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martedì 2 giugno 2026

Perché proprio lì?


Stamattina, mentre camminavo, ho notato questo papavero e mi sono chiesto: perché è nato lì, in quella fessura nel catrame dove (apparentemente) non c'entra niente? Quale motivo ha avuto per nascere in quel punto preciso? In fondo non ci sono altri papaveri come lui, attorno; non c'è erba o altra vegetazione. E quindi? Poi mi sono ricordato di aver letto in un libro (anzi, in vari libri) che la vita non ha scopi, siamo noi ad avere la fissazione che debba averne uno e che sia figlia di un disegno. Molto più semplicemente, invece, quando ci sono le condizioni la vita nasce e basta. Nel caso del papavero, probabilmente un seme è arrivato lì portato dal vento e in quella piccola fessura nel catrame ha trovato i giusti "ingredienti": un po' di terriccio, abbastanza umidità, luce solare quanto basta ed è nato. Tutto qui. 

So benissimo che scienza e biologia godono generalmente di poco "feeling" e che a utilizzarle per spiegare la vita si viene considerati "freddi" o cinici, ma questo è. Quel papavero non è nato lì perché voleva nascere lì o per uno scopo. È nato lì in ossequio all'imperativo darwiniano della diffusione dei propri geni. Non aveva un progetto esistenziale, aveva un patrimonio genetico che nel corso di milioni di anni è stato selezionato perché producesse piante capaci di germogliare, crescere, fiorire, produrre altri semi. Se una fessura nel catrame permette di fare queste cose, allora la pianta la sfrutta. D'altra parte, in biologia il concetto di vita è semplice: consumare energia per riprodursi. Stop. E questo lo fa ogni essere vivente, dai batteri agli alberi ai gatti agli esseri umani, senza eccezioni.

Capisco che per chi nella vita degli esseri viventi ci vede un "disegno" o uno "scopo" è difficile da accettare, ma questo è. Ciò non significa, naturalmente, che la mancanza di scopo o di senso impedisca di dargliene. Il senso alla vita glielo diamo con quello che facciamo, coi nostri progetti, i nostri sogni, ciò che riusciamo a realizzare. In sostanza, la vita non cerca un significato, cerca condizioni favorevoli. Difficile da capire, con la nostra forma mentis, ma questo è.

lunedì 4 maggio 2026

Siamo tutti contro natura

Sì, lo so, ho già vergato più di un post su questi argomenti. Ma leggo che tante (troppe) persone non riescono a fare entrare il concetto che naturale non è sinonimo di buono e che è sbagliato - lo diceva già David Hume nel '700 - decidere se un comportamento o un'azione sono giusti o sbagliati osservando ciò che succede in natura.

Lo so, non serve a niente tornarci sopra, ma ieri, durante una delle mie lunghe camminate, ho ascoltato questi interessantissimi 40 minuti di Telmo Pievani su questi argomenti e ho pensato di proporli qui di seguito. Più che altro per ritrovarli all'occorrenza.

 

sabato 8 novembre 2025

Nietzsche e Marx si davano la mano



Ieri sera ho partecipato all'ultimo appuntamento della annuale rassegna filosofica misanese, che si svolge ogni anno in novembre al teatro Astra di Misano Adriatico. L'ultimo ospite di questo ciclo di incontri è stato Marcello Veneziani. Sono stato indeciso fino all'ultimo se partecipare; in primo luogo perché ero sveglio dalle cinque e avevo qualche timore di abbioccarmi (non sarebbe stata la prima volta); in secondo luogo perché Marcello Veneziani oltre che filosofo è anche giornalista e verga spesso editoriali su quotidiani tipo Il Giornale, La Verità, Panorama e compagnia bella. Questo ovviamente non significa niente, ma la cosa mi faceva comunque storcere il naso. Alla fine ho deciso di vincere i miei pregiudizi e il timore di abbioccarmi e ci sono andato.

