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martedì 14 ottobre 2025

Zichichi


Domani il grande Antonino Zichichi compirà 96 anni. Mi è sempre stato simpatico, Zichichi, forse un po' anche a causa di quei tratti somatici che ricordano alla lontana Albert Einstein. Ha avuto una grande carriera accademica e scientifica come fisico delle particelle,  ma nel corso degli anni si è progressivamente spostato su posizioni che con la scienza cozzano non poco. È ad esempio un forte negazionista dell'impatto delle attività umane sul cambiamento climatico, ed è da sempre critico verso la teoria darwiniana dell'evoluzione.

Sul suo negazionismo circa la responsabilità dell'uomo sui cambiamenti climatici c'è poco da dire. Ne è convinta, con prove solidissime, la quasi totalità degli scienziati del pianeta, quindi l'opinione di Zichichi vale più o meno quanto la mia. Per quanto riguarda l'evoluzione darwiniana, la sua aspra critica si fonda sia sui famosi anelli mancanti, un argomento molto caro a papi, cardinali e creazionisti vari, sia sul fatto che mancherebbero solide basi scientifiche e matematiche che la dimostrano. In particolare non esisterebbe un'equazione in grado di spiegarla.

In realtà una base matematica a supporto della teoria darwiniana dell'evoluzione esiste ed è la cosiddetta legge di Hardy-Weinberg. Matematica a parte, oggi ci sono varie branche della scienza che hanno dimostrato la fondatezza della teoria darwiniana: paleontologia, biologia comparata, biogeografia, osservazioni dirette, ma soprattutto genetica e studio del DNA. Nell'epoca dell'Inghilterra vittoriana la genetica ancora non esisteva e quindi Darwin non la poteva conoscere, ma era un signore tanto intelligente e intuì cose che oggi la genetica ha dimostrato essere esatte, come ad esempio che tutti gli esseri viventi condividono un'origine comune e che le mutazioni genetiche sono la "materia prima" su cui la selezione naturale agisce.

Riguardo alla deriva antiscientifica del Zichichi degli ultimi decenni, Piergiorgio Odifreddi curò un simpatico libro, uscito nel 2003, chiamato le Zichicche, una raccolta di articoli a commento delle uscite più controverse del grande fisico delle particelle, che anche se mette sullo stesso piano l'oroscopo e Darwin rimane comunque simpatico.

giovedì 9 marzo 2023

Ragionevolezza (di Pillon)

 

 

Quello che Pillon chiama logico e ragionevole è in realtà intuitivo, nel senso che il nostro cervello è per sua natura strutturato in modo da pensare in termini di cause ed effetti (consiglio al senatore un saggio stupendo su questi temi: L'orologiaio cieco, di Richard Dawkins), mentre la casualità degli eventi è controintuitiva. Se volessimo posizionarci al livello argomentativo da quinta elementare di Pillon basterebbe ribattere che il darwinismo, che lui irride con la sua puerile vignetta, è un fatto, e nessuno scienziato, oggi, oserebbe dubitare del pensiero di Charles Darwin, la cui validità è confermata da infiniti dati sperimentali. Viceversa, non esiste un solo dato sperimentale che suffraghi la teoria del creatore.

Questo, come dicevo, se vogliamo restare al livello di Pillon. Per fare un piccolo salto di qualità si potrebbe dire che sulla questione scienza vs fede si sono espressi nel corso del tempo tantissimi pensatori, cristiani e non. Il punto è che se io voglio parlare di questo con un amico, lo invito a cena a casa mia e ci mettiamo con calma a discuterne, andando avanti anche tutta la notte, se necessario. Liquidare una questione così complessa e stimolante con una vignetta di tale banalità, è il migliore assist che si possa fare a un non credente.

Non c'è niente da fare, spesso il peggior servizio al cristianesimo lo fanno i cristiani.

sabato 14 maggio 2022

Darwin fa paura?

Ricordate il post di qualche giorno fa in cui raccontavo la vicenda della mamma che aveva chiesto alla maestra di scienze di non tenere la lezione sull'evoluzionismo? Oggi, casualmente, mi sono imbattuto nella stupenda conferenza di Telmo Pievani, che ripubblico qui di seguito, in cui il grande biologo evoluzionista spiega perché, dopo 150 anni, Charles Darwin crea ancora tanti problemi. 

Con altri grandi scienziati, come ad esempio Galileo, si è bene o male fatto pace. Con Darwin non ci si riesce, e il motivo per cui non ci si riesce non sta tanto nel fatto che la teoria dell'evoluzione demolisce il creazionismo, ché quello è un punto che bene o male si è superato, ma sta nel fatto che il darwinismo è controintuitivo, e lo è sia per i credenti che per i non credenti.

L'evoluzione per selezione naturale mette in crisi due punti. Uno è l'idea della discontinuità. È opinione diffusa, infatti, che in natura esistano le varie specie di piante e di animali e l'infinito numero di altre forme di vita che, tutte insieme, formano una sorta di mondo a sé stante. Poi ci siamo noi, gli uomini, che per natura saremmo qualcosa di diverso da tutto il resto, una sorta di unicum, si potrebbe dire. Darwin dimostra che non è così, che noi siamo esattamente come tutte le altre forme di vita e siamo inseriti nei medesimi processi che ne hanno contraddistinto l'evolversi.

