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martedì 21 luglio 2026

L'utilità dell'inutile


Questo splendido saggio di Nuccio Ordine si può sintetizzare con un paradosso: ciò che la logica del profitto definisce inutile - la letteratura, la filosofia, la storia, l'arte, la ricerca scientifica di base fatta per pura curiosità - è in realtà ciò che di più utile possediamo. È ciò che ci rende umani, che ci insegna la gratuità, la solidarietà e la capacità di mettere in discussione l'autorità e il pensiero unico. 

È un manifesto politico e culturale di resistenza rivolto a studenti, insegnanti e cittadini. Un invito a non rassegnarsi all'idea che il valore di una persona o di un percorso di studio si misuri solo in base al suo conto in banca o al suo tasso di occupabilità. È un libro da leggere se si pensa ancora che la cultura sia un bene comune e non una merce. Ma è soprattutto un libro contro corrente, specialmente in un'epoca così ossessionata dal profitto, dall'efficienza a tutti i costi e dall'idea che ogni singola azione o percorso di studi debba per forza "servire a qualcosa" in termini monetari.

Uno dei punti più dolorosi del libro è la descrizione della progressiva trasformazione della scuola e dell'università in aziende, dove lo scopo principale non è più formare cittadini liberi, colti e capaci di pensiero critico, ma produrre "ingranaggi" da inserire il prima possibile nel mercato del lavoro. A questo proposito ricordo una intervista ad Alessandro Barbero di qualche tempo fa, rilasciata all'indomani del suo collocamento in pensione. Il professore diceva di essere ovviamente dispiaciuto di lasciare la docenza universitaria ma, per un altro verso, era contento a causa del livello ormai intollerabile di burocratizzazione raggiunta dalle università, coi docenti adibiti a tutta una serie di mansioni che con l'insegnamento non c'entrano più niente.

Tutto questo si inserisce nella progressiva demolizione della scuola e dell'università pubblica, col ritornello, ormai interiorizzato, che la scuola deve "preparare al mercato del lavoro". No, la scuola non deve preparare al mercato del lavoro, le competenze si acquisiscono successivamente, la scuola deve formare le persone, altrimenti il rischio è ritrovarsi ottimi professionisti ma privi di umanità.

lunedì 8 giugno 2026

Vannacci e la disabilità

Vorrei segnalare al generale Vannacci, che propone classi differenziate per gli studenti disabili, che nel nostro Paese la svolta inclusiva si ebbe nei primi anni Settanta. A quell'epoca risale infatti l'abolizione progressiva delle classi differenziali nella scuola dell'obbligo e l'abolizione delle cosiddette "scuole speciali". Quindi, "classi differenziali" e "scuole speciali" appartengono alla pattumiera della storia da quasi sessant'anni.

Le classi differenziali erano destinate ad alunni considerati "non adatti" al normale percorso scolastico e vi venivano confinati studenti con situazioni molto diverse tra loro: disabilità intellettive, difficoltà di apprendimento, problemi comportamentali, svantaggi sociali o linguistici; talvolta perfino bambini semplicemente ritenuti "indietro" rispetto ai compagni. 

Nel 1971 fu approvata una legge che iniziò ad aprire la scuola comune agli alunni con disabilità, anche se la vera svolta arriverà con la legge 517 del 1977, che abolì gran parte delle classi differenziali nella scuola dell'obbligo e introdusse il principio dell'integrazione degli alunni con disabilità nelle classi ordinarie. Ma perché furono abolite? Perché ci si rese conto che queste discriminazioni tendevano a isolare gli studenti e abbassavano le aspettative nei loro confronti; in più rendevano difficile il ritorno nelle classi ordinarie. In pratica, una volta entrato in una classe differenziale, era frequente che un alunno rimanesse in un percorso separato per anni. A volte per sempre. 

Oggi, l'orientamento prevalente della moderna pedagogia e le convenzioni internazionali sui diritti delle persone con disabilità vanno tutti nella direzione dell'inclusione. E ci sono quasi 60 anni di storia che stanno a dimostrare la giustezza di questa impostazione. Ciò non significa, ovviamente, che ogni situazione sia semplice o che non esistano casi particolarmente complessi. Significa però che la maggior parte degli esperti ritiene preferibile migliorare gli strumenti dell'inclusione piuttosto che tornare a una separazione sistematica degli studenti con disabilità. Alla luce di tutto questo, sarebbe interessante sapere a quali fonti attinge il generale per sostenere che il ritorno alle classi differenziali gioverebbe sia agli alunni con disabilita, sia a quelli senza disabilità. Ma temo che non ci sia nessuna fonte né nessuna documentazione a supporto della sua proposta. C'è solo una particolare forma mentis che è quella della separazione e dell'esclusione.

D'altra parte, Vannacci viene dallo stesso partito che anni fa proponeva, a Milano, di istituire mezzi pubblici per stranieri e mezzi pubblici per gli italiani, esattamente come succedeva negli anni della segregazione razziale negli Stati Uniti. La segregazione razziale negli USA fu gettata nella pattumiera della storia negli anni Sessanta del Novecento. La segregazione degli studenti con disabilità fu gettata nella pattumiera della storia, in Italia, negli anni Settanta del secolo scorso. In teoria, la storia dovrebbe andare avanti, non tornare indietro.

sabato 2 maggio 2026

Genitori e insegnanti


Ovviamente io non sono un esperto, ma ho avuto alcune letture su questi argomenti e, se c'è una cosa che ho capito, è che dal punto di vista pedagogico e psicologico l'affermazione di Valditara è parecchio problematica e in vistoso contrasto con quanto affermano molti esperti di scienza dell'educazione e psicologia dello sviluppo.

La pedagogia moderna distingue infatti nettamente tra la funzione genitoriale e quella docente. La famiglia, quindi il ruolo genitoriale, si fonda su un legame affettivo primario, biologico ed emotivo. È una relazione incondizionata: il genitore ama e accetta il figlio a prescindere dal suo rendimento o comportamento. La scuola, quindi il ruolo del docente, si fonda invece su una relazione oggettiva e istituzionale. Il docente valuta le competenze e il comportamento in base a criteri condivisi e ha il compito di traghettare il ragazzo verso la società, non verso il nucleo privato.