Al termine della conferenza sono stato contento di esserci andato: il Veneziani giornalista e il Veneziani filosofo non sono la stessa persona, ennesima dimostrazione che spesso i pregiudizi irrazionali che albergano nella nostra mente sono appunto... pregiudizi. In realtà non posso neppure dire come sia il Veneziani giornalista, semplicemente perché non ho mai letto un suo articolo; so che scrive sui summenzionati giornali semplicemente perché quando sfoglio le rassegne stampa e passo in rassegna le prime pagine vedo i suoi editoriali, ma non ne ho mai letto uno. Potrei cominciare, magari scrive anche cose interessanti, vai a sapere. 

Comunque sia, nell'incontro Veneziani ha presentato il suo ultimo saggio: Nietzsche e Marx si davano la mano. Nell'immaginario collettivo i due grandi pensatori del XIX secolo sono sempre stati considerati diversissimi per cultura e idee. Veneziani nel suo libro prende in esame le affinità e le divergenze tra loro e nota come le prime non siano poche, forse addirittura maggiori delle seconde. Insomma, secondo Veneziani i due non erano su sponde così opposte come comunemente si pensa. Per chiarire tutto ciò utilizza nel libro l'espediente retorico dell'incontro, attraverso il quale esplorare le loro vite e mettere a confronto i rispettivi pensieri. Nella realtà, invece, i due filosofi non si incontrarono mai pur essendo stati contemporanei. 

Partendo da Nietzsche e Marx, Veneziani si è poi profuso in una interessantissima analisi sull'evoluzione (involuzione?) della società europea dall'Ottocento fino a oggi, facendo notare come buona parte delle previsioni formulate dai due pensatori si sono poi realizzate, come ad esempio la progressiva secolarizzazione, la perdita di valori e l'avvento del nichilismo conseguenti all'uccisione di Dio (Nietzsche) e alla progressiva alienazione dei lavoratori, concentrazione dei capitali e aumento progressivo delle disuguaglianze conseguenti all'affermazione del capitalismo (Marx). Difficile, oggi, negare la tragica correttezza di questi assunti. Poi, certo, anche loro hanno preso qualche cantonata. Nietzsche, ad esempio, preconizzava la nascita del suo "oltreuomo", in grado di creare nuovi valori che consentissero forme di emancipazione umana sconosciute fino ad allora. Non è andata così e oggi la popolazione europea è sostanzialmente una massa di individui omologati e piuttosto passivi. Marx, dal canto suo, prevedeva che il capitalismo e tutte le sue storture sarebbero implosi su se stessi e si sarebbe affermato il comunismo. Pia illusione.

Piccola nota a margine. Come forse ai più attempati tra i miei 32 lettori non sarà sfuggito, il titolo scelto da Veneziani per il suo saggio, Nietzsche e Marx si davano la mano, è la citazione di un verso di una vecchia canzone di Antonello Venditti, Compagno di scuola, una canzone che ho sempre amato molto. Veneziani ha spiegato di aver fatto questa scelta perché quel pezzo è sempre piaciuto molto anche a lui e anche perché i due ragazzi che nel racconto di Venditti si ritrovano al bar della scuola, con le loro idee politiche antitetiche, sono la perfetta metafora dei diversissimi Nietzsche e Marx che si danno la mano.



Ah, dimenticavo: alla fine non mi sono abbioccato :-)

(fonte immagini: Gustavo Cecchini)

sabato 20 novembre 2021

L'incomprensibile Popper


Ho appena terminato questo libro su Karl Popper, scritto da Roberto Maiocchi. Popper mi ha sempre incuriosito perché, oltre a essere stato uno dei più grandi filosofi del Novecento, è stato spesso citato da Umberto Eco, Telmo Pievani, Umberto Galimberti e altri. Mi sono quindi avventurato in questo libro per cercare di inquadrare il personaggio e capire qualcosa del suo pensiero. Devo dire, però, che il concetto filosofico che è un po' la colonna portante del suo pensiero mi risulta abbastanza incomprensibile. Per oggettivi limiti miei, ovviamente.  

