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sabato 5 marzo 2022

Pier Paolo Pasolini

Cento anni fa, oggi, nasceva Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, saggista, regista, uno degli intellettuali più importanti del secondo dopoguerra. Di lui avevo già scritto qui e qui. Questo breve post solo per segnalare che, in occasione del centenario della nascita, a partire da questa mattina escono, allegate ogni sabato al Corriere della Sera, le sue opere letterarie. Oggi è in edicola Ragazzi di vita, romanzo controverso che gli costò un processo per oltraggio al pudore e che naturalmente ho già portato a casa e leggerò a breve.
Mi piacciono queste iniziative editoriali. Mi piace vedere che c'è ancora in giro una certa circolazione della cultura, di libri che fanno pensare, che stimolano il pensiero critico, che cercano di emanciparsi ed emancipare dalla sciatteria e superficialità dilaganti in ogni dove. Forse non c'è mai stato, come in questo particolare periodo storico, bisogno di queste cose.

martedì 8 febbraio 2022

Facoltà umanistiche da chiudere?

"Quanti laureati in Lettere, Beni culturali, Filosofia, Sociologia, Psicologia e anche Giurisprudenza ed Economia sono destinati a lavorare nel campo per cui hanno studiato? Quanti, per farlo, dovranno emigrare? Quanti faranno i rider, i commessi, gli assistenti senza borsa, le/i segretarie del professionista, quanti lavoreranno alle poste o occuperanno una cattedra nella scuola, senza formazione né voglia? E allora chiudiamole, queste fabbriche delle illusioni che sono le nostre facoltà, che formano sì persone competenti, ma disoccupate, sotto occupate o emigranti questuanti come furono i nostri nonni negli anni Cinquanta."

Lo sfogo della professoressa di lingua tedesca ripubblicato da Concita De Gregorio è uno sfogo-provocazione, naturalmente, ma affonda il coltello in una piaga che è da tanto tempo sotto gli occhi di tutti: la cultura non paga più. Come dice sempre Umberto Galimberti, chi oggi si laurea in filosofia la prima cosa che deve sapere è che non farà mai il professore di filosofia. Punto. Tutto il profluvio di romantica retorica sul valore della cultura, sulla necessità di acquisire un bagaglio di sapere per muoversi meglio nel mondo e cercare di venire a patti con la complessità della società in cui si vive, lascia ormai il tempo che trova. Cioè, chi ha voglia e possibilità di studiare, di approfondire, di padroneggiare una cultura, un sapere, magari anche per conto proprio, è chiaro che è più avvantaggiato, oggi, rispetto a chi non ha la possibilità (o l'interesse) a farlo, ma è un vantaggio che rimane improduttivo. Con quel vantaggio magari ti muovi meglio nel mondo, ne capisci meglio certi meccanismi complessi, certe dinamiche, ma non ci mangi, per farla semplice.

Non credo sia colpa di qualche soggetto in particolare, ammesso che si voglia provare a trovarlo, un colpevole; credo che, molto semplicemente, la società si sia evoluta (evoluta?) in una modalità esclusivamente "tecnica" che ha trasformato in inutile orpello, se non addirittura ostacolo, qualsiasi aspirazione di tipo umanistico. Ma l'uomo non è solo "tecnico", anzi per sua natura ne è l'esatto opposto. E quando abbiamo tolto la componente umana da una società, lasciandola in balia della sola razionalità tecnica, che cosa rimane?

mercoledì 5 gennaio 2022

Scritti corsari


Mentre leggevo questo libro, che è una specie di testamento di uno degli intellettuali più lucidi e geniali che l'Italia abbia mai avuto, mi chiedevo cosa direbbe Pier Paolo Pasolini oggi, se fosse ancora vivo, vedendo che le cose che raccontava/profetizzava negli anni Settanta non solo sono diventate realtà, ma di un tipo di realtà peggiore rispetto a ogni previsione.

Il libro è una raccolta sparsa di scritti vergati negli anni che vanno dal 1973 al 1975, prima del suo assassinio, pubblicati da quotidiani e periodici dell'epoca. Mentre li leggevo mi chiedevo come facessero giornali come il Corriere della Sera a pubblicarli. Si tratta infatti di editoriali taglienti, corrosivi, diretti, a volte quasi brutali nella loro lucida schiettezza (il politically correct tanto in voga oggi ne sarebbe risultato asfaltato), che denunciavano con accanimento e sofferenza la "rivoluzione conformistica", l'"omologazione culturale", la "mutazione antropologica" degli italiani, il tutto avvenuto con la complicità della classe imprenditoriale, politica e dei media, in particolare della televisione, responsabile della maggiore opera di omologazione culturale al ribasso mai vista prima e maggiore responsabile di quella generalizzata perdita della capacità di pensare oggi così palesemente sotto gli occhi di tutti.

Tra i tanti esaminati, l'aspetto su cui maggiormente si focalizza l'attenzione di Pasolini è la "mutazione antropologica" generata dall'avvento, a partire dagli anni Cinquanta, del consumismo. Dice Pasolini in una intervista rilasciata nel 1974 a Massimo Fini: "Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno fin troppo bonariamente chiamato 'la società dei consumi'. Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. E invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell'urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini [il riferimento è al documentario Fascista, realizzato nel 1974 da Nico Naldini, cugino dello stesso Pasolini] noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa... Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi e i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant'anni addietro, come prima del fascismo. Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell'anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell'intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all'epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l'anima. Il che significa, in definitiva, che questa civiltà dei consumi è una civiltà dittatoriale. Insomma, se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la società dei consumi ha bene realizzato il fascismo."

