorrido pensando a chi blatera continuamente di democrazia. Come possiamo pretendere di essere un paese democratico senza cultura? Senza cultura non può esserci democrazia, questa cosa la diceva già Platone. Se non si ha conoscenza delle cose non dico del mondo, ma almeno del proprio paese; se non si hanno le basi per capire le dinamiche degli accadimenti di una società che è sempre più complessa, come si può essere in democrazia? Mancanza di cultura significa mancanza dei basilari strumenti per capire la differenza tra un politico e un imbonitore. Poi, dopo, non è che ci si può lamentare della qualità della classe politica o del fatto che sui vaccini si preferisce ascoltare Red Ronnie o la signora Brigliadori piuttosto che uno scienziato.
Boh, non so, non vedo prospettive rosee per il futuro.
martedì 26 ottobre 2021
Rasiglia e Foligno
venerdì 17 settembre 2021
Sapere di non sapere
Questa bellissima mini-lezione di Telmo Pievani sull'ignoranza, spunto da cui parte per parlare anche di altro, mi ha un po' rincuorato. C'è un'ignoranza buona e una cattiva, dice lo scienziato, ma la vera ignoranza non è quella di chi non sa ma quella di chi si rifiuta di sapere, di chi mette in atto qualsiasi meccanismo o strategia per evitare di imparare cose nuove. E queste strategie possono avere diverse cause: ideologiche, politiche; possono essere dovute a indifferenza, interesse. Quando Donald Trump, ad esempio, ripeteva su twitter che i cambiamenti climatici sono una costosa bugia, mentiva sapendo di mentire, aveva tutto l'interesse, cioè, a nascondere una cosa che si sa e che è riconosciuta dagli stessi americani (la locuzione climate change l'hanno inventata loro).
C'è poi un'ignoranza incolpevole, diciamo così, che è quella di chi non sa di non sapere, e qui il discorso si allaccia ai social network. Chiunque bazzichi sui social si sarà sicuramente imbattuto in una delle innumerevoli, estenuanti e lunghissime discussioni su qualsiasi argomento imbastite dai tanti che credono di sapere tutto mentre in realtà non sanno niente. Pievani ne parla negli ultimi cinque minuti del suo intervento, chiedendosi se un giorno sarà possibile trasformare i social network in un luogo costruttivo, in cui il posto della sicumera dilagante e ottusa sarà preso dal dubbio, dalla curiosità, dalla voglia di imparare da chi ha realmente una competenza. Personalmente penso che sia pura utopia, ma magari sbaglio e in futuro sarà davvero così.
Perché mi ha rincuorato questa mini-lezione di Pievani? Perché io, che non ho studiato e non so niente, sono conscio di non sapere ma non metto in atto strategie per evitare di imparare cose nuove, faccio l'esatto contrario, e un po' mi sento inquieto come lo erano Galileo o Darwin. Darwin, dice Pievani, è stato un uomo inquieto per tutta la vita, ammantato da una frustrazione che nasceva dalla consapevolezza che le cose che aveva imparato e scoperto erano una minima parte di ciò che ancora rimaneva da scoprire, e che la sua vita non gli sarebbe bastata per farlo.
In fondo, coi doverosi distinguo, è la stessa frustrazione che provo io quando nella mia libreria continuo ad accumulare libri che forse non leggerò mai; quando nella sezione "Guarda più tardi" di Youtube continuo a salvare lezioni e conferenze di Pievani, Galimberti, Barbero, Tonelli, Cacciari, Andreoli, Barbujani, Hack, Giorello ecc., pur sapendo che non avrò mai tempo sufficiente per guardarle tutte. Ma continerò a farlo lo stesso: so di non sapere, ma non mi arrendo.
sabato 27 febbraio 2021
Tre anni senza un libro
Lucia Borgonzoni, qualche giorno fa, è stata nominata sottosegretaria alla cultura del neonato governo Draghi, ruolo, questo, già ricoperto nel primo governo Conte. Puntuali, come del resto accadde successivamente alla sua nomina nel governo giallo-verde, sono piovute le polemiche, innescate da una sua celebre uscita in cui affermò di non leggere un libro da tre anni. In realtà, trovo queste polemiche abbastanza pretestuose. Non so di preciso quale sia il ruolo di un sottosegretario alla cultura ma immagino si tratti di compiti di tipo gestionale/amministrativo all'interno del comparto cultura, e per svolgere tali mansioni non penso sia obbligatorio leggere cinquanta libri all'anno. Certo, quando si pensa alla cultura nella sua accezione più ampia, risulta abbastanza stridente immaginare di dissociarla dai libri, ma lavorare all'interno di un ministero dedicato alla cultura comprende probabilmente una pluralità di mansioni per espletare le quali, come dicevo, può non essere necessario essere accaniti lettori.
