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martedì 31 marzo 2026

Viaggio in Italia


Quella descritto da Carofiglio in questo libro non è la tipica rassegna turistica di alcune delle maggiori città italiane. È il racconto di un viaggio, e c'è enorme differenza tra i concetti di viaggio e turismo, nonostante noi spesso tendiamo ad associarli. 

Palermo, Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, Genova. Carofiglio racconta queste città partendo in qualche modo dai loro angoli più nascosti, sconosciuti, magari considerati poco importanti, e riporta aneddoti, storie, miti, leggende, situazioni, personaggi noti o sconosciuti legati a queste città. È una sorta di viaggio compiuto senza fretta, senza ansia di dover visitare tutto di corsa senza poi aver capito niente di ciò che si è visto, come in genere siamo abituati a fare. È un viaggio lento e riflessivo, fatto di incontri e conversazioni con bottegai, librai, persone comuni radicate saldamente nelle vie e negli angoli di queste grandi città.

Un modo sicuramente diverso, e molto più profondo, di conoscere i posti più belli (a volte anche i più disperati) del nostro Paese.

domenica 14 settembre 2025

Elogio dell'ignoranza e dell'errore



Spesso siamo terrorizzati dai nostri errori e dal fatto che gli altri possano accorgersene e giudicarci in modo negativo. Invece gli errori, piú di tutto, rendono gli uomini amabili, scriveva Goethe. La capacità di sbagliare con eleganza - e di ammetterlo quando è necessario o semplicemente giusto - è un fattore tanto controintuitivo quanto fondamentale del successo in qualsiasi attività. Ha detto Michael Jordan, una leggenda del basket: 'Nella mia carriera ho sbagliato piú di novemila tiri. Ho perso trecento partite. Per trentasei volte i miei compagni si sono affidati a me per il canestro decisivo e io l'ho sbagliato. Ho fallito tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto'.

Un pensiero con cui familiarizzare è il seguente: ognuno di noi passa gran parte della sua vita a commettere errori e ad avere torto. Una fondamentale linea di demarcazione è fra quelli che ne sono consapevoli e quelli che non lo sono. Tutti noi prendiamo decisioni giuste e decisioni sbagliate. La vera differenza è fra coloro che sono disposti (e veloci) a riconoscere quelle sbagliate e a correggerle, e coloro che cercano di occultarle a sé stessi e agli altri, che cercano di convincere, sé stessi e gli altri, di avere ragione anche quando hanno torto. Quando si imbattono in eventi che mettono in crisi le loro credenze, sono piú inclini a manipolarli piuttosto che a interpretarli. Elaborano nuove spiegazioni oppure, semplicemente, ignorano l'evidenza.

Ma torniamo alla frase di Goethe. Cosa significa davvero che gli errori rendono l'uomo amabile? Il primo significato della frase, quello piú ovvio, è che gli errori ci umanizzano agli occhi degli altri esattamente come pretendere di avere sempre ragione ci rende piuttosto odiosi. Ma forse il significato piú profondo è che gli errori ci ren- dono amabili con noi stessi. Accettare l'idea che sbagliare non è una catastrofe ma un passaggio fondamentale dell'evoluzione. Una forma di ar- mistizio con noi stessi. Un modo per diventare persone migliori.

Alla fine questo libro l'ho letto in un pomeriggio. È una specie di breviario, si potrebbe dire. Un testo sulla fallacia e sull'umiltà. Soprattutto un saggio che prova a insegnare una cosa difficilissima e istintivamente controintuitiva: la capacità di mettere in dubbio le proprie convinzioni, anche (anzi, soprattutto) quando si è convinti della loro graniticità. Bellissima la citazione di Bertrand Russell secondo cui la categoricità è sempre sinonimo di mediocrità. È un libro istruttivo che credo sia utile sia nella vita reale che, specialmente, in quella che trascorriamo sui social.