Mi riferisco al cosiddetto principio di falsificabilità, elaborato da Popper stesso, secondo cui una teoria scientifica è vera solo se falsificabile, se cioè è in grado di suggerire quali osservazioni potrebbero confutarne la veridicità. In sostanza, dice il filosofo, per dimostrare la fondatezza di una teoria scientifica non bisogna basarsi sul risultato di esperimenti e processi empirici che ne confermino la veridicità, ma sull'individuazione dei suoi punti deboli. Questa teoria, quando Popper la espose, si pose in netto contrasto coi positivisti, secondo i quali "una teoria è scientifica se è possibile verificarla empiricamente, ciò che non si lascia verificare dall'esperienza è da considerarsi metafisica."

Il sistema di verifica empirica dei positivisti è strettamente legato al principio di induzione. Il metodo induttivo si sostanzia quando, partendo da asserzioni singolari, a cui si arriva tramite osservazioni ed esperimenti, si giunge ad asserzioni universali, quali ipotesi o teorie. Un esempio. Un osservatore che vedesse solo cigni bianchi sarebbe indotto (principio di induzione) a pensare che tutti i cigni sono bianchi e a ricavarne una legge valida scientificamente. Secondo Popper, invece, il fatto che siano stati osservati solo cigni bianchi non autorizza a concludere che tutti i cigni sono bianchi. Potrebbe nascondersi dietro l'angolo un cigno nero che vanifica l'asserzione generale. Un monito per gli induttivisti è la triste storia del tacchino, il quale vede che ogni giorno gli viene portato il cibo ed elabora la teoria che quella è e sarà sempre la sua vita. Finché arriva il giorno di Natale.

In sostanza, per Popper, dall'osservazione empirica non si può fare derivare alcuna legge perché le teorie non sono mai verificabili empiricamente e bisogna quindi scegliere un criterio che consenta di ammettere anche asserzioni che non possono essere verificate. Chiaro, no? Per me no, ma, come ho detto, si tratta di un limite mio, e comunque si tratta di un principio che io ho riassunto brutalmente ma che è molto più articolato e complesso. Se tra i miei 32 lettori ci fosse qualcuno a cui magari questo concetto è più chiaro, è il benvenuto.

Falsificabilità a parte, Popper ha scritto e discettato relativamente a tanti argomenti: storia, economia, politica, e anche attualità. È stato ad esempio un critico feroce della televisione, che definì eufemisticamente diseducativa, posizione che gli diede una certa notorietà qui in Italia. Popper la riteneva "l'elemento più diseducativo della civiltà di fine millennio, in grado di distruggere il tessuto civile a causa delle continue scene di violenza a cui sottopone gli spettatori più piccoli. In un'intervista a Rai Educational nel 1993, il filosofo austriaco, ricordando che in passato aveva lavorato a Vienna nella struttura creata dallo psicologo Alfred Adler per l'accoglienza di bambini abbandonati o vittime di violenze in famiglia, sostenne che una televisione non autoregolamentata è uno strumento per educare i bambini alla violenza in un crescendo di crudeltà e orrori."

A questo proposito, Popper propose la fondazione di un'Istituto per la televisione per promuovere corsi di formazione, conferire licenze e stabilire vincoli alla responsabilità professionale di quanti lavorano con la televisione, anche con la minaccia di provvedimenti disciplinari. "Tale istituzione" diceva Popper "non avrebbe rappresentato una limitazione alla libertà individuale, poiché ogni libertà deve essere limitata." E aggiunse, a tal proposito: "Non esiste libertà che non abbia bisogno di essere limitata. Dovunque ci sia libertà, la migliore forma di limitazione è quella che risulta dalla responsabilità dell'uomo che agisce."