L'altro punto scardinato dall'evoluzione è il determinismo, l'idea, fortemente imparentata col creazionismo, che l'evolversi della vita in tutte le sue molteplici manifestazioni non sia generato da un insieme di eventi casuali ma faccia parte di una specie di disegno, di progetto. Per tantissime persone è estremamente difficile concepire l'idea che non c'era alcuna necessità che le cose andassero come sono andate e che sarebbe bastata una qualsiasi minima variazione di un qualsiasi fattore evolutivo per cambiare tutto lo scenario.

Qui non c'entrano la religione o il credere o non credere in disegni intelligenti o meno, c'entrano la psicologia e l'antropologia, nel senso che noi umani siamo per natura "programmati" a interagire col mondo circostante in chiave deterministica. A vedere cioè un fine o un disegno in ogni cosa che accade. Fa parte del nostro retaggio evoluzionistico. Questi concetti sono stati sviscerati in un bellissimo libro, Nati per credere, di cui avevo parlato qui.

Questo è il motivo per cui, dice Telmo Pievani, oggi Darwin fa ancora così paura e non si riesce a farci pace: perché la sua teoria è irrimediabilmente controintuitiva. E questa cosa l'aveva capita lo stesso scienziato, il quale mise in conto fin da subito che la sua teoria non sarebbe stata capita né accettata. Ecco il motivo per cui la pubblicò, pur con una certa riluttanza, più di vent'anni dopo averla elaborata. In questo senso fu profetico Thomas Huxley, amico e collaboratore di Darwin, quando predisse che la teoria dell'evoluzione per selezione naturale avrebbe fatto litigare i posteri nei secoli.


domenica 19 dicembre 2021

Buoni o cattivi? (E cosa c'entra il free rider?)

Alcuni mesi fa, in Uganda, in una comunità di scimpanzé è nato un cucciolo albino. Evento eccezionale, in natura, che gli etologi hanno potuto osservare e studiare fuori da un ambiente in cattività. L'albinismo è quella particolare anomalia genetica, presente anche negli umani, che consiste nell'assenza di melanina nella pelle, per cui gli individui che ne sono affetti risultano avere pelle chiarissima, capelli e peluria bianchi e occhi chiari. La mamma del piccolo scimpanzé, inizialmente perplessa, così come il resto del gruppo, ha poi accettato il piccolo nato e tra i due si è instaurato il normale rapporto mamma-cucciolo. Col passare del tempo, però, all'interno della comunità la perplessità e la diffidenza sono aumentate e la mamma è progressivamente diventata vittima di atteggiamenti ostili, ciò che tra noi umani chiameremmo intimidazioni, per capirci. L'epilogo della vicenda è tragico. Dopo un certo periodo, un gruppo di giovani scimpanzé guidati dal maschio alfa del gruppo ha portato via il cucciolo alla madre, cucciolo che è stato poi ucciso e smembrato da una delle matriarche del gruppo. I resti del cucciolo sono quindi stati portati sul ramo di un albero e diventati oggetto dell'osservazione di tutti gli altri, una sorta di macabro pellegrinaggio, si potrebbe dire. La spiegazione più plausibile di questo comportamento, elaborata dagli scienziati, è che l'eccezionale peculiarità del piccolo, quella appunto di essere albino e quindi diverso da tutti gli altri, è stata interpretata dal gruppo come una minaccia. Le sue caratteristiche hanno fatto sì che non sia stato riconosciuto come uno di loro, fosse cioè quello che si dice "altro da loro". Era diverso, quindi una potenziale minaccia.

Perché questo racconto? A partire dall'Illuminismo in qua, schiere di filosofi, pensatori, ma anche persone comuni, si sono interrogati relativamente al fatto se l'uomo sia buono o cattivo. L'uomo è per natura buono o cattivo? Per natura, adotta nei confronti dei suoi simili un comportamento di tipo cooperativo, altruistico e solidale, oppure egoistico e individualistico? La domanda, dal punto di vista scientifico, non ha senso. Ne acquista semmai in un dibattito di tipo ideologico o filosofico, ma dal punto di vista scientifico non ha senso perché, per natura, l'uomo, così come ogni appartenente a specie socialmente complesse, è ambivalente, ossia è buono o cattivo a seconda delle circostanze in cui si trova. Riassumendo, è altruista nei confronti di appartenenti al suo stesso gruppo, ma solamente in virtù del fatto che questo gruppo è in competizione con un altro gruppo, un altro gruppo potenzialmente nemico, quell'"altro da sé" che ha generato la tragica fine dello scimpanzé albino. L'altruismo e la solidarietà verso gli appartenenti al medesimo gruppo hanno funzione di coesione sociale, di "collante", ma solo in virtù del fatto che il gruppo in questione ha potenziali nemici esterni contro cui può avere la meglio in maniera proporzionale al livello di coesione interno.

Qui si apre un paradosso, chiamato appunto il paradosso dell'altruismo. Uno dei pilastri, oggi unanimemente riconosciuto dalla scienza, della evoluzione per selezione naturale elaborata da Darwin, vede infatti il comportamento egoistico come fondamentale nell'economia di tutto il sistema evolutivo. Io, individuo, ho tante maggiori probabilità di adattarmi, quindi di avere vantaggi che mi consentano di procreare e perpetuare i miei geni, quanto più adotto comportamenti che mi procurano un vantaggio immediato, che sono appunto i comportamenti di tipo egoistico. Il paradosso sta nel fatto che il comportamento egoistico da una parte, vedi Darwin, è considerato utile, ma allo stesso tempo può essere controproducente.  E poi perché, se in natura è vincente il comportamento egoistico, si osservano anche comportamenti solidali, che in teoria dovrebbero essere svantaggiosi? Darwin si arrovellò per tutta la vita su questo problema senza venirne a capo, e ancora oggi questo paradosso è l'anello mancante per riuscire a comprendere compiutamente la situazione.

