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lunedì 6 luglio 2026

La continuità del male


Questo interessantissimo saggio di Tomaso Montanari sarebbe da fare leggere a tutti quelli che sostengono che la destra oggi al governo non c'entra niente col Ventennio. Per smontare questa narrazione Montanari ha messo a confronto la retorica, il linguaggio, le esternazioni, i discorsi ufficiali, le leggi fatte, i provvedimenti adottati, i decreti legge promulgati dall'attuale governo con gli stessi elementi del periodo fascista. 

L'autore ha in pratica analizzato le radici storiche, il linguaggio e i simboli della politica nostrana, dimostrando che determinati elementi ideologici del passato non sono mai stati del tutto superati o rielaborati, ma continuano a riaffiorare sotto nuove forme attraverso, come la chiama l'autore, una "risemantizzazione" del linguaggio, ovvero l'uso di parole d'ordine e concetti del passato riadattati al contesto democratico moderno.

Alcuni parallelismi sono particolarmente precisi. Ad esempio la forte enfasi sulla natalità, sulla difesa della famiglia tradizionale e il timore del declino della popolazione autoctona. Quando nell'aprile del 2023 il ministro Lollobrigida, durante il congresso della Cisal, dichiarava: "Non possiamo arrenderci all'idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada", non faceva altro che richiamare da vicino la retorica della "battaglia demografica" degli anni Venti e Trenta, seppur oggi declinata in chiave di welfare e sovranismo. Nei discorsi mussoliniani questa retorica era onnipresente, per Mussolini era una specie di ossessione.

Altro elemento ricorrente è la dicotomia popolo vs. élite, ossia la narrazione di un popolo genuino e laborioso contrapposto a élite cosmopolite, intellettuali o burocratiche (spesso identificate con "Bruxelles" o con la sinistra interna), dicotomia che ricalca vecchi schemi retorici antiparlamentari e anti-intellettuali, oggi aggiornati in chiave populista. 

Oppure, ancora, l'identità e la terra, il richiamo continuo alle radici, alla "Patria", al legame sacro tra sangue e suolo, e la celebrazione di un passato idealizzato e privo di ombre che serve a costruire un senso di appartenenza esclusivo. Ma anche la diffidenza, il rifiuto e la stigmatizzazione dello straniero hanno costituito una delle colonne portanti della propaganda e dell'ideologia del Ventennio fascista, allora esattamente come oggi. Basta pensare a tutta la stucchevole retorica della (inesistente) invasione. E si potrebbe continuare. 

No, chi oggi governa non rappresenta alcuna evoluzione moderata o innocua di ciò che è stato. Magari è stato cambiato qualche indumento esteriore, ma la matrice rimane quella.

mercoledì 20 maggio 2026

Il fascismo non è mai morto


Un paio di anni fa Luciano Canfora ha pubblicato questo breve ma denso saggio, appena un'ottantina di pagine, in cui spiega perché il fascismo non è mai morto ed è vivo e vegeto ancora oggi. Ovviamente non si riferisce al fascismo degli omicidi, dello squadrismo, delle torture, del manganello e dell'olio di ricino, ma della mentalità e dell'ideologia che li sottendevano allora, mentalità e ideologia riconoscibili negli odierni atteggiamenti xenofobi di questo governo (il razzismo è il comune denominatore dei regimi fascisti sorti nel corso del tempo in molti Paesi), nei decreti legge liberticidi, nell'avversione alle domande dei giornalisti, nella delegittimazione dei poteri di controllo (magistratura, stampa, opposizione), nella costante creazione di un "nemico", che nel ventennio erano gli ebrei e oggi sono gli immigrati. Mentalità e ideologia ravvisabili anche nelle grottesche e imbarazzate arrampicate retoriche degli esponenti di questo governo in occasione di ricorrenze come 25 aprile, 2 agosto, 28 ottobre ecc.

Fascismo ancora vivo per stessa ammissione di alcune figure pubbliche provenienti da quella storia e quella militanza. Canfora cita un paio di esempi. 

Il 23 ottobre 2022, nel discorso di investitura davanti alle Camere dopo aver vinto le elezioni, Giorgia Meloni disse: "Vengo da una storia politica che è stata spesso relegata ai margini della storia repubblicana."

Il 29 dicembre 2022, in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato, dichiarò: "Ho le mie idee e non le rinnego, nel Movimento Sociale Italiano ho militato a lungo."

Cito qui di seguito il commento di Luciano Canfora.


Delle due rivendicazioni è più ricca di contenuto la prima. Ognuno comprende che dire che il Movimento Sociale Italiano era «relegato ai margini della storia repubblicana» significa, al tempo stesso, deplorare tale «emarginazione», additarla come un fatto politico negativo, ma anche come un arbitrio. In quelle parole vi è dunque un giudizio negativo sull’intera vicenda dell’Italia repubblicana, per quanto attiene al neofascismo («emarginato»), cui solo l’arruolamento governativo sotto mutate spoglie (“Alleanza Nazionale”) dovuto al “liberale” Berlusconi (1994) poneva alfine rimedio e risarcimento.

​È generalmente riconosciuto che rivendicare significa ribadire la positività: lo si dice, per lo più, in riferimento alle proprie scelte politiche, di vita, ecc. Dunque si tratta di un procedimento mentale che si colloca agli antipodi del ripensamento (o addirittura pentimento).

​Anche la loro reiterata richiesta di una «riconciliazione» volta a chiudere la guerra civile del 1943-45 è indicativa della loro persistente fede. Si chiede infatti «riconciliazione» se si presuppone che siano sullo stesso piano (etico e anche politico) le parti a suo tempo in lotta e che si intende appunto “riconciliare” (altra cosa è l’amnistia, ma questa già ci fu).


Ecco, mi pare che non serva aggiungere molto. Ripeto, è un saggio molto agile ma molto ricco ed esaustivo. Ricordo che, in occasione della sua pubblicazione, Canfora tenne molte presentazioni pubbliche. Questa è una delle più interessanti.


mercoledì 29 aprile 2026

Gesù non l'ha mai detto

Volendo riassumere questo libro in una frase si potrebbe dire che non esiste una sola parola, in tutto il nuovo testamento, di cui si abbia sicurezza che sia corretta, che cioè corrisponda alle reali parole contenute nei testi originali. Anzi, nessuno sa neppure più - non esiste oggi studioso in grado di dirlo con certezza - quali siano i testi originali da cui sono derivati i vangeli che leggiamo oggi.

In genere siamo abituati a pensare, e lo pensavo anch'io prima di leggere libri come questo, che i testi ufficiali CEI siano le riproduzioni fedeli di quanto detto e fatto da Gesù durante la sua epopea terrena (lo stesso identico discorso vale per l'antico testamento). Non è cosi. E a dire il vero non servirebbe neppure leggere libri del genere per rendersene conto, sarebbe sufficiente vedere le macroscopiche differenze ad esempio tra i quattro vangeli canonici. 

Uno degli aspetti curiosi di questo saggio è che l'autore non è nato ateo o scettico. Da giovane era un cristiano evangelico "nato di nuovo" che credeva che ogni singola parola della Bibbia fosse ispirata direttamente da Dio e priva di errori. Ha iniziato a studiare le lingue antiche (greco, ebraico, latino) proprio per leggere la "parola di Dio" nel modo più puro possibile. Più studiava, però, più si rendeva conto delle migliaia di varianti e alterazioni nei manoscritti, cosa che lo ha portato gradualmente a perdere la fede, pur mantenendo un amore immenso per lo studio storico.

Ehrman è uno dei massimi esperti mondiali di critica testuale. In parole povere, il suo lavoro consiste nel confrontare migliaia di frammenti di papiri e codici antichi per capire quale fosse la versione "originale" di un versetto e come è stata cambiata dai copisti nel corso dei secoli (a volte per errore, altre per motivi teologici).

