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domenica 5 luglio 2026

La sorpresa


Sono cose che succedono quando non si sa niente di niente (e Trump non sa niente di niente) e si guarda il mondo là fuori esclusivamente con le lenti occidentali. L'Iran non è il Venezuela. Gli iraniani sono i discendenti dell'impero persiano e stanno al mondo da millenni. Non ragionano come ragiona Trump (e come ragioniamo noi), ragionano in modo totalmente diverso e mantengono quell'orgoglio e quella fierezza tipici degli imperi.

La sorpresa di Trump di fronte a 20 milioni di persone, solo a Teheran, che partecipano commosse ai funerali di Khamenei, nasce proprio dal non sapere niente di niente. La sua reazione tocca una delle dinamiche più complesse e spesso fraintese della geopolitica mediorientale: il confine tra il dissenso interno e l'orgoglio nazionalista di un popolo. ​L'approccio di Trump (e di una parte significativa della politica estera americana e in generale occidentale) tende a leggere le dinamiche internazionali attraverso una lente binaria: "il popolo oppresso dal regime vuole la libertà, quindi sostiene l'Occidente". Questa narrativa si scontra regolarmente con la realtà storica dell'Iran, un Paese che ha sulle spalle secoli e secoli di storia imperiale e un profondo senso di sovranità. Un Paese che disprezza profondamente l'Occidente e che non si sogna neanche lontanamente di voler diventare come noi.

È vero che in Iran esiste un fortissimo dissenso interno contro il regime teocratico (esploso a più riprese con dure proteste di piazza), ma quando il Paese subisce attacchi diretti o minacce da potenze straniere scatta un altrettanto forte riflesso nazionalista. Molti iraniani che criticano aspramente il governo per l'economia o i diritti civili si compattano attorno alle istituzioni quando percepiscono una minaccia all'indipendenza e all'integrità territoriale della nazione.

Questa profonda ignoranza da parte di Trump della storia e delle dinamiche geopolitiche di molte parti del mondo mediorientale è quella che ha portato il tycoon a perdere male la guerra contro l'Iran, nonostante i reiterati e ridicoli proclami di vittoria. Proclami a cui possono credere giusto quei poveretti (sempre meno) che ancora gli danno credito.

giovedì 7 maggio 2026

Cuba muore

Nell'indifferenza generale, Cuba sta morendo a causa delle sanzioni americane. L'embargo commerciale ed economico nei confronti della piccola isola caraibica non è una novità, va avanti da oltre 60 anni, ma dal 2017, in concomitanza con l'arrivo di Trump, c'è stato un forte inasprimento delle sanzioni economiche, finanziarie e commerciali nei suoi confronti, che ha generato nel tempo una grave crisi umanitaria. Il colpo di grazia è arrivato col blocco della fornitura di combustibili voluto dal criminale di guerra che siede alla Casa Bianca. Combustibili indispensabili per fare funzionare gli ospedali, per i trasporti, i servizi, l'agricoltura.

Una delle conseguenze di queste sanzioni è un aumento del 148% della mortalità infantile dal 2018 a oggi. Senza l'embargo americano, oggi Cuba avrebbe 1.800 bambini in più, bambini che invece sono morti e di cui al criminale di guerra americano non importa niente. D'altra parte non gli è mai importato niente neppure dei 20.000 bambini massacrati a Gaza, figurarsi se gli può importare di quelli cubani. 

L'embargo imposto dagli Stati Uniti, noto a Cuba come "el bloqueo" (il blocco), è uno dei sistemi di sanzioni più longevi e complessi della storia moderna. Le ragioni della sua durata (oltre 60 anni) affondano le radici nella guerra fredda e, seppure inizialmente in forme piuttosto leggere, presero avvio nel '59 dopo la rivoluzione castrista. Nel 1962, con Kennedy, in seguito alla nazionalizzazione di aziende e società anche di proprietà americana, l'embargo divenne totale.

​Dal 2017, e ancora di più con l'attuale amministrazione, Trump ha inasprito, fino a livelli intollerabili per la fragile economia cubana, le sanzioni con lo scopo di provocare il collasso del sistema socialista cubano (ci sono anche altri motivi ma questo è il principale). Se poi, per raggiungere lo scopo, occorre decimare la popolazione e provocare una crisi umanitaria, pazienza. Il mondo capirà.

domenica 12 aprile 2026

Perché loro no?

