"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
domenica 8 marzo 2026
domenica 25 gennaio 2026
Marginalità
Pare che questa volta la signora urlante si sia incazzata veramente con Trump (la sospetta forma dubitativa "pare" è d'obbligo perché, specie quando si ha a che fare con la nostra capa di governo, è sempre difficile stabilire se ciò che enuncia urbi et orbi corrisponde a ciò che pensa realmente). L'incazzatura nasce da quanto ha detto lo squinternato inquilino della Casa Bianca relativamente al contributo fornito dalle truppe Nato nel ventennale pantano Afghanistan, cioè che sarebbe stato un supporto limitato e circoscritto alle retrovie. Apriti cielo!
In realtà, almeno in questo caso, pare che lo squinternato tycoon non abbia tutti i torti, anche se la questione è ovviamente complessa. Si trova su youtube una interessantissima lezione di Dario Fabbri totalmente dedicata alla guerra in Afghanistan in cui, in due ore, il noto analista geopolitico approfondisce vari aspetti di quel conflitto, aspetti poi confluiti in maniera più ampliata nel libro Geopolitica Umana. Per capire bene la questione occorre distinguere tra il piano geopolitico-strategico (quello di cui parla Fabbri) e il piano simbolico-politico (quello della polemica su Trump).
È oggi largamente assodato che gli USA non volevano alleati nella fase iniziale dell'invasione e consideravano gli europei (Italia inclusa) militarmente marginali. Ma non li volevano sul serio, ritenevano che quella fosse una faccenda seria, delicata, di pertinenza esclusivamente americana, e la presenza di eventuali comprimari costituisse più un intralcio che una utilità. I contingenti Nato, però, appellandosi al famoso art. 5, che è quello dei moschettieri del Re (Tutti per uno, uno per tutti), non sentirono ragioni e nonostante le resistenze americane si gettarono lancia in resta nella mischia. Visto che però ormai erano lì, il contingente italiano fu stanziato a Herat, un'area effettivamente periferica rispetto al cuore strategico dell’Afghanistan: Kandahar, Helmand, confine pakistano, aree, queste, saldamente sotto controllo americano.
Naturalmente, anche se Harat, zona ovest dell'Afghanistan, era tutto sommato marginale rispetto al cuore del conflitto, non significava che fosse meno pericolosa e il tributo di sangue dei soldati italiani sta lì a dimostrarlo. Le ragioni di fondo di questa marginalizzazione va ricercata nel modo di ragionare tipico degli imperi. Gli USA non hanno mai amato condividere la guerra vera e gli alleati sono tollerati semmai successivamente, per stabilizzare, legittimare, ricostruire. Nella fase iniziale post-11 settembre Washington non voleva intralci, caveat politici, catene di comando multiple e agli italiani (e ad altri europei) fu detto in sostanza: "Voi state fuori, se abbiamo bisogno vi chiamiamo". Questo non per disprezzo personale, come evidenzia Fabbri nel suo libro, ma per logica imperiale. Per la dottrina strategica americana il contributo dei "clientes" era secondario in quanto la vera guerra era condotta da forze speciali, aviazione, intelligence, il resto serviva più a copertura politica che a necessità militare.
Quindi, caso più unico che raro, forse per la prima volta in vita sua lo squinternato ha detto qualcosa di (parzialmente) vero. Per quanto riguarda la ventennale vicenda Afghanistan, dopo quasi cinque lustri dall'invasione americana sono tanti gli studiosi che ancora si interrogano sul senso di quella guerra e, ancora di più, sul senso della nostra presenza là.
martedì 20 gennaio 2026
martedì 13 gennaio 2026
Iran
Una delle domande che tornano più spesso quando si parla dell’Iran è questa: se le proteste sono diffuse, se il malcontento è evidente e se la popolazione è così giovane (l'età media degli iraniani è 34 anni, da noi è 44,5, giusto per dare un'idea) perché il regime degli ayatollah non cade?