A leggere oggi ciò che Pasolini scriveva all'epoca, si avverte la sua pressante urgenza di capire, di arrivare alla verità riguardo agli accadimenti di una società che a partire dal '68, ma i prodromi c'erano già da prima, stava cambiando profondamente. Pasolini scrive negli anni cruciali delle grandi svolte sociali: gli anni turbolenti del '68, della strategia della tensione, del referendum sul divorzio. È un intellettuale che vuole capire e le persone che vogliono capire danno fastidio perché vanno a fondo, non si fermano a quanto può superficialmente apparire, diventano presenze difficili da sopportare in un mondo sempre più costruito sulle apparenze. E questo suo testardo voler capire sarà ciò che gli attirerà le antipatie e gli strali sia della destra che della sinistra, e che farà tirare qualche sospiro di sollievo, rigorosamente bipartisan, alla notizia del suo assassinio.

domenica 12 dicembre 2021

Miglior libro del 2020 (per i lettori di Repubblica)

Roberto Mercadini è raggiante e ne ha ben donde, dal momento che il suo libro - ne avevo accennato quiBomba atomica è risultato essere il miglior libro del 2020. Ma chi ha decretato questa cosa? I lettori dell'inserto culturale Robinson di Repubblica. Qual è la cosa strana di questo evento? Il fatto che Roberto Mercadini è, letterariamente parlando, un perfetto sconosciuto, ma nonostante questo suo essere un parvenu della letteratura è riuscito a superare scrittori del calibro di Susanna Tamaro, Carlo Lucarelli, Stefano Benni, Chiara Gamberale, Alberto Angela, Roberto Saviano, Mario Calabresi (ex direttore di Repubblica, tra l'altro) e altri.

Seguo da tempo il cesenate Mercadini, attore teatrale, scrittore e youtuber, e in questo blog ho dedicato a lui più di un post. Ho assistito a suoi spettacoli teatrali e presentazioni di libri e quindi sono contento che abbia vinto questo premio, non solo perché è praticamente un vicino di casa, ma perché è bravo, ha una verve affabulatoria fuori del comune e scrive dei bei libri. Bomba atomica è coinvolgente e interessantissimo, ma anche il precedente Storia perfetta dell'errore, il libro che gli ha consentito di uscire dall'ambito romagnolo entrando nelle classifiche di vendita in Italia, merita di essere letto.

Ammiro Roberto Mercadini anche per un altro motivo: il coraggio. Prima di diventare attore teatrale, scrittore e recitatore di monologhi, Roberto era un normale ingegnere elettronico che lavorava in una azienda informatica e si occupava di programmazione. Lavoro sicuro, stabile e ben retribuito. L'attore teatrale lo faceva per hobby, nei ritagli di tempo. Un giorno ha trovato il coraggio di licenziarsi per dedicarsi esclusivamente alla sua passione: l'arte e la cultura. Oggi chi abbandonasse un lavoro sicuro e redditizio per provare a vivere di monologhi sarebbe visto come un pazzo, e molti gliel'hanno effettivamente rinfacciato. Lui si è buttato e ha vinto, e oggi il suo "lavoro" e la sua passione sono la stessa cosa. 

Si dice che la chiave della felicità stia nel realizzare le proprie passioni, fare nella vita ciò per cui si è portati. Direi che Mercadini ci sia riuscito, e la sua reazione alla notizia della vincita del torneo di Robinson mi sembra lo confermi :-)


sabato 27 novembre 2021

Guerre puniche

Quelli del Post, in seguito alle polemiche nate dopo l'uscita del ministro Cingolani, hanno pubblicato un riassunto fatto molto bene della storia delle guerre puniche. Non so come faccia a dire, il ministro, che a scuola si studino quattro volte, a me pare a malapena di averne sentito parlare una volta sola, e neppure sono sicuro se alle medie o alle superiori. Ricordi molto vaghi, comunque, e principalmente legati alla celeberrima impresa di Annibale e i suoi elefanti che, partendo dalla Spagna, arrivarono qua da noi attraversando la catena alpina e arrivando poi fino in Puglia.

Per quanto riguarda l'uscita del ministro, non si capisce il motivo di tanta polemica. Ha semplicemente detto ciò che ormai sanno anche i sassi, e cioè che studiare le guerre puniche, e in senso lato la storia, oggi non serve a niente, dal momento che abbiamo strutturato la società in modo che la cultura umanistica sia considerata qualcosa meno di un inutile e fastidioso orpello. Anni e anni fa, quando Giulio Tremonti disse che con la cultura non si mangia, rese perfettamente l'idea di questo. Discorso chiuso.

mercoledì 17 novembre 2021

La scuola breve

Mi è capitato sott'occhio questo articolo del Post, dove si parla di un decreto governativo tramite il quale si vorrebbe estendere la sperimentazione del cosiddetto "liceo breve", ossia la possibilità di conseguire la maturità con un ciclo di studi di quattro anni invece dei canonici cinque. Non entro nel merito delle motivazioni che spingono, da anni, vari governi a muoversi in questa direzione, mi limito solo a chiedermi come si possa pensare di diminuire l'istruzione in un paese, il nostro, dove il tasso di ignoranza è più alto rispetto a tutti gli altri paesi d'Europa.