Uno dei tantissimi esempi riportati da Ehrman nel libro riguarda il passo di Matteo 1,41 in cui Gesù guarisce un uomo affetto da una malattia della pelle. I manoscritti superstiti conservano il versetto 41 in due forme diverse. Fra parentesi quadre sono evidenziate entrambe le versioni:


E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni. Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi". [Mosso a compassione (in greco: splaghnistheis) / adirandosi (in greco: orgistheis) ], stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci". Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: "Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote e offri, per la tua purificazione, quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città."


Scrive l'autore:


La maggior parte delle traduzioni rende l'inizio del versetto 41 in un modo che enfatizza l'amore di Gesù per questo povero lebbroso reietto: "Mosso a compassione" (il termine potrebbe essere tradotto anche "mosso da pietà") nei suoi confronti. Così facendo, le traduzioni seguono il testo greco rinvenuto nella maggioranza dei nostri manoscritti.

​Non è difficile capire perché, in questa situazione, possa essere invocata la compassione. Non conosciamo l'esatta natura della malattia dell'uomo, molti commentatori preferiscono pensare che si trattasse di un disturbo di desquamazione piuttosto che della carne in putrefazione di solito associata alla lebbra. In ogni caso, era senz'altro possibile che fosse soggetto alle disposizioni della Torah che vietavano ai lebbrosi di ogni sorta di vivere una vita normale; essi dovevano essere isolati, emarginati dalla popolazione, considerati impuri (Lv 13-14). Impietosito, Gesù stende una mano amorevole, tocca la sua pelle malata e lo guarisce. 

Il semplice pathos e la comprensibile emozione della scena possono senza dubbio spiegare perché traduttori e interpreti non prendano, di regola, in considerazione il testo alternativo scoperto in alcuni manoscritti. A tutta prima, infatti, la formulazione di una delle nostre più antiche testimonianze, il Codex Bezae, confermata da tre manoscritti latini, è sconcertante e bizzarra. Qui non viene detto che Gesù prova compassione per l'uomo, bensì che si adira. In greco si tratta della differenza fra le parole "splaghnistheis" e "orgistheis". Data la sua attestazione in testimonianze sia greche sia latine, la seconda versione è in genere riconosciuta dagli specialisti testuali come risalente almeno al II secolo. Ma è possibile che sia proprio ciò che Marco scrisse?

​Come abbiamo già visto, non si può affermare con assoluta certezza che, quando la grande maggioranza dei manoscritti riporta una versione e solo un paio ne presentano un'altra, la maggioranza sia nel giusto. Qualche volta alcuni manoscritti sembrano essere corretti anche se tutti gli altri sono discordanti. Ciò accade in parte perché la grande maggioranza dei nostri manoscritti è stata prodotta centinaia e centinaia di anni dopo gli originali, trascritta non da questi ultimi, bensì da altre copie, assai più tarde. Una volta che si fosse fatto strada nella tradizione dei manoscritti, un cambiamento poteva essere perpetuato fino a essere esso stesso trasmesso con maggiore frequenza della formulazione originale. Nel caso in questione, entrambe le versioni sembrano essere molto antiche. Qual è originale?


Nessuno sa quale sia l'originale, così come nessuno studioso, oggi, è in grado di stabilirlo. Da qui la "disillusione" dell'autore: la consapevolezza che 15 secoli di traduzioni tra più lingue, copiature a mano, interpolazioni, aggiunte, sottrazioni,  modifiche abbiano reso impossibile risalire ai testi originali. Riflette ancora l'autore:


Come compresi già alle superiori, anche se Dio avesse ispirato le parole originali, noi non ne siamo in possesso. La dottrina dell'ispirazione, in un certo senso, era quindi estranea alla Bibbia così come ci è pervenuta, poiché le parole che, secondo quel che si dice, Dio aveva ispirato erano state modificate e talvolta smarrite. Inoltre, giunsi a ritenere che le mie precedenti opinioni sull'ispirazione non fossero solo irrilevanti, ma probabilmente sbagliate. Infatti, l'unico motivo (finii per pensare) per il quale Dio avrebbe ispirato la Bibbia sarebbe stato quello di fare avere al suo popolo le sue esatte parole; tuttavia, se proprio avesse voluto che ci giungessero tali e quali, le avrebbe senz'altro salvaguardate per miracolo, proprio come le aveva ispirate per miracolo in quel primo momento. Visto e considerato che non lo aveva fatto, mi pareva inevitabile dedurne che non si fosse preso il disturbo di ispirarle.

Questa parte del libro è forse la più intima di Ehrman. Qui descrive il momento esatto in cui la logica ha prevalso sulla sua fede giovanile: se Dio è onnipotente e vuole comunicare con gli uomini, perché avrebbe permesso che le sue parole venissero cambiate da scribi stanchi o distratti? Comunque, nonostante le sue posizioni critiche, Ehrman difende fermamente l'esistenza storica di Gesù. In un altro suo celebre libro, Did Jesus Exist?, si scaglia addirittura contro chi sostiene che Gesù sia solo un mito, usando proprio le prove storiche per dimostrare che un predicatore ebreo di nome Gesù è realmente esistito nella Galilea del I secolo. Consiglio questo libro a quei credenti "abitudinari" o "leggeri", quelli che nel loro percorso si sono sempre limitati ad ascoltare passivamente ciò che racconta loro il prete la domenica: c'è molto altro oltre a quello.

sabato 25 aprile 2026

Il cuoco di Salò

Nel 2001 uscì Amore nel pomeriggio, quattordicesimo album in studio di Francesco De Gregori. Tra le tracce ce n'è una che si chiama Il cuoco di Salò. Questa struggente ballata racconta la fine della Repubblica Sociale Italiana (Salò, appunto) vista da chi stava dalla "parte sbagliata", anche se era un semplice spettatore.

​Il protagonista del racconto di De Gregori è un cuoco che lavora per i gerarchi di Salò. Non è un soldato, non è un ideologo; è un uomo che "pela le patate" mentre fuori il mondo crolla. De Gregori usa questa figura per parlare della zona grigia della storia, e in fondo, indirettamente, anche per parlare di tutte le zone grigie della storia. La canzone descrive il clima di disfacimento di quei giorni del 1945. Il cuoco osserva i "giovani soldati" che vanno a morire per una causa ormai persa, mentre lui, con il suo grembiule, resta ai margini del conflitto armato ma immerso nel suo destino. 

È una riflessione sulla responsabilità individuale e sul peso di trovarsi, per caso o per scelta, nel posto sbagliato al momento sbagliato. De Gregori ci dice - lo ammetterà lui stesso in varie interviste successive all'uscita del disco - che anche in mezzo alla polvere della sconfitta c'è un'umanità (quella del cuoco che "mangia un po' di formaggio") che sopravvive ai grandi eventi. 

Quel disco suscitò aspre polemiche perché i meno attenti e i più frettolosi, che poi alla fine sono sempre la maggior parte di noi, lessero in quel brano una sorta di indulgenza verso i repubblichini. Imperdonabile, per un cantautore nell'immaginario collettivo sempre considerato di sinistra. ​De Gregori, invece, ha spiegato che la sua non è un'operazione di revisionismo politico, ma di umanità. In diverse occasioni ha dichiarato che, pur sapendo bene quale fosse la "parte giusta" (quella della Resistenza), gli interessava raccontare la "pietas" verso gli sconfitti e verso chi, come il cuoco o i "quindicenni sbranati dalla primavera", si era trovato nel posto sbagliato senza avere i mezzi per scegliere diversamente.