​Sovrapporre i due ruoli rischia di generare confusione nel bambino o nell'adolescente. Ricordo che Umberto Galimberti scriveva spesso che il passaggio dalla famiglia alla scuola comporta la prima vera divaricazione affettiva del bambino. L'affettività, prima è esclusivamente "verticale" (la famiglia), poi diventa "orizzontale" (insegnanti e amici), e se questi due ruoli vengono confusi si rischia di generare nell'alunno sfiducia sia verso i genitori che verso gli insegnanti.

Ora, io mi chiedo come un ministro dell'Istruzione che si definisca tale possa non essere a conoscenza di questi concetti. Poi guardo il livello medio di competenza dei ministri di questo governo e tutto si spiega.

domenica 18 gennaio 2026

Le due reazioni

Ogni volta che accadono fatti di cronaca gravi come l'accoltellamento in classe a La Spezia, generalmente emergono due tipi distinti di reazione: l'annuncio di provvedimenti e i tentativi di fornire spiegazioni. I provvedimenti sono annunciati dai politici, le spiegazioni sono fornite dagli esperti (notare che raramente le due categorie coincidono). Nel caso specifico i provvedimenti sono stati annunciati subito dal sempre solerte Valditara: metal detector agli ingressi delle scuole e stretta sul porto di coltelli prevista nel nuovo decreto sicurezza in arrivo: l'inutile approccio repressivo tipico dei governi di destra, che per usare una metafora è il classico chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Gli esperti, invece, spiegano (o tentano di farlo) i motivi che si celano dietro a questi episodi di violenza, motivi che generalmente affondano le radici in vaste carenze educative. Tra queste spiegazioni mi è piaciuta molto quella di Dario Ianes pubblicata stamattina sul Resto del Carlino. La riporto integralmente perché l'ho trovata molto interessante. Chi conosce Galimberti, Crepet, Andreoli e altri e ha letto qualcosa di loro non vi troverà niente di nuovo.

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Ho visto anche i professori piangere, azzardo un modesto consiglio. Lasciate perdere i decreti sicurezza. Se non è un coltello sarà un mestolo, una chiave inglese. Invece rivoluzioniamo le scuole. Negli istituti più a rischio mettiamo gli insegnanti più bravi, paghiamoli il doppio. Anzi già che ci siamo rimescoliamo tutto, distribuiamo le differenze. In ogni classe i casi difficili non possono superare l’8 per cento. Nel biennio delle superiori nessuna separazione, percorso uguale per tutti: figlio di marocchini e figlio di notai insieme, a imparare la stessa lingua del rispetto. Questa potrebbe essere la scuola inclusiva con meno probabilità di morire accoltellati, chissà.

Ma il vento soffia da un’altra parte: piazzamento sociale, selezione sfrenata. Dario Ianes, psicologo dell’educazione e condirettore del Centro Studi Erickson, insegna all’Università di Bolzano pedagogia e didattica speciale. Se un ragazzo muore ammazzato si dispera, ma è fra i pochi a non dare la colpa ai social, ai cellulari, alle famiglie.

A chi allora?

Al serbatoio di rabbia e solitudine in cui galleggiamo tutti. I social sono un sintomo, non la causa. Se vogliamo vietare i cellulari facciamolo, ma dai tre ai novant’anni. E i poveri genitori lasciamoli stare, sono più disperati dei figli, più fragili e spaventati. In queste condizioni un adulto non sa fare l’adulto.

Suggerisce al ministro di lasciare perdere il metal detector?

Chi è arrabbiato e non ha un coltello trova sempre il modo di fare danni. Le scuole tecniche e professionali sono fondate su un errore clamoroso, raggruppare una percentuale altissima di ragazzi con varie forme di disagio. Questo le rende incubatori formidabili di frustrazione dove la ribellione non è generazionale e contro il potere costituito, ma si scatena sui compagni con le conseguenze che sappiamo. Punire non serve, occorre fare prevenzione sulle relazioni per capire che la rabbia può essere trasformata.

Come si trasforma la rabbia?

Con l’aiuto di un adulto che fa l’adulto. Una presenza empatica e autorevole che sappia dare nome alle emozioni.

Ne vede in giro?

Pochissimi. Siamo persi nei nostri guai, disinteressati alle nuove generazioni che inondiamo di cose per attenuare il senso di colpa. L’eclissi di madri e padri però ha un alibi. La mia famiglia era monoreddito ma due figli hanno potuto studiare in tranquillità e come massimo rischio si sbucciavano le ginocchia sotto il radar di mamma. Oggi una famiglia con un solo stipendio è nella fascia della povertà, nessuno ha il tempo e il coraggio di occuparsi del disagio di un bambino.

Così a casa, così a scuola.

Una professoressa di liceo mi ha confessato di avere visto piangere una ragazzina in corridoio e di essere scappata. Ha detto: ho avuto paura, non ce la faccio a caricarmi addosso anche i suoi problemi. È tragico, ma nel nostro sistema formativo la secondaria di secondo grado contiene bombe di violenza pronte a esplodere come nelle banlieue parigine di qualche anno fa.

L’adulto che oggi arranca è il bambino che mezzo secolo fa si sedeva a tavola e parlava con i genitori. Poi che cosa è successo?

Ha attraversato decenni di progressiva distruzione del senso di collettività e solidarietà. Strapazzato dalla competizione, dalla paura di non farcela. Non ha niente da dire al figlio perché è preoccupato per il lavoro e per il mutuo. Così il grande e il piccolo cercano l’anestesia dentro lo schermo di un cellulare: sempre più potente e ipnotico, però tutto sommato incolpevole. Qualche sera fa al ristorante una coppia di genitori lo ha barattato con un tappo di bottiglia. Si sono messi a giocare per la gioia del figlio di quattro anni e alla fine erano stremati ma ridevano tutti, anche quelli degli altri tavoli.

martedì 28 ottobre 2025

Il problema dell'educazione affettiva e sessuale a scuola


Continuo a chiedermi, senza trovare risposta, perché Nordio e soci abbiano questa paura folle dell'educazione affettiva e sessuale nelle scuole, e non trovo risposta. Perché l'educazione affettiva e sessuale va bene se fatta in famiglia ed è deleteria se fatta nelle scuole? Forse perché questi signori pensano che i genitori abbiano maggiori capacità di parlare di sesso e relazioni affettive ai figli rispetto ai docenti e alle figure professionali eventualmente preposte a tale compito? Non è così, purtroppo. Un recente rapporto di Save The Children dice chiaramente che oltre il 90% dei genitori interpellati si è dimostrato più che favorevole allo svolgimento di ore di educazione sessuale e affettiva nelle scuole fatte da professionisti preparati. 