Non è un assunto retorico. Questa classifica viene redatta ogni anni dall'istituto Ipsos e la rilevazione pubblicata nel 2018 ha certificato che l'Italia è il paese col maggior tasso di ignoranza in Europa, ed è addirittura al dodicesimo posto nel mondo. Ignoranza intesa nel senso letterale del termine, cioè la non conoscenza delle cose del mondo. Come se non bastasse, qualche anno fa l'Ocse aveva certificato che gli italiani sono all'ultimo posto in Europa nella comprensione di un testo scritto. Che non significa non sapere leggere, ma leggere senza capire ciò che si legge. Basterebbe solo questo a spingere verso un allungamento del periodo scolastico e magari a un aumento della qualità dell'offerta formativa. E invece, di fronte a questo dramma, cosa si fa? Si pensa di accorciare ulteriormente la scuola.

Sorrido pensando a chi blatera continuamente di democrazia. Come possiamo pretendere di essere un paese democratico senza cultura? Senza cultura non può esserci democrazia, questa cosa la diceva già Platone. Se non si ha conoscenza delle cose non dico del mondo, ma almeno del proprio paese; se non si hanno le basi per capire le dinamiche degli accadimenti di una società che è sempre più complessa, come si può essere in democrazia? Mancanza di cultura significa mancanza dei basilari strumenti per capire la differenza tra un politico e un imbonitore. Poi, dopo, non è che ci si può lamentare della qualità della classe politica o del fatto che sui vaccini si preferisce ascoltare Red Ronnie o la signora Brigliadori piuttosto che uno scienziato.

Boh, non so, non vedo prospettive rosee per il futuro.

martedì 26 ottobre 2021

Rasiglia e Foligno

Per una fortuita coincidenza, a me e signora è capitato qualche giorno di ferie, quindi ci apprestiamo ad andare via due o tre giorni. La mèta scelta è Rasiglia e dintorni. Rasiglia è un piccolo paesino vicino a Foligno, soprannominato la piccola Venezia umbra per via dei numerosi ruscelli che attraversano il piccolo borgo. Poi, naturalmente, visiteremo Foligno, che è lì a una manciata di chilometri, e poi boh... decideremo lì per lì cosa vedere e cosa visitare. Non abbiano pianificato niente di particolare, e comunque l'Umbria è tutta bella, per cui non ci si sbaglia. Aggiornerò questo post aggiungendo mano a mano alcune foto delle cose che vedremo, sperando che il tempo sia clemente. Le previsioni sono favorevoli; speriamo bene.

Primo giorno.

Prima fermata: Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, nei pressi di Tolentino. 




Intanto, fuori, ottobre dà il meglio di sé.



E adesso si riparte. Destinazione: Foligno.

Tra i monumenti che a Foligno bisogna assolutamente visitare c'è Palazzo Trinci.



Palazzo Trinci, residenza della omonima famiglia che governò Foligno per tutto Trecento e metà del Quattrocento, ospita oggi la pinacoteca civica, il museo archeologico e un ciclo di affreschi del Quattrocento ad opera di Gentile da Fabriano. Alcune immagini dell'interno.







Nell'immagine qui di seguito si vede il Ponte sospeso, che collega Palazzo Trinci alla basilica di San Feliciano, patrono della città.


Piazza della Repubblica, cuore di Foligno, vista dall'interno di Palazzo Trinci.


Facciata della basilica di San Feliciano, purtroppo chiusa al pubblico per lavori. Peccato.


Qui di seguito, Palazzo comunale, risalente al XV secolo.


Altre due immagini del centro storico e dintorni.




Di solito non amo gli imbrattamenti fatti nei luoghi pubblici con le bombolette spray, ma a volte faccio delle eccezioni. 


E col grande Gino Strada, a cui qualcuno vorrebbe si dedicasse una via del centro storico di Foligno, si chiude questa bella e istruttiva giornata, che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia bella l'Umbria.

Secondo giorno.

La cosa più bella vista oggi è stato il paesino di Rasiglia, a una quindicina di chilometri da Foligno. È soprannominata la Venezia dell'Umbria a causa dei piccoli ruscelli che attraversano il centro della frazione. 
















Seconda tappa della giornata: Abbazia di Santa Croce di Sassovivo, un complesso benedettino fondato attorno all'anno mille alle pendici del monte Serrone.






E per finire, una puntata a Camerino e Norcia. 




Nelle due immagini qui sopra, una delle porte di accesso alla città. Come si vede, è puntellata e imbragata con tiranti in acciaio, in quanto a rischio crollo dopo il terremoto che colpì il centro Italia nel 2016. Camerino è oggi un paese fantasma: non ci sono abitanti, non ci sono attività, servizi. Nella piazza principale del paese staziona una camionetta dell'esercito, con alcuni soldati che controllano che eventuali visitatori non valichino la zona rossa. C'è un silenzio assoluto, le vetrine di quelli che una volta erano negozi sono impolverate e ricoperte di sporco. La maggior parte di case e palazzi sono imbragate con gabbie di acciaio tenute insieme da tiranti, tantissime sono puntellate. Girare per il centro storico e per le vie adiacenti è un'esperienza abbastanza inquietante.

