Visualizzazione post con etichetta Dario Fabbri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dario Fabbri. Mostra tutti i post

domenica 25 gennaio 2026

Marginalità

Pare che questa volta la signora urlante si sia incazzata veramente con Trump (la sospetta forma dubitativa "pare" è d'obbligo perché, specie quando si ha a che fare con la nostra capa di governo, è sempre difficile stabilire se ciò che enuncia urbi et orbi corrisponde a ciò che pensa realmente). L'incazzatura nasce da quanto ha detto lo squinternato inquilino della Casa Bianca relativamente al contributo fornito dalle truppe Nato nel ventennale pantano Afghanistan, cioè che sarebbe stato un supporto limitato e circoscritto alle retrovie. Apriti cielo! 

In realtà, almeno in questo caso, pare che lo squinternato tycoon non abbia tutti i torti, anche se la questione è ovviamente complessa. Si trova su youtube una interessantissima lezione di Dario Fabbri totalmente dedicata alla guerra in Afghanistan in cui, in due ore, il noto analista geopolitico approfondisce vari aspetti di quel conflitto, aspetti poi confluiti in maniera più ampliata nel libro Geopolitica Umana. Per capire bene la questione occorre distinguere tra il piano geopolitico-strategico (quello di cui parla Fabbri) e il piano simbolico-politico (quello della polemica su Trump). 

È oggi largamente assodato che gli USA non volevano alleati nella fase iniziale dell'invasione e consideravano gli europei (Italia inclusa) militarmente marginali. Ma non li volevano sul serio, ritenevano che quella fosse una faccenda seria, delicata, di pertinenza esclusivamente americana, e la presenza di eventuali comprimari costituisse più un intralcio che una utilità. I contingenti Nato, però, appellandosi al famoso art. 5, che è quello dei moschettieri del Re (Tutti per uno, uno per tutti), non sentirono ragioni e nonostante le resistenze americane si gettarono lancia in resta nella mischia. Visto che però ormai erano lì, il contingente italiano fu stanziato a Herat, un'area effettivamente periferica rispetto al cuore strategico dell’Afghanistan: Kandahar, Helmand, confine pakistano, aree, queste, saldamente sotto controllo americano.

Naturalmente, anche se Harat, zona ovest dell'Afghanistan, era tutto sommato marginale rispetto al cuore del conflitto, non significava che fosse meno pericolosa e il tributo di sangue dei soldati italiani sta lì a dimostrarlo. Le ragioni di fondo di questa marginalizzazione va ricercata nel modo di ragionare tipico degli imperi. Gli USA non hanno mai amato condividere la guerra vera e gli alleati sono tollerati semmai successivamente, per stabilizzare, legittimare, ricostruire. Nella fase iniziale post-11 settembre Washington non voleva intralci, caveat politici, catene di comando multiple e agli italiani (e ad altri europei) fu detto in sostanza: "Voi state fuori, se abbiamo bisogno vi chiamiamo". Questo non per disprezzo personale, come evidenzia Fabbri nel suo libro, ma per logica imperiale. Per la dottrina strategica americana il contributo dei "clientes" era secondario in quanto la vera guerra era condotta da forze speciali, aviazione, intelligence, il resto serviva più a copertura politica che a necessità militare.

Quindi, caso più unico che raro, forse per la prima volta in vita sua lo squinternato ha detto qualcosa di (parzialmente) vero. Per quanto riguarda la ventennale vicenda Afghanistan, dopo quasi cinque lustri dall'invasione americana sono tanti gli studiosi che ancora si interrogano sul senso di quella guerra e, ancora di più, sul senso della nostra presenza là.

martedì 13 gennaio 2026

Iran

Una delle domande che tornano più spesso quando si parla dell’Iran è questa: se le proteste sono diffuse, se il malcontento è evidente e se la popolazione è così giovane (l'età media degli iraniani è 34 anni, da noi è 44,5, giusto per dare un'idea) perché il regime degli ayatollah non cade?

Ricordo che scriveva di questi argomenti Dario Fabbri in Geopolitica umana, un saggio molto bello che affronta le questioni geopolitiche del nostro tempo partendo da un approccio psicologico collettivo delle comunità umane, non leaderistico come siamo abituati a fare noi. La domanda che tutti ci facciamo è comprensibile e legittima, ma parte da un presupposto sbagliato: che il consenso sociale, da solo, basti a rovesciare un regime autoritario. La storia dice che non è così. I regimi non cadono quando diventano impopolari, cadono quando perdono il controllo del potere.