L'esperienza personale ovviamente non fa mai testo, ma so per esperienza diretta che in tante famiglie di queste cose non si parla, vuoi per motivi culturali, vuoi per motivi religiosi, vuoi per disagi a instaurare dialoghi aperti e liberi relativamente a tematiche sessuali. Ovviamente non bisogna mai generalizzare, ma esistono da anni studi e rilevazioni nel nostro Paese che dimostrano come l'educazione sessuale e affettiva nelle famiglie sia perlopiù carente, disomogenea e poco strutturata, e purtroppo sono altrettanto numerosi gli studi (OMS, ONU, Istat ecc.) che dimostrano come il terreno di coltura dei femminicidi risieda anche nella mancanza di percorsi di educazione seri e strutturati all'affettività, al rispetto e alla parità di genere, carenze che poi rendono più probabile lo sviluppo di stereotipi sessisti e relazioni basate sul dominio.

L'ultima rilevazione, che risale a pochi giorni fa, dice chiaramente che un adolescente su due non parla in famiglia di sessualità e contraccezione. Allora perché questa crociata nei confronti dell'educazione sessuale e affettiva nelle scuole? Che cosa spaventa tanto queste persone?

martedì 9 settembre 2025

Cellulari proibiti a scuola

Ovviamente non so dire se la stretta sui cellulari a scuola, di cui si parla tanto in questi giorni, sia cosa buona o no. Per avere un'idea dovrei essere un insegnante, anche se mi sembra che pure tra questi ultimi le opinioni in merito divergano assai. Quello che so con certezza è che il problema ai miei tempi non esisteva perché non esisteva l'oggetto da cui nasce il problema: il cellulare.

Quindi cosa si faceva ai miei tempi nelle lunghe e spesso noiose ore di lezione? Come si ingannava il tempo? Beh, se la materia era interessante si seguiva la lezione, e a me sia alle medie che alle superiori alcune materie interessavano, altrimenti si faceva altro: chiacchiere coi compagni vicini cercando di non farsi beccare, magari un po' di Settimana Enigmistica sotto banco. Io ero appassionato di musica e, in previsione di lezioni noiose, mettevo nello zaino il libro con testi e accordi delle canzoni dell'epoca. Lo aprivo ogni tanto di nascosto cercando di memorizzare gli accordi per poi suonarli con la chitarra, una volta tornato a casa, senza bisogno ogni volta di leggerli sullo spartito.

A volte, anche se la materia era noiosa, era il professore a fare la differenza. Ricordo che in seconda superiore ci capitò un insegnante di matematica e scienze fenomenale: empatico, spiritoso, carismatico, coinvolgente. Sapeva come "conquistare" una classe. Se a distanza di quarant'anni da allora quel professore mi è rimasto nella memoria vuol dire che ci sapeva fare. D'altra parte lo diceva già Platone che se vuoi aprire la mente dei ragazzi devi prima aprirgli il cuore.

Cosa c'entra tutto ciò coi cellulari? Niente, sono partito da lì e poi ho preso la tangente. Banalmente, posso azzardare l'ipotesi che se lo studente consegna il cellulare all'entrata e lo ritira all'uscita, magari sarà obbligato a impiegare il tempo che prima impiegava a spippolare sul device seguendo la lezione, o magari facendo la Settimana Enigmistica, attività comunque sempre più proficua dello smanettamento allo smartphone.

domenica 4 maggio 2025

Educazione sessuale

Leggo nel libro Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo: "I Paesi Bassi da sempre sono noti per le loro abitudini sessuali più libere, anche se continuano a esistere minoranze religiose conservatrici. È stata la prima nazione ad avere legalizzato i matrimoni gay ed è anche uno dei Paesi con la più bassa percentuale di gravidanze e aborti in età adolescenziale, grazie all'educazione sessuale che inizia a essere impartita all'età di 4 anni. Invece di spaventare i bambini e le bambine consigliando l'astinenza, l'educazione sessuale olandese cerca di promuovere il rispetto reciproco e di sottolineare il lato piacevole e giocoso del sesso."

Naturalmente mi rendo conto della valenza dirompente che ha sull'atavico bigottismo italiano una situazione come quella dell'Olanda, specie se confrontata con l'idea di Valditara di istituire nelle scuole superiori (prima no, chissà perché) l'educazione sessuale, educazione sessuale facoltativa, ovviamente: sia mai che saliamo qualche gradino nella scala della civiltà e la rendiamo obbligatoria come lo è già nella stragrande maggioranza dei paesi europei - in 20 stati membri dell'Unione europea è prevista come materia di studio obbligatoria. Da questo punto di vista ciò che maggiormente mi fa storcere il naso è la subordinazione di tale insegnamento al consenso dei genitori, anche se in fondo la cosa può anche avere un suo senso, dal momento che comunque la patria potestà appartiene ai genitori e questi ultimi possono preferire che l'educazione sessuale venga impartita da loro alla prole. 

L'altro aspetto che mi lascia perplesso è la tendenza a equiparare l'educazione sessuale all'ora di religione, dal momento che per gli studenti che non ne usufruiscono sono previste attività alternative. Ma l'ora di religione e l'ora di educazione sessuale non si possono mettere sullo stesso piano. La prima rimane infatti relegata a una sfera personale che riguarda i propri convincimenti religiosi e si ferma lì, la seconda ha una dimensione sociale. L'ora di educazione sessuale, che è anche educazione alle relazioni, ha lo scopo appunto di insegnare come relazionarsi agli altri nell'ambito della sessualità e dell'effettività, che è appunto una dimensione sociale, non personale. 