Sia come sia, la nomina della signora Borgonzoni si inserisce in un già da tempo consolidato modus operandi politico dove competenza e capacità vengono sacrificate sull'altare di meri interessi familistici o di bottega. Non si spiegherebbe altrimenti un sottosegretario alla cultura che confonde Dante con Topolino. Ma gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi: da un Ministro degli esteri che non spiccica una parola di inglese (Di Maio) a un Presidente della Camera (Fico) sempre in lotta coi congiuntivi a un (fortunatamente ex) Ministro degli interni che nel suo ufficio nessuno ha mai visto. Come dimenticare, poi, andando indietro nel tempo, i memorabili anni berlusconiani con la signora Gelmini al vertice del Ministero dell'istruzione o Nicole Minetti alla Regione Lombardia? E si potrebbe continuare, in un triste e sconsolante percorso a ritroso. Ecco perché, a mio parere, se la signora Borgonzoni non legge non è in fondo così grave.
sabato 12 dicembre 2020
Perché i classici
domenica 29 novembre 2020
[...]
sabato 31 ottobre 2020
Banalizzazioni
lunedì 14 settembre 2020
Non è ora di smetterla con questo benedetto "contro natura"?
Sotto questa luce, contro natura significa - correggetemi se sbaglio - che va contro ciò che ha previsto la natura, cioè contro le leggi di natura. Ma due uomini o due donne che provano sentimenti di affetto reciproci o che si danno piacere sessuale reciproco, sono contro natura? Infrangono qualche legge di natura? No. Lo farebbero, che ne so, se per ipotesi una donna corresse alla velocità della luce o un uomo facesse la fotosintesi clorofilliana, giusto per fare i primi due esempi che mi vengono in mente. L'omosessualità, quindi, dal punto di vista della natura, concetto caro al consigliere e purtroppo a tanta gente, non infrange alcunché.
Infrange semmai delle leggi morali o culturali. Da questo punto di vista la proposizione del consigliere avrebbe avuto un senso nei termini di "contro cultura", se cioè avesse detto che l'omosessualità è contro cultura (o contro morale). Ma i contesti culturali o morali non sono la stessa cosa dei contesti naturali, perché le leggi di natura sono uguali in ogni luogo della terra, i contesti culturali sono diversi a seconda del luogo del pianeta in cui ci si posiziona, al punto che ciò che magari è considerato moralmente riprovevole in un luogo può essere moralmente più che lecito in un altro.
Capite perché la locuzione "l'omosessualità è contro natura" non ha alcun senso? È lo stesso discorso di chi blatera di famiglia naturale, che non significa assolutamente niente perché, anche qui, il concetto di famiglia è diverso a seconda di dove si va. Se qui in occidente la famiglia naturale è formata da papà e mamma sposati con prole, basta spostarsi in medio oriente e si ha la poligamia, se si va in estremo oriente si trova ancora la poliandria, se si va in alcune zone tribali dell'Oceania il concetto di famiglia è allargato al villaggio, nel senso che la famiglia è il villaggio e i figli sono figli dell'intera comunità. Ecco perché se c'è un prodotto culturale per antonomasia è proprio il matrimonio e la famiglia che ne deriva, perché frutto di elaborazioni e di impegni esclusivi del ragionare umano.
Per l'omosessualità è lo stesso identico discorso, e viene da chiedersi come si possa considerare innaturale un comportamento praticato da tutte le specie animali eccetto i ricci di mare. Chissà, magari il consigliere di FDI ha una risposta.
sabato 12 settembre 2020
Eco in edicola
Di solito non uso queste pagine per fare pubblicità. Faccio eccezione quando vengono promosse iniziative come quella partita da Repubblica, che il 15 e 16 settembre allegherà al quotidiano due saggi di quel genio in terra che rispondeva al nome di Umberto Eco (dettagli qui): Il fascismo eterno e Migrazioni e intolleranza.