In Iran il dissenso è ampio, ma non è organizzato. Non esiste una leadership riconosciuta, non esiste un’opposizione in grado di trasformare la rabbia in un progetto politico, non esistono strumenti istituzionali per farlo. Il regime, al contrario, concentra nelle proprie mani ciò che conta davvero: le armi, i tribunali, le risorse economiche, la repressione. L’apparato coercitivo è solido e soprattutto leale. I Pasdaran, i Basij, i servizi di sicurezza non si sono mai spaccati né hanno mostrato tentennamenti. Questo è un punto chiave: quando le forze armate restano compatte, le proteste possono essere anche enormi, ma difficilmente diventano rivoluzione. C’è poi la frammentazione. Le proteste iraniane nascono in luoghi diversi e per motivi diversi: economici, culturali, politici. Questa pluralità è un segno di vitalità, ma è anche una debolezza. Senza coordinamento nazionale, il regime può isolare, reprimere, spegnere un focolaio alla volta. La gestione selettiva della violenza, pochi arresti mirati, pene esemplari, qualche esecuzione, è studiata proprio per questo: far capire che il prezzo è altissimo e il risultato incerto.

A tutto questo si aggiunge la paura del "dopo". Molti iraniani non credono più al regime, ma temono il vuoto che potrebbe seguirne la caduta. Siria, Iraq, Libia sono esempi che pesano molto più delle nostre analisi. In assenza di un’alternativa credibile, il cambiamento appare rischioso quanto lo status quo. Infine, un paradosso: le sanzioni, pensate per indebolire il regime, spesso finiscono per rafforzarlo. Colpiscono la società civile, impoveriscono la popolazione, ma consolidano i circuiti economici controllati dai Pasdaran e alimentano la narrativa dell’assedio esterno.

La popolazione iraniana è giovane, è vero. Ma la giovinezza non è automaticamente rivoluzionaria. Senza partiti, sindacati, media liberi, reti organizzative, l’energia si disperde. Resta frustrazione, non potere. Forse, allora, la domanda giusta non è perché il regime, un regime mediamente schifoso, non cade, ma che cosa dovrebbe rompersi al suo interno perché inizi davvero a crollare. Finché quell’equilibrio di forza, paura e controllo regge, il consenso, anche quando è ampio, non basta.

Oltre a questo, c'è un errore concettuale che tendiamo a fare noi: pensare che le proteste anti-regime abbiano un afflato filo-occidentale, cioè che gli iraniani si ribellino al regime perché vogliono diventare come noi. Niente di più sbagliato (su questo punto Dario Fabbri è categorico). La storia dell'Iran, ex impero persiano, è lunga 27 secoli ed è complessissima. I giovani iraniani che scendono in piazza non lo fanno perché vogliono diventare come noi (McDonald, serie tv, jeans, democrazia liberale "chiavi in mano" ecc., una cultura che mediamente schifano), ma perché si fanno portatori di istanze superiori che sono di ogni comunità umana: dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Se non smettiamo di leggere le cose del mondo con le nostre categorie filo-occidentali, come se noi fossimo l'ombelico del mondo, faremo sempre molta fatica a capirci qualcosa.

domenica 7 dicembre 2025

Nascita dell'inglese

Uno dei capitoli più belli del libro Il destino dei popoli, Popoli e lingua, è quello in cui si spiegano i processi, complessissimi ed eternamente in divenire (chi ancora pensa che le lingue siano entità statiche e ormai rigidamente definite è totalmente fuori strada), che hanno portato alla definizione dei maggiori linguaggi utilizzati oggi sul pianeta. In queste pagine, tra le altre cose, Fabbri ridimensiona molto il ruolo dei letterati nella nascita degli idiomi e ne enfatizza maggiormente quello dei popoli. Scrive l'autore: "Ogni idioma è frutto di movimenti, mutamenti, sentimenti, adozioni e rinnegamenti delle collettività, soltanto successivamente codificati o arrangiati dai singoli. La traiettoria delle parole segue quella delle popolazioni, da cui è perfettamente informata".

Tra le lingue analizzate dall'autore ci sono latino, iberico, arabo, cinese, inglese, francese, giapponese, ebraico e ovviamente l'italiano. Una menzione a parte merita l'inglese e qui, in particolare, Fabbri si sofferma sui motivi per cui gran parte dei lemmi di questa lingua sono pronunciati diversamente da come sono scritti (ad esempio meet che si pronuncia miit e tantissimi altri). Riporto integralmente la spiegazione perché è interessantissima.