Mi rendo comunque conto che in fin dei conti si sta probabilmente speculando sul nulla. L'istituzione seria e sistematica dell'educazione sessuale a scuola nel nostro paese non si farà mai.

giovedì 13 luglio 2023

Invalsi e società

Non so quanto siano autorevoli e/o attendibili i test Invalsi, ma è indubbio che certificano una realtà a dire poco sconfortante. Uno studente su due che esce dalle superiori ha scarsissime conoscenze di matematica e notevoli difficoltà con la lingua italiana. E il guaio è che questi problemi cominciano per la prima volta a manifestarsi già alle scuole primarie.

Non sto qui a ritirare fuori il pistolotto trito e ritrito sul sistematico smantellamento della scuola pubblica attuato da governi di ogni colore negli ultimi decenni, ma mi chiedo: come si può pretendere di vivere in una società complessa, provare di capire i suoi problemi, se si ha difficoltà anche a capire cosa si legge? Poi, dopo, è logico che il primo arruffapopolo che arriva e spara due slogan, conquista tutti e gli si va dietro. È naturale che sia così, dal momento che non sono stati forniti gli strumenti per capire che sta intortando chi lo ascolta.

Qui mi piace sempre citare Umberto Galimberti: "Vogliamo il progresso? Guardate che le nazioni progrediscono a partire dal livello culturale." 

Fine.

domenica 12 febbraio 2023

Tra scuola ed emozioni

"La tendenza all'oggettivazione, che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell'efficienza, risolvendo la loro identità nell'efficacia della loro prestazione, porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato da quello economico, risolvendo l'educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti. Siccome la quantità è misurabile col calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche, perché, libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione, e più sono disanimate, meno coinvolgono l'anima, all'insegna di quel risparmio emotivo che rende l'incasellamento delle informazioni molto più agevole.

Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emoziona vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni di abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell'alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi. Se c'è da dar ragione ad Aristotele che distingue tra cause prime e cause seconde, verrebbe da chiedersi se prima di quelle cause seconde che si chiamano sesso, alcol e droga non ci sia come causa prima del disagio giovanile quel vuoto emotivo ed esistenziale che la scuola crea attorno agli studenti, a cui offre una cultura così disanimata per cui alla fine è indifferente all'animo del giovane non coinvolto studiare i logaritmi o i Sepolcri del Foscolo. Eppure, diceva Paolo di Tarso: Non intratur in veritate nisi per charitatem: Non si entra nella verità senza l'amore. Nelle nostre scuole l'amore si risolve nella miseria delle simpatie. L'identità degli studenti bravi si costruisce sulle disfatte di quelli non bravi, o, come si dice nel gergo scolastico, insufficienti; le valutazioni avvengono sulla base di impressioni soggettive, dove le proiezioni sfuse di studenti e professori si mescolano e approdano a un giudizio di maturità costruito in un colloquio di trenta minuti che si svolge tra due sconosciuti.

Vi risparmio poi quel lessico impreciso al limite dell'insignificanza che alimenta i colloqui tra genitori e professori, con espressioni: 'Dovrebbe metterci più buona volontà', 'Dovrebbe impegnarsi di più', 'È sempre disattento', 'Lega poco in classe' in cui c'è un precipitato di ignoranza che sarebbe motivo sufficiente per espellere dalla scuola quanti non sanno che la volontà non esiste ad di fuori dell'interesse, che l'interesse non esiste separato da un legame emotivo, che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra professore e studente è di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione.

Di fronte all'incomprensione, che scatta non appena la psicologia dello studente esce dagli schemi della psicologia del professore, ci si attiene ai dati oggettivi che sono le prestazioni di profitto. Ma siccome il profitto è l'ultimo risultato di quella catena che, percorsa a ritroso, indica comprensione, interesse, sollecitazione emotiva, non è difficile demotivare, anche in modo grave, studenti giudicati in base all'esito che può scaturire solo da premesse che la scuola ha evitato di curare. Non vale l'obiezione che compito della scuola è di istruire la mente e non prendersi cura dei fattori emotivi, perché, dal topo nel labirinto al giovane studente a scuola, non si dà apprendimento senza gratificazione emotiva, e l'incuria dell'emotività, o la sua cura a livelli così sbrigativi da essere controproducenti, è il massimo rischio che oggi uno studente, andando a scuola, corre. E non è un rischio da poco, perché se è vero che la scuola è l'esperienza più alta in cui si offrono i modelli di secoli di cultura, se questi modelli restano contenuti della mente senza diventare spunti formativi del cuore, il cuore comincerà a vagare senza orizzonte in quel nulla inquieto e depresso che neppure il baccano della musica giovanile riesce a mascherare. Causa prima di devianza, rispetto a tutte le cause seconde che la scuola offre con quel volto irresponsabile di chi si tiene fuori dai problemi connessi ai processi di crescita, e, limitando consapevolmente il suo spazio operativo, manifesta quella falsa innocenza che l'oggettività del trattamento (profitto-giudizio) è sempre disposta a concedere a chi non si prende cura della soggettività dei giovani, perché mettervi le mani non garantisce di poterle togliere fuori davvero pulite e disinfettate."

(da Parole nomadi, Umberto Galimberti, Feltrinelli)

giovedì 2 giugno 2022

Parlare di sesso a scuola

Salvini se n'è uscito qualche giorno fa con una delle sue innumerevoli stupidaggini, confondendo (volutamente? Molto probabile) pornografia ed educazione sessuale. Non sto a riportare la vicenda, ne hanno già parlato benissimo, tra gli altri, la sempre brava Gwendalyne e Paolo Attivissimo.

Mi limito solo a fare presente, collegandomi al tema in questione, che qua in famiglia l'argomento sesso non è mai stato tabù e con le nostre figlie ne abbiamo sempre parlato liberamente fin da quando ci siamo accorti che l'argomento cominciava a destare la loro curiosità. E l'abbiamo fatto spiegando loro le cose chiaramente e senza ricorrere ad artifici retorici o espedienti metaforici di qualche tipo.

Per il semplice motivo che il sesso, nonostante gli atavici retaggi sociali di una certa cultura cattolica improntata alla sua demonizzazione, fa parte della vita, ed è giusto che venga spiegato esattamente come si spiegano tutti gli altri aspetti che ne fanno parte, nella convinzione che conoscenza è da sempre sinonimo di consapevolezza. 