Comunque, alla fine, nessuno ha ancora spiegato chiaramente perché l'Iran non può avere la bomba atomica. Lo scoglio maggiore su cui si sono arenati i negoziati a Islamabad, alla fine, è infatti il nucleare, e Trump l'ha detto chiaramente: "Tutti i punti su cui è stato trovato un accordo non importano se comparati al fatto di permettere all’Iran di avere armi nucleari, questo è il singolo problema più importante". Uno magari può dire (discorso che mi è capitato di sentire): Vabbe', ma mica si vorrà lasciare che quelli là possano costruirsi la bomba atomica?

Perché no? Gli USA ce l'hanno, Israele ce l'ha, la Corea del nord ce l'ha, la Russia ce l'ha, la Francia, la Cina, il Pakistan ce l'hanno. Perché l'Iran non può averla? Chi lo decide? In base a quale principio? Perché gli Stati Uniti possono decidere cosa può avere o non avere l'Iran e l'Iran non può fare altrettanto? Escludendo ragionamenti infantili di tipo morale basati sul fatto che noi, abituati a guardare il mondo esclusivamente con le nostre lenti occidentali, ci consideriamo una civiltà superiore e stupidaggini simili, rimane il discorso del metodo, epistemologico. Dando per scontato che sarebbe meglio che l'atomica non l'avesse nessuno, perché una nazione si arroga il diritto di decidere chi può averla e chi no?

domenica 5 aprile 2026

Se questo è un presidente


Quando ho letto la notizia ho pensato a una esagerazione, o magari a una fake news. Mi sono quindi turato il naso e ho fatto un giro sul suo social: Truth. L'ha scritto davvero: 


"Martedì sarà il giorno delle Centrali Elettriche e il Giorno dei Ponti, tutto in uno, in Iran. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il fottuto stretto, brutti bastardi pazzi, oppure vivrete all’inferno – STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah. Presidente DONALD J. TRUMP"


Questo è il presidente dell'America, colui che in virtù del ruolo che ricopre dovrebbe avere una postura istituzionale e un contegno mediatico conseguenti, mentre invece usa lo stesso linguaggio e lo stesso tono di un ubriaco al bar (linguaggio scurrile e uso massiccio di punti esclamativi sono i tratti tipici di persone con livelli culturali molto scarsi). Lo stesso signore che si vantava di aver chiuso otto guerre (quali?) e pretendeva quindi il Nobel per la pace.

Lo stesso signore che, assieme al suo degno compare Netanyahu, è responsabile del casino globale in cui siamo precipitati, casino che nel prossimo futuro pagheremo a prezzi elevatissimi. La miseria morale di questo individuo è imbarazzante. Sarebbe interessante che i tanti simpatizzanti trumpiani, che abbondano un po' dappertutto e che in occasione della sua elezione giubilavano festanti, dicessero qualcosa.

giovedì 2 aprile 2026

Esempi pratici di suicidio

L'età della pietra

Se non fossimo all'interno di una cornice tragica, certe uscite di Trump, per non dire tutte, potrebbero essere etichettate come esilaranti. Tipo questa, ad esempio: "Colpiremo l'Iran in modo estremamente duro nelle prossime due, tre settimane. Li riporteremo all'età della pietra a cui appartengono."

Frase indubbiamente ad effetto. Peccato che gli iraniani con l'età della pietra non c'entrino niente. Per convenzione, infatti, gli storici e gli archeologi indicano "età della pietra" il periodo compreso tra 2,5 milioni di anni fa e il 3000 a.C. Gli iraniani attuali sono i discendenti dell'antico impero persiano che, nella sua forma più strutturata e organizzata, nasce grosso modo attorno al V secolo avanti Cristo con l'impero Achemenide di Ciro il grande.
 
Quindi, tra la fine dell'età della pietra e l'arrivo degli antichi predecessori degli attuali iraniani c'è uno scarto di circa due millenni e mezzo. Che è sempre meno dello scarto che c'è tra Trump e qualsiasi barlume di conoscenza della storia.

sabato 14 marzo 2026

Possibile?