Lui stesso ha ribadito spesso: "La parte giusta era sicuramente quella della Resistenza", ma ha aggiunto che la Storia è fatta anche di persone reali, con le loro paure e le loro miserie quotidiane. De Gregori ha voluto eleggere la figura del cuoco a simbolo di chi non fa la Storia ma la subisce, cercando di sopravvivere al naufragio, e le ridicole accuse di revisionismo da parte di chi non capisce la profondità e la complessità degli avvenimenti, sono lo specchio della frettolosa società di oggi.

Buon 25 aprile a chi passerà di qui.

lunedì 20 aprile 2026

Libertà


Mentre leggevo questa autobiografia di Angela Merkel, pubblicata alla fine del 2024, non potevo non pensare alla differenza abissale tra i vari modi in cui si può fare e intendere la politica. La cancelliera federale che ha guidato la Germania ininterrottamente per sedici anni, dal 2005 al 2021, ha sempre basato la sua azione partendo da un unico, fondamentale, principio: evitare di promettere cose che non fosse sicura di poter mantenere. Ed è rimasta rigorosamente fedele a questo principio sia durante gli anni di cancellierato, sia durante gli anni precedenti come ministra. Fa sorridere - o almeno a me veniva da sorridere - pensando a casa nostra, dove politicanti di infima levatura cambiano idea ogni due ore e promettono a spron battuto tutto e il contrario di tutto senza alcun ritegno e senza vergogna, con in testa solo il mantenimento del consenso.

"Mutti", il soprannome affettuoso e un po' ironico allo stesso tempo, con cui è stata chiamata per anni, ha sempre fatto politica e preso le decisioni nell'interesse esclusivo della Gemania e dell'Europa, mai per tornaconto politico suo o della CDU, il partito di cui è stata per lunghi anni segretaria. Alla fine di ogni mandato si è sempre presentata agli elettori elencando le cose fatte e chiedendo di essere giudicata esclusivamente in base al suo operato.

Il libro si divide sostanzialmente in due parti. Nella prima Angela Merkel racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR, in piena guerra fredda. Lei nacque ad Amburgo, nella Germania ovest, poi nel 1954 la sua famiglia si trasferì a Templin, nella Germania est, perché il padre, pastore luterano, fu inviato a guidare la chiesa di Quitzow, nel Brandeburgo. Angela Merkel si laureò in chimica fisica all'università di Lipsia e, prima di dedicarsi alla politica, ottenne vari riconoscimenti in ambito scientifico. Ma ciò che più la segnò fu l'aver vissuto per tanti anni sotto una dittatura. Ci sono pagine e pagine dense di descrizioni riguardo a come era la vita sotto il regime oppressivo sovietico nella Germania est. 

Nella seconda parte del libro, invece, Angela Merkel racconta il suo ingresso in politica e la sua vita come ministra, prima, e come cancelliera federale, poi. Non è solo un’autobiografia, questo libro è un affresco della storia della Germania e dell’Europa degli ultimi decenni. Attraverso il racconto dei suoi incontri con i leader mondiali e delle lunghe notti trascorse a negoziare a Bruxelles si capisce chiaramente come la cancelliera sia stata una protagonista assoluta, capace di incidere profondamente su ogni grande avvenimento: dalla crisi finanziaria del primo decennio degli anni duemila alla gestione dei flussi migratori, dalla questione russa (la signora Merkel è stata una dei pochissimi leader europei ad aver mantenuto ottimi rapporti con Putin e, allo stesso tempo, è sempre stata convinta che con la Russia bisognasse parlare) alla pandemia.

​Le pagine finali sono una lezione preziosa sulla libertà - mai scontata per chi è cresciuto oltre il Muro - e sulla dignità del servizio pubblico. Personalmente, sento di consigliare questo libro non solo a chi ama la storia, ma a chiunque cerchi ancora un briciolo di serietà in un mondo di slogan urlati.

domenica 12 aprile 2026

Quasi Sapiens


Devo ammettere che questo libro è stato una boccata d'aria fresca. Ho sempre ricordato la storia studiata a scuola come una lunga e a tratti noiosa sfilata di date e nomi polverosi: Guido Damini dimostra che si può insegnarla anche in altro modo. Forse se lo stile di questo libro fosse adottato dai libri di testo ufficiali, qualche studente in più ci si appassionerebbe.

​Damini non racconta la storia con la S maiuscola, quella delle statue di marmo, delle date e dei discorsi epici, racconta invece i pasticci, le ambizioni meschine e i colpi di fortuna (o sfortuna) che hanno guidato l'umanità dalla scimmia fino a Trump.

​Tra i punti di forza la prosa modernissima - a tratti sembra quasi una chiacchierata tra amici ma con la competenza di un professore di storia moderna, ovviamente. Damini usa termini come "crush", "shitstorm" e "cringe" per spiegare le dinamiche di potere del passato, rendendo personaggi di secoli fa non così lontani da noi. Smonta miti intoccabili come ad esempio la presa della Bastiglia (dove si scopre che non fu poi così eroica), rivelando che spesso i grandi eventi sono stati semplici regolamenti di conti tra élite.

​È un libro che insegna molto, specialmente aiuta a rendersi conto di quanto sia complessa la storia umana. Soprattutto fa capire come in fondo l'essere umano non è poi così "Sapiens" come ama definirsi, ma questo era più o meno già noto.

sabato 11 aprile 2026

La Rivoluzione francese vista da Guido Damini :-)

Se sei uno di quei docenti precari di storia e filosofia che si esalta ogni volta che spiega la Rivoluzione francese, sognando di tagliare la testa al ministro dell’Istruzione con il righello (cosa assai probabile, se hai comprato questo libro), temo sia giunto il momento di ridimensionare il tuo entusiasmo rivoluzionario. Nessuno te l’ha mai detto finora, ma ormai sei abbastanza grande per conoscere la verità: la Rivoluzione francese fu un "inside job" dei nobili.

Sì, hai capito bene: a ideare e pianificare la Rivoluzione più amata di tutte furono proprio gli annoiati e spocchiosi aristocratici di Francia. D’altronde, riflettici un attimo: le piccole partite IVA, i precari, i pescivendoli, i bottegai e i contadini… avrebbero mai potuto mettersi insieme, fondare un partito, scrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, creare una repubblica e tutte quelle altre belle cose? Siamo seri, caro mio: no.

La Rivoluzione la fecero i nobili, non i piccoli borghesi, come la tua crush. Nobile era Mirabeau, il mentore di tutti i rivoluzionari. Nobilissimo era Luigi Filippo d’Orléans, cugino del re (che, tra l’altro, votò la morte del re), così intrippato dalla Rivoluzione da farsi soprannominare Filippo Égalité – un nickname cringe pure per gli standard giacobini. Nobile era anche Robespierre, il turbo-rivoluzionario per antonomasia, noto per i suoi completi a righe stile tenda da sole Tempo-test e per i suoi occhiali da sole "steampunk" ("ante litteram"), oltre che per essere stato il fan più sfegatato della ghigliottina.

Nobile era il filosofo Condorcet, che si vantava nei suoi scritti di voler "impiccare l’ultimo dei re con le budella dell’ultimo dei preti" – frase scopiazzata dal prete rinnegato Jean Meslier, ma all’epoca non c’era il copyright. Condorcet era anche un matematico: immagina la gioia di essere uno dei suoi alunni. E ancora: nobile era Paul Barras, presidente del Direttorio. Nobile Le Pelletier, primo "martire" della Rivoluzione… Vado avanti? Se vuoi, vado avanti.

Nobile era persino Napoleone Bonaparte – seppure di nobiltà provinciale e sostanzialmente straniero – al punto che, dopo gli anni della contestazione, divenne imperatore e ripristinò i titoli nobiliari. Coincidenze?

A questo punto ti starai chiedendo: perché tutti questi aristocratici cospirarono per fare una rivoluzione contro se stessi? Si erano totalmente rincoglioniti? Non proprio. Da un secolo accoglievano nei loro salotti gli illuministi – gli opinionisti del Settecento che hai conosciuto nel cenno (§68) – e stravedevano per Voltaire, una sorta di Cacciari con la parrucca, vero idolo di tutti i salotti bene.