Temo che, se il grande filosofo fosse ancora vivo oggi, guardando la società nutrirebbe seri dubbi sul grado di responsabilità (specialmente sociale) raggiunto da tanti. Ma magari se n'era già accorto quando scriveva queste cose.

giovedì 21 ottobre 2021

Due o tre cose su Dio, Darwin, Platone e dintorni

Ascolto spesso su YouTube interventi di Giulio Giorello, il filosofo e matematico che ci ha lasciati l'anno scorso. Quest'estate mi sono anche avventurato in un libro - ne ho parlato qui - con una raccolta di suoi scritti. 

Mi sono imbattuto casualmente, poco fa, nel breve ma gustosissimo dialogo tra lui e la filosofa Nicla Vassallo che ripubblico qui di seguito. È riuscito in solo un quarto d'ora a dire cose (per me) di assoluto buon senso. E in molti passaggi ho riconosciuto tracce del grande Telmo Pievani.

domenica 11 luglio 2021

Le avventure della libertà

 


Ho appena terminato questo interessantissimo saggio, una raccolta di scritti di Giulio Giorello pubblicati su "la Lettura" in un arco di tempo che va dal 2011 all'anno scorso, quando se n'è andato. Del noto filosofo e matematico milanese avevo letto, un paio d'anni fa, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, un'opera pubblicata nel 2005 che è un po' il suo manifesto. Non si tratta di un banale pamphlet anticlericale, come potrebbe a una prima lettura sembrare, ma di una pacata difesa del relativismo filosofico e delle acquisizioni scientifiche, all'epoca sotto attacco in nome dei "valori non negoziabili" e del creazionismo antidarwinista camuffato da "disegno intelligente". Scrive a tal proposito Antonio Carioti, curatore del volume: "Lungi dal negare la dimensione spirituale dell'esistenza umana, come dimostra la sua amichevole consonanza con il filosofo cattolico Dario Antiseri e con il cardinale Carlo Maria Martini, Giorello ne avversava solo l'irrigidimento nel dogma. Quindi non disprezzava affatto il sacro, i testi biblici, le credenze tradizionali, i saperi arcaici." Per Giorello, essere di nessuna Chiesa significava tollerare ogni Chiesa, riconoscendone il diritto all'espressione anche nel libero atto di prenderne le distanze.

Gli scritti raccolti in questo volume sono acute dissertazioni e pensieri che abbracciano ogni tema e problema che la società odierna, oggi, mette sul tavolo: politica, economia, scienza, religione, ricerca, storia, senso della vita, vita, morte ecc. Perché è stimolante leggere i filosofi? Perché i filosofi sono persone che pensano, ragionano, e quindi costringono chi li legge a fare lo stessa cosa. A differenza dei politici, che vivono di slogan quasi sempre privi di un ragionamento retrostante, i filosofi vivono di ragionamenti che, per converso, sono privi di slogan retrostanti. Il fatto che, come scriveva Ermanno Benivenga nel bellissimo La scomparsa del pensiero (ne avevo parlato qui), oggi la società abbia per gran parte perso la capacità di pensare, è uno dei motivi per cui i filosofi non hanno ormai nessun successo mentre i politici godono di ottima salute.

sabato 26 giugno 2021

Conferenza vs partita

Sono a Misano Adriatico, nel parco della biblioteca comunale. Alle nove, mentre l'Italia intera sarà davanti agli schermi per la partita, qui comincerà una conferenza di Umberto Galimberti dal titolo Figure del tempo. Galimberti è un filosofo che amo molto, come qualche mio lettore avrà intuito, e visto che questa sera è qui dalle mie parti, non ho voluto perdere l'occasione di venirlo ad ascoltare. 

Il parco è pieno in ogni ordine di posto e molte persone hanno già cominciato ad accalcarsi all'ingresso cercando posti a sedere che non ci sono più. Questa cosa è abbastanza rincuorante, fa piacere vedere come ci siano ancora tante persone che "sacrificano" un sabato sera estivo per venire ad ascoltare un filosofo. Chi fosse interessato, può seguire la conferenza in streaming qui.