Il guaio di Trump (che è anche guaio nostro) non è tanto il suo essere sguaiato, ma è la sua incompetenza, il suo non sapere niente e non avere la più pallida idea di come sia il mondo fuori degli USA. Scatenare una guerra come questa senza avere un piano b; senza avere la più pallida idea di come andare avanti, rischiando di restare impantanato come già è successo agli USA molte volte in precedenza, dà perfettamente l'idea della pericolosità di quest'uomo.

Possibile che tra i suoi consiglieri nessuno sia stato in grado di dirgli che l'Iran non è il Venezuela? Il Venezuela ha 20 milioni di abitanti, l'Iran 92 milioni ed è quasi sei volte l'Italia. È una civiltà complessa e sofisticata, erede dell'antico impero persiano, e sta al mondo da 27 secoli. Altroché il Venezuela. Gli iraniani sono orgogliosi, hanno una visione storica di se stessi e si considerano un impero, difficile che si pieghino facilmente. Possibile che Trump (o chi per lui) sia stato così sprovveduto da non capire che se nessuna amministrazione americana ha mai osato attaccare l'Iran (USA e Iran sono nemici di lunga data) una ragione c'è?

Possibile che i destini del mondo siano in mano a un personaggio simile?

martedì 3 marzo 2026

Capirci qualcosa

Capire qualcosa e riuscire a raccappezzarsi riguardo a quello che sta succedendo in Iran è difficile, almeno per me. I ragazzi di Nova Lectio, a mio avviso uno dei migliori canali di divulgazione attualmente in circolazione, hanno realizzato un video non troppo lungo (circa 25 minuti) in cui in maniera molto chiara hanno messo in fila tutto ciò che è successo da quando, sabato notte (non è casuale né il giorno né l'ora), Trump ha annunciato con un video l'inizio delle operazioni militari in Iran, analizzando i motivi che l'hanno spinto a lanciarsi in questa follia e le possibili conseguenze. È un contributo aggiornato a oggi, quindi è probabile che nei prossimi giorni molte cose potranno cambiare. Ma a mio avviso vale la pena darci un'occhiata.

domenica 1 marzo 2026

La guerra vista da loro


Certa stampa non si smentisce mai. Siamo davanti a un'azione militare illegale che fa strame di ogni regola di diritto internazionale (qui vale il ritornello nauseante dell'aggressore e dell'aggredito?); che ha già provocato centinaia di vittime civili tra cui un'ottantina di studentesse di una scuola femminile; che sul medio termine apre scenari imprevedibili e potenzialmente esplosivi (anche per noi) a livello economico, politico, sociale; che se ne frega dei risultati di disastrosi precedenti come Iraq, Afghanistan, Siria, Libia ecc. 

E l'unica cosa che sanno fare questi qui è ridurre tutto a una questione politica interna di piccolo cabotaggio all'insegna della ormai stucchevole e puerile diatriba destra vs sinistra. Atteggiamento che la dice lunga anche sulla considerazione di certa stampa per il livello intellettivo medio dei suoi lettori.

venerdì 13 febbraio 2026

Marcia trionfale

Continua la marcia trionfale di Trump nella direzione di annullare tutto ciò che di buono gli USA avevano fatto in passato riguardo alla questione climatica. Ieri è stato fatto un altro passo in questa direzione con l'annullamento dell’endangerment finding, un grosso regalo all'industria automobilistica e alle aziende che si occupano di estrazione di combustibili fossili, i principali responsabili del disastro climatico entro cui ci muoviamo.

Trump è un anziano signore che probabilmente non camperà ancora molto. Quindi ha buon gioco a fregarsene delle generazioni future, delle politiche ambientali a lungo termine. Il suo orizzonte temporale si limita all'oggi e del domani chi se ne frega. Riguardo alle questioni climatiche, il suo approccio si colloca tra menefreghismo e ignoranza, difficile dire quale delle due componenti sia preponderante. Trump non è un politico, è un uomo d'affari e fa i suoi affari. I politici veri hanno visioni, progetti, sono consapevoli del modo in cui funziona il mondo e si preoccupano di ciò che verrà. Trump fa altre cose.

giovedì 29 gennaio 2026

Elementi che ci sfuggono

Credo che Alessandro Capriccioli abbia colto perfettamente ciò che sta succedendo negli USA. Riporto integralmente ciò che ha scritto un paio di giorni fa.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, ossia la soppressione dello stato di diritto a beneficio di un regime sempre più apertamente nazista che sembra destinato a durare nel tempo e a cambiare radicalmente gli equilibri mondiali, dovrebbe indurre gli Stati europei, e in particolare quelli che fin dal 1951 posero le basi per l’integrazione, ad accelerare qualsiasi processo che possa condurre al potenziamento dell’Unione sul piano politico, economico e militare.