Per tutta una serie di motivi che non sto qui a spiegare, Umberto Eco è stato uno di quegli uomini che mi hanno cambiato la vita. Oddio, forse ho esagerato, ma comunque dopo averlo conosciuto, e soprattutto aver conosciuto i suoi libri (alcuni, tutti è impossibile), ho cambiato molti parametri con cui vedevo il mondo.
lunedì 7 settembre 2020
Scriviamo e leggiamo di più?
Detta così, la cosa apre il cuore. Il problema è che non si tratta di lettura e scrittura intesi nell'accezione più nobile dei termini, ma in quella più scadente: si leggono e si scrivono miliardi di sgrammaticati messaggi su whatsapp o cinguettii su Twitter. Se quel leggere e scrivere come mai si è fatto in passato fosse infatti riferito alla lettura di libri e alla scrittura di testi anche solo mediamente articolati e corretti, probabilmente il baratro culturale in cui galleggia il nostro paese non sarebbe così profondo e Salvini dovrebbe trovarsi un lavoro.
E invece no. D'altra parte l'Ocse aveva già messo nero su bianco nel 2016 che l'Italia è agli ultimi posti in Europa per la comprensione di un testo scritto, ed è altrettanto risaputo che qui da noi i libri non li legge più nessuno. Siccome è noto che le nazioni progrediscono a partire dal loro livello culturale, non deve poi stupire che siamo messi come siamo messi.
Però scriviamo miliardi di messaggi sgrammaticati su whatsapp. Magari può essere una consolazione, sotto qualche punto di vista.
mercoledì 25 dicembre 2019
Verità di fede e pregiudizi
La verità ha un proprio statuto, che è diversissimo da quello della fede, così come la fede ha un proprio statuto che è diverso da quello della verità. E verità e/o fede c'entrano coi pregiudizi? La prima no, la seconda sì. Qui il sostantivo pregiudizio viene analizzato nel suo senso lato, quindi non necessariamente nella accezione negativa in cui siamo soliti inquadrarlo. Tutti noi nasciamo con dei pregiudizi, che sono il frutto del posto in cui siamo nati, della famiglia in cui siamo vissuti, degli insegnanti che abbiamo incontrato, dei libri che abbiamo letto, dell'educazione che abbiamo ricevuto, del contesto religioso in cui siamo nati ecc., e questi pregiudizi, che fanno parte della nostra identità, è difficilissimo metterli in discussione, metterli in "crisi", modificarli, svecchiarli. È difficilissimo perché appunto fanno parte dell'identità. Ma metterli in discussione non significa rinunciarvi, significa solo ammettere che magari non sono più attuali e che comunque non sono verità assolute.
Una delle più belle conferenze di Umberto Galimberti.
sabato 23 novembre 2019
La cultura sta in fondo
domenica 17 novembre 2019
Se tornassi indietro...
Uno dei più grandi rimpianti della mia vita è quello di non aver studiato. Un errore di gioventù con cui faccio i conti ogni giorno. Sarà che a vent'anni, a volte, si è stupidi davvero, come diceva Guccini, o non lo so, so solo che se tornassi indietro studierei, studierei eccome, ma ormai è andata così e indietro non si torna. Certo, nel corso degli anni mi sono poi parzialmente rifatto per conto mio, diciamo così, leggendo un sacco e di tutto (dei settanta/ottanta libri che leggo ogni anno una metà buona è composta da saggi sui tanti argomenti a cui sono interessato).
Oltre a leggere tanto, sono attratto e affascinato dall'ascolto di quelli che hanno studiato, siano essi scienziati, filosofi, teologi, storici, letterati ecc. Ogni persona con una competenza specifica mi affascina e la ascolto come se fossi una spugna. Forse questo mio interesse è un tentativo di recuperare il tempo perduto, le occasioni non afferrate, certi treni che sono passati senza che li abbia presi, non lo so, so solo che è andata così e amen.
domenica 20 ottobre 2019
Dittatori e libri
mercoledì 7 settembre 2011
Due Kit Carson
Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...
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Sto leggendo un giallo: Occhi nel buio, di Margaret Miller. A un certo punto trovo una frase, questa: "Qualche minuto più tardi la luc...
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Domani il grande Antonino Zichichi compirà 96 anni. Mi è sempre stato simpatico, Zichichi, forse un po' anche a causa di quei tratti som...
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Pensavo a Cesare, il micio tigrato che per anni è stato la "mascotte" della stazione di Colleferro. Chiunque passasse di lì, speci...












