In generale Carofiglio è un grande, sia che scriva saggi e sia che scriva romanzi.

venerdì 21 febbraio 2025

Dopo 30 anni


Mi chiedo come sia possibile che dopo trent'anni dall'infausto avvento del berlusconismo ancora la destra riproponga ossessivamente la bufala dei giudici di sinistra. Soprattutto è sconfortante il fatto che abbia ancora largo credito, che tanti ci credano, cioè siano realmente convinti che certi giudici (non quelli che assolvono Salvini, ovviamente, ché quelli sono bravi) emettono sentenze non in base alle risultanze processuali e alla legge ma in base a contrapposizioni politiche. Per rendersene conto basta leggere ciò che scrive la gente comune sui social.

Qui entrano in gioco, credo, almeno due fattori: il generalizzato analfabetismo giuridico e il fatto che il funzionamento della giustizia è basato su meccanismi difficili, complessi, di cui le persone comuni non hanno contezza e non conoscono. Ed è giusto che non li conoscano, allo stesso modo in cui non tutti possono avere competenze di fisica, di economia, di virologia, di agronomia o quello che volete voi. 

Ieri Gianrico Carofiglio ha spiegato la vicenda di Delmastro dal punto di vista tecnico-giuridico e i motivi per cui è stato condannato, ed è comprensibile che questi tecnicismi alla gente non importino e preferiscano la spiegazione più gratificante dei giudici comunisti. È più semplice, più immediata, e soprattutto evita di mettere in gioco la propria comfort zone ideologica che protegge dall'ansia, esorcizza le paure e lenisce la fatica di documentarsi e cercare di capire.

Ma una democrazia senza cultura, come argomenta Carofiglio nel suo intervento, è una democrazia monca, di pessima o nulla qualità. Anzi, non è neppure una democrazia.

sabato 16 novembre 2024

Gianrico Carofiglio

Di solito non seguo granché i dibattiti politici televisivi, tranne quando, gironzolando qua e là su internet, vengo a sapere che qualche trasmissione ospita un personaggio che a me piace. È il caso di Piazza Pulita di giovedì scorso, che ha ospitato Gianrico Carofiglio. È uno scrittore che a me piace non solo per i suoi romanzi (la saga dell'avvocato Guerrieri l'ho divorata) ma anche per i suoi saggi, tra i quali cito il bellissimo Della gentilezza e del coraggio (ne avevo scritto qui). 

Nella puntata di Piazza Pulita in questione, Carofiglio si è trovato a dibattere con Italo Bocchino, che è un po' come contrapporre Carlo Rubbia col mago Otelma. Non perché Bocchino sia meno intelligente di Carofiglio, intendiamoci, semplicemente perché il direttore del Secolo d'Italia ha l'ingrato compito di dover presenziare a ogni trasmissione televisiva in veste di difensore ufficiale di Giorgia Meloni e del suo governo, e a volte per adempiere a questa missione deve giustificare fatti e perorare cause, spesso al limite dell'assurdità, a cui probabilmente nemmeno lui crede. Da ciò l'impressione di minore intelligenza.

Ma il dibattito tra i due perché è interessante? Perché mostra come meglio non si potrebbe la differenza tra la verità dei fatti e la propaganda. In più, lo scrittore si diverte (si fa per dire) a evidenziare in diretta le fallacie retoriche e le mistificazioni del suo interlocutore, fallacie retoriche e mistificazioni su cui si basa gran parte della comunicazione politica attuale e che Carofiglio descrive esaustivamente nel saggio citato poc'anzi.

Se riuscite a sopportare le tonnellate di pubblicità che La7 manda in onda, la chiacchierata tra Carofiglio e Bocchino la trovate qui a partire dal minuto -1:54:00.

martedì 11 luglio 2023

Rancore


Non mi ha entusiasmato questo romanzo di Carofiglio con protagonista Penelope (il primo della serie, La disciplina di Penelope, mi piacque un sacco). Salvo la scrittura perché Carofiglio è uno che sa scrivere e i suoi libri andrebbero letti solo per provare questo piacere, ma la storia in sé è deboluccia, priva di mordente e l'epilogo si può intuire già dai primi brani del libro.