Invece dalle nostre parti da un lato si fa vergognosamente a gara a chi si appecorona meglio all’autocrate, slinguazzando in modo indecente e giustificando ogni sua nefandezza con argomentazioni da ripetenti alle elementari, mentre dall’altro lato le buone intenzioni - quando ci sono - si annacquano nel gioco dei distinguo, delle eccezioni e dei posizionamenti, roba di una miseria e di una pochezza indicibili.

Vi è chiaro, ci è chiaro, che qua non è manco più questione di ondata illiberale, che ormai è una cosa all’acqua di rose rispetto a quello che succede, ma di dittatura, di autocrazia violenta e assassina, cioè quella roba con le squadracce armate e i civili deportati, sequestrati e ammazzati in mezzo alla strada che rischia di travolgere tutto il pianeta?

Mi sa di no. Oppure sì, ma a qualcuno l’idea - solo apparentemente in modo incredibile e non soltanto nei luoghi in cui uno se lo aspetterebbe - non dispiace per niente. Sennò sai a quest’ora come ci sbrigavamo a blindare - finalmente - l’Europa, invece di cazzeggiare?

domenica 25 gennaio 2026

Marginalità

Pare che questa volta la signora urlante si sia incazzata veramente con Trump (la sospetta forma dubitativa "pare" è d'obbligo perché, specie quando si ha a che fare con la nostra capa di governo, è sempre difficile stabilire se ciò che enuncia urbi et orbi corrisponde a ciò che pensa realmente). L'incazzatura nasce da quanto ha detto lo squinternato inquilino della Casa Bianca relativamente al contributo fornito dalle truppe Nato nel ventennale pantano Afghanistan, cioè che sarebbe stato un supporto limitato e circoscritto alle retrovie. Apriti cielo! 

In realtà, almeno in questo caso, pare che lo squinternato tycoon non abbia tutti i torti, anche se la questione è ovviamente complessa. Si trova su youtube una interessantissima lezione di Dario Fabbri totalmente dedicata alla guerra in Afghanistan in cui, in due ore, il noto analista geopolitico approfondisce vari aspetti di quel conflitto, aspetti poi confluiti in maniera più ampliata nel libro Geopolitica Umana. Per capire bene la questione occorre distinguere tra il piano geopolitico-strategico (quello di cui parla Fabbri) e il piano simbolico-politico (quello della polemica su Trump). 

È oggi largamente assodato che gli USA non volevano alleati nella fase iniziale dell'invasione e consideravano gli europei (Italia inclusa) militarmente marginali. Ma non li volevano sul serio, ritenevano che quella fosse una faccenda seria, delicata, di pertinenza esclusivamente americana, e la presenza di eventuali comprimari costituisse più un intralcio che una utilità. I contingenti Nato, però, appellandosi al famoso art. 5, che è quello dei moschettieri del Re (Tutti per uno, uno per tutti), non sentirono ragioni e nonostante le resistenze americane si gettarono lancia in resta nella mischia. Visto che però ormai erano lì, il contingente italiano fu stanziato a Herat, un'area effettivamente periferica rispetto al cuore strategico dell’Afghanistan: Kandahar, Helmand, confine pakistano, aree, queste, saldamente sotto controllo americano.

Naturalmente, anche se Harat, zona ovest dell'Afghanistan, era tutto sommato marginale rispetto al cuore del conflitto, non significava che fosse meno pericolosa e il tributo di sangue dei soldati italiani sta lì a dimostrarlo. Le ragioni di fondo di questa marginalizzazione va ricercata nel modo di ragionare tipico degli imperi. Gli USA non hanno mai amato condividere la guerra vera e gli alleati sono tollerati semmai successivamente, per stabilizzare, legittimare, ricostruire. Nella fase iniziale post-11 settembre Washington non voleva intralci, caveat politici, catene di comando multiple e agli italiani (e ad altri europei) fu detto in sostanza: "Voi state fuori, se abbiamo bisogno vi chiamiamo". Questo non per disprezzo personale, come evidenzia Fabbri nel suo libro, ma per logica imperiale. Per la dottrina strategica americana il contributo dei "clientes" era secondario in quanto la vera guerra era condotta da forze speciali, aviazione, intelligence, il resto serviva più a copertura politica che a necessità militare.

