"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
venerdì 31 ottobre 2025
Perché si arrabbia?
Salvini, Meloni e compagnia cantante non hanno preso bene (eufemismo) la pronuncia della Corte dei conti sul ponte sullo stretto. La cosa è inspiegabile, se ci si pensa, dal momento che i magistrati contabili hanno dato ragione a Salvini su tutto.
Allontanamenti
Mi sto progressivamente allontanando da Facebook. Già da qualche tempo ho smesso di scriverci, limitandomi a entrare al volo, linkare i post che scrivo qui e andarmene. Ultimamente non faccio più neanche questo, i post che scrivo qui rimangono qui. Alcune cose mi mancano, non posso negarlo, penso ad esempio alle pagine culturali e scientifiche che seguo (perché, come accade in ogni dove e a ogni latitudine, nessun prodotto in sé è totalmente buono o totalmente cattivo, dipende dall'uso che se ne fa), oppure penso a quelle pagine che reclamizzano eventi, libri, conferenze, concerti e altre iniziative interessanti. Ma dall'altra parte ho recuperato un sacco di tempo che prima perdevo scrollando ipnoticamente la home page. E ho recuperato anche un po' di salute epatica, credo, avendo eliminato le incazzature generate da ciò che propone l'algoritmo (litigi tra politici, giornalisti, personaggi improbabili di qualsiasi risma). Perché mi sono reso conto che ci si può illudere di indirizzare le impostazioni secondo i propri desideri, ma alla fine l'algoritmo fa ciò vuole e ti mostra ciò che vuole.
Il guadagno di tempo per fare altre cose è stato immediatamente tangibile e un'altra cosa di cui mi sono reso conto è che, rispetto allo scrolling compulsivo della home di faccialibro, è molto più interessante scorrere il blogroll dei blog che seguo, dove nessuno urla, nessuno strepita e i contenuti di chi ancora ha voglia di scrivere un post che abbia un capo, uno svolgimento e una fine, sono molto più interessanti. Per ora non penso di cancellare l'account tout court, mi limito a godere della maggiore quantità di tempo recuperata, poi vedrò.
giovedì 30 ottobre 2025
"L'Atlantico, immenso, di fronte"
In questi giorni Francesca, la figlia più "apolide" e giramondo della famiglia, si trova in Portogallo con un po' di amici e sta visitando alcuni posti. Lunedì, ad esempio, erano a Lisbona, oggi invece mi sono arrivate un po' di immagini di lei sugli strapiombi sull'Atlantico di Ribeira Da Janela. A me il Portogallo richiama immediatamente alla mente due cose, la prima è José Saramago, la seconda è una certa canzone (ci arrivo).
Lunedì, quando Francesca ha fatto arrivare alcune foto da Lisbona, ho pensato immediatamente al grande scrittore portoghese e al rapporto ambivalente che nella sua vita ha avuto con questa città, che forse, chissà, un giorno avrò occasione di visitare anch'io. Saramago non è nato a Lisbona ma ci ha vissuto parecchi anni. L'ambivalenza del suo rapporto con la città si esplicita in una sorta di affetto non romantico né idealizzato, ma critico, lucido, spesso malinconico. Amava la città ma non chiudeva gli occhi davanti ai suoi "difetti". Ne vedeva al suo interno la bellezza della cultura portoghese e, al tempo stesso, le ferite di un paese diseguale, spesso ingiusto e pieno di contraddizioni. In uno dei suoi libri più celebri, Il vangelo secondo Gesù Cristo, un libro che in tempi un pochino più remoti sarebbe stato bruciato nei cortili di tutte le parrocchie, Lisbona appare come una presenza viva, quasi un personaggio. È una città avvolta dalla nebbia, enigmatica, ma piena di storia, di ironia e di contraddizioni. Ecco, mi piacerebbe un giorno poterla visitare anche per provare a "vederla" come la vedeva Saramago.
La canzone cui accennavo sopra, invece, dai cui versi è estrapolato il titolo del post, si chiama Canzone della bambina portoghese ed è un vecchio pezzo di Guccini, pubblicato nel 1972 all'interno dell'album Radici.
Radici è il quarto album in studio del cantautore modenese e contiene canzoni ormai entrate nel mito come Il vecchio e il bambino, Incontro, Canzone dei dodici mesi, La locomotiva, Piccola città e la già citata Canzone della bambina portoghese, quella che mi viene in mente ogni volta che sento la parola Portogallo.
Con questa canzone, costellata di metafore (compresa la bambina che se ne sta sulla spiaggia "al limite di un continente"), Guccini parla dell'idea che con un'intuizione si può quasi raggiungere la verità ma senza mai afferrarla completamente, e il punto geografico specifico, la fine dell'Europa di fronte all'Atlantico, simboleggia questo limite, questo ignoto e questo infinito oltre il quale si può intravedere qualcosa ma mai afferrarlo. È una canzone poetica, malinconica, evocativa, dove più che cercare un significato nelle parole lo si deve cercare nelle immagini evocate dal racconto. È anche una canzone sulla ricerca del senso della vita e dell'esistenza, uno dei pallini fissi del cantautore a cui ha dedicato più di una canzone.