Norcia, invece, nonostante la presenza di qualche zona rossa è una città più viva, dove resistono alcune attività e dove gli abitanti ci sono ancora. Molti edifici sono stati restaurati, molti altri, a distanza di cinque anni dal terremoto, sono ancora in alto mare, come ad esempio la cattedrale di San Benedetto da Norcia, che crollò quasi completamente.


Altre immagini della zona del centro storico.




Il negozio che vedete qui sopra è la norcineria dei fratelli Ansuini, uno degli esercizi ancora attivi nel centro del paese. Entrare qui dentro è una delizia per gli occhi e per l'olfatto. Se esiste un paradiso dei prodotti del maiale e del cinghiale, sicuramente ha le sembianze di questo negozio. 

Anche oggi giornata piena, interessante e, soprattutto, soleggiata. Domani si rientra a casa, non prima, però, di aver fatto qualche fermata in qualche altro bel posto sulla via del ritorno.

venerdì 17 settembre 2021

Sapere di non sapere

Questa bellissima mini-lezione di Telmo Pievani sull'ignoranza, spunto da cui parte per parlare anche di altro, mi ha un po' rincuorato. C'è un'ignoranza buona e una cattiva, dice lo scienziato, ma la vera ignoranza non è quella di chi non sa ma quella di chi si rifiuta di sapere, di chi mette in atto qualsiasi meccanismo o strategia per evitare di imparare cose nuove. E queste strategie possono avere diverse cause: ideologiche, politiche; possono essere dovute a indifferenza, interesse. Quando Donald Trump, ad esempio, ripeteva su twitter che i cambiamenti climatici sono una costosa bugia, mentiva sapendo di mentire, aveva tutto l'interesse, cioè, a nascondere una cosa che si sa e che è riconosciuta dagli stessi americani (la locuzione climate change l'hanno inventata loro).

C'è poi un'ignoranza incolpevole, diciamo così, che è quella di chi non sa di non sapere, e qui il discorso si allaccia ai social network. Chiunque bazzichi sui social si sarà sicuramente imbattuto in una delle innumerevoli, estenuanti e lunghissime discussioni su qualsiasi argomento imbastite dai tanti che credono di sapere tutto mentre in realtà non sanno niente. Pievani ne parla negli ultimi cinque minuti del suo intervento, chiedendosi se un giorno sarà possibile trasformare i social network in un luogo costruttivo, in cui il posto della sicumera dilagante e ottusa sarà preso dal dubbio, dalla curiosità, dalla voglia di imparare da chi ha realmente una competenza. Personalmente penso che sia pura utopia, ma magari sbaglio e in futuro sarà davvero così.

Perché mi ha rincuorato questa mini-lezione di Pievani? Perché io, che non ho studiato e non so niente, sono conscio di non sapere ma non metto in atto strategie per evitare di imparare cose nuove, faccio l'esatto contrario, e un po' mi sento inquieto come lo erano Galileo o Darwin. Darwin, dice Pievani, è stato un uomo inquieto per tutta la vita, ammantato da una frustrazione che nasceva dalla consapevolezza che le cose che aveva imparato e scoperto erano una minima parte di ciò che ancora rimaneva da scoprire, e che la sua vita non gli sarebbe bastata per farlo.

In fondo, coi doverosi distinguo, è la stessa frustrazione che provo io quando nella mia libreria continuo ad accumulare libri che forse non leggerò mai; quando nella sezione "Guarda più tardi" di Youtube continuo a salvare lezioni e conferenze di Pievani, Galimberti, Barbero, Tonelli, Cacciari, Andreoli, Barbujani, Hack, Giorello ecc., pur sapendo che non avrò mai tempo sufficiente per guardarle tutte. Ma continerò a farlo lo stesso: so di non sapere, ma non mi arrendo.

   

sabato 27 febbraio 2021

Tre anni senza un libro

Lucia Borgonzoni, qualche giorno fa, è stata nominata sottosegretaria alla cultura del neonato governo Draghi, ruolo, questo, già ricoperto nel primo governo Conte. Puntuali, come del resto accadde successivamente alla sua nomina nel governo giallo-verde, sono piovute le polemiche, innescate da una sua celebre uscita in cui affermò di non leggere un libro da tre anni. In realtà, trovo queste polemiche abbastanza pretestuose. Non so di preciso quale sia il ruolo di un sottosegretario alla cultura ma immagino si tratti di compiti di tipo gestionale/amministrativo all'interno del comparto cultura, e per svolgere tali mansioni non penso sia obbligatorio leggere cinquanta libri all'anno. Certo, quando si pensa alla cultura nella sua accezione più ampia, risulta abbastanza stridente immaginare di dissociarla dai libri, ma lavorare all'interno di un ministero dedicato alla cultura comprende probabilmente una pluralità di mansioni per espletare le quali, come dicevo, può non essere necessario essere accaniti lettori.