Quindi, caso più unico che raro, forse per la prima volta in vita sua lo squinternato ha detto qualcosa di (parzialmente) vero. Per quanto riguarda la ventennale vicenda Afghanistan, dopo quasi cinque lustri dall'invasione americana sono tanti gli studiosi che ancora si interrogano sul senso di quella guerra e, ancora di più, sul senso della nostra presenza là.

giovedì 22 gennaio 2026

Manipolazioni affascinanti


Dopo l'intervento fiume di Trump a Davos, stamattina molti quotidiani e siti fanno opera di sbufalamento delle maggiori castronerie enunciate in 72 minuti di sproloqui. Tra le bufale piu evidenti vengono menzionate: "Siamo il paese più attraente del mondo, quest'anno il PIL arriverà al 5,4%"; "Con Biden abbiamo avuto la peggiore inflazione della storia americana"; "Il Venezuela farà più soldi nei prossimi sei mesi rispetto agli ultimi 20 anni, le più grandi compagnie petrolifere del mondo adesso vogliono investire là"; "Dopo la guerra abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca, quanto siamo stati stupidi e quanto sono ingrati i danesi!"; "Washington è il posto più sicuro degli USA, prima di me era il meno sicuro"; "Gli USA pagano il 100% della Nato" e si potrebbe proseguire, queste sono solo le più marchiane. La domanda sorge spontanea: perché molte persone continuano a dare credito e fiducia a chi racconta balle? (Lo fanno da sempre politici di ogni epoca, latitudine e orientamento politico.)

La risposta ha a che fare con la psicologia e col funzionamento del nostro cervello. Questo comportamento è stato studiato e spiegato da vari studiosi. Il libro più recente che mi viene in mente, al riguardo, è di Daniel Kahneman: Pensieri lenti e veloci. In questo testo l'autore spiega in dettaglio i bias cognitivi e i motivi per cui molte persone credono a narrazioni false ma plausibili. Riassumendo all'osso: è una questione di appartenenza. 

Per alcuni milioni di anni il nostro genere (Homo) è vissuto in contesti tribali, gruppetti di esseri umani formati da poche decine di persone. Le grandi aggregazioni umane, città, imperi, stati, sono una conquista recentissima nella nostra storia evolutiva. I gruppetti tribali erano in perenne conflitto tra loro e la possibilità di prevalenza sui competitori era direttamente proporzionale al livello di coesione interna. Il nostro cervello, oggi, funziona ancora allo stesso modo, con la differenza che i gruppetti umani di quelle epoche remote si sono trasformati in fazioni politiche, ideologiche, identitarie, anch'esse in lotta le une con le altre.

Quando un politico appartiene al nostro "gruppo" le sue parole rafforzano la nostra identità e la verifica dei fatti raccontati diventa secondaria se non addirittura priva di importanza. Se Trump (o chiunque altro) "parla come me", non importa se sbaglia: sta dalla mia parte. Nel libro, Kahneman esamina anche una particolare impostazione mentale chiamata motivated reasoning. In base a questa impostazione, molte falsità funzionano perché semplificano problemi complessi, danno una spiegazione emotivamente soddisfacente, individuano un colpevole chiaro e, anche se non vere, suonano vere. Il nostro cervello preferisce una storia semplice e sbagliata a una spiegazione complessa e corretta.

In definitiva molte persone stimano politici che mentono perché la politica è diventata identitaria e la verità è secondaria rispetto all’appartenenza. Non è un bug, è il funzionamento del nostro cervello in contesti tribali, anche se a livello di specie in contesti tribali non viviamo più da svariate decine di migliaia di anni (che sono comunque un battito di ciglia rispetto alla totalità della nostra storia evolutiva).