L'educazione sessuale andrebbe fatta nelle scuole? Si, andrebbe fatta, in maniera seria e nelle modalità adatte e studiate in rapporto alle diverse fasce d'età. Famiglia e scuola sono luoghi preminenti per parlare di queste cose ai ragazzi, non certo YouPorn.

venerdì 6 maggio 2022

Il Corano e Darwin

Classe quarta della scuola elementare in cui mia figlia maggiore è educatrice. La mamma (di religione musulmana) di una bambina scrive all'insegnante di scienze chiedendole di non tenere la prevista lezione sull'evoluzione. Il motivo, spiega la mamma, è che per il Corano il darwinismo è peccato. La teoria dell'evoluzione per selezione naturale, infatti, insegna che le varie specie animali (uomo compreso, quindi) sono nate e si sono evolute grazie a fattori del tutto casuali, escludendo perciò che l'uomo sia stato creato da un dio (in questo caso, Allah). L'insegnante si è riservata di parlarne con la preside per decidere il da farsi e comunicarlo alla mamma.

A me, personalmente, ha sorpreso abbastanza che l'insegnante abbia optato per discutere della faccenda con la preside. Io avrei risposto alla mamma, usando la stessa cortesia usata da quest'ultima, che le lezioni sono uguali per tutti e sono basate su programmi del ministero, e non è corretto negare una lezione a tutti i componenti della classe per motivi ideologici che riguardano un solo componente. Che poi, volendo essere pignoli, sono i genitori della bambina che chiedono che la lezione non venga svolta, probabilmente la bambina non avrebbe nulla da ridire.

Insomma, per come la vedo io, l'unica forma di accordo possibile è che la mamma tenga a casa la bambina il giorno in cui ci sarà la lezione sull'evoluzione. Non vedo altre soluzioni.

mercoledì 4 maggio 2022

Non si boccerà più

Qualche giorno fa Giorgia Meloni, illustrando il programma di governo di FdI - sapete, vero, che alla prossima tornata elettorale il rischio di ritrovarcela presidente del Consiglio è concreto? - ha detto, tra le altre cose, che sarà eliminato dalla scuola il sistema promozione/bocciatura in favore di un sistema che prevede solo promozioni. 

In realtà, già oggi esiste in Italia un sistema che prevede bocciature solo formalmente, dal momento che alla maturità viene promosso mediamente il 99 e passa per cento degli esaminandi - la signora Meloni ha evidentemente perso un po' il polso della realtà. Il nuovo sistema, che ricalcherebbe quello inglese, prevede che gli studenti si facciano i loro cinque anni di scuola venendo sempre promossi, alla fine del percorso la scuola dovrebbe certificare in modo accurato e fedele il livello di conoscenze dello studente. 

A me, sinceramente, non sembra una cattiva idea. Già oggi la maturità mi sembra che assomigli a una specie di farsa: una sua eliminazione forse non sarebbe una tragedia. Comunque, indipendentemente dal sistema adottato, a me piacerebbe che la scuola tornasse a essere di formazione, come spiega bene Paolo Crepet (ma lo dicono anche tanti altri) qui. Questa, forse, sarebbe una riforma degna di questo nome.

mercoledì 16 marzo 2022

Dad

Stamattina mia figlia maggiore, educatrice in una scuola media, ha fatto lezione da casa in dad perché uno dei due bambini che segue è positivo al covid. Ogni tanto, dalla cucina, ascoltavo quello che si dicevano. A un certo punto ho sentito il bambino che diceva: "Maestra, ti vedo, ma sei lontana..." 
Boh, non so, sicuramente la dad avrà avuto una qualche utilità nel cercare di lenire gli effetti di questa pandemia, non lo discuto, ma non c'è niente di naturale e di umano in tutto ciò.

sabato 12 marzo 2022

Galimberti a Cesena

 

 

Uno dei momenti più emozionanti di ieri: Umberto Galimberti che mi autografa I miti del nostro tempo, uno dei suoi saggi più belli sulle distorsioni e le contraddizioni della società contemporanea. 

Come avevo scritto in un post precedente, ieri ho assistito a una sua conferenza, a Cesena, nella chiesa di sant'Agostino, sui temi della scuola, dell'istruzione e dell'educazione. Con me c'erano mia moglie, mia figlia maggiore, che riguardo a questi temi è molto sensibile essendo educatrice in una scuola media, e il fidanzato di lei. 

Purtroppo l'intervento di Galimberti è stato abbastanza breve, poco più di un'oretta, probabilmente anche a causa del gelo che regnava nella chiesa in cui si è tenuta la conferenza, totalmente priva di riscaldamento. (Capisco che le chiese siano generalmente luoghi freddi, visto che anche Nietzsche le definiva "le fosse e i sepolcri di Dio", ma gli organizzatori avrebbero potuto attivarsi in qualche modo per riscaldare un po' l'ambiente. Pazienza.)

Il filosofo, nel suo intervento, ha fatto una panoramica sullo stato della scuola dal suo punto di vista, descrivendo le molte carenze sia strutturali che programmatiche di cui soffre. Impossibile, naturalmente, riportare in un post una conferenza intera, mi limiterò a riassumere brevissimamente qualche punto.

Uno di quelli su cui ha battuto di più riguarda l'educazione. A suo parere, infatti, la scuola non dovrebbe essere mero strumento di passaggi di nozioni dall'insegnante all'allievo, non dovrebbe solo istruire, ma dovrebbe anche educare. Educare significa seguire l'allievo non solo dal punto di vista didattico ma anche emotivo/sentimentale. Uno potrebbe obiettare che l'educazione dev'essere a carico della famiglia, non della scuola. Che in linea di principio è vero. Il problema è che la nostra società è strutturata in modo che una famiglia, oggi, per poter tirare avanti, necessiti del lavoro di entrambi i genitori, e questo influisce più di quanto si possa pensare sull'educazione dei figli.

Ma la scuola non educa non perché non voglia, semplicemente perché oggettivamente non può farlo. Per seguire un ragazzo anche dal punto di vista emotivo, oltre che didattico, occorre infatti che le classi siano composte al massimo di 14 o 15 studenti. Non esistono oggi scuole con meno di 30 allievi per classe, quindi si è già deciso in partenza che la scuola non deve educare, ma solo insegnare (quando riesce).