Il Galimberti incipriato e i suoi seguaci volevano vendicarsi del re e della prigionia dorata di Versailles, volevano la fine delle disuguaglianze, l’uguaglianza eretta a principio di governo. E la Rivoluzione francese fu proprio questo: egalitaria. Talmente egalitaria che tutti coloro che non furono abbastanza uguali finirono sul patibolo, con la testa ugualmente tagliata. Ovviamente non era questo il piano originale, ma sai come vanno queste cose, una testa tira l’altra… D’altra parte, Voltaire, nel frattempo, era morto (con la testa attaccata al corpo, tranquilli), e i nobili pensavano di sfruttare gli Stati Generali del 1789 per fare una rivoluzione controllata, a loro uso e consumo, infiltrandosi nel Terzo Stato per far passare le tesi più dirompenti. Tesi che poi sfuggirono di mano.

Ebbene sì: la Rivoluzione francese fu un gigantesco Frankenstein, un esperimento da radical chic malriuscito che riempì i cimiteri di mezza Europa. L’idea iniziale era fare le scarpe a Luigi XVI, il loro paria: un re con il carisma di Biden, con una passione per il bricolage, e senza la minima idea di ciò che stesse accadendo intorno a lui.

Tant’è che, nel giorno della presa della Bastiglia, che diede inizio alla Rivoluzione, annotò nel suo diario una sola parola: «Nulla». Per lui, quel 14 luglio era un martedì qualunque. E in effetti, sotto certi aspetti, lo era davvero. Certo, gli insorti presero d’assalto la prigione-fortezza, decapitarono le guardie e il governatore, portandone a spasso le teste sulle picche per la città come decorazioni natalizie fuori stagione. Ma chi liberarono, esattamente, questi eroici rivoluzionari? Ebbene, dentro la leggendaria Bastiglia c’erano esattamente sette prigionieri. Sì, sette. Non settanta, né settemila.

Quattro erano falsari di documenti, che appena liberi sparirono nel nulla. Grazie e arrivederci. Due erano malati di mente, portati in trionfo per un giorno, e rinchiusi di nuovo all’ospizio di Charenton il giorno dopo. Il settimo era un libertino, termine aulico con cui nel Settecento si descrivevano festaioli come P. Diddy o Jeffrey Epstein.

Fino a pochi giorni prima c’era stato pure il marchese de Sade (sì, quel De Sade, l’inventore del sadismo, §68), che aveva passato settimane ad aizzare la folla urlando dalle finestre che nella Bastiglia si torturava la gente. Spoiler: non era vero, ma funzionò.

E poiché nessuno dei prigionieri era stato rinchiuso per motivi politici, la propaganda dell’epoca fece quel che ogni spin doctor farebbe: si inventò un personaggio. Usando la barba imponente di un tizio di nome Jacques-François-Xavier de Whyte, si spacciò il pover’uomo per il conte di Lorges, presunto martire della tirannide monarchica, realmente esistito un secolo prima e incarcerato per aver assassinato un prete.

Un caso di fake news ante litteram, da manuale di CNN. Insomma, quella che ti hanno venduto come l’eroica liberazione dei martiri della libertà, fu più simile a un blitz in una RSA gestita male.

A proposito di fake news, non si può certo ignorare Maria Antonietta, odiata solo perché austriaca, che subì una storica shitstorm a cui probabilmente pure la tua crush crede ancora. Prima fra tutte la famosa storia delle brioche. Che non disse mai, né pensò. Ma tutto faceva brodo, per quell’élite che voleva cambiare il mondo e rifarlo a propria immagine e somiglianza.

Come dici? Ti ricorda qualcosa? Possibile che nel 1789 un’élite di nobili ricchi sfondati volesse costringere tutta la Francia a un Great Reset come il principe di Galles (futuro Carlo III) al World Economic Forum del 2020? La risposta è: sì. Ma già lo so: non vuoi fare la figura del complottista davanti al corpo docenti. Fai bene, anche perché i tuoi colleghi sono tutti rettiliani.

La verità ufficiale è che quattro sanculotti analfabeti produssero la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, caposaldo del diritto moderno. Che una masnada di derelitti affamati costituì la prima Repubblica francese. Che il popolo sconfisse l’aristocrazia, mandandola in massa sulla ghigliottina (per altro, il 96 per cento delle vittime della ghigliottina in realtà erano proprio popolani). Ti sembra una verità plausibile? Non è più plausibile che fosse un regime change, da élite a élite? O da Ancien Régime a rettiliani, come dici di fronte alla macchinetta del caffè, al riparo da occhi parietali indiscreti?

In ogni caso, ormai, la Rivoluzione era fatta. E se non ci fosse stato un altro nobile a metterci il freno a mano, si sarebbe autodistrutta da sé, come ogni rivoluzione che si rispetti. Fortunatamente per lei, arrivò un certo caporaletto corso a mettere le cose a posto.


Guido Damini - Quasi Sapiens. Dalla scimmia a Trump

martedì 17 marzo 2026

Da dove viene il velo

Leggo nel libro Dizionario della stupidità, di Piergiorgio Odifreddi, una cosa che non sapevo: il velo ha origini cristiane, non islamiche. A supporto della sua tesi Odifreddi cita san Paolo, il quale, nella prima lettera ai Corinzi, scrive: "Una donna che prega senza velo manca di riguardo al proprio capo". A san Paolo segue poi Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo secolo dopo Cristo, che estende la prescrizione in generale. Nella sua opera chiamata Ornamenti delle donne, (De cultu feminarum) scrive infatti: "Dovete piacere soltanto ai vostri mariti. Dio vi comanda di velarvi per non mostrare la testa". Siamo attorno al 197 d.C., l'Islam arriverà circa cinque secoli dopo.

Perché allora esiste lo stereotipo secondo cui l'obbligo del velo per le donne deriverebbe dall'Islam? A causa di una interpretazione molto allargata della Sura 24 del Corano, la quale recita: "E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi [...] e di lasciar scendere il loro khimur sul petto...". Si parla di petto, non di capo. All'epoca di Maometto le donne arabe indossavano già una sorta di scialle o bandana (khimar), ma lo annodavano dietro la nuca lasciando scoperto il collo e l'inizio del petto. A partire da qui arrivarono le interpretazioni di alcuni teologi, secondo cui se si deve coprire il petto con il khimar, allora anche la testa (su cui poggia il velo) deve essere coperta.

Un secondo appiglio per giustificare il velo si trova in un altro passo del Corano, la Sura dei Gruppi Alleati, che recita: "O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi con i loro jilbab; questo sarà il modo migliore affinché siano riconosciute e non siano molestate". Il problema è che il termine "jilbab" indica un mantello, oppure una veste ampia, non un velo in senso stretto, e lo scopo originario era distinguere le donne musulmane libere dalle schiave (che non portavano il velo) per proteggerle dalle molestie per strada. Per i giuristi successivi, questo è diventato un obbligo generale di "modestia" nel vestire fuori casa.

Insomma, mentre nell'Islam non esiste alcun testo che letteralmente indichi l'obbligo di indossare il velo, ma vi si arrivi solo per interpretazioni teologiche successive, nei testi giudaico-cristiani l'indicazione è scritta nero su bianco. In sintesi, nel Corano non c'è un comando diretto del tipo "coprite i capelli", ma un invito alla decenza che la tradizione religiosa ha poi codificato nell'obbligo del velo che conosciamo oggi.