Questo non significa giustificare i politici che mentono, significa solo imparare da dove vengono e come funzionano gli affascinanti meccanismi mentali che ci fanno stimare chi ci prende per i fondelli.

giovedì 8 gennaio 2026

Trump e il "bias di conferma"

La tragedia di Renee Nicole Good, la donna che a Minneapolis è stata uccisa con un colpo di pistola sparato a bruciapelo da un agente dell'antimmigrazione, è emblematica dell'eterno scontro frontale che Trump ingaggia quotidianamente con la realtà. Lo scontro è proprio tra la realtà documentale dei fatti e la sua personale narrazione dei medesimi fatti.

Nel caso specifico, l'insistenza con cui ancora adesso Trump continua a sostenere la tesi dell'investimento, nonostante i video e le testimonianze dimostrino il contrario, è qualcosa che in parte ha a che fare con la psicologia.  Ma non solo. 

Trump ha costruito la sua intera campagna elettorale e il suo attuale mandato sull'idea che le città americane siano sotto l'attacco della "sinistra radicale" e che le forze dell'ordine siano le uniche a proteggere i cittadini. Ammettere che un agente federale dell'ICE, la sua agenzia simbolo, abbia sparato senza motivo a una donna disarmata distruggerebbe questa narrazione. Il cervello di Trump (e quello dei suoi sostenitori) filtra quindi la realtà per farla coincidere con le proprie convinzioni preesistenti. Se l'agente è "il buono", allora la donna deve aver fatto qualcosa di terribile. Questo spiega perché, invece di correggere il tiro di fronte all'evidenza, Trump spesso raddoppia, dichiarando addirittura che la donna ha "violentemente, intenzionalmente e ferocemente" investito l'agente e arrivando a dire che è un miracolo che lui sia vivo.

Tutte balle: la donna non ha investito nessuno (né ha mai avuto intenzione di farlo) e l'agente è vivo e vegeto; ma non perché è intervenuto un miracolo a salvarlo, semplicemente perché la donna non l'ha investito. Se non ricordo male, piegare e distorcere la realtà per farla coincidere con le proprie convinzioni preesistenti, si chiama "bias di conferma", che di per sé non è una condizione intrinsecamente patologica, ma può diventare problematica quando porta a decisioni irrazionali, credenze rigide, polarizzazioni. E Trump è - credo pochi non se ne siano accorti - tutte queste cose qui.

lunedì 5 gennaio 2026

Da che parte si sta

Questa mattina Repubblica ha messo in prima pagina foto dei manifestanti pro-Maduro scesi in piazza per protestare contro la sua cattura da parte degli americani; il Foglio (e anche il Giornale) hanno messo in prima pagina foto di manifestanti che festeggiano invece la sua cattura. Le due testate sono emblematiche delle modalità con cui l'informazione, e di riflesso l'opinione pubblica, si approcciano alle vicende storiche del nostro tempo: per partigianeria. Le testate di destra sono filo-trumpiane, appoggiano il rapimento di Maduro (anche la Meloni ha detto che l'intervento è stato legittimo) e quindi cercano di far passare l'idea che tutto il paese e tutti i venezuelani avallino l'intervento militare USA. Repubblica, invece, fa l'opposto. Ognuno tira acqua al suo mulino.

Nella realtà l'opinione pubblica venezuelana è profondamente divisa su quanto è successo. Molti cittadini venezuelani all’estero, per esempio nella comunità Little Caracas di New York, hanno manifestato gioia per la rimozione di Maduro, mentre dentro il Venezuela la situazione è molto incerta e controversa. I sostenitori di Maduro si sono schierati apertamente contro l’intervento statunitense, vedendo l’azione militare come un’aggressione ai danni della sovranità nazionale. Altri cittadini sono spaventati o confusi, preoccupati per la violenza e l’incertezza del futuro. Poi c'è la parte di opinione pubblica venezuelana critica verso il governo che, pur lieta dell'allontanamento del presidente venezuelano, non celebra l'aggressione militare esterna e teme l'instabilità che sicuramente genererà tutta l'operazione.