Altro punto su cui ha battuto molto è la funzione del ruolo, che secondo lui andrebbe abolito (mugugni in platea, qui, visto che molti dei partecipanti erano insegnanti) per evitare che insegnanti totalmente inadeguati possano demotivare generazioni di studenti. Se un insegnante non ha capacità didattiche, relazionali, empatiche, lo sa il preside, lo sanno i colleghi, lo sanno i genitori, lo sa il consiglio d'istituto, lo sanno tutti però nessuno lo può muovere di lì perché è di ruolo. Sarebbe come se uno volesse fare il meccanico senza sapere niente di motori, dice Galimberti, o come se uno alto un metro e mezzo volesse fare il corazziere. Non lo fai, fai qualcos'altro. 

Oltre a questo, i professori, specie quelli delle medie, che hanno a che fare con giovani che sono nel delicatissimo passaggio dall'infanzia all'adolescenza, prima di insegnare dovrebbero seguire corsi di psicologia dell'età evolutiva, e anche di teatro, come accade già in molti paesi del nord Europa. Perché la cattedra è anche un palcoscenico, e se un professore sa spiegare la Divina commedia come Benigni, magari i ragazzi la studiano pure. "Io non ho nessun problema con un professore che mi plagia una classe" dice Galimberti, "io ho un problema con un professore che me la demotiva". Molto bella, a questo proposito, la citazione di Platone secondo cui per aprire la mente di una persona devi prima aprirgli il cuore. Tutti, del resto, abbiamo studiato più volentieri le materie dei professori che ci piacevano, no?

Questi sono stati, tra i tanti, i punti che mi sono piaciuti di più. Ho dato un'occhiata su Youtube ma questa conferenza non è stata ancora caricata. C'era però un tipo che faceva delle riprese con una telecamera, quindi presumo che verrà messa online a breve. Quando sarà disponibile lo segnalerò nei commenti.

Terminata la conferenza, siamo andati a scaldarci in una pizzeria lì nei dintorni, e naturalmente ne è nata una bella chiacchierata in cui ci siamo scambiati pareri su ciò che avevamo appena ascoltato. È stata una bella giornata.

lunedì 28 febbraio 2022

Il danno scolastico


Ogni tanto si sente dire che la scuola italiana, oggi, è disastrosa. Non lo si sente tanto in tv, telegiornali o media mainstream in genere, quanto maggiormente da singole voci isolate (Galimberti, ad esempio, nelle sue conferenze batte molto su questo, attirandosi tra l'altro gli strali di docenti e professori). Naturalmente generalizzare è sempre scorretto, ma che la scuola sia oggi in uno stato disastroso credo sia sotto gli occhi di tutti. L'Ocse che un paio d'anni fa certificava come noi italiani siamo in Europa all'ultimo posto nella comprensione di un testo scritto, cioè sappiamo leggere ma non capiamo cosa leggiamo, è forse la dimostrazione più lampante di questo disastro.

Questo libro, scritto dalla scrittrice Paola Mastrocola e da Luca Ricolfi, sociologo e docente di Analisi dei dati, racconta questo disastro e come ci si è arrivati. È un libro crudo, un j'accuse che non fa sconti a nessuno e che racconta, lucidamente e impietosamente, le tappe ("riforme") che hanno nel corso degli anni abbassato la qualità e il livello formativo della scuola, dalle medie inferiori all'università, fino quasi ad azzerarsi. Ma questo libro fa anche altro: dimostra empiricamente, ossia alla luce dei dati, che la narrazione secondo cui una scuola più facile e di bassa qualità diminuisce il solco tra ceti alti e ceti bassi è privo di fondamento. È l'esatto contrario: "Chi crede nell'uguaglianza delle condizioni di partenza, chi pensa davvero, come recita la Costituzione, che 'i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi', dovrebbe battersi perché tutti possano cimentarsi con successo in studi alti, non abbassare il livello perché tutti possano vincere. E invece è precisamente questo - abbassare per democratizzare - che è stato fatto, proprio da coloro che proclamavano di avere a cuore le sorti degli umili."

Il grande problema della scuola di oggi, secondo la Mastrocola, che oltre che scrittrice è stata insegnante di lettere nei licei per trentacinque anni, è che gli otto anni tra elementari e medie non preparano più a ragionare. Il grande problema del divario nel successo negli studi non è dovuto solo al vecchio luogo comune che chi ha maggiori possibilità economiche, relazionali, di status riesce meglio degli altri, ma a una mancanza generale di preparazione dovuta alla scarsissima qualità formativa degli otto anni in questione. Cito qui di seguito un brano che a questo proposito mi sembra oltremodo significativo: 

 Va bene, la tesi dei fautori della "scuola democratica" è dunque più che confermata: le origini e l'ambiente contano. Cose risapute. E ripetute fino alla nausea. Ma la loro tesi si ferma qui. Non mi basta, mi sembra che manchi un pezzo molto importante. Un aspetto che viene sempre trascurato. Un "piccolo dettaglio" che da anni cerco di mettere in evidenza. [...] Questo aspetto trascurato, questo minuscolo dettaglio è... la preparazione. Il livello di studio. La qualità e quantità delle "cose" insegnate-imparate. Torno al figlio dell'idraulico e formulo la mia ipotesi: se spesso non arriva a laurearsi, forse non è soltanto perché è figlio dell'idraulico (ipotesi vecchia, datata, fortemente ideologica: insomma, troppo facile!); forse non fa il liceo e non arriva a laurearsi... perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non lo ha preparato abbastanza. Ecco. Per questo mi arrabbio da una ventina d'anni (una ventina d'anni, direi dalla riforma Berlinguer in poi: governo progressista, incredibile!). Perché io questo ho visto nella scuola. Ho visto ragazzi (non solo figli di idraulici, ma figli di quella classe media o medio-bassa non così svantaggiata ma neanche così agiata) che arrivano in prima liceo totalmente digiuni di nozioni basilari, di quel minimo di conoscenze dovute e, soprattutto, necessarie ad andare avanti negli studi. [...] Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che quelle cose le sapesse! Non farà né il liceo né l'università, un ragazzo, se non sa scrivere, non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico...) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole su quel che ha studiato. Siamo stati noi a farne uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali. Noi! [...] Non possiamo lasciarli uscire così impreparati dopo otto anni di scuola! Allo stesso modo, all'università non sono in grado di affrontare gli esami (se non quelli più facili delle cosiddette facoltà deboli, la cui laurea però non li porterà da nessuna parte), per cui s'iscrivono, arrancano un anno o due e poi mollano. Per questo mollano: per questa loro inadeguatezza cognitiva e culturale, che è il risultato delle scelte scriteriate che noi abbiamo compiuto nella scuola, soprattutto, lo ripeto, negli ultimi vent'anni. Mollano a causa della scuola che noi abbiamo deciso per loro, non è il colmo?