Ricordo che scriveva di questi argomenti Dario Fabbri in Geopolitica umana, un saggio molto bello che affronta le questioni geopolitiche del nostro tempo partendo da un approccio psicologico collettivo delle comunità umane, non leaderistico come siamo abituati a fare noi. La domanda che tutti ci facciamo è comprensibile e legittima, ma parte da un presupposto sbagliato: che il consenso sociale, da solo, basti a rovesciare un regime autoritario. La storia dice che non è così. I regimi non cadono quando diventano impopolari, cadono quando perdono il controllo del potere.
In Iran il dissenso è ampio, ma non è organizzato. Non esiste una leadership riconosciuta, non esiste un’opposizione in grado di trasformare la rabbia in un progetto politico, non esistono strumenti istituzionali per farlo. Il regime, al contrario, concentra nelle proprie mani ciò che conta davvero: le armi, i tribunali, le risorse economiche, la repressione. L’apparato coercitivo è solido e soprattutto leale. I Pasdaran, i Basij, i servizi di sicurezza non si sono mai spaccati né hanno mostrato tentennamenti. Questo è un punto chiave: quando le forze armate restano compatte, le proteste possono essere anche enormi, ma difficilmente diventano rivoluzione. C’è poi la frammentazione. Le proteste iraniane nascono in luoghi diversi e per motivi diversi: economici, culturali, politici. Questa pluralità è un segno di vitalità, ma è anche una debolezza. Senza coordinamento nazionale, il regime può isolare, reprimere, spegnere un focolaio alla volta. La gestione selettiva della violenza, pochi arresti mirati, pene esemplari, qualche esecuzione, è studiata proprio per questo: far capire che il prezzo è altissimo e il risultato incerto.
A tutto questo si aggiunge la paura del "dopo". Molti iraniani non credono più al regime, ma temono il vuoto che potrebbe seguirne la caduta. Siria, Iraq, Libia sono esempi che pesano molto più delle nostre analisi. In assenza di un’alternativa credibile, il cambiamento appare rischioso quanto lo status quo. Infine, un paradosso: le sanzioni, pensate per indebolire il regime, spesso finiscono per rafforzarlo. Colpiscono la società civile, impoveriscono la popolazione, ma consolidano i circuiti economici controllati dai Pasdaran e alimentano la narrativa dell’assedio esterno.
La popolazione iraniana è giovane, è vero. Ma la giovinezza non è automaticamente rivoluzionaria. Senza partiti, sindacati, media liberi, reti organizzative, l’energia si disperde. Resta frustrazione, non potere. Forse, allora, la domanda giusta non è perché il regime, un regime mediamente schifoso, non cade, ma che cosa dovrebbe rompersi al suo interno perché inizi davvero a crollare. Finché quell’equilibrio di forza, paura e controllo regge, il consenso, anche quando è ampio, non basta.
Oltre a questo, c'è un errore concettuale che tendiamo a fare noi: pensare che le proteste anti-regime abbiano un afflato filo-occidentale, cioè che gli iraniani si ribellino al regime perché vogliono diventare come noi. Niente di più sbagliato (su questo punto Dario Fabbri è categorico). La storia dell'Iran, ex impero persiano, è lunga 27 secoli ed è complessissima. I giovani iraniani che scendono in piazza non lo fanno perché vogliono diventare come noi (McDonald, serie tv, jeans, democrazia liberale "chiavi in mano" ecc., una cultura che mediamente schifano), ma perché si fanno portatori di istanze superiori che sono di ogni comunità umana: dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Se non smettiamo di leggere le cose del mondo con le nostre categorie filo-occidentali, come se noi fossimo l'ombelico del mondo, faremo sempre molta fatica a capirci qualcosa.