L'aspetto per certi versi paradossale di tutta la faccenda è che le donne occidentali, che non portano più il velo ma continuano a coprirsi il seno, seguono dunque i precetti islamici ma non quelli cristiani.

sabato 31 gennaio 2026

Razzismo e Noismo


Questo saggio si può definire come una epica cavalcata tra i significati della parola "noi" e i modi in cui si definiscono le appartenenze identitarie che stanno alla base delle gerarchie, dei sistemi politici, religiosi e ideologici. Non dice cose "nuove" in senso stretto, ma costringe a spostare il punto di osservazione: dal razzismo come ideologia esplicita al noismo come meccanismo profondo, quasi strutturale, con cui gli esseri umani costruiscono un “noi” e, insieme, un “altro”.

Uno degli aspetti più interessanti è l’idea che il noismo non riguardi solo l’etnia o la biologia. Religioni e ideologie sono state e sono potentissimi dispositivi di appartenenza ed esclusione. Ogni volta che un "noi" diventa oggetto di difesa, espansione o conquista, il confine tende a irrigidirsi e l’altro smette di essere semplicemente diverso: diventa una minaccia o un’entità inferiore. Luca Cavalli-Sforza, uno dei maggiori genetisti e antropologi italiani, morto alcuni anni fa, è particolarmente efficace quando inserisce questi meccanismi in una prospettiva evolutiva. Per gran parte della sua storia, Homo Sapiens, finché è rimasto cacciatore-raccoglitore, ha cercato di espandersi riducendo i conflitti. È con l’agricoltura, la proprietà e l’accumulazione che il “noi” diventa qualcosa da proteggere o imporre; da qui la caduta del noismo legato a cause biologiche in favore di una risposta a condizioni materiali.

Questo è anche il punto di partenza della decostruzione di un altro mito molto radicato: quello della presunta superiorità europea. I due autori mostrano - niente che non fosse già noto, in realtà - come la conquista di interi continenti e lo sterminio di popolazioni millenarie non abbiano nulla a che fare con l’intelligenza, ma con vantaggi geografici, ecologici ed epidemiologici. Anche in questo caso, il noismo funziona come narrazione giustificativa a posteriori.

Colpisce molto anche l’analisi dei processi di disumanizzazione. Dai conquistadores spagnoli convinti che gli indigeni non avessero un’anima, fino ai resoconti di Colombo che definiscono gli indios per ciò che "non hanno", emerge un meccanismo ricorrente: l’altro viene descritto per privazione. È difficile non riconoscere, in questo schema, lo stesso gesto con cui la tradizione occidentale ha separato l’uomo dall’animale. Ed è altrettanto difficile non vedere come questi meccanismi, adattati all'epoca contemporanea, tendano a ripetersi. Nella Shoah gli ebrei erano definiti bacilli, ratti, parassiti, quindi non umani, quindi eliminabili; nel genocidio armeno gli armeni venivano definiti traditori interni, corpo estraneo allo Stato, elemento corruttivo: la deumanizzazione passava attraverso la loro criminalizzazione; nel genocidio del Rwanda i tutsi venivano equiparati agli scarafaggi, quindi la loro eliminazione era inquadrata come atto di igiene sociale, e si potrebbe continuare con la Cambogia dei Khmer Rossi, la pulizia etnica nei Balcani degli anni '90: stesse dinamiche basate sulla deumanizzazione del nemico.

Un altro merito del libro è quello di rifiutare ogni comoda proiezione del male altrove. La violenza sulle donne, ad esempio, non viene letta solo come problema dei fondamentalismi contemporanei, ma come una costante storica che attraversa anche la cultura occidentale. A questo proposito scrivono gli autori: "Per secoli l’Europa antica e medioevale ha praticato la lapidazione degli assassini, delle adultere e delle prostitute. La violenza sulla donna - capro espiatorio, contenitore dell’impuro la cui messa a morte purifica la società - non interroga solo i regimi fondamentalisti odierni, ma tutta la nostra cultura, fin dall’inizio. D’altra parte, quello che viene chiamato «femminicidio» continua in molti luoghi del mondo, incluso il civile Occidente, dove la morte violenta di una donna per mano di un uomo è paradossalmente accolta ogni volta come inaudita. Le donne vengono uccise prevalentemente in casa, quello che dovrebbe essere il luogo piú sicuro, da figli, mariti, ex amanti e padri."

Razzismo e Noismo non offre soluzioni né consolazioni, si limita a mostrare semmai come l’esclusione non sia un incidente della civiltà, ma uno dei suoi dispositivi ricorrenti. E la domanda che resta, alla fine, non è se siamo razzisti, anche se in definitiva è un testo che toglie ogni alibi al razzismo, ma quando, perché e a quale prezzo abbiamo bisogno di un “noi”.

venerdì 30 gennaio 2026

Alle origini del barbaro

Abbiamo visto che lo schiavo, nell’antichità, è colui che viene da fuori, lo straniero, il barbaro: chi ha linguaggio e costumi diversi, ed è perciò inferiore, posto in condizione di servaggio. I greci giudicavano chiunque non facesse parte del mondo ellenico, e di conseguenza non parlasse il greco, come impossibilitato a esprimersi, se non emettendo balbettii o suoni aspri, inintelligibili. La ripetizione sillabica bar-bar , da cui deriva la parola barbaro, è infatti l’imitazione fonetica della balbuzie, se non addirittura di un latrare animalesco. È l’onomatopea che designa chi, avendo usi, costumi, pratiche religiose e legami sociali diversi, è straniero. Tutto ciò che era diverso, in sostanza, era barbaro agli occhi dei greci che, se anche non avevano raggiunto l’unità politica delle città-stato, si consideravano una comunità proprio in virtú della lingua: erano ellenofoni.

Ecco, l'origine della parola barbaro non la conoscevo, l'ho scoperta oggi leggendo questo splendido saggio.

venerdì 23 gennaio 2026

Il paradosso di Easterling

Tramite il bellissimo saggio Quando meno diventa più, di Paolo Legrenzi, ho scoperto il paradosso di Easterling. Non essendo io ricco e vivendo più o meno da sempre all'insegna del tanti presi, tanti spesi, ho trovato nel summenzionato paradosso un certo conforto. Ecco come lo spiega l'autore.





Ovviamente, per avere certezza della validità del suddetto paradosso dovrei empiricamente verificarlo, accumulando ricchezze fino al punto in cui le preoccupazioni relative a esse diventassero maggiori della contentezza generata dall'avere poco. Ma per il momento lo prendo per buono sulla fiducia :-)

Scherzi a parte, il saggio è estremamente interessante. Cito dall'introduzione:

Anche io, con il tempo, mi sono accorto del ruolo importante delle sottrazioni benché, da giovane, mi fossi, per così dire, concentrato sulle addizioni. Nasciamo, cresciamo e cerchiamo di aggiungere, accumulando investimenti materiali e simbolici nel corso delle attività connesse al lavoro e alla carriera, e anche investimenti affettivi legandoci a persone per parte o per tutta la vita. Nella psicologia ingenua, nei modi spontanei e diffusi di relazionarci con gli altri e nel mondo dei pensieri e dei sentimenti, l’addizione è considerata un’acquisizione positiva, quasi sempre qualcosa che viene dato per scontato. La sottrazione, al contrario, tende a essere vista come perdita al punto che, nel linguaggio amministrativo, parliamo di sottrazione per indicare un atto criminoso. In effetti, fin dai primordi, l’uomo ha elaborato e praticato apparati culturali collettivi finalizzati a trasformare le sottrazioni biologiche dovute ai decessi di parenti o amici in perdite e le perdite, a loro volta, in ricordi e memorie sia personali sia collettive, soprattutto da quando esiste la rete. Recentemente, sui media si assiste a un’enfasi sulla necessità da parte delle nuove generazioni di ridurre le tracce del loro passaggio sulla Terra per lasciare a figli e nipoti un mondo ospitale almeno quanto quello che ognuno ha trovato alla nascita. I tempi stanno diventando stretti e tuttavia le attenzioni, e soprattutto le azioni, dei politici e degli economisti sono sempre volte alla crescita calcolata in termini di beni e servizi prodotti. Si parla di crescita sostenibile ma questa appare come un traguardo ostico, difficile da raggiungere, talvolta un ossimoro. Forse parte di questa difficoltà risiede non solo nella lentezza e nel disinteresse delle collettività, dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, ma anche nella radicata mentalità degli individui. Forse il nostro cervello ha incamerato, in milioni di anni, l’importanza dell’addizione di risorse, cruciali per la sopravvivenza, lasciando sullo sfondo il valore della sottrazione. Invecchiando, ho riflettuto meglio sull’importanza della sottrazione nelle vicende filosofiche, culturali e artistiche dell’ultimo secolo. Inoltre, le tecniche sottrattive sono state cruciali nel progresso del mio campo di studi, quello della psicologia e delle scienze cognitive – intendendo per scienze cognitive lo studio dei processi attraverso cui le menti, quelle naturali e quelle artificiali come i computer, raccolgono, elaborano e ricordano le informazioni che provengono dal mondo esterno. In questo libro ho provato dunque a rintracciare anche una storia culturale della sottrazione. Inoltre, alla luce delle ricerche più recenti, ho cercato di mostrare gli ostacoli cognitivi e affettivi alle sottrazioni “ben fatte”, ponendo così le basi per un’analisi delle buone pratiche della sottrazione. Non si tratta tuttavia di un elogio acritico della sottrazione, perché questa è un’operazione benefica solo a certe condizioni, non sempre facili da ottemperare. In alcuni casi assistiamo a fuorvianti semplicismi, a chiusure, a pregiudizi; per questo sarà necessario tracciare e delimitare il perimetro degli ostacoli alle sottrazioni benefiche. Dato che il termine “sottrazione” diventa chiaro solo dopo che è stato esemplificato in più casi, per il titolo di questo libro è stato scelto il motto “Quando meno diventa più” (Less is more, in inglese), in ricordo e in onore dei fondatori della scuola tedesca Bauhaus pionieri di questo nuovo modo di operare e di pensare. Sono convinto che, quando si comincia a vedere il mondo e la vita non solo in termini di addizioni ma anche di sottrazioni, molti stati di cose diventano più chiari, puri, appassionanti, alcuni problemi meno difficili da risolvere, alcune emozioni negative più facili da allontanare. Distinguere il confine tra addizione e sottrazione implica conoscerne entrambi i lati così da poterli padroneggiare.

Oltre al paradosso di Easterling, un altro concetto estremamente interessante, a cui non avevo mai pensato, è descritto nel capitolo in cui si spiega come funziona e come è strutturata la nostra memoria. Scrive Legrenzi:

Per decine di migliaia di anni l’unico luogo in cui si poteva depositare tutto ciò che ci era capitato nel corso del tempo era il nostro cervello e quello delle persone appartenenti alla comunità in cui eravamo stati allevati e avevamo vissuto. Durante queste epoche della nostra storia naturale e culturale, cercare di memorizzare di “più” del nostro passato era qualcosa che ci rendeva “meno” vulnerabili agli avvenimenti imprevisti e imprevedibili. Quando siamo riusciti a inventare prima la scrittura e poi la stampa abbiamo iniziato a integrare le attività dei nostri cervelli grazie all’aiuto di memorie esterne. Un ulteriore e notevole incremento delle registrazioni artificiali di dati e del loro recupero è avvenuto con il computer e, in particolare, con quei computer – di solito chiamati in gergo “smartphone” – che possiamo portare sempre con noi e consultare in ogni momento. Oggi le nostre memorie esterne sono diventate così grandi, potenti e disponibili che il problema consiste quasi sempre soltanto nel rintracciare le informazioni e selezionare quelle che ci servono o che desideriamo. Nel caso della vastità delle memorie esterne, dalle dimensioni ormai gigantesche grazie al loro continuo miglioramento, l’aggiunta progressiva di “più” ci ha portato a un contrappasso tale per cui il più finale si è tradotto in meno, cioè meno capacità di reperire le informazioni “giuste”, quelle che cerchiamo in un dato momento. Il cervello potrà adattarsi facilmente e rapidamente all’uso di queste nuove memorie esterne? Assai improbabile, perché i tempi dell’evoluzione naturale di questo organo sono molto lunghi. Il nostro cervello è erede di quel lontano passato in cui non esistevano questi strumenti “integrativi”, ragion per cui i nostri antenati traevano grande vantaggio dal riuscire a registrare più informazioni possibili e a conservarle in memoria per quando ne avevano bisogno. Di questi tempi, invece, un’informazione di quel che è avvenuto in passato può diventare, se rievocata nel presente, un intralcio e persino un ostacolo. Succede così che spesso meno memoria è “più” perché è memoria dell’essenziale, di ciò che veramente ci serve, memoria di ciò che rende la nostra vita degna di essere vissuta: i momenti caratterizzati dall’inspiegabile felicità in cui siamo stati veramente noi stessi e abbiamo voluto bene ad altri.

Ecco, penso a questo punto che siano abbastanza chiari gli argomenti trattati nel libro. Non è un saggio difficile (l'ho letto e capito agevolmente pure io) e neppure eccessivamente corposo (poco più di 200 pagine), quindi è alla portata di chiunque. Io l'ho trovato interessantissimo.

martedì 13 gennaio 2026

Iran

Una delle domande che tornano più spesso quando si parla dell’Iran è questa: se le proteste sono diffuse, se il malcontento è evidente e se la popolazione è così giovane (l'età media degli iraniani è 34 anni, da noi è 44,5, giusto per dare un'idea) perché il regime degli ayatollah non cade?

Ricordo che scriveva di questi argomenti Dario Fabbri in Geopolitica umana, un saggio molto bello che affronta le questioni geopolitiche del nostro tempo partendo da un approccio psicologico collettivo delle comunità umane, non leaderistico come siamo abituati a fare noi. La domanda che tutti ci facciamo è comprensibile e legittima, ma parte da un presupposto sbagliato: che il consenso sociale, da solo, basti a rovesciare un regime autoritario. La storia dice che non è così. I regimi non cadono quando diventano impopolari, cadono quando perdono il controllo del potere.

In Iran il dissenso è ampio, ma non è organizzato. Non esiste una leadership riconosciuta, non esiste un’opposizione in grado di trasformare la rabbia in un progetto politico, non esistono strumenti istituzionali per farlo. Il regime, al contrario, concentra nelle proprie mani ciò che conta davvero: le armi, i tribunali, le risorse economiche, la repressione. L’apparato coercitivo è solido e soprattutto leale. I Pasdaran, i Basij, i servizi di sicurezza non si sono mai spaccati né hanno mostrato tentennamenti. Questo è un punto chiave: quando le forze armate restano compatte, le proteste possono essere anche enormi, ma difficilmente diventano rivoluzione. C’è poi la frammentazione. Le proteste iraniane nascono in luoghi diversi e per motivi diversi: economici, culturali, politici. Questa pluralità è un segno di vitalità, ma è anche una debolezza. Senza coordinamento nazionale, il regime può isolare, reprimere, spegnere un focolaio alla volta. La gestione selettiva della violenza, pochi arresti mirati, pene esemplari, qualche esecuzione, è studiata proprio per questo: far capire che il prezzo è altissimo e il risultato incerto.

A tutto questo si aggiunge la paura del "dopo". Molti iraniani non credono più al regime, ma temono il vuoto che potrebbe seguirne la caduta. Siria, Iraq, Libia sono esempi che pesano molto più delle nostre analisi. In assenza di un’alternativa credibile, il cambiamento appare rischioso quanto lo status quo. Infine, un paradosso: le sanzioni, pensate per indebolire il regime, spesso finiscono per rafforzarlo. Colpiscono la società civile, impoveriscono la popolazione, ma consolidano i circuiti economici controllati dai Pasdaran e alimentano la narrativa dell’assedio esterno.