---

"Altri movimenti popolari incisero sullo sviluppo delle lingue. Ovunque. Occupata l’Inghilterra, nell’XI secolo i Normanni francofoni resero lingua di corte il proprio dialetto d’oïl, sopra l’idioma germanico introdotto secoli prima dai Sassoni; il motto della monarchia inglese è tuttora in francese: "Dieu et mon droit". Più importante, deviarono la grammatica dell’inglese antico. Occupate dagli invasori, da quel momento le cariche apicali furono scritte con aggettivo dopo il sostantivo, contro ogni regola germanica (attorney general; secretary general ecc.).

Il lessico acquisì due specifiche dimensioni: una bassa d’origine sassone relativa alla pratica, al lavoro manuale; una alta di matrice franco-latina, con senso figurato e ricercato. Per cui "pig" divenne il maiale allevato (di etimo germanico), mentre "pork" la bestia cucinata e portata in tavola (di provenienza continentale). La vittoria dei francofoni produsse anche l’esistente ambiguità nei pronomi "tu" e "voi", in precedenza distinti in inglese con "thou" e "you", poi resi identici nel solo you per imitazione del vous.

Tre secoli dopo nacque a Londra l’inglese moderno con il cosiddetto grande spostamento vocalico. Dopo la peste nera (1346-1353), l’arrivo in città di migliaia di immigrati provenienti dall’Inghilterra orientale e dalle East Midlands spinse i londinesi a modificare il proprio accento per distinguersi dai nuovi arrivati. Si formò in quel periodo l’attuale suono dell’inglese. Bite (morso), pronunciato bit nel medio inglese, divenne bait in fonetica semplificata; meet (incontrare), in precedenza meet, si trasformò in miit; house (casa) da hus in haus; name (nome) da name in neim ecc. Più avanti i londinesi smisero di pronunciare la lettera "r", tranne nei casi in cui è seguita da una vocale o posta all’inizio della parola. E resero silenti alcune sillabe, come nei vocaboli secretary, necessary, military. Alterazioni che molti secoli dopo avrebbero consentito a John Keats di rendere in rima thoughts con sorts e thorns con fawns. Senza mai cambiare la dizione ufficiale, generando l’odierna distanza tra l’inglese scritto e parlato.

Il tentativo per i londinesi d’allontanarsi dai nuovi concittadini mosse la storia linguistica d’Inghilterra e del pianeta. Pensata come codice per escludere, in un paio di secoli la nuova pronuncia fu acquisita dal resto della nazione. In barba ai letterati."

---

In sostanza, uno stratagemma linguistico nato per escludere e dividere, finì per provocare una uniformità linguistica che poi non rimase circoscritta alle terre britanniche ma si diffuse in (quasi) tutto il mondo. Forse è quella che si può chiamare una nemesi della storia.

giovedì 30 ottobre 2025

Occhiali nuovi

Questa lunga e interessantissima chiacchierata tra Gianluca Gazzoli e Dario Fabbri serve a smettere i soliti occhiali e a indossarne di nuovi, serve a vedere il mondo e le sue vicende cambiando angolazione e prospettiva. Poi non è detto che i nuovi occhiali consentano di vedere il mondo com'è realmente, così come non era detto indossando i vecchi. Ma i vari Fabbri, Barbero, Canfora, Cardini o chi volete voi, questo fanno: danno occhiali nuovi.

giovedì 16 ottobre 2025

A chi importa del Nobel

La mancata assegnazione del Nobel per la pace a Trump ha mandato il suddetto Trump su tutte le furie, non tanto per il mancato riconoscimento in sé ma per il fatto che lui lo considerava un viatico per il paradiso (anche da dichiarazioni come questa si capisce il livello intellettivo dell'attuale inquilino della Casa Bianca).

Ma Trump a parte e polemiche sul Nobel a parte, qualcuno si è mai chiesto cosa importi di questo riconoscimento, per noi di vitale importanza, ai 7/8 del mondo fuori dell'Occidente? La risposta la fornisce il buon Dario Fabbri qui.

lunedì 28 luglio 2025

Il turista cretino

Confesso che, inizialmente, sentire apostrofare come cretino chi va a visitare paesi o città - nel mio piccolo a volte lo faccio anch'io - mi ha un po' spiazzato, per non dire infastidito. Poi, riflettendoci un po', mi sono reso conto che una certa dose di ragione Fabbri ce l'ha. Magari ha calcato un po' troppo la mano nel suo ragionamento, ma credo che i fondamenti siano condivisibili. Probabilmente il problema nasce dal fatto che noi, in genere, facciamo molta fatica a distinguere il viaggiare dal fare turismo, tendiamo a considerarle due attività analoghe, mentre invece sono profondamente differenti.