In realtà Darwin una risposta, abbastanza sofisticata, la elaborò, e un po' salomonicamente la racchiuse in questo concetto: in natura dovrebbe sempre prevalere l'egoismo, ma quando ciò non succede è perché, evidentemente, il comportamento dell'individuo ha un vantaggio per il gruppo che è più importante del vantaggio individuale. L'esempio classico è quello dell'ape. L'ape è un animale sociale, tra l'altro di una socialità molto più complessa di ciò che comunemente si pensa, ed è dotata del famoso pungiglione estraibile che se utilizzato ne provoca la morte. In pratica l'ape, quando punge, si suicida perché il suo pungiglione rimane conficcato nella vittima della sua puntura, provocando la lacerazione dell'addome. Dal punto di vista evolutivo, questo gesto suicida ma altruistico è ambivalente: svantaggioso per l'individuo, che muore, ma vantaggioso per il gruppo perché è una forma di difesa da una minaccia esterna.

Naturalmente, non tutti gli individui di uno stesso gruppo si mostrano altruisti nei confronti del gruppo stesso. Ci possono essere dei "furbetti", diciamo così. Un esempio interessante lo abbiamo sempre nei famosi scimpanzé. I gruppi di questi animali sono solitamente composti di alcune decine di individui e, di questi, alcuni tra i più giovani hanno il compito di fare da sentinelle. In praticano si aggirano attorno ai limiti del territorio per segnalare, con appositi versi, l'arrivo di un potenziale nemico, come un serpente, un felino, ecc. Il compito di sentinella, però, ha sia vantaggi che svantaggi. I vantaggi sono del gruppo, come si intuisce chiaramente, perché la segnalazione consente di avvisare dell'arrivo di una potenziale minaccia, ma è svantaggioso per la singola sentinella, perché il verso la rende facilmente individuabile. Non è infrequente, in queste situazioni, che si palesino quelli che gli scienziati hanno denominato free riders, battitori liberi, quelli cioè che all'arrivo di una potenziale minaccia se ne stanno zitti. Assumendo questo atteggiamento (egoistico) i battitori liberi hanno un doppio vantaggio: non sono identificabili dalla minaccia e, allo stesso tempo, vengono comunque difesi dal gruppo qualora venga attaccato.

Anche noi umani abbiamo i free riders, ad esempio gli evasori fiscali. Chi sono gli evasori fiscali? Sono quelli che non pagano le tasse ma che, all'occorrenza, vanno tranquillamente all'ospedale dove ricevono cure che vengono finanziate coi soldi di chi le tasse le paga. Restando a esempi più attuali, un free rider è ad esempio chi non si vaccina contro il covid, che può poi contare sulla protezione offerta da tutti quelli che si vaccinano. Qui gli esempi che si potrebbero fare sono infiniti. Qual è la differenza con gli scimpanzé? La prima è che tra questi animali i free riders sono una percentuale molto piccola (tra il 2 e il 4%). La seconda è che, se scoperti, vengono presi in consegna dalle famose matriarche come quella che ha ucciso il cucciolo albino e, la volta successiva, probabilmente ci pensano due volte prima di rifarlo. Da noi, invece, gli evasori sono una percentuale infinitamente superiore del 2% e, in genere, invece di essere puniti vengono spesso coccolati perché, a differenza degli scimpanzé, votano. Ma anche qui il discorso sarebbe lungo.

Quindi, provando ad arrivare a una conclusione, la domanda se in natura gli uomini siano buoni o cattivi, dal punto di vista scientifico non ha senso perché l'uomo, esattamente come qualsiasi altra specie animale sociale, è ambivalente, e si comporta coi suoi simili in maniera solidale o egoistica a seconda delle circostanze. Questo, tra l'altro, smonta definitivamente un altro luogo comune di cui è intrisa la cultura in cui viviamo, e cioè che la natura sia intrinsecamente buona. Chi, come lo scrivente, ha una certa età ed è cresciuto in un ambiente cattolico, ricorderà che la natura è sempre cosa buona, perché avendola creata Dio, per definizione non può essere cattiva. Tanto è vero che ci hanno insegnato a chiamarla addirittura madre, madre natura, e una madre per definizione può essere solo buona. 

In realtà la natura è totalmente indifferente alla condizione umana, ed etichettarla ricorrendo a giudizi morali che abbiamo costruito noi, non ha alcun senso. In natura accadono cose buone e cose terribili. La matriarca di scimpanzé che uccide il cucciolo albino ci fa orrore. Perché ci fa orrore? Perché applichiamo a un fatto naturale un giudizio morale, quindi culturale, ma natura e cultura, come diceva già David Hume nel Settecento, non possono essere messe in relazione, è un non senso, così come è un non senso definire la natura "madre natura", dal momento che in natura le madri li uccidono anche, i loro figli (lo fa anche la nostra specie, en passant). 