La popolazione iraniana è giovane, è vero. Ma la giovinezza non è automaticamente rivoluzionaria. Senza partiti, sindacati, media liberi, reti organizzative, l’energia si disperde. Resta frustrazione, non potere. Forse, allora, la domanda giusta non è perché il regime, un regime mediamente schifoso, non cade, ma che cosa dovrebbe rompersi al suo interno perché inizi davvero a crollare. Finché quell’equilibrio di forza, paura e controllo regge, il consenso, anche quando è ampio, non basta.

Oltre a questo, c'è un errore concettuale che tendiamo a fare noi: pensare che le proteste anti-regime abbiano un afflato filo-occidentale, cioè che gli iraniani si ribellino al regime perché vogliono diventare come noi. Niente di più sbagliato (su questo punto Dario Fabbri è categorico). La storia dell'Iran, ex impero persiano, è lunga 27 secoli ed è complessissima. I giovani iraniani che scendono in piazza non lo fanno perché vogliono diventare come noi (McDonald, serie tv, jeans, democrazia liberale "chiavi in mano" ecc., una cultura che mediamente schifano), ma perché si fanno portatori di istanze superiori che sono di ogni comunità umana: dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Se non smettiamo di leggere le cose del mondo con le nostre categorie filo-occidentali, come se noi fossimo l'ombelico del mondo, faremo sempre molta fatica a capirci qualcosa.

lunedì 29 dicembre 2025

Sull'inverno demografico

Sul tema del cosiddetto inverno demografico si discute e si parla, spesso a vanvera o in chiave acchiappa-consenso politico, da decenni. Quelli di Nova Lectio, uno dei canali divulgativi più interessanti in circolazione sul tubo, hanno realizzato il video qui sotto in cui si spiegano in maniera chiara e documentata i motivi per cui qua da noi non si fanno più figli (spoiler: nonostante ciò che comunemente si pensa non c'entrano i motivi economici, o almeno non sono i principali).

Il video in questione l'ho trovato estremamente interessante in primo luogo perché è la tematica in sé a esserlo, in secondo luogo perché in una qualche misura mi riguarda, dal momento che ho saputo che tra qualche mese diventerò nonno :-)

Se avete una mezz'oretta e l'argomento vi interessa, dateci un'occhiata: merita.


martedì 9 dicembre 2025

Islam e questione femminile

Qualche tempo fa avevo riproposto su queste pagine la lezione di Franco Cardini sulle tante invenzioni e intuizioni nel campo della letteratura, della medicina, della matematica, dell'astronomia che l'occidente deve alla cultura islamica antica. Intuizioni e scoperte che oggi vengono sottaciute per evitare di menzionare il fatto che in epoca medievale la cultura mediorientale era infinitamente più avanzata della nostra. In un passaggio di quella lezione il simpatico storico toscano fa alcune considerazioni sul rapporto, sia antico che attuale, tra islam e questione femminile. Il modo in cui la cultura islamica considera le donne è uno dei maggiori appigli utilizzato dagli islamofobi per sostenere appunto l'islamofobia, facendo finta di ignorare che, storicamente, qua in Occidente non è che le donne fossero considerate in maniera molto migliore.

Cardini, a questo proposito, fa alcune considerazioni molto interessanti, nel passaggio qui sotto, che prendono in esame come storicamente si è evoluto questo rapporto. Mi rendo conto che la questione è delicata e che al solo nominarla il "demonietto isamofobo" insito in ognuno di noi fa immediatamente capolino. Ma confido nella capacità dei miei 32 lettori di discernere tra stereotipi e razionalità (storica).


domenica 7 dicembre 2025

Nascita dell'inglese

Uno dei capitoli più belli del libro Il destino dei popoli, Popoli e lingua, è quello in cui si spiegano i processi, complessissimi ed eternamente in divenire (chi ancora pensa che le lingue siano entità statiche e ormai rigidamente definite è totalmente fuori strada), che hanno portato alla definizione dei maggiori linguaggi utilizzati oggi sul pianeta. In queste pagine, tra le altre cose, Fabbri ridimensiona molto il ruolo dei letterati nella nascita degli idiomi e ne enfatizza maggiormente quello dei popoli. Scrive l'autore: "Ogni idioma è frutto di movimenti, mutamenti, sentimenti, adozioni e rinnegamenti delle collettività, soltanto successivamente codificati o arrangiati dai singoli. La traiettoria delle parole segue quella delle popolazioni, da cui è perfettamente informata".

Tra le lingue analizzate dall'autore ci sono latino, iberico, arabo, cinese, inglese, francese, giapponese, ebraico e ovviamente l'italiano. Una menzione a parte merita l'inglese e qui, in particolare, Fabbri si sofferma sui motivi per cui gran parte dei lemmi di questa lingua sono pronunciati diversamente da come sono scritti (ad esempio meet che si pronuncia miit e tantissimi altri). Riporto integralmente la spiegazione perché è interessantissima.

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"Altri movimenti popolari incisero sullo sviluppo delle lingue. Ovunque. Occupata l’Inghilterra, nell’XI secolo i Normanni francofoni resero lingua di corte il proprio dialetto d’oïl, sopra l’idioma germanico introdotto secoli prima dai Sassoni; il motto della monarchia inglese è tuttora in francese: "Dieu et mon droit". Più importante, deviarono la grammatica dell’inglese antico. Occupate dagli invasori, da quel momento le cariche apicali furono scritte con aggettivo dopo il sostantivo, contro ogni regola germanica (attorney general; secretary general ecc.).

Il lessico acquisì due specifiche dimensioni: una bassa d’origine sassone relativa alla pratica, al lavoro manuale; una alta di matrice franco-latina, con senso figurato e ricercato. Per cui "pig" divenne il maiale allevato (di etimo germanico), mentre "pork" la bestia cucinata e portata in tavola (di provenienza continentale). La vittoria dei francofoni produsse anche l’esistente ambiguità nei pronomi "tu" e "voi", in precedenza distinti in inglese con "thou" e "you", poi resi identici nel solo you per imitazione del vous.

Tre secoli dopo nacque a Londra l’inglese moderno con il cosiddetto grande spostamento vocalico. Dopo la peste nera (1346-1353), l’arrivo in città di migliaia di immigrati provenienti dall’Inghilterra orientale e dalle East Midlands spinse i londinesi a modificare il proprio accento per distinguersi dai nuovi arrivati. Si formò in quel periodo l’attuale suono dell’inglese. Bite (morso), pronunciato bit nel medio inglese, divenne bait in fonetica semplificata; meet (incontrare), in precedenza meet, si trasformò in miit; house (casa) da hus in haus; name (nome) da name in neim ecc. Più avanti i londinesi smisero di pronunciare la lettera "r", tranne nei casi in cui è seguita da una vocale o posta all’inizio della parola. E resero silenti alcune sillabe, come nei vocaboli secretary, necessary, military. Alterazioni che molti secoli dopo avrebbero consentito a John Keats di rendere in rima thoughts con sorts e thorns con fawns. Senza mai cambiare la dizione ufficiale, generando l’odierna distanza tra l’inglese scritto e parlato.

Il tentativo per i londinesi d’allontanarsi dai nuovi concittadini mosse la storia linguistica d’Inghilterra e del pianeta. Pensata come codice per escludere, in un paio di secoli la nuova pronuncia fu acquisita dal resto della nazione. In barba ai letterati."