Comunque sia, mi sembra un ragionamento in grado di stimolare più di una riflessione. Se poi avete voglia di ascoltare la lezione per intero e non solo i cinque minuti che ho selezionato io, direi che le riflessioni aumentano esponenzialmente.


domenica 6 luglio 2025

Il fine ultimo delle cose

Ogni intellettuale, storico, scienziato, pensatore che a causa di ciò che dice conquista spazi più o meno grandi di notorietà, ha più o meno sempre gli stessi cavalli di battaglia. Non so, se prendiamo ad esempio Galimberti il pensiero va subito al nichilismo attivo, oppure al fatto che il cristianesimo inteso come religione non c'entra niente con Gesù; se prendiamo Barbero lo pensiamo come colui che ha sovvertito il paradigma del medioevo come epoca oscura e buia. E si potrebbe continuare.

Dario Fabbri credo si sia dato una missione tra le più impossibili che ci siano: cercare di fare capire a noi occidentali che noi occidentali non siamo la luce del mondo, non siamo il fine ultimo della creazione e, soprattutto, che il resto del mondo che sta là fuori, ossia circa i 7/8 dell'umanità, non vuole vivere come noi. 

Ed è una missione impossibile perché noi siamo cresciuti in questo brodo di coltura e non c'è possibilità di redenzione. Così, ad esempio, quando nel 2022 abbiamo assistito alla nascita delle proteste delle giovani donne in Iran subito i media mainstream hanno scritto: Le giovani donne iraniane hanno iniziato le rivolte perché vogliono vivere come noi. Che non è assolutamente vero niente. Quelle rivolte hanno avuto come scopo, purtroppo fallito, quello di ribaltare l'orribile teocrazia al potere in quel paese, ma di vivere come noi a loro non importa assolutamente niente. Anzi, mediamente a noi occidentali gli iraniani ci schifano proprio.

Poi, certo, ogni comunità umana ha da sempre visto sé stessa come il centro del mondo e la migliore mai apparsa sul globo terracqueo, ma qua da noi queste convinzioni hanno raggiunto livelli che rasentano il patologico. Quindi, lode a Dario Fabbri, una specie di novello Don Chisciotte, per essersi imbarcato per una missione persa in partenza. Qui c'è una sua ennesima lezione, di pochi giorni fa, su questi temi.

domenica 13 aprile 2025

Ieri e oggi

Ieri era quasi estate, oggi è quasi inverno. Ieri sono andato a camminare con la maglietta a maniche corte, oggi diluvia ed è freddo. Il meteo agisce per cesure nette, non per progressioni morbide; forse una volta era morbido, ora non più. Il tedio delle domeniche piovose lo combatto in vari modi, ad esempio scrivendo sciocchezze su Facebook, ma da Facebook mi sto progressivamente allontanando e ci scrivo sempre meno. Preferisco leggere, e tra ieri e oggi ho divorato questo ottimo thriller psicologico di Claire Douglas, che mi è capitato in mano per caso e mi ha ipnotizzato.



Stamattina, invece, mi sono incantato a seguire la splendida lezione di Dario Fabbri che metto qui sotto. Vi si spiega la genesi della guerra russo-ucraina non dal punto di vista delle vicende storiche che nel corso dei secoli hanno condotto al tragico epilogo dell'invasione, ma seguendo un approccio psicologico-antropologico della storia di quelle popolazioni. In pratica Fabbri, più che concentrarsi sulla storia, tenta di entrare nelle teste dei russi e degli ucraini per spiegare la loro psicologia collettiva e come questa dirige il loro agire. Un approccio interessantissimo e sicuramente originale. 

Comunque stasera verranno a cena qui da me e mia moglie le nostre figlie. In fondo le domeniche piovose non sono così male.


domenica 1 dicembre 2024

Sotto la pelle del mondo



Finito. Veramente interessante. Una chiave di lettura diversa e sicuramente originale degli avvenimenti del mondo di questi ultimi anni; dalla fine della "pax americana" (motivo principale del proliferare di conflitti in molte parti del mondo) al vero volto dell'Iran; dal dipanarsi della guerra israelo-palestinese ai veri motivi della Brexit, fino a un impietoso sguardo alla storia del paese più ignavo e anziano del pianeta: l'Italia.