Le cose che ho scritto qui sono un mediocre e assolutamente incompleto riassunto della conferenza di Telmo Pievani di un mesetto fa che ripubblico qui di seguito. Se avete una cinquantina di minuti e pensate che la cosa vi interessi, provate ad ascoltarla, se volete, a me ha aperto un mondo. Ultima cosa veramente interessante, e poi chiudo, è il fatto che - e questo è veramente paradossale, a pensarci - le bolle sui social e in generale su internet, le cosiddette echo chambers, sono strutturate con le stesse modalità e lo stesso modus operandi evolutivo e antropologico che sta alla base del tribalismo descritto da Darwin, e di cui la cooperazione o l'egoismo ne sono i tratti distintivi (potete ascoltare questa interessantissima parte dal min. 48 in poi) . In pratica noi, pur essendo nell'era della modernità e di internet, ci muoviamo e agiamo col retaggio di quel grosso mammifero africano nato 200.000 anni fa nella parte orientale del continente africano e partito poi per il mondo. 


sabato 30 ottobre 2021

Perché noi sì e gli animali no?

Oggi, mentre camminavo, ascoltavo negli auricolari la lezione dello scienziato Edoardo Boncinelli che ripubblico qui sotto. A un certo punto, dal minuto 46 circa, Boncinelli parla delle differenze tra noi e gli animali, evidenziando il fatto che noi umani siamo per alcuni aspetti uguali ad essi e per altri diversi. Gli aspetti che ci rendono uguali a loro riguardano la biologia e la sua evoluzione. Cioè noi, esattamente, come gli animali, ci siamo biologicamente evoluti a partire da antenati comuni, i nostri processi vitali e biologici di base sono esattamente uguali a quelli della maggior parte degli animali e delle piante. Poi, a un certo punto, abbiamo preso una strada diversa. 

Circa due milioni di anni fa un nostro progenitore, una specie di scimmione che vagamente ci assomigliava, ha cominciato a scheggiare della selce per ricavarne uno strumento con una sua utilità; da lì è cominciata quella che viene chiamata evoluzione (o rivoluzione) culturale. Accanto a una evoluzione biologica, esattamente uguale a quella di tutte le altre specie, noi abbiamo dato inizio a una evoluzione culturale, prerogativa esclusivamente nostra e sconosciuta alle altre specie. Partendo da quella selce scheggiata abbiamo poi inventato la ruota, scoperto il fuoco, la scrittura, l'agricoltura, fino ai moduli spaziali per andare su Marte.

A nessun animale eccetto noi è consentito di "vedere" il mondo, oltre che di guardarlo; a nessun animale eccetto noi è concesso di mettersi a sedere e raccontare delle cose ad altri animali che gli si stringono attorno. A nessun animale è concesso di trasmettere un sapere ai suoi discendenti in modo che ogni nuovo nato non debba partire da zero. A noi è concesso. Ma la domanda da cento milioni di dollari è: perché è stato concesso a noi, che in fin dei conti nell'albero della vita non siamo che un piccolo e periferico ramoscello appena nato, e non a un'altra specie? Perché abbiamo avuto noi questo privilegio (che è un onore ma anche un onere) e non, ad esempio, i cavalli, o gli orsi, o una delle centinaia di migliaia di specie animali che popolano, o hanno popolato, il pianeta?

Non c'è risposta. O meglio, non c'è una risposta univoca ma infinite ipotesi. A tentare di rispondere a questa domanda cominciò Aristotele, permeando la sua risposta di una valenza metafisico-ontologica. Aristotele ipotizzò che noi, a differenza di tutti gli altri animali, siamo stati dotati di quegli strumenti eccezionalmente versatili e sofisticati che sono le mani. Anche Lucrezio ipotizzò che il motivo fosse questo, ma a differenza di Aristotele non disse che le mani ci sono state fornite da una divinità, o comunque un'ente superiore, perché era desiderio di quest'ultimo che noi ci differenziassimo e prevalessimo su tutte le altre specie, ma per puro caso, e tutto è successo grazie appunto a quell'evento puramente casuale. 

In realtà nessuno, oggi, è in grado di rispondere a questa domanda, domanda che forse non avrà mai risposta. L'unica parvenza di certezza è che a noi sia toccato questo destino per puro caso, quella casualità su cui Darwin ha basato tutta la sua poderosa produzione scientifica. Il problema è che a noi, che nasciamo e viviamo da sempre in un contesto culturale gravemente impregnato di teleologia, la spiegazione che tira in ballo il caso risulta controintuitiva, difficilmente accettabile, nonostante Darwin e nonostante ogni evidenza scientifica abbia ormai inequivocabilmente dimostrato che il grande naturalista inglese ci aveva visto giusto. Ma si fa giusto per amor di speculazione, dal momento che, come detto, questa domanda non avrà mai risposta.


Ah, voglio tranquillizzare i miei 32 lettori: quando cammino mi guardo anche intorno, non mi limito ad estraniarmi e perdermi in sofisticate elucubrazione su da dove veniamo, dove andiamo ecc. :-)


venerdì 1 ottobre 2021

Cose inutili e casuali

Vi siete mai chiesti a cosa serve il mento? La risposta è semplice: non serve a niente. Nel mio caso, scherzando un po', potrei dire che potrebbe servire per tenerci ancorato il pizzetto in caso decidessi di lasciarlo crescere, ma in realtà è una prominenza ossea residuato delle modificazioni evolutive del nostro cranio che non serve assolutamente a niente. Così come in natura sono perfettamente inutili tanti altri "attrezzi", come il sesto dito del piede del panda o le suture che abbiamo tutti sul cranio, e infinite altre.