La lunga stagione di smantellamento della qualità dell'offerta formativa della scuola parte nel 1963 con l'abolizione dell'avviamento e l'introduzione della scuola media unica, senza l'obbligo del latino, e arriva fino a oggi. A questo proposito scrive Luca Ricolfi:

Fu così che Marco [suo fratello] e io avemmo la fortuna, e il privilegio, di frequentare la "vecchia" scuola media con il latino, l'analisi logica, l'Iliade, la geometria analitica e tutto il resto. Di quel periodo ricordo soprattutto tre cose, una oggettiva e le altre due soggettive e private. La cosa oggettiva è che, in quei tre anni, grazie a due professoresse eccezionali, una di italiano e latino, l'altra di matematica, imparai più cose, e cose più durature, di quelle che avrei imparato nei successivi cinque anni di liceo classico. Le medie dure resero più leggeri i miei anni di liceo, consentendomi, specie in latino e in italiano, di "vivere di rendita".

Lo smantellamento della scuola media, iniziato con le riforme dei primi anni Sessanta ebbe il suo colpo di grazia nell'anno 2000, con la riforma Berlinguer, quella che istituì i progetti extracurriculari, la valutazione oggettiva (i test), e il diritto al successo formativo. Cambiava la sostanza: la scuola diventava un'impresa, si agganciava al mondo del lavoro, o meglio, tentava goffamente di assumere i valori e i criteri della produzione e del mercato. E contribuì a produrre i risultai che Paola Mastrocola racconta così:

Ogni anno prendevo una nuova prima e ogni anno mi trovavo davanti una trentina di ragazzi tra i quattordici e quindici anni sempre più impreparati. O meglio, incapaci. Non era tanto l'impreparazione (la pura mancanza di nozioni) a stupirmi, quanto l'incapacità di parlare e scrivere. Due "cose" che reputavo fin da allora abbastanza basilari. Negli scritti facevano errori ortografici e grammaticali, ma soprattutto non riuscivano a costruire un discorso dotato di senso e strutturato secondo una logica, voglio dire con i nessi logici bene al loro posto. Nelle interrogazioni orali non ce la facevano a parlare per più di un minuto, poi si fermavano muti, o balbettavano qualche parola spersa nel vuoto. Ricordo che guardavo l'orologio per misurare il tempo esatto in cui riuscivano a tenere il discorso; non lo facevo per crudeltà, ma perché non ci potevo credere, e avevo bisogno di capire. Altro fatto sconcertante: di fronte ai romanzi che normalmente da anni ero abituata ad affidare in lettura, i miei nuovi allievi restavano basiti e mi dicevano di non averci capito un bel niente. In particolare capitò con Il fu Mattia Pascal: mezza classe mi disse proprio così, che non aveva capito non tanto le parole, quanto il senso delle frasi. Me lo ricordo perché nella mia mente si disegnò netto il disastro, mi vidi tutte le frasi di Pirandello cadere in un precipizio. Allora cominciai a poco a poco a cambiare tutto. Diminuii le ore di letteratura (riducendo i brani antologici da leggere) e aumentai le ore di grammatica. Mi misi anche a fare dettati ortografici, e smisi di fare leggere certi autori: Pirandello e Pavese furono i primi a cadere, tra gli italiani. Poi toccò a Calvino. Sì, persino a Calvino, dico Il barone rampante... In prima liceo... Ci fu una madre che, ai consigli di classe, mi chiese espressamente di non farlo leggere più: troppo difficile, come potevo dare un libro simile a ragazzi di quell'età? Non capii bene che cosa stesse succedendo. Mi limitai a constatare. Mi era chiaro, però, che il problema stava a monte: quei ragazzi arrivavano così da otto anni di scuola. Che cosa avevano studiato? E in che modo? E cosa potevamo fare noi per loro, al liceo?

Mi fermo qui perché non posso citare tutto il libro. Ma spero di avere reso l'idea di cosa contiene. A me ha dato un'idea lucida e chiara delle reali dimensioni di quel disastro di cui finora avevo solo sentito parlare qua e là, in maniera discontinua e sconnessa. Mi è servito per mettere insieme tutti i pezzi e capire. 

Di solito non invito a leggere i libri di cui parlo, mi limito a recensirli alla bell'e meglio, ma se l'argomento vi interessa e volete capire da dove arriva quell'analfabetismo funzionale di cui deteniamo il triste primato in Europa, leggetelo. Non è solo un atto d'accusa spietato e dolente, è soprattutto un grande atto d'amore verso il mondo della scuola e dell'università.

venerdì 4 febbraio 2022

Proteste

Generalmente guardo sempre con simpatia le proteste degli studenti, ma quella in corso a Roma in queste ore mi lascia un po' perplesso. È senz'altro lodevole il fatto che tra i motivi ci sia la solidarietà a Lorenzo Parelli e la sensibilizzazione nei confronti dell'annosa e controversa questione dell'alternanza scuola-lavoro, ma che contestualmente si chieda che sia eliminata la prova scritta alla maturità in favore di una tesina non lo capisco, e soprattutto non vedo il nesso con lo spirito principale della protesta. La prova scritta non è mica il braccio armato del capitalismo. Così, a occhio, prima della prova scritta ci sono forse un milione di motivi, all'interno dell'universo scuola, per protestare.