domenica 7 dicembre 2025
Nascita dell'inglese
Uno dei capitoli più belli del libro Il destino dei popoli, Popoli e lingua, è quello in cui si spiegano i processi, complessissimi ed eternamente in divenire (chi ancora pensa che le lingue siano entità statiche e ormai rigidamente definite è totalmente fuori strada), che hanno portato alla definizione dei maggiori linguaggi utilizzati oggi sul pianeta. In queste pagine, tra le altre cose, Fabbri ridimensiona molto il ruolo dei letterati nella nascita degli idiomi e ne enfatizza maggiormente quello dei popoli. Scrive l'autore: "Ogni idioma è frutto di movimenti, mutamenti, sentimenti, adozioni e rinnegamenti delle collettività, soltanto successivamente codificati o arrangiati dai singoli. La traiettoria delle parole segue quella delle popolazioni, da cui è perfettamente informata".
Tra le lingue analizzate dall'autore ci sono latino, iberico, arabo, cinese, inglese, francese, giapponese, ebraico e ovviamente l'italiano. Una menzione a parte merita l'inglese e qui, in particolare, Fabbri si sofferma sui motivi per cui gran parte dei lemmi di questa lingua sono pronunciati diversamente da come sono scritti (ad esempio meet che si pronuncia miit e tantissimi altri). Riporto integralmente la spiegazione perché è interessantissima.
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"Altri movimenti popolari incisero sullo sviluppo delle lingue. Ovunque. Occupata l’Inghilterra, nell’XI secolo i Normanni francofoni resero lingua di corte il proprio dialetto d’oïl, sopra l’idioma germanico introdotto secoli prima dai Sassoni; il motto della monarchia inglese è tuttora in francese: "Dieu et mon droit". Più importante, deviarono la grammatica dell’inglese antico. Occupate dagli invasori, da quel momento le cariche apicali furono scritte con aggettivo dopo il sostantivo, contro ogni regola germanica (attorney general; secretary general ecc.).
Il lessico acquisì due specifiche dimensioni: una bassa d’origine sassone relativa alla pratica, al lavoro manuale; una alta di matrice franco-latina, con senso figurato e ricercato. Per cui "pig" divenne il maiale allevato (di etimo germanico), mentre "pork" la bestia cucinata e portata in tavola (di provenienza continentale). La vittoria dei francofoni produsse anche l’esistente ambiguità nei pronomi "tu" e "voi", in precedenza distinti in inglese con "thou" e "you", poi resi identici nel solo you per imitazione del vous.
Tre secoli dopo nacque a Londra l’inglese moderno con il cosiddetto grande spostamento vocalico. Dopo la peste nera (1346-1353), l’arrivo in città di migliaia di immigrati provenienti dall’Inghilterra orientale e dalle East Midlands spinse i londinesi a modificare il proprio accento per distinguersi dai nuovi arrivati. Si formò in quel periodo l’attuale suono dell’inglese. Bite (morso), pronunciato bit nel medio inglese, divenne bait in fonetica semplificata; meet (incontrare), in precedenza meet, si trasformò in miit; house (casa) da hus in haus; name (nome) da name in neim ecc. Più avanti i londinesi smisero di pronunciare la lettera "r", tranne nei casi in cui è seguita da una vocale o posta all’inizio della parola. E resero silenti alcune sillabe, come nei vocaboli secretary, necessary, military. Alterazioni che molti secoli dopo avrebbero consentito a John Keats di rendere in rima thoughts con sorts e thorns con fawns. Senza mai cambiare la dizione ufficiale, generando l’odierna distanza tra l’inglese scritto e parlato.
Il tentativo per i londinesi d’allontanarsi dai nuovi concittadini mosse la storia linguistica d’Inghilterra e del pianeta. Pensata come codice per escludere, in un paio di secoli la nuova pronuncia fu acquisita dal resto della nazione. In barba ai letterati."