A proposito delle suddette suture, in passato si credeva che fossero state create dall'evoluzione per agevolare nei mammiferi l'attraversamento del canale dell'utero da parte del figlio durante la nascita. Il cranio umano, prima della nascita è particolarmente "morbido" e duttile, e queste caratteristiche fanno sì che la testa del bambino possa attraversare il canale uterino senza eccessive difficoltà durante il parto. Se non fosse così, il parto sarebbe impossibile. Ma la realtà funzionale è diversa e lo si è capito quando si è scoperto che le suture di cui sopra sono presenti anche sul cranio degli uccelli e dei rettili, che per nascere non devono passare per un canale uterino come i mammiferi ma devono rompere il guscio dell'uovo che li racchiude durante la gestazione, operazione che, tra l'altro, rettili e uccelli non fanno neppure col cranio ma con le zampe. Si è quindi capito - Darwin è stato il primo - che queste suture non sono state "inventate" per questo scopo; molto più semplicemente (si fa per dire) la natura ha preso questa caratteristica, lascito del progenitore comune di mammiferi, uccelli e rettili, e l'ha modificata e adattata in modo il parto se ne agevolasse. 

In natura la quasi totalità degli organi che formano gli esseri viventi sono nati nel passato con funzioni totalmente diverse rispetto all'uso odierno. Le ali che servono agli uccelli per volare, ad esempio, erano in origine delle membrane che in alcuni animali (che ancora non volavano) avevano semplicemente una funzione di termoregolazione, poi, lentamente (molto lentamente), si sono modificate fino a diventare ali e gli animali che le possedevano - prima goffamente, cominciando con brevi salti via via sempre più lunghi, poi in maniera sempre migliore - hanno cominciato a volare. Ma la funzione originaria di queste strutture era totalmente diversa.

La nostra bocca è stata inventata dall'evoluzione per permettere ai primi organismi biologici di introdurre il cibo al loro interno. E per milioni di anni la bocca ha avuto esclusivamente questa funzione. Oggi quella funzione è rimasta, ma accanto a questa se ne sono aggiunte tante altre. Con la bocca parliamo, baciamo, Rambo la usa per togliere la spoletta alle bombe a mano e via andare. Ma la funzione originaria della bocca era esclusivamente quella di permettere di nutrirsi. La stragrande maggioranza degli organi che compongono gli esseri viventi è nata con scopi molto differenti da quelli raggiunti oggi. E queste modificazioni hanno seguito un percorso totalmente casuale.

Questo perché la natura, come dice Telmo Pievani nella bellissima lezione che linko qui sotto, non lavora come un ingegnere ma come un bricoleur. La natura non ha scopi, non fa niente "per", si evolve con modifiche casuali utilizzando quello che trova; se queste modifiche risultano utili per qualcosa, bene, altrimenti fanno la fine del mento o del sesto dito del piede del panda.

Un altro diffusissimo luogo comune che Pievani smonta nella sua lezione, riguarda la supposta perfezione degli esseri viventi. Quante volte si sente dire che l'uomo è perfetto, è un capolavoro, che la natura è perfetta, che un dato ecosistema è perfetto, che tutto si muove e vive in una bellissima e perfettissima armonia? Dal punto di vista scientifico non è assolutamente vero niente. Si tratta di romantiche autopersuasioni che ci siamo inventati per giustificare l'esistenza di una entità superiore che, in virtù della sua perfezione, non può avere creato qualcosa di imperfetto. Ma la realtà è ben diversa e in natura non c'è niente di perfetto perché la perfezione sarebbe sinonimo di morte. Quando si è raggiunta la perfezione significa che non c'è più niente da modificare, che si è raggiunto un traguardo che non è possibile migliorare, mentre invece non è affatto così.

Che noi non siamo esseri perfetti è tra l'altro facilmente dimostrabile. Se fossimo perfetti non avremmo l'apoptosi, la proliferazione incontrollata delle cellule che causa i tumori; se fossimo perfetti non morirebbero milioni di persone per soffocamento da cibo (un organismo evolutosi perfettamente non avrebbe tenuto così vicini gli imbocchi dell'esofago e della trachea con tutto ciò che ne consegue); se fossimo perfetti non avremmo un organismo suscettibile di essere attaccato da virus e batteri, e via così, con miliardi di altri esempi che si potrebbero fare. Non siamo affatto perfetti, e neppure molte delle caratteristiche che ci contraddistinguono lo sono. Duecentomila anni fa ci siamo alzati in piedi dopo aver camminato a quattro zampe per milioni di anni. Questo cambiamento ha portato qualche vantaggio ma molti più svantaggi: scoliosi, patologie di ogni tipo a carico della schiena e della struttura ossea portante, e questo perché la suddetta struttura è ancora concepita per camminare come quadrupedi e quando il peso che prima era distribuito su quattro zampe l'abbiamo caricato tutto sulle zampe posteriori, trasformandoci in bipedi, sono cominciati tutti i problemi che ancora oggi conosciamo bene.