Sia come sia, la nomina della signora Borgonzoni si inserisce in un già da tempo consolidato modus operandi politico dove competenza e capacità vengono sacrificate sull'altare di meri interessi familistici o di bottega. Non si spiegherebbe altrimenti un sottosegretario alla cultura che confonde Dante con Topolino. Ma gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi: da un Ministro degli esteri che non spiccica una parola di inglese (Di Maio) a un Presidente della Camera (Fico) sempre in lotta coi congiuntivi a un (fortunatamente ex) Ministro degli interni che nel suo ufficio nessuno ha mai visto. Come dimenticare, poi, andando indietro nel tempo, i memorabili anni berlusconiani con la signora Gelmini al vertice del Ministero dell'istruzione o Nicole Minetti alla Regione Lombardia? E si potrebbe continuare, in un triste e sconsolante percorso a ritroso. Ecco perché, a mio parere, se la signora Borgonzoni non legge non è in fondo così grave.

sabato 12 dicembre 2020

Perché i classici

A circa tre quarti di lettura del monumentale Anna Karenina di Tolstoj, mi sono accorto di una cosa. Una cosa banale, in verità, che racconto partendo da una breve descrizione di un paio di episodi. Il fratello di uno dei protagonisti del romanzo è costretto a letto gravemente malato; i migliori medici del tempo (il romanzo è ambientato nella Russia della seconda metà del 1800) si prodigano al capezzale del malato ma ogni loro sforzo non sembra dare alcun risultato. Entra in scena la moglie del fratello del moribondo, la quale, accorgendosi delle condizioni esterne in cui giace (la camera è sudicia, maleodorante, la biancheria del letto è sporca ecc.) comincia a lavorare nel senso di migliorare questa situazione: pulisce la camera a fondo, la profuma, cambia la biancheria sporca con biancheria lavata e pulita, lava il malato e cura le piaghe da decubito che sono sorte a causa della mancanza di igiene. In pratica non cura farmacologicamente il malato ma cura la persona e il suo ambiente, al punto che col passare dei giorni questa cura della persona porta giovamento al malato e dei miglioramenti di salute che i medici non erano riusciti a ottenere.

Altro episodio. In una chiacchierata post-prandiale tra alcuni personaggi del romanzo (i protagonisti sono tutti appartenenti alla nobiltà e aristocrazia russa dell'epoca) si parla di controversie sociali, e alcuni di questi si interrogano ad esempio sulla giustezza del fatto che loro passino le loro giornate tra i divertimenti (battute di caccia, corse di cavalli, serate a teatro ecc.) mentre altre persone siano costrette a trascorrere l'intera giornata lavorando nei campi per pochi spiccioli, oppure se sia giusto che alcuni mestieri siano remunerati pochissimo mentre altri moltissimo (che nobili e aristocratici si pongano simili domande è senz'altro meritorio, tra l'altro).

Questi due episodi, in apparenza banali, focalizzano l'attenzione su due questioni che in questi tempi sono di estrema attualità. Una riguarda la spersonalizzazione dell'attività medica, che oggi, nell'epoca dell'efficienza e della produttività, considera il malato un numero, niente più che una sommatoria di organi - concetto già elaborato da Cartesio più di duecento anni fa - invece di considerarlo una persona e curarlo non solo agendo farmacologicamente sul singolo organo malato ma facendo ricorso a quella "umanità" ormai definitivamente perduta. L'altra questione riguarda il gigantesco problema delle diseguaglianze sociali, oggi talmente impellente che molti autorevoli economisti e sociologi lo considerano la causa primaria che porterà l'Occidente a quel collasso sulla strada del quale si è da tempo avviato. (Piccola nota a margine: per capire la gravità di questo problema, consiglio la lettura del saggio La grande frattura, del premio Nobel Joseph Stiglitz, è illuminante.)

Ecco, mentre leggevo il romanzo mi ha colpito il fatto che questi problemi, che a torto si potrebbero inquadrare come contemporanei, fossero già conosciuti più di 150 anni fa. Da qui si capisce l'utilità di leggere i classici e, più in generale, di conoscere la storia. Perché se leggendo Tolstoj ti rendi conto che alcuni dei più gravi problemi del presente erano già noti 150 anni fa e in questo lungo lasso di tempo non solo non sono stati risolti ma si sono pure incancreniti e aggravati, qualche domanda su come è organizzata la società in cui vivi te la poni. In generale, e questa è una nota banalità, conoscendo ciò che è successo in passato si riesce meglio a comprendere ciò che accade oggi. Ecco l'utilità, oltre naturalmente al piacere, della lettura dei tanto vituperati classici: la comprensione del presente. Perché, per quanto siano storie romanzate, sono comunque inserite nel contesto sociale dell'epoca in cui vengono scritte, e la descrizione di questi contesti viene generalmente inserita nell'economia del racconto.

Poi, certo, se si vuole una spiegazione sull'utilità della lettura dei classici fatta come si deve, c'è sempre il grande Umberto Eco, che con le sue leggendarie sagacia, intelligenza, ironia e cultura, lo spiega senz'altro meglio di me.

domenica 29 novembre 2020

[...]

Ho sempre pensato che chi legge un libro, in qualche modo lo riscrive. L'autore porge delle indicazioni ma poi è il lettore che deve saper ricostruire con la sua immaginazione e il suo sapere il mondo in cui si trova a vivere attraverso i corpi estranei dei personaggi.
Per questo considero la lettura una vera gioia amorosa, non per i contenuti che mi offrono i libri ma perché leggere è un grande esercizio di soggettività. Leggendo ci si fa soggetto di una storia, di un discorso, di una riflessione, di una fantasia, di un sogno. E l'intensità di questo farsi non ha limiti, non ha cesure.
È anche per questo che non si può scrivere se non si legge. Senza il lettore la scrittura non esiste e senza la scrittura il lettore non esiste.