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In sostanza, uno stratagemma linguistico nato per escludere e dividere, finì per provocare una uniformità linguistica che poi non rimase circoscritta alle terre britanniche ma si diffuse in (quasi) tutto il mondo. Forse è quella che si può chiamare una nemesi della storia.

sabato 6 dicembre 2025

Yankee Doodle


Fino ad oggi il nome Yankee Doodle mi rievocava il piccione viaggiatore protagonista di un vecchio cartone animato di Hanna-Barbera che guardavo quand'ero bambino: Dastardly e Muttley e le macchine volanti. Nient'altro. Il cartone animato era ambientato durante la Prima guerra mondiale e narrava le vicende tragicomiche di un gruppo di squinternati aviatori che cercavano di catturare il piccione in questione per evitare che consegnasse messaggi al nemico. 

Leggendo il libro Il destino dei popoli, di Dario Fabbri, mi sono imbattuto nella pagina che vedete qui sopra, in cui compare il nome che io avevo sempre collegato unicamente al cartone animato menzionato. Ho quindi scoperto che storicamente Yankee Doodle era il titolo di una filastrocca. Fabbri nel libro la racconta frettolosamente, ma la sua storia è molto più articolata e interessante. 

La canzoncina in questione nacque in Europa nel XVII-XVIII secolo come aria popolare. Era usata in canzoni contadine, ballate e perfino filastrocche infantili nei Paesi Bassi e in Inghilterra. Durante la guerra franco-indiana (1754–1763), precursore della Rivoluzione americana, gli ufficiali e i soldati britannici usavano la melodia per creare versi satirici contro i coloni americani. La parola yankee stessa era un soprannome dispregiativo usato dagli inglesi per i coloni e voleva indicare un "tipo di campagnolo rozzo e ingenuo del New England".

Col tempo i coloni americani si appropriarono sia della filastrocca Yankee Doodle che del termine yankee e cambiarono il senso e il significato di entrambi in loro favore. Durante la Guerra d’Indipendenza americana (1775–1783) successe il ribaltamento: gli americani cominciarono a modificarla e a utilizzarla per prendersi gioco degli inglesi e per rafforzare il morale delle truppe. Diventò una sorta di: "Va bene, chiamateci pure yankee… e vinceremo lo stesso". È uno dei primi esempi storici di riappropriazione ironica di un insulto. Oggi è l’inno ufficiale dello stato del Connecticut e anche se non fa parte degli inni ufficiali federali è comunque parte del patrimomio culturale di molti stati del New England oltre che simbolo della rivoluzione americana.

Insomma, oltre al piccione c'era ben altro.


domenica 23 novembre 2025

Fischiava il vento


Devo ammettere che questo libro mi ha sorpreso. L'ho iniziato con qualche titubanza e l'ho trovato splendido, di una intensità sorprendente. Non è solo un viaggio nella storia del Novecento italiano, ma soprattutto un racconto umano fatto di vite spezzate, ideali assoluti, errori, tragedie e scelte impossibili.

La cosa che più colpisce è il modo in cui Claudio Caprara intreccia grande storia e piccole storie. Nella narrazione dell'autore figure come Gramsci, Bombacci o Togliatti non sono solo nomi ascrivibili ai manuali di storia, ma persone con contraddizioni, passioni, speranze e cadute. Una menzione a parte merita il racconto della storia d'amore tra Palmiro Togliatti e Nilde Iotti, una relazione che inizialmente - si era alla fine degli anni '40 del secolo scorso - creò diffidenza e imbarazzo (Togliatti era già sposato) all'interno di un partito che predicava moralità, disciplina e "esemplarità del dirigente". Una relazione che restituì a Togliatti il desiderio di "tenere qualcosa per sé" e di salvarlo dalla totale e assoluta dedizione al partito.

Il libro descrive la complessità e la velocità dei cambiamenti sociali di quegli anni senza mai diventare pesante, anzi mantenendo un ritmo narrativo coinvolgente. È un libro che lascia qualcosa, che invita a capire e a riflettere, più che a giudicare. Uno spaccato della storia d'Italia dal dopoguerra a oggi attraverso le vicende di uno dei grandi partiti di massa della storia d'Italia e dei personaggi che l'hanno reso grande.

giovedì 30 ottobre 2025

Occhiali nuovi

Questa lunga e interessantissima chiacchierata tra Gianluca Gazzoli e Dario Fabbri serve a smettere i soliti occhiali e a indossarne di nuovi, serve a vedere il mondo e le sue vicende cambiando angolazione e prospettiva. Poi non è detto che i nuovi occhiali consentano di vedere il mondo com'è realmente, così come non era detto indossando i vecchi. Ma i vari Fabbri, Barbero, Canfora, Cardini o chi volete voi, questo fanno: danno occhiali nuovi.

domenica 19 ottobre 2025

Schiavismo



Questa pagina mi ha fatto venire in mente Umberto Galimberti quando scriveva che la lotta di classe è finita alcuni decenni fa quando padrone e servo (simbolicamente negli anni Settanta Agnelli da una parte e gli operai dall'altra) sono oggi dalla stessa parte e hanno come controparte il mercato e la tecnica. E come fai a prendertela con qualcuno? Chi è il mercato? Da cosa è rappresentato fisicamente?

Interessantissima anche la definizione di schiavismo moderno, non più basata sull'assunto che lo schiavo è colui che è gravato dalla fatica e dall'obbligo di lavorare per sopravvivere, ma è colui che da persona viene declassato a cosa, a strumento, indipendentemente dal grado di consapevolezza di ciò. 

Sembra quasi incredibile che questo saggio sia stato scritto a metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Si tratta di un libro molto difficile e impegnativo, almeno per me, ma estremamente interessante.


Herbert Marcuse 

L'uomo a una dimensione, l'ideologia della società industriale avanzata 

venerdì 17 ottobre 2025

Ucraina, la guerra e la storia


Ci sono due modi per approcciarsi alle vicende complesse della nostra epoca: leggere gli articoli dei quotidiani o (meglio) leggere i libri che trattano delle suddette vicende. A questo proposito ho appena terminato questo interessantissimo saggio scritto dallo storico Franco Cardini e dal generale Fabio Mini, che negli anni 2000 ha ricoperto l'incarico di capo di Stato maggiore del comando Nato per il sud Europa. 

La parte più interessante del libro è la prima, quella scritta da Cardini, che indaga le cause storiche che hanno condotto al tragico epilogo dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. Come ormai tutti dovrebbero sapere, la guerra russo-ucraina (in realta guerra russo-americana) non inizia il 24 febbraio del 2022, bisogna tornare indietro almeno fino al colpo di mano ucraino in funzione antirussa del 2014, come data di inizio. Ma i prodromi di quello che sarebbe successo cominciarono a prendere forma già negli anni Novanta del secolo scorso, quando - e qui Bill Clinton ci mise molto del suo - furono progressivamente disattese le rassicurazioni sul non allargamento a est della Nato fornite da tutti i paesi europei alla Russia dopo il crollo dell'Unione Sovietica, rassicurazioni riassunte dalla dichiarazione del 17 maggio 1990 dell'allora segretario Nato Manfred Wörner: "Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all'Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza".

Poi, come si sa, o come almeno sa chi ha voglia di approfondire un po' andando oltre l'infantile invaso-invasore, le cose andarono diversamente. Questo ovviamente non significa giustificare ciò che ha fatto la Russia, sia ben chiaro, significa solo provare a sviscerare una vicenda complessa vecchia di secoli per cercare di capire come si è arrivati alla guerra che da tre anni insanguina l'Europa orientale. Una guerra in cui la Nato, quella Nato che secondo Papa Francesco abbaiava alle porte della Russia, ha responsabilità evidentissime. Se si vuole, e chiunque lo può fare, si può andare oltre l'ormai stucchevole ritornello dell'aggressore e dell'aggredito (se vogliamo restare su questo piano: quanti Paesi sovrani ha aggredito la Nato negli ultimi 70 anni?), basta avere voglia di farlo.

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...