Di questa traccia sono in circolazione un'infinità di versioni e di cover, a me è sempre piaciuta molto questa dei Nomadi. Un giorno metterò da parte le titubanze e comincerò su questo blog a dedicare un post di spiegazione a ogni canzone che ha scritto Guccini :-)
E poi, e poi, se ti scopri a ricordare, ti accorgerai che non te ne importa niente
E capirai che una sera o una stagione son come lampi, luci accese e dopo spente
E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini
E poi, e poi, che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere, vivere, e poi vivere...
Occhiali nuovi
Questa lunga e interessantissima chiacchierata tra Gianluca Gazzoli e Dario Fabbri serve a smettere i soliti occhiali e a indossarne di nuovi, serve a vedere il mondo e le sue vicende cambiando angolazione e prospettiva. Poi non è detto che i nuovi occhiali consentano di vedere il mondo com'è realmente, così come non era detto indossando i vecchi. Ma i vari Fabbri, Barbero, Canfora, Cardini o chi volete voi, questo fanno: danno occhiali nuovi.
Innalzamenti di salario (in Germania)
Tra le pieghe delle notizie da cui siamo quotidiamente bombardati si può leggere, cercando bene, che la Germania porterà il salario minimo a 13,9 euro a partire dal 1° gennaio 2026 e a 14,6 euro dal 2027. Nelle teutoniche lande il salario minimo garantito fu introdotto dieci anni fa per contrastare le crescenti disuguaglianze e l'aumento progressivo del lavoro povero ("working poor") seguiti alle riforme Harz dei primi anni duemila e per ovviare alla mancanza di contrattazione collettiva in alcuni (pochi) settori.
Mentre la Germania aumenta il salario minimo garantito a tutti i lavoratori, in Italia si discute ancora, da almeno un decennio, se introdurlo o no fissandolo a 9 euro lordi all'ora. Cioè, in Germania lo portano a 15 euro/ora, in Italia non si vuole introdurlo a 9 euro/ora. Governo (questo governo) e Confindustria non ne vogliono neppure sentire parlare, mentre i sindacati hanno sposato questa battaglia solo recentemente, dal momento che anche loro sono sempre stati contrari per timore di perdere potere nelle contrattazioni collettive.
In mezzo a questa battaglia ci sono ovviamente i lavoratori, che in Italia (unico Paese in Europa) hanno gli stipendi immobili da 30 anni col potere d'acquisto costantemente eroso dall'inflazione. Per non parlare naturalmente del livello di "working poor" nel nostro Paese e della contrattazione collettiva a macchia di leopardo che lascia nella precarietà e nella povertà milioni di lavoratori. L'Italia è attualmente l'unico grande Paese in Europa a non avere un salario minimo legale, e allo stesso tempo l'unico Paese in Europa col record di lavoro povero e col 20-25% dei lavoratori non coperti da un contratto collettivo genuino che consenta di non ricevere stipendi da fame.
Sì dirà: Vabbe', l'Italia è l'Italia e la Germania è la Germania.
Appunto.
martedì 28 ottobre 2025
Il problema dell'educazione affettiva e sessuale a scuola
Continuo a chiedermi, senza trovare risposta, perché Nordio e soci abbiano questa paura folle dell'educazione affettiva e sessuale nelle scuole, e non trovo risposta. Perché l'educazione affettiva e sessuale va bene se fatta in famiglia ed è deleteria se fatta nelle scuole? Forse perché questi signori pensano che i genitori abbiano maggiori capacità di parlare di sesso e relazioni affettive ai figli rispetto ai docenti e alle figure professionali eventualmente preposte a tale compito? Non è così, purtroppo. Un recente rapporto di Save The Children dice chiaramente che oltre il 90% dei genitori interpellati si è dimostrato più che favorevole allo svolgimento di ore di educazione sessuale e affettiva nelle scuole fatte da professionisti preparati.
L'esperienza personale ovviamente non fa mai testo, ma so per esperienza diretta che in tante famiglie di queste cose non si parla, vuoi per motivi culturali, vuoi per motivi religiosi, vuoi per disagi a instaurare dialoghi aperti e liberi relativamente a tematiche sessuali. Ovviamente non bisogna mai generalizzare, ma esistono da anni studi e rilevazioni nel nostro Paese che dimostrano come l'educazione sessuale e affettiva nelle famiglie sia perlopiù carente, disomogenea e poco strutturata, e purtroppo sono altrettanto numerosi gli studi (OMS, ONU, Istat ecc.) che dimostrano come il terreno di coltura dei femminicidi risieda anche nella mancanza di percorsi di educazione seri e strutturati all'affettività, al rispetto e alla parità di genere, carenze che poi rendono più probabile lo sviluppo di stereotipi sessisti e relazioni basate sul dominio.
L'ultima rilevazione, che risale a pochi giorni fa, dice chiaramente che un adolescente su due non parla in famiglia di sessualità e contraccezione. Allora perché questa crociata nei confronti dell'educazione sessuale e affettiva nelle scuole? Che cosa spaventa tanto queste persone?