Tra l'altro, a proposito di maturità, se proprio si vuole manifestare lo si faccia per la sua abolizione tout court. Quasi il 100 per cento di promossi ogni anno sono la prova provata della sua inutilità.

mercoledì 17 novembre 2021

La scuola breve

Mi è capitato sott'occhio questo articolo del Post, dove si parla di un decreto governativo tramite il quale si vorrebbe estendere la sperimentazione del cosiddetto "liceo breve", ossia la possibilità di conseguire la maturità con un ciclo di studi di quattro anni invece dei canonici cinque. Non entro nel merito delle motivazioni che spingono, da anni, vari governi a muoversi in questa direzione, mi limito solo a chiedermi come si possa pensare di diminuire l'istruzione in un paese, il nostro, dove il tasso di ignoranza è più alto rispetto a tutti gli altri paesi d'Europa.

Non è un assunto retorico. Questa classifica viene redatta ogni anni dall'istituto Ipsos e la rilevazione pubblicata nel 2018 ha certificato che l'Italia è il paese col maggior tasso di ignoranza in Europa, ed è addirittura al dodicesimo posto nel mondo. Ignoranza intesa nel senso letterale del termine, cioè la non conoscenza delle cose del mondo. Come se non bastasse, qualche anno fa l'Ocse aveva certificato che gli italiani sono all'ultimo posto in Europa nella comprensione di un testo scritto. Che non significa non sapere leggere, ma leggere senza capire ciò che si legge. Basterebbe solo questo a spingere verso un allungamento del periodo scolastico e magari a un aumento della qualità dell'offerta formativa. E invece, di fronte a questo dramma, cosa si fa? Si pensa di accorciare ulteriormente la scuola.

Sorrido pensando a chi blatera continuamente di democrazia. Come possiamo pretendere di essere un paese democratico senza cultura? Senza cultura non può esserci democrazia, questa cosa la diceva già Platone. Se non si ha conoscenza delle cose non dico del mondo, ma almeno del proprio paese; se non si hanno le basi per capire le dinamiche degli accadimenti di una società che è sempre più complessa, come si può essere in democrazia? Mancanza di cultura significa mancanza dei basilari strumenti per capire la differenza tra un politico e un imbonitore. Poi, dopo, non è che ci si può lamentare della qualità della classe politica o del fatto che sui vaccini si preferisce ascoltare Red Ronnie o la signora Brigliadori piuttosto che uno scienziato.

Boh, non so, non vedo prospettive rosee per il futuro.

mercoledì 3 novembre 2021

Orientamento sessuale e lavoro

Una scuola paritaria cattolica del Trentino è stata condannata, con sentenza definitiva sancita dalla Cassazione, per discriminazione sessuale, per aver cioè allontanato dall'insegnamento una professoressa a causa di "sospetti" sul suo orientamento sessuale. Cioè, non c'era neppure la certezza che l'insegnante oggetto dell'allontanamento fosse effettivamente omosessuale, ma il tutto si basava su chiacchiere che giravano, circostanza, questa, ammessa dalla stessa madre superiora e dirigente dell'istituto, la quale, in un colloquio privato con la professoressa in questione, le aveva detto che avrebbe potuto continuare a insegnare nella scuola solo se avesse smentito le chiacchiere che giravano sul suo conto, perché lei, la badessa, aveva il compito di "difendere l'istituto" e "tutelare l'ambiente scolastico". 

L'insegnante si è quindi rivolta a un legale e ha chiamato in giudizio la scuola, la quale scuola ha perso malamente il primo grado, l'appello e infine la Cassazione. Le ha perse tutte. Tra l'altro il ricorso in appello è stato presentato, incredibilmente, dalla stessa scuola dopo aver perso il primo grado, col risultato che la sentenza d'appello è stata ancora più dura della prima, finché è arrivata la Cassazione a mettere la parola fine a questa grottesca e assurda vicenda obbligando la scuola a risarcire l'insegnante con svariate decine di migliaia di euro.

Ma accanto al risarcimento, ciò che è più importante è che la Cassazione ha ordinato alla scuola "la cessazione di tale condotta", ossia la selezione del corpo docente sulla base dell'orientamento sessuale. A me queste cose fanno di un incazzare che non avete idea.

domenica 21 marzo 2021

Valutazioni scolastiche (numeriche)

Leggo su Homo deus. Breve storia del futuro che il sistema di valutare gli studenti con precisi valori numerici è relativamente recente e nasce coi sistemi educativi di massa dell'età industriale. Fino ad allora, questo sistema di misurazione numerica del profitto scolastico (accostare i termini "profitto" e "scolastico" dà i brividi, se ci pensate) era sostanzialmente sconosciuto.

Scrive Yual Noah Harari (neretto mio): "Uno studente universitario ai tempi di Shakespeare lasciava Oxford con solo due possibili risultati: con laurea, o senza. Nessuno pensava di dare a uno studente un giudizio finale di 90 e a un altro 108. Sono stati i sistemi educativi di massa dell'età industriale a cominciare a usare questi parametri precisi su base uniforme. Dopo che le fabbriche e i ministeri hanno adottato sistemi di valutazione in termini numerici, le scuole si sono adeguate. Hanno cominciato a misurare il valore in base a questo o quel numero medio, mentre il valore del preside e degli insegnanti era stabilito secondo il valore complessivo della scuola. Una volta che i funzionari hanno adottato questa unità di misura la realtà ne è uscita trasformata.
In origine le scuole dovevano occuparsi principalmente di aprire la mente degli studenti e di educarli, e i giudizi erano un semplice strumento di misurazione dei risultati conseguiti. Ma in modo abbastanza naturale le scuole hanno cominciato a focalizzarsi sull'ottenimento di giudizi elevati."

Questo breve passo mi ha immediatamente riportato alla mente l'insistenza con cui Umberto Galimberti, nei suoi libri e nelle sue conferenze, insiste con un certo allarme sul fatto che la scuola, oggi, è impostata quasi esclusivamente su criteri di efficienza e produttività, esattamente come un'azienda o qualsiasi altro ramo della società, e la sua funzione è ormai limitata alla mera trasmissione di contenuti dall'insegnante all'allievo. La funzione educativa e quella di insegnare a pensare ("aprire la mente"), funzioni primarie in origine, sono sostanzialmente andate perdute. E i risultati della mancanza della seconda, mi pare siano oggi sotto gli occhi di tutti.

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...