Ieri nasceva Fabrizio de André. Una delle vette più alte della sua produzione artistica fu l'album La buona novella. Il testamento di Tito, una delle perle di questo album, è forse l'espressione di uno dei momenti più filosofici del cantautore. Nel brano, mentre sta morendo, il ladrone Tito ripercorre i dieci comandamenti uno per uno, mettendoli in discussione alla luce della propria vita di miseria, fame, ingiustizia. Non è un attacco superficiale, è una rilettura amara e umanissima.
Tito smonta la rigidità della legge, ma alla fine arriva a una forma di consapevolezza morale più profonda. Il punto non è "abolire" i comandamenti ma mostrarne il loro lato ipocrita e il loro limite quando sono applicati senza compassione.
Ho scoperto ieri che nel 1994, per un paio di mesi, il grande Fabrizio De André ha scritto alcune canzoni di Anime salve a Longiano, che sta a 1/4 d'ora da casa mia. Anime salve, scritto a quattro mani assieme a Ivano Fossati, è stato l'ultimo album in studio di Faber e ha ricevuto una lunga serie di premi e riconoscimenti, oltre a essere considerato dalla critica l'album migliore dell'artista genovese. Non c'è una sola traccia di quell'album che non sia un piccolo gioiello.
(Ho finito ieri sera Verranno a chiederti di Fabrizio De André, scritto da Andrea Scanzi, un bellissimo viaggio nella vita e nella musica del grande cantautore.)
Tra le tante chicche contenute nel libro Verranno a chiederti di Fabrizio De André, che sto leggendo in questi giorni, ci sono le note sulla genesi della famosissima La canzone di Marinella. Avevo sempre creduto che fosse una specie di favola d'amore in musica che racconta una storia di fantasia. Mica vero. Nasce da un caso di cronaca nera che colpì molto il grande cantautore. Andrea Scanzi, l'autore della biografia, riporta quanto disse De André in una intervista del 1993.
"La canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d'amore. È tutto il contrario. È la storia di una ragazza che a 16 anni ha perduto i genitori, una ragazza di campagna dalle parti di Asti. È stata cacciata dagli zii e si è messa a battere sulle sponde del Tanaro. Un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l'ha buttata nel fiume, e non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte. Così è nata La canzone di Marinella, che se vogliamo ha anch'essa delle motivazioni sociali, nascostissime. Ho voluto completamente mistificare la morte di Marinella. Non ha altra chiave di lettura se non quella di un amore disgraziato; se tu non racconti il retroscena è impossibile che uno pensi che all'origine c'era una gravissima problematica sociale. Certi fatti della realtà, soprattutto quand'ero giovane, mi davano un grande fastidio, allora cercavo di mutare la realtà."
La canzone di Marinella, scrive Scanzi nel libro, fu pubblicata la prima volta nel 1964 come lato B (nessuno, tanto meno De André, scommetteva sul suo successo) del 45 giri Valzer per un amore, ma fu importante per il cantautore perche tre anni dopo, nel 1967, reinterpretata da Mina, divenne un grande successo di quegli anni "che regalò a Faber un sacco di soldi in diritti d'autore." Con quei soldi De André comprò la sua prima casa e, soprattutto, capì una volta per tutte che avrebbe potuto vivere di musica.
Anche se adesso so come nacque quel capolavoro, per me rimarrà sempre una storia d'amore in musica nata dalla fantasia del grande Faber.
Stamattina mi sono passate in mano un po' di copie di questo vinile di De André e mi è venuto in mente un vecchio aneddoto che riguarda proprio questo disco, che tra l'altro è uno dei maggiori capolavori del cantautore genovese.
Come si vede nell'immagine, il "nè" è scritto con l'accento grave. Non è una svista voluta ma un errore di ortografia commesso in fase di stampa della copertina da parte della casa discografica (il "né" negazione vuole l'accento acuto, non grave). Purtroppo ci si accorse dell'errore solo quando il disco era già nei negozi. Non ricordo se a causa di quell'errore il disco fu ritirato e poi ristampato, ma mi sembra di no. In ogni caso, nella successiva ristampa l'errore fu corretto e il titolo posizionato nella parte alta della copertina.
La Sony, che ha attualmente in catalogo tutta la discografia di De André, distribuisce l'album anche in formato digitale col titolo scritto in questo modo: "Non Al Denaro, Non All'Amore, Ne Al Cielo", cioè con maiuscole e virgole sbagliate. Ciliegina sulla torta: il "ne" (che dovrebbe essere negazione) è scritto direttamente senza accento, come se fosse un pronome.
E niente, si tratta di un capolavoro assoluto, ma sfortunato per quanto riguarda la corretta ortografia del titolo.
Ho scoperto per caso che Zucchero ha realizzato una sua versione di Ho visto Nina volare, una struggente e intensa ballata di De André inserita nel suo ultimo (ahimè!) album di inediti pubblicato nel 1996: Anime salve. Solitamente non amo i rifacimenti di canzoni di autori che mi piacciono, ma devo ammettere che la versione di Zucchero è molto interessante e coinvolgente.