Il rapporto tra chi legge e chi scrive, pur essendo un rapporto tra due corpi, non è l'incontro naturale tra due persone che si parlano, si capiscono, si riconoscono: la comunicazione tra i due passa attraverso una convenzione molto complessa che è la scrittura. Il lettore deve decifrare un linguaggio, applicare un codice, compiere un'operazione che presuppone un grande lavoro di concentrazione.
Però, quando ci riesce, si prova un profondo piacere: si scopre di potere vivere tante vite diverse, di potere viaggiare nel tempo e nello spazio. Noi siamo chiusi dentro una vita limitata, prevedibile, spesso asfittica, e i romanzi danno la possibilità di attraversare altre esistenze, altri panorami, calzando altre scarpe, annusando altri odori, in un tempo che non ci appartiene. Quando si compie questo miracolo è come se si realizzasse un incontro al di là dello spazio e del tempo, nel mondo misterioso del possibile.
Il libro è il luogo di questo incontro.

[...]

Una lingua parlata più vicina a quella scritta è nata da noi solo a partire dagli anni Cinquanta. Forse il mezzo di diffusione più efficace è stato la radio. In Germania la traduzione della Bibbia nel Cinquecento ha rappresentato una grande occasione di uniformazione linguistica e ha contribuito alla creazione di una vera lingua nazionale tedesca. In Italia non abbiamo mai avuto niente del genere: perfino la Chiesa con le sue ambizioni universalistiche e democratiche ha usato a lungo solo il latino. Avrebbe potuto diffondere l'italiano, ad esempio attraverso la messa, ma non l'ha fatto che secoli dopo, forse troppo tardi. La sua ritrosia verso il volgare derivava dalla preoccupazione di conservare, attraverso il mistero di una lingua morta, il segreto della sua autorità.
Inoltre la Chiesa ha sempre nutrito un certo sospetto verso la letteratura e ha preteso di svolgere un ruolo di forte mediazione tra libri e lettori. Da noi l'insegnamento religioso, la conoscenza del divino, dovevano essere filtrati dal prete, dalla dottrina, dall'interpretazione ecclesiastica. Perfino il libro che sta all'origine della religione cattolica, il Vangelo. Nessuno insegnava a leggere direttamente, personalmente i testi sacri, mentre nei paesi anglosassoni, protestanti, la Bibbia era in tutte le case. Poi si è aggiunto anche l'Indice dei libri proibiti che per decenni ha proibito la maggior parte dei libri di autori italiani di un certo prestigio e novità.

La Chiesa insomma per secoli ha sostenuto e preteso che la cultura rimanesse sotto tutela e questo ha allontanato gli italiani dalla lettura, frenando l'inquietudine intellettuale che spinge a cercare risposte nei libri. Il principio fondamentale del leggere, infatti, sta nell'assumersi il rischio della conoscenza e il lettore è colui che si avventura al di là dei confini, dei muri delle verità rivelate, in nome della libertà di ricerca, della libertà intellettuale.

(da Amata scrittura, Dacia Maraini, 2000)

sabato 31 ottobre 2020

Banalizzazioni

Come scrive Giulio Cavalli, se dovessimo stare al gioco della puerile uscita di Salvini, il quale chiede le dimissioni di Conte e della ministra Lamorgese perché il killer di Nizza era sbarcato a Lampedusa e non era stato rimpatriato, a lui, Salvini, potremmo chiedere spiegazioni sul killer di don Malgesini, dal momento che l'uomo che l'ha ucciso non è stato rimpatriato quando titolare degli Interni era lui. E si potrebbe continuare all'indietro all'infinito, di caso in caso. Ha un senso, tutto ciò? No, se non nell'ottica di una massiccia opera di banalizzazione e di strumentalizzazione di problemi che per essere risolti hanno bisogno di tutto tranne che di banalizzazioni. 

Il guaio è che se si plaude a queste cialtronate perché non si hanno gli strumenti intellettuali e culturali che consentono di capire il gioco di Salvini, è finita. È inutile, poi, stare lì a chiedersi perché stiamo declinando, perché la nostra società sta morendo e la nostra democrazia non funziona più. Le nazioni progrediscono a partire dal livello culturale, e se oggi questa asticella è scesa a un livello talmente infimo da impedirci di capire i giochetti retorico-propagandistici di un cazzaro da bar, cosa si vuole poi pretendere?

lunedì 14 settembre 2020

Non è ora di smetterla con questo benedetto "contro natura"?

Detesto tornare ancora su queste cose. Sono sempre le stesse stupidaggini, gli stessi vuoti ritornelli partoriti da gente che non sa niente, che probabilmente non ha mai aperto un libro e che non ha la più pallida idea di come funzioni il mondo, neppure nel suo ABC. Mi riferisco al consigliere comunale di FDI (e di chi, se no?) di Potenza che in una seduta del consiglio comunale ha detto che l'omosessualità è contro natura. Proviamo a farla semplice e prendiamo i due termini in questione analizzandoli alla luce della semantica.

Sotto questa luce, contro natura significa - correggetemi se sbaglio - che va contro ciò che ha previsto la natura, cioè contro le leggi di natura. Ma due uomini o due donne che provano sentimenti di affetto reciproci o che si danno piacere sessuale reciproco, sono contro natura? Infrangono qualche legge di natura? No. Lo farebbero, che ne so, se per ipotesi una donna corresse alla velocità della luce o un uomo facesse la fotosintesi clorofilliana, giusto per  fare i primi due esempi che mi vengono in mente. L'omosessualità, quindi, dal punto di vista della natura, concetto caro al consigliere e purtroppo a tanta gente, non infrange alcunché.

