Il punto focale della contrapposizione tra Federico Rampini e la scienza è che la scienza, che a differenza di Rampini non ha la verità in tasca, si corregge da sé. Rampini no. Se una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo, Nature, ritira un suo articolo lo fa perché nel suddetto articolo possono essere trovate, anche successivamente alla pubblicazione, delle imprecisioni, imprecisioni che tra l'altro risultano oggi già emendate. L'articolo in questione è infatti pronto per essere ripubblicato ed è già leggibile in rete, si attende solo che venga sottoposto a revisione paritaria (la cosiddetta "peer review"). La pratica della revisione paritaria è il pilastro su cui poggia la ricerca scientifica e permette di discriminare un articolo con fondamenta scientifiche da uno che non ne ha, accreditando il primo e screditando il secondo. Se poi vogliamo andare nel dettaglio, non è neppure stata Nature a ritirare l'articolo incriminato, sono stati gli stessi tre scienziati che l'hanno prodotto.
Quindi, quando Rampini parla di "scandalo" e delira di scienziati che si atteggiano a sacerdoti con lo scopo di rieducare l'umanità (?); quando afferma che gli scienziati pubblicano "dati falsi e truccati", ponendosi tra l'altro nello stesso solco del negazionismo climatico trumpiano, dice delle emerite stupidaggini.
Poi, per carità, casi di scienziati che per interesse o altri motivi hanno pubblicato falsità esistono: persone scorrette esistono in ogni ambito del sapere umano. Ma i meccanismi che si è dato l'ambito scientifico (la peer review è uno di questi) per metterli alla porta e isolarli sono validissimi, e sarebbe un'ottima cosa che anche nell'ambito del giornalismo venissero adottati. La scienza è perfettamente in grado di scovare i suoi errori e di correggerli; si può dire lo stesso di Rampini? Mah.