Separazione (di carriere)
Sta per arrivare a conclusione l'iter parlamentare della riforma costituzionale della giustizia voluta fortemente da questo governo, quindi i prossimi mesi vedranno il dibattito politico prevalentemente concentrato su questa riforma, che avrà come atto finale il referendum confermativo nella prossima primavera. Il ricorso al referendum è necessario in quanto la riforma sarà approvata in parlamento senza aver raggiunto la maggioranza dei due terzi di deputati e senatori, obbligatoria in caso di riforme costituzionali.
Siccome ho una certa età e siccome anche questo blog ha una certa età, sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, che è un po' il punto focale di tutta la riforma, avevo scritto molto negli anni a cavallo tra il 2009 e il 2011. Quindi non si tratta di una novità ma della riproposizione in salsa meloniana di un vecchio progetto berlusconiano che a sua volta affondava le radici nel famoso/famigerato Piano di rinascita democratica, di Licio Gelli. In sostanza, oggi come allora, lo scopo principale di questa riforma non è rendere più veloce ed efficiente la giustizia - dal punto di vista pratico non ne apporta alcun miglioramento - ma si tratta di un progetto con finalità esclusivamente politiche che si esplicitano nel tentativo di subordinare l'iniziativa giudiziaria al governo e limitare il campo d'azione penale dei magistrati.
La materia è complessa è ricca di tecnicismi che, ovviamente, non possono essere compresi da chi non ha le mani in pasta in ambito giuridico, quindi tutto il dibattito dei prossimi mesi si svolgerà all'insegna del sentimentalismo ideologico. La mia parte politica dice che è cosa buona? Lo è anche per me. La mia parte politica dice che è una schifezza? Lo è anche per me. Questo atteggiamento sarà poi ciò che deciderà le sorti del referendum di primavera, dove una minoranza parteciperà informandosi seriamente al netto di pregiudizi ideologici mentre la maggioranza si esprimerà a sentimento sulla base delle indicazioni del proprio partito.
Tutto già visto.
lunedì 27 ottobre 2025
Cambi d'orario
Il problema del cambio di orario e conseguente diminuzione delle ore di luce si può declinare su due piani, uno interiore e uno esteriore, diciamo così. Quello interiore l'ha descritto benissimo Romina qui e non credo serva aggiungere altro. Quello esteriore, nel mio caso è relativo alle fatto che alle 17:15 devo appoggiare il libro che sto leggendo, alzarmi dalla poltrona e andare ad accendere la luce.
Ieri
Ieri, approfittando della giornata quasi estiva, io e mia moglie siamo andati a fare una gita a Cittadella, vicino a Padova, per visitare la famosa cinta muraria, costruita a partire dal 1225 per ragioni difensive e che ancora oggi circonda completamente la piccola cittadina con la possibilità di percorrerne a piedi i camminamenti, un percorso di circa un chilometro e mezzo. È splendida e magnificamente conservata; se non l'avete mai visitata, come non l'avevo mai visitata io, fateci un pensierino, merita veramente.
Dopo una veloce visita ad Abano Terme (deludente, a parte il duomo di San Lorenzo non c'è niente di interessante da visitare) e a Monte Grotto (molto più interessante), abbiamo imboccato la strada del ritorno. Durante parte del tragitto in autostrada mi sono imbattuto per caso in questa divertentissima lezione di neurolinguistica di Paolo Borzacchiello. Unico neo, il forse eccessivo ricorso al turpiloquio, ma per il resto una lezione interessantissima in cui abbiamo imparato che le parole, scritte o pronunciate che siano, hanno il potere di condizionare e modificare la morfologia del cervello e i comportamenti; interessante anche la spiegazione dei motivi per cui nei supermercati i banchi di frutta e verdura sono i primi che si incontrano appena si entra (spoiler: c'entra l'ossitocina), anche se questa cosa un po' la sapevo già. Il viaggio di ritorno è praticamente volato :-)
sabato 25 ottobre 2025
Diversamente anziani
Cos'hanno in comune Stephen King e Massimo Cacciari? Niente: il primo è uno dei maggiori scrittori contemporanei, il secondo è un filosofo e intellettuale tra i più "caldi" attualmente in circolazione. Caldi nel senso che, caratterialmente, definirlo ruvido e molto poco incline alla diplomazia nella dialettica è un eufemismo. E non hanno niente in comune neppure nel modo di approcciarsi al crepuscolo dell'esistenza. Il primo, King, in una recente intervista rilasciata a Usa Today ha detto di aver cominciato a liberare la sua scrivania il più possibile in quanto "alla mia età la garanzia è scaduta. Non puoi dare nulla per scontato. Non puoi garantire nulla una volta superati i 75, 76 anni [King ne ha 78]. Bisogna stare un po' attenti."
Il secondo, Cacciari, a 81 anni suonati convolerà a nozze con la sua compagna conosciuta durante il covid. Due modi decisamente diversi di vivere la vecchiaia. Ovviamente chi scrive augura a entrambi i simpatici vecchietti di vivere ancora tanti anni e di godersi più che si può il crepuscolo.
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