Infrange semmai delle leggi morali o culturali. Da questo punto di vista la proposizione del consigliere avrebbe avuto un senso nei termini di "contro cultura", se cioè avesse detto che l'omosessualità è contro cultura (o contro morale). Ma i contesti culturali o morali non sono la stessa cosa dei contesti naturali, perché le leggi di natura sono uguali in ogni luogo della terra, i contesti culturali sono diversi a seconda del luogo del pianeta in cui ci si posiziona, al punto che ciò che magari è considerato moralmente riprovevole in un luogo può essere moralmente più che lecito in un altro.

Capite perché la locuzione "l'omosessualità è contro natura" non ha alcun senso? È lo stesso discorso di chi blatera di famiglia naturale, che non significa assolutamente niente perché, anche qui, il concetto di famiglia è diverso a seconda di dove si va. Se qui in occidente la famiglia naturale è formata da papà e mamma sposati con prole, basta spostarsi in medio oriente e si ha la poligamia, se si va in estremo oriente si trova ancora la poliandria, se si va in alcune zone tribali dell'Oceania il concetto di famiglia è allargato al villaggio, nel senso che la famiglia è il villaggio e i figli sono figli dell'intera comunità. Ecco perché se c'è un prodotto culturale per antonomasia è proprio il matrimonio e la famiglia che ne deriva, perché frutto di elaborazioni e di impegni esclusivi del ragionare umano.

Per l'omosessualità è lo stesso identico discorso, e viene da chiedersi come si possa considerare innaturale un comportamento praticato da tutte le specie animali eccetto i ricci di mare. Chissà, magari il consigliere di FDI ha una risposta. 

sabato 12 settembre 2020

Eco in edicola


Di solito non uso queste pagine per fare pubblicità. Faccio eccezione quando vengono promosse iniziative come quella partita da Repubblica, che il 15 e 16 settembre allegherà al quotidiano due saggi di quel genio in terra che rispondeva al nome di Umberto Eco (dettagli qui): Il fascismo eterno e Migrazioni e intolleranza.

Per tutta una serie di motivi che non sto qui a spiegare, Umberto Eco è stato uno di quegli uomini che mi hanno cambiato la vita. Oddio, forse ho esagerato, ma comunque dopo averlo conosciuto, e soprattutto aver conosciuto i suoi libri (alcuni, tutti è impossibile), ho cambiato molti parametri con cui vedevo il mondo.

La parola "saggio" non deve trarre in inganno o intimorire, si tratta infatti di letture agili, snelle e non eccessivamente impegnative. Anche un po' obsolete, se vogliamo (sono state scritte ormai vent'anni fa), ma un genio in terra si riconosce anche dal fatto che l'attualità dei suoi scritti rimane sostanzialmente inalterata rispetto allo scorrere del tempo.

lunedì 7 settembre 2020

Scriviamo e leggiamo di più?

Ogni tanto - lo so, sembra difficile da credere - anche sul Giornale di zio Tibia compaiono articoli che potrebbero sembrare degni di tale nome. Tipo questo di Francesco Alberoni, nel quale il noto sociologo mette assieme un po' di ovvietà alle quali, però, forse non tutti pensano; nel caso esaminato da Alberoni, il fatto che oggi si legge e si scrive come mai è successo in tutte le epoche precedenti.

Detta così, la cosa apre il cuore. Il problema è che non si tratta di lettura e scrittura intesi nell'accezione più nobile dei termini, ma in quella più scadente: si leggono e si scrivono miliardi di sgrammaticati messaggi su whatsapp o cinguettii su Twitter. Se quel leggere e scrivere come mai si è fatto in passato fosse infatti riferito alla lettura di libri e alla scrittura di testi anche solo mediamente articolati e corretti, probabilmente il baratro culturale in cui galleggia il nostro paese non sarebbe così profondo e Salvini dovrebbe trovarsi un lavoro.

E invece no. D'altra parte l'Ocse aveva già messo nero su bianco nel 2016 che l'Italia è agli ultimi posti in Europa per la comprensione di un testo scritto, ed è altrettanto risaputo che qui da noi i libri non li legge più nessuno. Siccome è noto che le nazioni progrediscono a partire dal loro livello culturale, non deve poi stupire che siamo messi come siamo messi.

Però scriviamo miliardi di messaggi sgrammaticati su whatsapp. Magari può essere una consolazione, sotto qualche punto di vista.

mercoledì 25 dicembre 2019

Verità di fede e pregiudizi

Io non credo che due più due faccia quattro, io so che due più due fa quattro. Viceversa, io credo che Dio esista perché non lo so, se lo sapessi, se avessi la prova provata, allora potrei dire di sapere che Dio esiste. Ma allora non ci sarebbe più la fede, perché si ha fede (cioè ci si fida, come dice la parola) di ciò di cui non si ha contezza. Ecco perché non ha senso parlare di "verità di fede", come fa il cardinal Ravasi e come fanno molti cattolici.