domenica 2 febbraio 2020

Ancora su questa benedetta anima

Quando vado a camminare mi armo di auricolari e ascolto su Youtube qualche conferenza di vari personaggi: Odifreddi, Barbujani, Eco, Severino, Dionigi, Galimberti ecc. Le persone che mi incrociano presumibilmente immaginano che io stia ascoltando musica, e ogni volta penso che faccia farebbero se sapessero che invece ascolto conferenze di filosofia, genetica, storia. Vabbe', ognuno ha le sue perversioni. Stamattina, ad esempio, ho ascoltato la conferenza di Galimberti che posto qua sotto: un'ora e quaranta di filosofia e storia greca (Socrate, Platone, Aristotele, e poi Nietsche, Heidegger e altri). Bene, più o meno a partire dal minuto 1:10 del video il professor Galimberti fa un bellissimo excursus storico in cui spiega come il cristianesimo si è impossessato del concetto di anima.

Questo concetto, su cui poi la teologia ha costruito parte della "fortuna" della chiesa, fino a quasi tutto il V secolo dopo Cristo il cristianesimo non l'ha mai conosciuto, è un'acquisizione posticcia introdotta da sant'Agostino dopo che quest'ultimo l'ha prelevata dalla cultura greca. Certo, qui ho riassunto brutalmente, ma in quei dieci minuti cui ho accennato, Galimberti spiega in maniera chiara come ciò sia storicamente successo. La cosa per certi versi paradossale della faccenda è che nel cristianesimo il culto dell'anima è oggi radicato e fortissimo; basta pensare ad esempio a tutta la storia del purgatorio. E nella stessa funzione eucaristica a cui oggi assiste chi va a messa, si trova sia il culto dell'anima che il Credo, nel quale chi lo professa non dice di credere nell'immortalità dell'anima ma, testualmente (e paradossalmente), nella risurrezione dei corpi.

Niente di male, intendiamoci. D'altra parte non esiste alcuna religione che non abbia le proprie contraddizioni. Ma chi guarda tutto questo da fuori, almeno a me capita così, ne rimane ogni volta sorpreso.


Perché siamo qui?


Stamattina, mentre passeggiavo in collina, mi sono imbattuto nel germoglio di canna che vedete qui sopra. Non mi intendo assolutamente di vegetali e non so quindi quale sia il nome scientifico di questa pianta, che generalmente cresce ai margini di fossi, pozzanghere, specchi d'acqua ecc., ovunque ci sia acqua o umidità, insomma. Qua da noi queste piante vengono denomitate generalmente canne o cannezze e ci si intende. Ricordo che, quand'ero bambino, crescevano in un angolo del campo della casa vecchia di mia nonna Tina e tra noi ragazzetti si usava sbucciarle e utilizzarle a mo' di spade.

Ma non è importante sapere il nome della pianta in questione (se tra i miei trentadue lettori c'è un botanico lo dirà lui). Ciò che mi sono chiesto quando l'ho vista è stato: perché quel germoglio è nato lì, sbucando dal catrame gettato di recente e vicino al coperchio di un tombino fognario? Qual è il senso? In fondo, pochi centimetri più un là ci sono chilometri quadrati di campi ricoperti di vegetazione dove avrebbe avuto più senso che nascesse e vivesse. E invece no, lui è nato in mezzo al catrame. Perché? Ho provato a elaborare alcune risposte che potessero spiegare la cosa e poi le ho scartate tutte, tranne una: non c'è alcun senso che spieghi perché quel germoglio è nato lì, ci sono solo delle condizioni ambientali che lo hanno permesso. Evidentemente, sotto quello strato di catrame c'era della terra umida, la stesura del catrame non è stata uniforme ed è rimasto un piccolo pertugio da cui filtrava aria e sole e il gernoglio è nato. Punto.