Neppure il mondo animale è perfetto. Dov'è la perfezione dell'ape che quando punge muore? Come può essere perfetto un animale che per difendersi deve perdere la vita? Dov'è il senso in tutto ciò? Non c'è. Siamo noi che, testardamente, cerchiamo di dare un senso a ciò che senso non ha. Ma la natura è indifferente alle illusioni romantiche che ci creiamo, e va avanti tranquillamente con le sue casualità e imperfezioni. La lezione di Telmo Pievani è qui.

martedì 21 settembre 2021

Nati per credere


Nati per credere è un saggio antropologico pubblicato nel 2008 e scritto da tre personalità di primo piano nell'ambito della scienza e della psicologia: Vittorio Girotto, psicologo cognitivo; Telmo Pievani, filosofo della scienza e biologo; Giorgio Vallortigara, docente universitario di neuroscienze cognitive. È un saggio che, nonostante in alcune parti l'abbia trovato abbastanza complesso, mi ha entusiasmato e che ho letto praticamente tutto in un fiato.

Descrive, in sostanza, i motivi di ordine evoluzionistico e psicologico per cui il nostro cervello tende in maniera innata a fraintendere la teoria di Charles Darwin dell'evoluzione per selezione naturale. Non a fraintendere, in realtà, ma a preferire alla casualità dell'evoluzione della vita, che è alla base della teoria darwiniana, quella del famoso disegno intelligente (divino o naturale che sia). C'è da premettere, a questo proposito, che lo stesso Darwin, che elaborò la sua rivoluzionaria teoria nell'Inghilterra vittoriana di metà Ottocento, questa difficoltà l'aveva ampiamente prevista e messa in conto. In molti passaggi del suo corposo epistolario scriveva esplicitamente di essere conscio che la sua scoperta avrebbe incontrato fortissime resistenze, fino ad accettare e mostrare perfino comprensione nei confronti dei tanti che non l'avrebbero capita e accettata. Perché tutto ciò? Perché era, ed è ancora oggi, una teoria che andava contro il senso comune dell'epoca, metteva in discussione secoli e secoli di pensiero, ormai definitivamente sedimentato, che vedeva nell'origine del mondo, della vita, delle cose non quella casualità oggi definitivamente accertata dalla genetica, dalla biologia, dall'antropologia, ma un progetto concepito da qualcuno o da qualcosa, da una mente suprema.

Nonostante sia passato più di un secolo e mezzo da Darwin, ancora oggi questa resistenza ad accettare il meccanismo evolutivo casuale è diffusissima. Il neo-creazionismo americano, che oggi sta conoscendo una diffusione notevolissima, non è nient'altro che la versione odierna di quel rifiuto generalizzato di accettare l'evoluzionismo di cui parlava Darwin nei suoi scritti. Questo succede perché, come già accennato, il nostro cervello si è evoluto in modo da trovare più facile, più semplice, più gratificante l'idea di un disegno, di un progetto concepito da un dio o comunque da una mente superiore, specie quando il prodotto di questo progetto è particolarmente complesso, come l'uomo o il mondo. Scrive a questo proposito Telmo Pievani: "Se camminando per una brughiera noi incappiamo in un artefatto, per esempio un orologio di pregiata fattura, siamo portati automaticamente a ritenere, in virtù della sua forma e delle relazioni complesse tra le sue componenti, che sia esistito un orologiaio che lo ha progettato e costruito. Sappiamo cioè che si tratta del prodotto di un'attività intenzionale. Se invece inciampiamo in una pietra, siamo autorizzati a pensare che essa si trovi lì da sempre, senza alcuna ragione particolare, per puro caso. Allo stesso modo, quando volgiamo lo sguardo all'universo, ci accorgiamo della sua straordinaria armonia e articolazione, ben superiore a quella di un orologio. Non possiamo che dedurne, a maggior ragione, l'esistenza di una mente suprema che ha progettato l'universo, proprio come l'orologiaio ha progettato il suo congegno. Possiamo adesso articolare lo stesso ragionamento osservando le ingegnose opere della natura sul nostro pianeta, gli adattamenti perfetti delle specie, le forme degli animali: l'organizzazione complessa delle loro parti non può essere il prodotto di un processo casuale come il rotolare di una pietra. È in azione un "disegno intelligente", la cui natura, fatte le debite proporzioni con l'orologio di foggia umana, non potrà che essere divina. La trasformazione delle specie non è negata per principio: l'evoluzione esiste, ma è il frutto di un'intenzione progettuale. Si tratta di un ragionamento intuitivo, immediato, che non richiede di considerare né i tempi lunghi di un processo di trasformazione né una sequenza di meccanismi, ma solo la riconoscenza di fronte allo spettacolo della natura in sé. È una forma di pensiero diretta e persuasiva che risponde all'istinto con cui la mente di ciascuno di noi associa la complessità di un sistema all'esistenza di un progetto e la funzione di un organo a un fine."

Questa descrizione di Pievani del fatto che il nostro cervello associa in maniera automatica la complessità di un sistema all'esistenza di un progettista, mi ha fatto venire in mente un episodio che mi capitò da piccolo e che, in virtù dei misteriosi meccanismi che regolano il funzionamento della selettività della nostra memoria, mi è rimasto impresso fino a oggi. Una domenica pomeriggio stavamo facendo una gita in macchina con tutta la famiglia e la strada, a un certo punto, attraversò un bosco, con le sue varietà di alberi intervallati ogni tanto da prati verdi. Mia mamma, che è sempre stata fervente credente, a un certo punto, mentre ammirava lo spettacolo offerto dalla natura, disse (vado a memoria): "E poi dicono che non esiste Dio. Come fanno a dirlo davanti a tutto questo?" La domanda che fece allora mia mamma mi è tornata in mente più volte proprio mentre leggevo questo libro, quasi a conferma degli assunti esposti dai suoi autori, e cioè l'automatica associazione tra un sistema complesso e un progettista. 