La verità ha un proprio statuto, che è diversissimo da quello della fede, così come la fede ha un proprio statuto che è diverso da quello della verità. E verità e/o fede c'entrano coi pregiudizi? La prima no, la seconda sì. Qui il sostantivo pregiudizio viene analizzato nel suo senso lato, quindi non necessariamente nella accezione negativa in cui siamo soliti inquadrarlo. Tutti noi nasciamo con dei pregiudizi, che sono il frutto del posto in cui siamo nati, della famiglia in cui siamo vissuti, degli insegnanti che abbiamo incontrato, dei libri che abbiamo letto, dell'educazione che abbiamo ricevuto, del contesto religioso in cui siamo nati ecc., e questi pregiudizi, che fanno parte della nostra identità, è difficilissimo metterli in discussione, metterli in "crisi", modificarli, svecchiarli. È difficilissimo perché appunto fanno parte dell'identità. Ma metterli in discussione non significa rinunciarvi, significa solo ammettere che magari non sono più attuali e che comunque non sono verità assolute.

Una delle più belle conferenze di Umberto Galimberti.

sabato 23 novembre 2019

La cultura sta in fondo

Non so chi ancora legga i giornali. Quelli che lo fanno si saranno sicuramente accorti che le pagine della cultura stanno sempre in fondo. Si comincia con una decina di pagine dedicate alla politica, un'altra decina alla cronaca (specie la nera, quella che tira di più, anzi più nera è e meglio è), poi c'è l'angolo della posta, poi le cronache locali (su Il resto del Carlino, ad esempio, l'inserto "Rimini"), poi arriva lo sport con un'altra bella decina di pagine, infine ecco un paio di paginette, quando va bene, di cultura: qualche frettolosa recensione degli ultimi libri usciti, una intervista a un famoso direttore d'orchestra e poco altro. La pubblicità va considerata a parte, dal momento che è presente in ogni pagina. Ecco, se uno si vuole fare un'idea di come è organizzata la nostra società, è sufficiente che sfogli un quotidiano qualsiasi, ne è lo specchio esatto.

domenica 17 novembre 2019

Se tornassi indietro...


Uno dei più grandi rimpianti della mia vita è quello di non aver studiato. Un errore di gioventù con cui faccio i conti ogni giorno. Sarà che a vent'anni, a volte, si è stupidi davvero, come diceva Guccini, o non lo so, so solo che se tornassi indietro studierei, studierei eccome, ma ormai è andata così e indietro non si torna. Certo, nel corso degli anni mi sono poi parzialmente rifatto per conto mio, diciamo così, leggendo un sacco e di tutto (dei settanta/ottanta libri che leggo ogni anno una metà buona è composta da saggi sui tanti argomenti a cui sono interessato).

Oltre a leggere tanto, sono attratto e affascinato dall'ascolto di quelli che hanno studiato, siano essi scienziati, filosofi, teologi, storici, letterati ecc. Ogni persona con una competenza specifica mi affascina e la ascolto come se fossi una spugna. Forse questo mio interesse è un tentativo di recuperare il tempo perduto, le occasioni non afferrate, certi treni che sono passati senza che li abbia presi, non lo so, so solo che è andata così e amen.

domenica 20 ottobre 2019

Dittatori e libri

Ogni dittatura o totalitarismo della storia, in particolar modo quelli del secolo scorso, ha sempre avuto come priorità la distruzione della cultura e la persecuzione degli intellettuali. Lo faceva Hitler nella Germania nazista (ricordate i tristemente celebri roghi pubblici di libri?); lo faceva Mussolini qua da noi mandando al confino intellettuali e scrittori; lo faceva Stalin nella Russia degli anni '30 del secolo scorso tramite la censura e l'eliminazione fisica di scrittori e poeti. Pol Pot, il sanguinario dittatore a capo degli spietati Khmer Rossi nella Cambogia degli anni '70, fece invece un passo avanti, spingendosi all'eliminazione fisica di chiunque fosse anche solo sospettato di avversare il regime. E come individuavano, i Khmer Rossi, i potenziali oppositori? Dagli occhiali. Facevano irruzione nelle case dei villaggi in cui arrivavano e controllavano chi vi abitava: chi portava gli occhiali veniva ucciso seduta stante. Perché? Perché Pol Pot pensava che i portatori di occhiali fossero lettori, quindi persone pensanti e potenziali intellettuali, quindi maggiormente sospettati di essere oppositori del regime.

Anche la Chiesa, del resto, come ogni istituzione o organizzazione con velleità autoritarie, si è in passato mossa in questa direzione demonizzando i libri. Il tristemente famoso Indice dei libri proibiti che cos'è, in fondo, se non un tentativo di impedire che le persone leggessero cose scomode, o solo semplicemente che leggessero (chi era in grado di farlo, naturalmente)?

Pensavo a quanto lavoro e quanta fatica si risparmierebbe, oggi, nel nostro paese un qualsiasi caudillo con velleità autoritarie, dal momento che i libri non vengono letti da nessuno e tutti sono pronti a inchinarsi e ad applaudire il primo arruffapopolo che si presenti con due slogan. Uno dei primi a capire l'importanza di avere un popolo con poca cultura, quindi maggiormente manipolabile, fu Berlusconi, che su queste cose ci aveva sempre visto lungo. Fu lui, infatti, a dire che il livello intellettivo medio degli italiani equivale a quello di un ragazzino di seconda media. E chi meglio di lui ha saputo sfruttare a suo vantaggio questa cosa?

Che poi, credo, fu pure ottimista, almeno guardando all'oggi.

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...