Insomma, una situazione caotica e complessa, che andrebbe affrontata con cautela, ponderazione e approfondimento, nel mondo dell'informazione e dei social (figurarsi!) si trasforma nel solito "o di qua o di là". Niente di nuovo sotto il sole.

sabato 3 gennaio 2026

Oggi tocca al Venezuela

Per chi fosse sorpreso dall'aggressione militare, e relativi bombardamenti, degli USA al Venezuela, ecco un breve elenco di precedenti storici in cui gli Stati Uniti hanno compiuto azioni militari contro altri Paesi senza un mandato formale delle Nazioni Unite, operazioni spesso giustificate come autodifesa, lotta al terrorismo o protezione di cittadini ma secondo il diritto internazionale considerate aggressioni unilateralmente decise:

1) Invasione dell’Iraq (2003). Contesto: Gli USA e una coalizione guidata da Londra hanno invaso l’Iraq sostenendo che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa e che fosse legato al terrorismo internazionale. ONU: Non c’era un mandato diretto del Consiglio di Sicurezza per l’invasione. Conseguenze: Crollo del regime di Saddam, occupazione decennale, guerre civili interne, crisi umanitaria massiva. Rilevanza: Precedente di invasione senza mandato ONU con giustificazione unilaterale.

2) Attacchi in Libia (2011) Contesto: Durante la guerra civile libica, gli USA hanno condotto bombardamenti aerei contro le forze di Gheddafi, principalmente con la NATO. ONU: Il Consiglio di Sicurezza ONU aveva autorizzato una no-fly zone e la protezione dei civili (Risoluzione 1973), ma gli attacchi sono stati interpretati da alcuni critici come oltrepassaggio del mandato perché hanno contribuito al rovesciamento del regime. Conseguenze: Instabilità prolungata, guerra civile, crescita di milizie e terrorismo in Libia.

3) Attacchi in Kosovo (1999) Contesto: Gli USA e la NATO bombardano la Serbia per fermare la repressione dei kosovari albanesi. ONU: Non c’era mandato ONU diretto per l’intervento militare. Conseguenze: Cessate il fuoco e ritiro delle truppe serbe, ma controversie sul rispetto della sovranità nazionale.

4) Invasione dell’Afghanistan (2001) Contesto: Dopo l’11 settembre 2001, gli USA invadono l’Afghanistan per colpire Al Qaeda e i talebani che li ospitavano. ONU: L’ONU ha approvato alcune risoluzioni contro il terrorismo, ma non c’era un mandato diretto per l’invasione. Conseguenze: Guerra ventennale, instabilità regionale, oltre 2 milioni di vittime civili e militari.

5) Interventi in America Latina e Caraibi (varie decadi). Granada (1983): Operazione “Urgent Fury” senza mandato ONU per rimuovere un governo filo-comunista. Panama (1989): Operazione “Just Cause”, arresto del presidente Manuel Noriega, giustificata dagli USA come protezione dei cittadini americani e lotta al narcotraffico. Conseguenze: Entrambi gli interventi hanno violato formalmente il diritto internazionale, ma hanno avuto conseguenze politiche limitate a livello internazionale.

Riassumendo, gli USA hanno sempre agito unilateralmente quando ritenevano che la loro sicurezza nazionale e/o i loro interessi strategici fossero a rischio. Sempre. Non è questione di Trump o di chi c'era prima o di chi verrà dopo, è una questione di politica degli imperi. Qui, a dire il vero, non sembra neppure tanto una questione di sicurezza quanto di interessi economici (il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo) e geopolitici (estensione dell'influenza americana in Sudamerica). Poi vabbe', tra qualche ora Trump ammanterà tutta l'operazione con una patina di nobili motivi, che sono sempre quelli: rimozione di un regime corrotto, criminale e autoritario, lotta al narcotraffico, al terrorismo ecc. Niente che non si sia già visto e sentito.

(Ovviamente aspettiamo un commento della signora Meloni o di qualcun altro del governo, e anche di tutti quelli che da anni propongono ossessivamente, in altri contesti, il mantra dell'aggressore e dell'aggredito.)

giovedì 16 ottobre 2025

A chi importa del Nobel

La mancata assegnazione del Nobel per la pace a Trump ha mandato il suddetto Trump su tutte le furie, non tanto per il mancato riconoscimento in sé ma per il fatto che lui lo considerava un viatico per il paradiso (anche da dichiarazioni come questa si capisce il livello intellettivo dell'attuale inquilino della Casa Bianca).