Perché la nostra mente ragiona così? Non c'è una risposta univoca a questa domanda, ma la teoria più accreditata dalla maggior parte degli studiosi è che questo modo di pensare abbia radici nell'evoluzione e sia il frutto di adattamenti che hanno avuto lo scopo di ottenere vantaggi per la specie. Scrivono gli autori (il neretto è mio): "La tendenza a un'iperattribuzione delle caratteristiche di agente e di intenzione sembra un tratto tipico della nostra specie. [...] Noi tendiamo naturalmente ad attribuire segni di intenzionalità simil-umana alle cose più diverse, dalle nuvole agli uragani, dalle rocce ai treni e ai vulcani. È come se fossimo ipersensibili ai segnali di intenzionalità, specialmente a quelli convogliati dal movimento. Ci sono buone ragioni evoluzionistiche per una tale accentuata sensibilità: meglio cauti che morti. È una buona idea, in generale, interpretare un ramo spezzato come segno del recente passaggio di un nemico o di un predatore, cioè di un agente causale, piuttosto che di un fenomeno fisico naturale, come l'azione del vento."

In questo contesto evolutivo si inseriscono anche le nozioni soprannaturalistiche e le credenze religiose, peculiarità esclusive della nostra specie. Dal punto di vista darwiniano le religioni hanno rappresentato una formidabile forma di "collante" che ha permesso a determinati gruppi umani di ottenere vantaggi notevolissimi per se stessi a scapito di altri. Allargando il discorso - questa cosa la scriveva Yuval Noah Harari nel suo libro Sapiens, da animali a dèi, di cui ho parlato qui -, la capacità solo umana di immaginare cose che non esistono, come le religioni, le leggi, le istituzioni, le idee, e di fare sì che attorno ad esse si aggregassero e cooperassero gruppi umani composti da centinaia di migliaia, ma anche milioni, di individui è ciò che ha permesso a noi Sapiens Sapiens di sbaragliare la concorrenza. La nostra specie, in altre parole, ha conquistato il pianeta grazie alla sua immaginazione. Questo, naturalmente, mette in una prospettiva diversa e nuova la questione religiosa. Scrivono gli autori: "Le credenze sovrannaturali affondano le loro radici in alcuni meccanismi, quelli della psicologia intuitiva, che sono parte integrante dei nostri normali processi cognitivi; che sono anzi così importanti da definire la natura stessa della nostra umanità (giacché il modulo per l'attribuzione di stati mentali agli altri individui raggiunge la sua massima sofisticatezza nella nostra specie) e che nel caso in cui siano assenti o deficitari a causa di una patologia, come nell'autismo, rendono problematica la stessa sopravvivenza. Le credenze sovrannaturali, perciò, non devono essere considerate sinonimo di immaturità mentale, bensì il sottoprodotto naturale di una mente che si è evoluta per pensare in termini di obiettivi e intenzioni."

In questo libro, che io ho cercato di riassumere malamente in un post, si cerca in pratica di spiegare perché la nostra mente ragiona così. Quello che oggi la moderna psicologia e antropologia spiegano in maniera chiara ed esaustiva, Darwin l'aveva già intuito nella sua epoca, e furono proprio queste sue intuizioni che lo portarono a predire l'insuccesso e gli enormi ostacoli che avrebbe incontrato la sua scoperta. Paradossalmente, fu proprio un prodotto dell'evoluzione (l'idea intuitiva di un progettista) a rappresentare il maggior ostacolo alla sua comprensione. Ma questo fu, e il fatto che Darwin abbia lottato tenacemente in difesa della sua teoria (le battaglie contro i pregiudizi e contro il comune sentire sono le più difficili da combattere) non ha fatto altro che certificarne la grandezza.

Il nostro essere niente

Leggo nel saggio Nati per credere: "Torniamo un attimo a quanto dicevamo [...] a proposito dell'impensabilità radicale della morte per noi incapaci di immaginare l'inevitabile limitatezza delle nostre soggettività intenzionali. Dopo Darwin l'idea che le nostre esistenze siano brevi periodi di intenzionalità soggettiva che si instaura tra la nascita e la morte, che prima non c'eravamo e che dopo non ci saremo più, che veniamo da un buio di non esistenza al quale torneremo, può essere estesa alla possibilità che anche la storia naturale della nostra specie sia inscritta nel medesimo destino di finitudine. Sono fatti empirici a suggerirlo. Il 99% di tutte le specie vissute sulla Terra è già estinto. Homo sapiens è nato meno di 200.000 anni fa in Africa orientale e da qui a qualche tempo, come è successo per tutte le altre specie, non ci sarà più. La Terra stessa che ci ospita ha avuto un'origine, 4,5 miliardi di anni fa, e scomparirà insieme al Sole, quando questo esploderà fra 5 o 6 miliardi di anni. Quando succederà, si tratterà di un evento del tutto marginale nella storia del cosmo: la fine di una piccola stella posta alla periferia di una delle 50 miliardi di galassie dell'universo."

Ogni tanto credo faccia bene leggere queste cose, se non altro per riacquistare il giusto senso delle dimensioni e delle proporzioni tra la nostra ipertrofia egoica, la nostra illusione antropocentrica che ci fa immaginare di essere i signori dell'universo, e la nostra reale, profonda e completa insignificanza all'interno del suddetto universo. 