A differenza di piante e animali, noi abbiamo bisogno di dare un senso alla vita e ci interroghiamo continuamente su quale sia, ci facciamo delle domande e se non troviamo risposte cadiamo nell'inquietudine e nell'angoscia. Siccome però le risposte sul senso della vita non le troviamo, allora le elaboriamo tramite le filosofie, le religioni, i miti e tutto quell'oceano di elaborazioni (l'uomo pensa di trovare risposte ma in realtà le elabora: c'è differenza tra le due cose) che l'umanità si è costruita da quando ha messo piede sulla terra per tentare di spiegare perché ha messo piede sulla suddetta terra, da dove viene, dove va ecc. Il problema è che alle piante e agli animali non frega nulla di tutto ciò, ma siccome a noi sì, ogni volta che vediamo un'immagine come quella in alto ci chiediamo perché, quando invece non ha alcun senso farlo. E non ha alcun senso perché, io penso, la vita in generale di per sé è afinalizzata, esattamente come è afinalizzato il fatto che tra il cordolo di un marciapiede e la strada, dove c'è una piccola striscia di terra, nasca l'erba.

Naturalmente non voglio dire che non si deve cercare un senso a questa vita: tutt'altro. Va benissimo ed è pure utile farlo. D'altra parte gli uomini si dividono tra inquieti e inquietanti ed è noto che sono stati principalmente i primi che hanno fatto progredire la storia. E se, pensavo, il senso della vita fosse quello di cercare un senso alla vita?

mercoledì 25 dicembre 2019

Verità di fede e pregiudizi

Io non credo che due più due faccia quattro, io so che due più due fa quattro. Viceversa, io credo che Dio esista perché non lo so, se lo sapessi, se avessi la prova provata, allora potrei dire di sapere che Dio esiste. Ma allora non ci sarebbe più la fede, perché si ha fede (cioè ci si fida, come dice la parola) di ciò di cui non si ha contezza. Ecco perché non ha senso parlare di "verità di fede", come fa il cardinal Ravasi e come fanno molti cattolici.

La verità ha un proprio statuto, che è diversissimo da quello della fede, così come la fede ha un proprio statuto che è diverso da quello della verità. E verità e/o fede c'entrano coi pregiudizi? La prima no, la seconda sì. Qui il sostantivo pregiudizio viene analizzato nel suo senso lato, quindi non necessariamente nella accezione negativa in cui siamo soliti inquadrarlo. Tutti noi nasciamo con dei pregiudizi, che sono il frutto del posto in cui siamo nati, della famiglia in cui siamo vissuti, degli insegnanti che abbiamo incontrato, dei libri che abbiamo letto, dell'educazione che abbiamo ricevuto, del contesto religioso in cui siamo nati ecc., e questi pregiudizi, che fanno parte della nostra identità, è difficilissimo metterli in discussione, metterli in "crisi", modificarli, svecchiarli. È difficilissimo perché appunto fanno parte dell'identità. Ma metterli in discussione non significa rinunciarvi, significa solo ammettere che magari non sono più attuali e che comunque non sono verità assolute.

Una delle più belle conferenze di Umberto Galimberti.

lunedì 2 dicembre 2019

Anche i libri leggono noi

Hans-Georg Gadamer, filosofo tedesco tra i maggiori esponenti dell'ermeneutica, una volta ha scritto che c'è un motivo ben preciso che spiega perché quando leggiamo un libro alcune storie ci colpiscono più di altre, oppure perché alcuni personaggi li detestiamo mentre altri li amiamo e altri ancora ci sono completamente indifferenti, e il motivo è che noi lettori, quando leggiamo, non ci limitiamo alla lettura passiva della storia ma la interpretiamo. Tramite questa interpretazione, attribuiamo un significato alla storia stessa che si genera dalle nostre idee, dalle esperienze che abbiamo fatto, dal luogo in cui siamo vissuti ecc.

Da ciò deriva che non siamo solo noi a leggere quella storia, ma è anche la storia che legge noi, e lo fa ogni volta che si intreccia con la nostra vita, facendoci pensare a ciò che siamo. In sostanza, Gardener dice che quando leggiamo mettiamo in quelle storie un po' di noi, ma anche loro ci leggono perché ci dicono come siamo fatti. È come se si instaurasse un dialogo tra noi e il libro che stiamo leggendo. Non è bellissima, questa cosa?

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...