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In sostanza, uno stratagemma linguistico nato per escludere e dividere, finì per provocare una uniformità linguistica che poi non rimase circoscritta alle terre britanniche ma si diffuse in (quasi) tutto il mondo. Forse è quella che si può chiamare una nemesi della storia.
giovedì 30 ottobre 2025
Occhiali nuovi
Questa lunga e interessantissima chiacchierata tra Gianluca Gazzoli e Dario Fabbri serve a smettere i soliti occhiali e a indossarne di nuovi, serve a vedere il mondo e le sue vicende cambiando angolazione e prospettiva. Poi non è detto che i nuovi occhiali consentano di vedere il mondo com'è realmente, così come non era detto indossando i vecchi. Ma i vari Fabbri, Barbero, Canfora, Cardini o chi volete voi, questo fanno: danno occhiali nuovi.
giovedì 16 ottobre 2025
A chi importa del Nobel
sabato 6 settembre 2025
lunedì 28 luglio 2025
Il turista cretino
Confesso che, inizialmente, sentire apostrofare come cretino chi va a visitare paesi o città - nel mio piccolo a volte lo faccio anch'io - mi ha un po' spiazzato, per non dire infastidito. Poi, riflettendoci un po', mi sono reso conto che una certa dose di ragione Fabbri ce l'ha. Magari ha calcato un po' troppo la mano nel suo ragionamento, ma credo che i fondamenti siano condivisibili. Probabilmente il problema nasce dal fatto che noi, in genere, facciamo molta fatica a distinguere il viaggiare dal fare turismo, tendiamo a considerarle due attività analoghe, mentre invece sono profondamente differenti.
Comunque sia, mi sembra un ragionamento in grado di stimolare più di una riflessione. Se poi avete voglia di ascoltare la lezione per intero e non solo i cinque minuti che ho selezionato io, direi che le riflessioni aumentano esponenzialmente.
domenica 6 luglio 2025
Il fine ultimo delle cose
domenica 13 aprile 2025
Ieri e oggi
domenica 1 dicembre 2024
Sotto la pelle del mondo
giovedì 17 ottobre 2024
La (non) fine della storia
Stamattina, mentre camminavo sulle colline dietro a casa mia (quello che vedete nella foto è Palazzo Marcosanti), ascoltavo una recentissima lezione di Dario Fabbri, che ripubblico qui sotto.
L'idea di raccontare come il mondo fuori dall'occidente vede il problema planetario del cambiamento climatico è un escamotage per raccontare quanto è diverso da noi il mondo là fuori. Una diversità che noi non riusciamo a cogliere (figurarsi a comprendere) perché immersi in una pedagogia collettiva tramite cui abbiamo interiorizzato il fatto, non vero, che la storia è finita, che noi siamo il punto più alto raggiunto dalla civiltà umana, che gli altri là fuori, poverini, anelano tutti a vivere come noi e se non lo fanno è perché c'è un cattivo che glielo impedisce, oppure perché sono un po' tonti ma prima o poi vedranno la luce.
Drammatico anche il racconto dei danni provocati dal fatto che la storia oggi non si studia più e che quindi, non conoscendola, siamo portati a pensare in modo leaderistico invece che collettivo, mentre invece non sono i leader che determinano il corso delle vicende umane ma, come diceva anche De Gregori, "è la gente che fa la storia", e i vari leader non sono nient'altro che il prodotto della volontà popolare, anche quando sono dittatori.
Mi piace ascoltare chi mette in crisi i convincimenti assodati, gli stereotipi stantii, le idee incancrenite, i luoghi comuni elevati a principi che per pigrizia mentale evitiamo di mettere in discussione.
giovedì 11 aprile 2024
I giovani "anziani"
domenica 17 marzo 2024
Elezioni russe
Le elezioni russe viste con occhi non occidentali. Vedere le vicende del mondo come sono realmente e non come vorremmo che fossero è uno degli esercizi che in assoluto ci riesce più difficile fare.
Prova a spiegarlo qui Dario Fabbri.
domenica 10 marzo 2024
Complessità
venerdì 29 dicembre 2023
sabato 9 dicembre 2023
Cosa resta di Mahsa Amini
sabato 7 ottobre 2023
Globalizzazione (e altro)
sabato 3 giugno 2023
Gli altri e noi (occidentali)
Lonesome Dove
Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...
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