Sto leggendo un saggio che non smette di meravigliarmi. Ne scriverò esaustivamente non appena l'avrò terminato.

domenica 19 settembre 2021

Due mancati medici

Leggo che Umberto Bossi ha compiuto in questi giorni ottant'anni. Casualmente, sempre in questi giorni sto leggendo un libro su Darwin. C'è correlazione tra le due cose? A prima vista no, ma Darwin e Bossi hanno qualcosa in comune: sono entrambi medici mancati. Tutti e due hanno iniziato gli studi di medicina senza concluderli; Darwin perché non era attirato per niente dagli studi medici e aveva repulsione per le dissezioni dei cadaveri, Bossi non si sa bene perché, si sa solo - si legge su Wikipedia - che raccontava alla prima moglie di recarsi regolarmente alle lezioni universitarie mentre in realtà se ne andava chissà dove.

Le analogie tra i due finiscono qui, poi comincia l'abisso; Darwin è stato uno dei più grandi scienziati mai esistiti sul pianeta, che con l'elaborazione della teoria dell'evoluzione per selezione naturale ha per primo spiegato perché oggi siamo qui e perché siamo fatti così, mentre Bossi è stato una delle tante nullità diventate qualcuno per caso grazie alla politica. Al contrario del grande scienziato inglese, che ha dato un contributo enorme al progresso e alle conoscenze umane, il senatùr ha avuto il merito di contribuire in modo importante alla regressione umana, culturale, etica e morale iniziata nel nostro paese qualche decennio fa. Fine.

Tra cento o mille anni di Darwin si parlerà ancora, di Bossi non resterà traccia alcuna.

sabato 4 settembre 2021

Il tramonto e Darwin


Non sono mai stato bravo a fare fotografie. Qualche talento ce l'ho: scrivo decentemente (almeno credo), ho un ottimo orecchio musicale, me la cavo con pianoforte e chitarra, qualcuno dice che io sia anche abbastanza intonato. Ma per le fotografie sono negato: troppo scure, troppo chiare, spesso sfuocate, nessuna abilità nel mettere in pratica "trucchi" come rendere sfuocato uno sfondo e lasciare nitido il soggetto in primo piano o viceversa, insomma niente di niente. Le due immagini che vedete qui sopra le ho scattate poco fa, nei pressi di Palazzo Marcosanti, mentre passeggiavo sulle colline dietro a casa mia. Se sembrano passabili è perché è il tramonto a essere bello, non perché sia stato bravo io a fotografarlo. Oltretutto, col mio cellulare dalle caratteristiche non proprio performanti non è che possa pretendere chissaché. Ma cosa c'entra Darwin in tutto questo?

C'entra perché mentre camminavo ascoltavo su YouTube una lezione di Telmo Pievani su Charles Darwin e, più in generale, sul rapporto estremamente conflittuale che esiste tra il linguaggio scientifico e il linguaggio comune, quello che usiamo normalmente ogni giorno per comunicare, e ho scoperto due cose che nella mia stellare ignoranza non sapevo e che mi hanno sorpreso. La prima è che Charles Darwin detestava profondamente i termini evoluzione e adattamento. Ebbene sì, il padre dell'evoluzionismo detestava il termine evoluzione perché lo riteneva assolutamente inadatto per descrivere le idee e le intuizioni scientifiche sull'evoluzione della vita che aveva concepito ed elaborato. Si rassegnò alla fine a usarlo solo perché non riuscì mai a trovare un altro termine più adatto. Lo usò comunque con estrema parsimonia, tanto è vero che, racconta Pievani, nella prima edizione del suo libro più universalmente noto, L'origine delle specie, il termine evoluzione compare una sola volta nella penultima pagina.

In generale, tutta la vita di Darwin fu un perenne "corpo a corpo" col linguaggio, in particolare con quello della società inglese dell'epoca in cui visse (siamo nel 1800). Questo perché quel tipo di linguaggio, il linguaggio normale che era utilizzato dalle persone comuni nella società, nacque, evolse, si plasmò e si adattò per descrivere il senso comune dell'epoca, il quale contemplava scenari improntati al finalismo, alla direzionalità, al progetto intelligente, alla deduzione intuitiva, tutte cose, queste, che cozzavano irrimediabilmente con tutto l'impianto su cui si basavano le sue teorie scientifiche, che prevedeva, sintetizzando brutalmente, l'a-finalità del processo evolutivo della vita.

Darwin combatté senza successo per tutta la vita con questo problema, quello di riuscire a trovare una qualche compatibilità tra linguaggio scientifico e linguaggio comune, e alla fine accettò di scendere a compromessi come appunto quello di utilizzare termini come evoluzione, che lui detestava. Nella sterminata mole di suoi scritti privati giunti fino a noi, il grande naturalista inglese scrive più volte di essere perfettamente conscio che le sue teorie non saranno capite, e addirittura saranno rigettate, da tantissime persone. Non tanto e non solo per la complessità delle stesse, ma perché profondamente in contrasto col senso comune e la visione delle cose e del mondo propri dell'epoca, e in questi scritti mostra anche una abbastanza sorprendente indulgenza nei confronti di chi non le comprenderà.

Chi fosse interessato a questi argomenti e volesse una spiegazione sicuramente migliore e più approfondita della mia, trova la lezione di Pievani qui.

Due Kit Carson

Cose che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...