Rancore narra la morte improvvisa di un ricco e potente barone universitario, morte che il medico certifica come naturale. La figlia però non ci sta e incarica Penelope Spada, ex pm "con un mistero alle spalle e un presente di quieta disperazione", di indagare, indagine che alla fine vedrà la figlia avere ragione. 

Diciamo che Carofiglio ha fatto sicuramente di meglio.

domenica 10 luglio 2022

Ipocognizione

Sto leggendo Passeggeri notturni, una raccolta di racconti brevi, scritti vari e riflessioni di Gianrico Carofiglio. In uno di questi scritti si parla di ipocognizione, un termine a me fino a oggi ignoto con cui si indica la situazione di chi non possiede le parole necessarie per gestire la propria vita interiore e i rapporti con gli altri. Il termine fu coniato da Robert Levy, antropologo e psicoterapeuta che negli anni Cinquanta condusse degli studi per cercare di capire le cause dell'elevatissimo numero di suicidi che si registravano in quel periodo a Tahiti. 

Levy scoprì che la causa principale di quei suicidi risiedeva nel fatto che i tahitiani non erano in possesso delle parole per definire ciò di cui soffrivano, e in situazioni di sofferenza molto intensa una mancanza dei termini con cui definirla può condurre al gesto estremo. 

Scrive Carofiglio: "Racconto spesso questo impressionante aneddoto perché mi sembra faccia comprendere, molto più di un lungo discorso, quale sia l'importanza pratica - direi quasi materiale - delle parole. Queste infatti - le parole che sentiamo, leggiamo, usiamo - hanno un effetto sostanziale e profondo sulla nostra percezione prima ancora che sulla nostra rappresentazione della realtà.
Immaginiamo di avere fatto un'esperienza spiacevole - un litigio, un incidente stradale, un insuccesso professionale - e pensiamo ai vari modi in cui potremmo descrivere lo stato d'animo che ne è derivato. Se dicessimo di essere pazzi di rabbia sentiremmo tensione al collo e alle mascelle, stringeremmo i pugni, saremmo pronti a gesti scomposti. Se dicessimo di essere arrabbiati avvertiremmo tensione emotiva ma saremmo in grado di dominarci e di evitare azioni di cui potremmo in seguito pentirci. Se dicessimo semplicemente di essere seccati saremmo pronti a reagire in modo razionale all'infortunio, scegliendo le soluzioni più adeguate. Soprattutto saremmo pronti a uscire presto dall'esperienza negativa per tornare a una situazione di benessere emotivo.
Le parole che utilizziamo possono avere un impatto straordinario non solo sulle nostre vite individuali, ma anche su quelle collettive. Le parole creano la realtà, fanno - e disfano - le cose; sono spesso atti di cui bisogna prevedere e fronteggiare le conseguenze."

Questa interessante analisi sull'importanza delle parole, del loro uso, della loro conoscenza e capacità di padroneggiarle mi ha fatto venire in mente un concetto - credo sia di Heidegger - che ama ribadire con insistenza Umberto Galimberti, e cioè che il linguaggio non è, come spesso si crede, un mezzo per esprimere i pensieri, ma è la condizione indispensabile per poter pensare. Io non posso pensare a qualcosa se non ho le parole per definire questo qualcosa. Non posso pensare a un tramonto, ad esempio, se non ho la parola tramonto. E la povertà di pensiero oggi così diffusa è molto probabilmente figlia di questa generalizzata povertà di linguaggio.

lunedì 16 maggio 2022

Una porta per entrare e una per uscire


Scopro solo adesso, leggendo il bellissimo Il silenzio dell'onda, di Gianrico Carofiglio, che gli studi degli psichiatri hanno, ove possibile, una porta per l'entrata dei pazienti e una per la loro uscita. La cosa ha evidentemente una sua logica, come spiega bene l'autore nel brano che ho riprodotto qui sopra, ma non ci avevo mai pensato, non avendo mai frequentato questi ambulatori (anche se molti mi dicono che dovrei farlo).

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...