Mentre leggevo gli ultimi sviluppi della vicenda Ziliani, la mia mente tornava indietro al 2001 e alla tragica vicenda di Erika e Omar. Ci sono analogie tra i due casi? Sì, almeno un paio: i motivi che stanno alla base di entrambi e le reazioni emotive successive ai fatti. Il motivo principale, anzi direi unico, che ha causato gli omicidi in entrambi i casi è la cupidigia: figli che uccidono i familiari per impossessarsi dei loro averi (eredità nel primo caso, gestione del patrimonio immobiliare nel secondo). La seconda analogia riguarda le reazioni emotive degli assassini in entrambi i casi. Erika e Omar, il giorno dopo aver commesso il fatto, fecero quello che avevano sempre fatto ogni giorno, compreso andare al solito bar a bere la solita birra. Le figlie della Ziliani, dopo averla uccisa, parlavano tranquillamente tra loro dell'imminente vacanza che stavano già progettando.
Sono molte le riflessioni che si potrebbero fare partendo da queste premesse, e una di queste potrebbe riguardare quelle forme più o meno accentuate di psico-apatia dilagante nella nostra società. I due episodi citati si collocano infatti tra i tanti simili che si verificano e che poi scompaiono dalle cronache. Di questa psico-apatia, ossia questa incapacità di provare qualsiasi risonanza emotiva per ciò che succede attorno, parlava Umberto Galimberti in un suo libro di cui non ricordo più il titolo. Lo faceva citando un altro celebre caso di cronaca nera accaduto parecchi anni fa a Voghera, quello dei fratelli Furlan, che si divertivano a gettare sassi dai cavalcavia delle autostrade sulle auto che passavano sotto. Quando furono arrestati, dopo aver provocato la morte di una ragazza, Umberto Galimberti si recò in carcere per parlare con loro e quando gli chiese perché lo facevano risposero che per loro era come il gioco del bingo. Quando poi gli chiese se sapevano che all'interno delle macchine c'erano le persone, loro risposero: "Vabbe'..."
Stiamo lentamente e progressivamente diventando una società psico-apatica, per tanti motivi: mancanza di educazione ai sentimenti, perdita di valori, con precise responsabilità da parte della scuola e della famiglia. Come scrive Paolo Perticari ne L'obsoleto, stiamo progressivamente perdendo attenzione nei confronti di quella che Aristotele definiva philia, ossia, nella sua accezione più generale, "la relazione tra cittadini attraverso il legame sociale [...] minacciato da una società vuota, fatta di tanti divertimenti e distrazioni che alla lunga hanno allontanato l'uomo da quella philia di cui parlava Aristotele."
Senza scomodare Aristotele: in una società dove ormai contano solo l'efficienza e la produttività, e dove il denaro e il profitto sono ormai gli unici valori che la regolano, è quasi naturale che poi si torni a queste regressioni. Mi viene sempre da sorridere (amaramente) quando sento i soliti tromboni parlare di minacce alla nostra civiltà da parte di chi viene da fuori, di scontri di civiltà. Ripenso a ciò che scriveva Oriana Fallaci in certi suoi libri, in cui profetizzava la distruzione della nostra società da parte della cultura islamica dilagante. Oh, certo, non è detto che prima o poi non succederà, ma di questo passo temo che saremo molto più veloci noi ad autodisgregarci grazie al modo in cui l'abbiamo impostata. E quando e se i pericolosi islamici arriveranno troveranno solo le macerie.