La canzone non ha un testo dal significato immediatamente intelligibile, è vago, ermetico, a suo modo etereo, indefinito, e forse la sua poesia sta anche in questa indefinitezza. Alcuni tentativi di analisi del testo sono comunque stati fatti, come questo, ad esempio. Ma alla fine credo che ognuno possa vedere in quella bambina che vola tra i fili dell'altalena chiunque voglia.
Mastica e sputa,
da una parte il miele
mastica e sputa,
dall'altra la cera
mastica e sputa,
prima che venga neve
Luce luce lontana,
più bassa delle stelle
quale sarà la mano
che ti accende e ti spegne
Ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena
un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
e se lo sa mio padre
dovrò cambiar paese
se mio padre lo sa
mi imbarcherò sul mare
Mastica e sputa,
da una parte il miele
mastica e sputa,
dall'altra la cera
mastica e sputa
prima che faccia neve
Stanotte è venuta l'ombra,
l'ombra che mi fa il verso
le ho mostrato il coltello
e la mia maschera di gelso
e se lo sa mio padre
mi metterò in cammino
se mio padre lo sa
mi imbarcherò lontano
Mastica e sputa,
da una parte il miele
mastica e sputa,
dall'altra la cera
mastica e sputa
prima che metta neve
Ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena
un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
Luce luce lontana,
che si accende e si spegne
quale sarà la mano
che illumina le stelle
mastica e sputa
prima che venga neve
Questa è la versione originale contenuta nell'album di De André.
Questa, invece, è la versione di Zucchero.
Ho visto Nina volare a parte, penso che Anime salve sia uno degli album di musica d'autore più belli degli ultimi trent'anni.
Ieri nasceva Fabrizio De André, oggi moriva Umberto Eco. Quasi ogni giorno è nato o è morto qualcuno che è stato importante per qualche motivo. Parlo per me, ovviamente, ma credo che ognuno possa fare lo stesso discorso a livello personale. Io mi ritengo abbastanza fortunato, perché per qualche misterioso motivo sono sempre stato appassionato di cose ritenute futili o noiose dalla stragrande maggioranza delle persone, comprese quelle che mi ruotano attorno, ma che su di me hanno sempre esercitato una attrazione fortissima. Come i libri, ad esempio. Sono nato curioso e credo che morirò curioso. Mi ha sempre appassionato il cercare di sapere e di capire e ho sempre provato una smisurata stima nei confronti di chi poteva soddisfare in ogni modo questa mia curiosità.
A loro modo, e ognuno nel proprio ambito, sia De André che Eco, insieme a tantissimi altri, hanno fatto questo e continuano a farlo tuttora. A proposito di Eco, mi dispiace tanto che se ne sia andato presto, troppo presto. Mi sarebbe piaciuto leggere i suoi commenti sugli accadimenti di questi ultimi anni. Eco ha sempre avuto la capacità offrire analisi originali di tutto ciò che accadeva, ha sempre fornito spunti e visto le cose da angolazioni diverse rispetto a quelle della massa, e cerco di immaginare i suoi commenti su questi due anni di pandemia, sulla crisi russo-ucraina, sul vuoto di pensiero dilagante e il baratro culturale in cui è precipitata la nostra società (anche se su questo aveva già ampiamente scritto).
Ciò che dispiace è che, guardando attorno, non si vedono più giganti sulle cui spalle poter salire. Sia in campo artistico che culturale non si scorge più nessuno che si elevi dal magma amorfo in cui c'è tutto e niente. Certo, ci sono ottimi divulgatori e filosofi contemporanei, ma non credo che resteranno. Fra duecento anni si canterà ancora La donna cannone di De Gregori e si leggerà ancora Il nome della rosa di Eco, ma per il resto...
Il 18 febbraio 1940 nasceva Fabrizio De André e ogni volta che penso a lui, all'importanza che ha avuto nella mia vita, mi viene in mente Salvini, quando disse pubblicamente che De André è stato uno dei suoi cantautori preferiti. Che poi, magari, non è neppure vero e lui manco lo conosce, a De André, e ha detto così in occasione di un suo anniversario o di una commemorazione solo per il gusto di salire sul treno delle celebrazioni, come suo solito. Ma a me questa cosa irrita fortemente. Il fatto che mi venga automatica questa associazione, dico.
De André è stato il cantore degli ultimi, degli esclusi, dei soli, dei disperati: gli zingari, i poveri, gli stranieri, gli emarginati per il loro orientamento sessuale, esattamente le stesse categorie di persone detestate da Salvini. Eppure lui, De André, era il suo cantautore preferito, dice. Vorrei non avere mai letto quella cosa; adesso non lo saprei e non mi verrebbe questa associazione ogni volta.
Ispirato da questo bel post di Gwendalyne, mi è venuta in mente questa canzone di De André che risale al 1990. Tra le tante che ha scritto, La domenica delle salme è quella che mi salta subito alla mente quando penso al cantautore genovese, scomparso già da vent'anni ma ancora vivissimo nella memoria di chi lo ama. Qui trovate una breve spiegazione del pezzo e della sua genesi.