Ma Trump a parte e polemiche sul Nobel a parte, qualcuno si è mai chiesto cosa importi di questo riconoscimento, per noi di vitale importanza, ai 7/8 del mondo fuori dell'Occidente? La risposta la fornisce il buon Dario Fabbri qui.

martedì 14 ottobre 2025

Lucidità

Credo che il commento più lucido sul surreale comizio di Trump al parlamento israeliano sia quello di Marie Gouze.

mercoledì 24 settembre 2025

Discorsi

Tra l'enorme mole di sproloqui che ieri Trump ha dato in pasto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e di riflesso a chiunque nel mondo abbia seguito un telegiornale, due giganteggiano sugli altri. Il primo è il suo inossidabile cavallo di battaglia del negazionismo climatico: "Il cambiamento climatico è la più grande truffa che c'è", rilanciando il pippone sul fatto che il futuro sta nel gas, nel petrolio e nel carbone, i tre elementi che ci stanno portando al disastro, e lanciando anatemi contro gli scienziati, stupidi, che non capiscono niente.

Il secondo è essersi preso il merito di aver chiuso sette guerre ("I have ended seven unendable wars"). Il tycoon, riguardo a questa sua mirabile opera pacificatoria, non capisce cosa si aspetti a dargli il Nobel per la pace. Nello specifico, le sette guerre che lui avrebbe chiuso sono: Cambogia-Tailandia, Israele-Iran, India-Pakistan, Congo-Ruanda, Egitto-Etiopia, Armenia-Azerbaigian, e Kosovo-Serbia.

Per smontare questa narrazione sono sufficienti 30 secondi di ricerca in internet, dove si scopre che i conflitti citati non sono tutti stati “chiusi” in senso stabile. Alcuni sono accordi temporanei o tregue fragili, non convenzioni definitive o pace duratura. Alcuni conflitti elencati da Trump non erano in uno stadio tale da poter dire che fossero “guerre” imminenti da risolvere, o non c’era consenso che fossero in fase di escalation da dominare con un accordo. 

Tra l'altro, i ruoli di mediazione attribuiti all’amministrazione Trump sono spesso contestati: alcuni leader locali minimizzano l’influenza statunitense, altri dicono che il contributo è stato marginale o che gli accordi fossero già in corso. Diciamo quindi che la formulazione "ho chiuso sette guerre" è imprecisa, fuorviante e per gran parte falsa.

Riguardo al Nobel, sarebbe interessante capire su quali basi il principale coautore del genocidio dei palestinesi ambisca a tale riconoscimento. Probabilmente ha senso solo nel mondo immaginario che si è costruito su misura per se stesso.

mercoledì 9 luglio 2025

"Sta uccidendo molti uomini"


Col linguaggio fine e garbato a cui ci ha da tempo abituati, Trump esprime tutta la sua irritazione nei confronti di Putin, il quale Putin è accusato da Trump di non volere la tregua e di condurre una guerra in cui gli ucraini vengono colpiti molto duramente e "muoiono un sacco di persone". 

Se non fossimo di fronte a una delle maggiori tragedie del nostro tempo, la guerra russo-ucraina, questa uscita del gangster che sta a Washington susciterebbe quanto meno ilarità. Il motivo di questa ilarità sta nel fatto che Trump ha sfogato la sua frustrazione a margine di una cena con Netanyahu. Cioè, lui è a cena e scambia pacche sulle spalle e salamelecchi col maggiore criminale di guerra della storia contemporanea (ha ucciso più di 60.000 palestinesi dall'attentato di Hamas del 2023), su cui pende un mandato di cattura da parte della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, e accusa Putin di stare uccidendo un sacco di persone.

Ora, chiariamo. Putin è un criminale di guerra? Sì. Ha invaso un paese sovrano in sprezzo di ogni diritto internazionale? Sì. Ha provocato molte vittime civili in territorio ucraino? Sì. Su di lui pende lo stesso mandato di cattura da parte della Corte penale internazionale? Sì. Bene, quindi siamo in presenza di due criminali di guerra, con la differenza che uno è nostro amico da sempre e quindi ci andiamo a cena, l'altro è nostro nemico quindi lo combattiamo. Il nostro famoso doppio standard per cui siamo celebri nel mondo.

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...