Un modo diverso, basato più sulla psicologia collettiva dei popoli che sugli approcci leaderistici tipici della nostra pedagogia, di leggere i fatti del mondo. Uno dei saggi più belli letti quest'anno.

giovedì 17 ottobre 2024

La (non) fine della storia



Stamattina, mentre camminavo sulle colline dietro a casa mia (quello che vedete nella foto è Palazzo Marcosanti), ascoltavo una recentissima lezione di Dario Fabbri, che ripubblico qui sotto.

L'idea di raccontare come il mondo fuori dall'occidente vede il problema planetario del cambiamento climatico è un escamotage per raccontare quanto è diverso da noi il mondo là fuori. Una diversità che noi non riusciamo a cogliere (figurarsi a comprendere) perché immersi in una pedagogia collettiva tramite cui abbiamo interiorizzato il fatto, non vero, che la storia è finita, che noi siamo il punto più alto raggiunto dalla civiltà umana, che gli altri là fuori, poverini, anelano tutti a vivere come noi e se non lo fanno è perché c'è un cattivo che glielo impedisce, oppure perché sono un po' tonti ma prima o poi vedranno la luce.

Drammatico anche il racconto dei danni provocati dal fatto che la storia oggi non si studia più e che quindi, non conoscendola, siamo portati a pensare in modo leaderistico invece che collettivo, mentre invece non sono i leader che determinano il corso delle vicende umane ma, come diceva anche De Gregori, "è la gente che fa la storia", e i vari leader non sono nient'altro che il prodotto della volontà popolare, anche quando sono dittatori.

Mi piace ascoltare chi mette in crisi i convincimenti assodati, gli stereotipi stantii, le idee incancrenite, i luoghi comuni elevati a principi che per pigrizia mentale evitiamo di mettere in discussione.


giovedì 11 aprile 2024

I giovani "anziani"

In 15 minuti Dario Fabbri ha smontato tutto ciò che credevo di sapere sui giovani, spiegando la differenza tra i giovani veramente giovani, che non sono i nostri, e i giovani "anziani". 

Un giovane che si preoccupa del futuro del pianeta (un esempio) non è un giovane. Chi è in punto di morte si preoccupa del mondo che lascerà alle generazioni successive, non un giovane. Su alcune cose ci devo ancora riflettere, ma questa interessantissima lezione mi ha spiazzato. 

Molto interessante anche la spiegazione dei motivi per cui gli americani bandiscono TikTok, che non è quella che credevo io.

Uno degli interventi più interessanti di Dario Fabbri (qui).

domenica 17 marzo 2024

Elezioni russe

Le elezioni russe viste con occhi non occidentali. Vedere le vicende del mondo come sono realmente e non come vorremmo che fossero è uno degli esercizi che in assoluto ci riesce più difficile fare.

Prova a spiegarlo qui Dario Fabbri.

domenica 10 marzo 2024

Complessità

La complessità e il fascino delle vicende del mondo non sarà mai possibile comprenderli per intero. Ma lezioni come questa possono almeno darci un'idea di questa complessità, autorizzandoci a sorridere (amaramente) quando realizziamo come tale complessità ci viene raccontata dai telegiornali.

venerdì 29 dicembre 2023

Approcci




A me il modo in cui Dario Fabbri racconta la geopolitica piace un sacco, e lo trovo anche originale.
 
(Dario Fabbri - Geopolitica umana - ed.Gribaudo)

sabato 9 dicembre 2023

Cosa resta di Mahsa Amini

Circa un anno fa veniva uccisa in Iran Mahsa Amini e quell'omicidio fu l'innesco di una grande ondata di proteste che, nell'immaginario collettivo (nostro), aveva lo scopo di ribellarsi a quel tipo di regime fino ad arrivare a rovesciarlo. Le cose, purtroppo, non sono andate così e oggi gli ayatollah iraniani sono saldamente al loro posto e le proteste si sono spente senza che sostanzialmente nulla sia cambiato.

Dario Fabbri, in questa interessantissima lezione, spiega i motivi per cui l'ondata di proteste non ha sortito effetti. Una lezione attraverso la quale si smontano molti luoghi comuni e modi di pensare (sbagliati) che noi occidentali ci raccontiamo come veri. In primo luogo l'idea che quelle proteste siamo nate perché gli iraniani, che sono i discendenti dell'antico impero persiano (gli iraniani sono persiani), vogliono vivere come noi. Questo nella ridicola convinzione che tutto il mondo aneli alla way of life occidentale, mentre nella realtà all'80% del pianeta di noi occidentali non frega nulla, anzi mediamente ci schifano proprio.

Il secondo luogo comune che Dario Fabbri smonta riguarda l'idea che quelle proteste rappresentassero il volere della totalità degli abitanti dell'Iran. Niente di più falso. I manifestanti scesi nelle piazze rappresentavano infatti una parte dei giovani che vivono nelle città maggiori. Gli abitanti dell'Iran profondo, quelli che si trovano fuori delle città e che sono la stragrande maggioranza della popolazione dell'impero iraniano, non hanno manifestato e non condividono quelle proteste. 

Fabbri spiega tutto questo analizzando la storia dell'Iran dal punto di vista antropologico, psicologico e storico, mettendo in rilievo l'abissale differenza che esiste tra la nostra cultura occidentale e quella iraniana, e soprattutto smontando l'idea a cui non riusciamo a rinunciare di essere il centro del mondo e oggetto del desiderio del resto del pianeta.

Lezione bellissima.

sabato 7 ottobre 2023

Globalizzazione (e altro)

Non so se la globalizzazione interessi a qualcuno. Si tratta in genere di uno di quei temi di cui si sente ogni tanto parlare, spesso in maniera negativa (cose tipo: la globalizzazione ci ha rovinato), ma la cui definizione rimane spesso in una specie di limbo indefinito.

Dario Fabbri, quello del lungo tormentone laureato sì/laureato no, ne parla in questa bellissima conferenza in cui mi sono imbattuto per caso, e lo fa partendo da due punti. Nel primo specifica cosa si intende di preciso con questo termine; nel secondo smonta la narrazione secondo cui noi vivremmo nella prima grande globalizzazione della storia umana, quando in realtà ne abbiamo già avute almeno due: la globalizzazione attuata dall'impero romano e quella dell'imperialismo inglese dell'era vittoriana.

Fabbri parte da questi due punti e arriva fino a noi, alla nostra globalizzazione, descrivendo gli attuali assetti economici e politici mondiali e il modo in cui noi, italiani ed europei, ci muoviamo al loro interno. Una lezione interessantissima e utilissima per capire in fondo cosa siamo.

sabato 3 giugno 2023

Gli altri e noi (occidentali)

Il pregiudizio più difficile da sradicare di cui siamo vittime noi occidentali è di essere il centro del mondo. E siamo anche persuasi che i miliardi di persone (la stragrande maggioranza degli esseri umani) che sono fuori dall'occidente ambiscano a vivere come noi, anelino alla nostra "way of life", e se ancora non ci sono arrivati è perché magari sono un po' scemi ma prima o poi ci arriveranno. 

Non è così per niente. Noi occidentali siamo poco più di un miliardo e, pur con diverse gradazioni, ai restanti 7 miliardi di individui di noi non frega assolutamente nulla, né gli 
frega niente dei nostri "valori". Anzi, mediamente ci schifano proprio. 

Altro pregiudizio da sfatare è che le democrazie liberali, come quella in cui viviamo noi, siano l'unica forma di governo che permette ai popoli di esprimere i suoi voleri e le sue istanze. Falso. I popoli, le persone, esprimono sempre ciò che vogliono, indipendentemente dalla forma di governo che utilizzano, comprese le autocrazie, le dittature ecc. L'Italia è una democrazia liberale dal '46 ma non è che in tutti i millenni precedenti gli italici non abbiano sempre fatto ciò che volevano. Semplicemente, lo facevano con altre forme di governo. 

Stesso discorso per la famosa transizione ecologica, che noi occidentali consideriamo (giustamente, a mio avviso) un tema imprescindibile per tutto il mondo. Falso. Per gran parte delle popolazioni del pianeta non è affatto un tema centrale. Anzi. Lo è limitatamente ai vantaggi economici, politici, strategici e imperiali che nei diversi contesti geopolitici ne possono derivare. Nulla di più, nulla di meno.

Se imparassimo a smetterla di considerarci presuntuosamente l'ombelico del mondo e riuscissimo ad ampliare un po' lo sguardo, magari facendo un bagno rigenerante di umiltà, forse riusciremmo a capire meglio certi meccanismi che apparentemente ci sembrano assurdi.

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...